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Avanti Pop – febbraio-marzo

14 mar

Ellie Goulding – lights

 

 

Ellie apriva anche la scorsa cinquina. Vuol dire che sono di parte, certo, ma vuol dire anche che ne becca almeno una ogni bimestre. Da un anno nella classifica degli album inglesi, lì adorata, qui così così, Ellie Goulding ha fatto uscire un EP, “Bright Lights”, che riesce a essere ancora meglio dell’album d’esordio, ora distribuito in disco doppio. Lights è il singolo, Lights è il nome dell’album, Lights sembra il singolo della consacrazione, anche a causa di un video super. È tutto un gioco di luci.

 

I Blame Coco – self machine

 

La figlia di Sting.  Un buon motivo per non ascoltarla. E invece no, Coco Sumner è tanta roba. Ha 20 anni, ha la faccia del papà e anche molte somiglianze nel timbro. Ha anche quarti di sensibilità pop dei Police, anche se c’è ancora tanta piacevole ingenuità. E soprattutto piace molto ai guru dell’elettronica. Self Machine è solo il singolo di lancio, ma tra brani in uscita e remix avete già la scaletta per un dignitoso concerto e gli elementi per superare ogni pregiudizio.

 

Vampire Weekend – the kids don’t stand a chance

 

L’avreste mai detto? Da idoli indie a idoli pop! Ce l’hanno fatta, Ezra Koenig e gli altri. Il loro “Contra” è il primo album da 19 anni a finire primo nella classifica USA senza essere prodotto da una major. I loro singoli sono già finiti in tutte le pubblicità. Vedere questo brano nient’affatto facile in altissima rotazione sui principali network radiofonici fa quasi impressione. Ma c’è anche la spocchiosa gioia che possiamo diffondere dalle pagine di Coolclub: ve l’avevamo detto.

 

Chilly Gonzales – you can dance

 

Il poliedrico e fenomenale Gonzales, canadese trapiantato in Francia, produttore di grido e musicista di buona fama, diventa Chilly (tranquillo, ma non troppo) e si inventa un album che in Inghilterra sta facendo ammattire tutti. Elettronica, pianoforte e quel tocco quasi jazz, sicuramente anarchico. Questo brano, il cui titolo invita al ballo, in realtà obbliga il movimento delle gambe e della testa. Un tormentone intelligente come non ne si sentivano da tempo

 

Kanye West – runaway

 

Sobrio, non è. Bravo, un sacco. Un videoclip di 35 minuti, un vero e proprio medio metraggio. Non si capisce se c’è la volontà di prendere a pernacchie l’altra sobria, Lady Gaga, se è un guanto di sfida ai tempi della televisione e dell’industria culturale moderna o se è semplicemente l’affermazione di un uomo felice, ricco, talentuoso e indipendente. Forse è troppo poco, ma bisogna concederlo un rigo per il singolo che ha lanciato “My beautiful dark twisted fantasy”, ritenuto miglior album da moltissime riviste specializzate. Kanye, vanno bene anche i video di sei ore, se lo ritieni.

Dammi una spinta – gennaio

31 gen

The Shoes -  stay the same

Provate a cercarli su Internet, non si trovano. Questi The Shoes hanno bisogno di qualcosa di ben più energico di una spinta. Andate su Youtube, c’è una sola versione, live, del tutto fedele all’originale. Le scarpe gireranno l’Europa armati di questo meraviglioso singolo d’esordio, partendo da Reims, Francia. Un indie pop di ceppo Air, con un sacco di suggestioni britanniche. Quando Francia e Inghilterra vanno d’accordo, vincono le guerre.

Adele – rolling out the deep

Non è la prima volta che leggete di Adele su queste pagine. Scrivo da oramai 5 anni su Coolclub, ho scritto tante recensioni e tante rubriche e ho messo un solo 10 in pagella, al suo 19, album d’esordio scritto proprio a 19 anni dall’unica vera rivale di Amy Winehouse nella scena della musica soul contemporanea. Ora siamo a 21, come il nome dell’attesissimo seguito che sarà pubblicato il 24 gennaio 2011. Come scrivono su Youtube, “se l’album è bello la metà di questo singolo, sarà un capolavoro”. Non mi sento proprio di dissentire.

Chromeo feat. Elly Jackson – hot mess

I Chromeo sono matti. Guardate il video di Hot Mess, primo singolo della loro nuova fatica, “Business Casual”. Un delirio che nemmeno gli Ok Go. Se però preferirete la cinestetica, dovrete sapere che rinuncerete alla versione dodici pollici con la voce, oramai inconfondibile, di Elly Jackson, ovvero La Roux, che ha però annunciato di aver chiuso con l’electro-pop. Da un lato c’è da essere felici e curiosi dello sbarco verso nuovi lidi, dall’altro ci si chiede come possa lasciare un’avventura che la vede sguazzare liberamente tra remix e comparsate.

Cassius – i love you so

La Francia non è solo quello che leggete nella rubrica Avanti Pop, è anche Cassius. Il nuovo singolo è quanto di più inatteso ci potesse essere da un duo che ha sempre amato divertirsi. Sembra che abbiano imparato la lezione britannica del dubstep aggiungendo un loro inconfondibile tocco. Escono con Ed Banger, e questo per molti è già una garanzia. Escono con un EP, “The Rawkers”, anche perché erano impegnati a produrre l’album di cui vi ho parlato nella canzone precedente, Chromeo. Neanche a farlo apposta.

Crystal Castles – i’m not in love (feat. Robert Smith)

Il perennemente entusiasta autore di queste rubriche non si è mai lasciato sedurre dai Crystal Castles, amatissimi invece nel mondo alternativo italiano. Un pezzo con la voce di Robert Smith dei Cure non aumentava le mie aspettative, anzi. E invece è un piacere dire che certi pregiudizi crollano molto facilmente e molto gradevolmente. Non cambieranno la storia della musica, però questo ritornello, pieno di sfumature progressive, ce lo ricorderemo a lungo.

Avanti Pop – gennaio 2011

17 gen

Ellie Goulding – your song

 

 

Sono un grande sostenitore della causa della bionda cantante inglese. L’album d’esordio, “Lights”, ha ricevuto giudizi assai contrastanti. C’è che riteneva che l’iperproduzione di Starsmith avesse restituito un lavoro di plastica, senz’anima, e chi invece ha apprezzato un folk elettronico molto venato di pop e carico di talento (la scuola di pensiero che gli ha assegnato un Brit Award). Nel dubbio, Ellie Goulding prende un supermegaclassico di Elton John, così standard da essere pericolosissimo, canta senza effetti e senza fronzoli e mette il punto esclamativo. Al 99,9%, la canzone di questo inverno.

Martin Solveig – Hello

 

 

La Francia è Daft Punk, la Francia è David Guetta, la Francia è Justice, la Francia è Etienne de Crecy, la Francia è Bob Sinclar, la Francia è Martin Solveig. Negli ultimi dieci anni i cugini transalpini hanno messo su una squadra danzereccia invidiabile e hanno sostanzialmente soppiantato la scuola italiana che negli anni ’90 faceva scuola in tutto il mondo. Il trucco è sempre lo stesso, farsi contaminarsi: chi dalla techno, chi dall’house, chi dal repertorio anni ’70, chi dal pop come in questo brano di Solveig, prodotto da Sinclar, ambientato a Roland Garros, cantato con Dragonette. Allez.

Fabri Fibra – tranne te

 

 

È in grandissima forma. Molto probabilmente non vi piacerà, non è quello degli esordi, è diventato commerciale, si è montato la testa. Non mi interessa. Fibra è un’espressione positiva dell’Italia. Paracula, ipercritica, che usa i soldi e le multinazionali per far passare un messaggio distruttivo verso quel sistema (e non ne è né schiavo né complice). Lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, il video di “Tranne Te”, secondo singolo da “Controcultura”. Dati sull’economia musicale e sugli effetti della Rete sull’industria culturale sparati come se fossimo su Wired. Molto probabilmente non vi piacerà, ma abbiate il suo coraggio.

 

Duck Sauce – Barbra Streisand

 

Questo brano non è per nulla nuovo. Gira da più di sei mesi, e non invecchia mai. Un tormentone di uno che se intende, Armand van Helden, che si trasforma in paperotto ed evoca la regina della musica americana (e vanta innumerevoli tentativi di imitazione: cercate “Duck Sauce – Barbara D’Urso” su Youtube) come feticcio. Il successo di questi brani ben al di là del limite del trash è testimoniato dalla presenza di questo brano, a tutto volume, nelle automobili 50, quelle che puoi guidare anche senza patente (perché la patente, forse non ce l’hai più).

 

Cee-Lo – F*** You

 

 

Lo chiamavano il “filone”. Cee-Lo Green, vecchia volpe del soul americano, caduto nell’anonimato ma salvato da Re Mida Danger Mouse nel progetto Gnarls Barkley e protagonista di un piccolo classico contemporaneo con l’acuto di “Crazy”, torna in auge e sforna un album che è chiaramente un piccolo esperimento in laboratorio. Il primo singolo, con le sue infinite declinazioni (quella clean si chiama “Forget You”, per gli americani delicati di stomaco), è primo in tutto il mondo. Fra tre mesi non ce ne ricorderemo, ma tant’è.

Icone – La musica, la religione e nuovi culti pagani

15 giu

Cinque lettere bastano a spiegare un fenomeno. La parola icona deriva dal greco eikon: immagine. In particolare, una raffigurazione di eventi o personaggi appartenenti alla sacralità. L’icona è un’icona (scusatemi il gioco di parole) cristiana. Gesù e la Madonna sono i personaggi pop, i più raffigurati in questa speciale forma d’arte.

Ed eccoci al punto di contatto tra culture, storie, mondi che forse sarebbe bene tenere separati, su binari perfettamente paralleli, ma che la blasfemia ci impone di unire.  Icona come la Madonna, icona come Madonna.

Nessuno crede che fra 2000 anni pregheremo su ciò che resta di Louise Veronica Ciccone (ma forse non pregheremo nemmeno sulla Madonna, l’originale), ma oggi come oggi è difficile stabilire quale delle due sia la più vera e quella più oggetto di narrazioni mitiche, quale sia la pop, qual è la più decisiva sull’evoluzione pedagogica della società occidentale.

L’uso della parola icona accanto alla parola pop, o accanto a personaggi del mondo della musica, non può essere certamente frutto di una casualità. I grandissimi hanno saputo attivare meccanismi di fidelizzazione talvolta estremi, al limite della devozione, del dogmatismo, del fondamentalismo. Si arriva a fare di tutto pur di esserci, pur di avere un contatto con l’icona, pur di entrare in simbiosi con lo Spirito.

Questi comportamenti sono difficilmente codificabili, ancor di meno sono inquadrabili in una qualche categoria psicologica: i fan sono persone perfettamente normali, ma si lasciano andare ad un’allucinazione individuale e allo stesso tempo collettiva. C’è chi si fa dell’oppio della religione, chi si fa di copie esclusive del DVD del concerto dal vivo in cui il paladino o la paladina di turno stecca a ripetizione, ma lo fa con grande stile. Sarà un caso, ma le icone della musica pop (e dintorni) non sono mai persone perfettamente a posto.

O hanno sconvolto la storia della musica o si sono sconvolti con droghe e vite dissolute; o hanno abusato del sesso o si sono inventati improbabili percorsi di astinenza ed ascesi; o hanno affrontato profondi stati depressivi o hanno fatto fatica a tenere a bada il proprio ego (o entrambe le cose, peggio per loro); o sono morti molto giovani, o molto poveri, o molto soli. Hanno avuto tutto, e forse non ne hanno avuto idea.

Gesù e la Madonna non fanno eccezione: anche loro hanno avuto una vita decisamente fuori dagli schemi. I loro fan li seguono con immutata devozione da millenni. E in fondo se lo meritano. Non si può dire che le icone della musica pop abbiano avuto la stessa grazia: alcuni musicisti sono ancora amati dopo 40 o 50 anni, ma la tendenza più ricorrente dei tempi è bruciare le giovinette dopo averle sovraesposte.

Certo, niente di così doloroso: in alcuni casi i Santi e i protagonisti dell’iconografia cristiana conosceva le fiamme, senza figure retoriche. Però, proprio per questo, la parola icona rischia di perdere quel significato magico che ha avuto per anni, pur con improbabili traslazioni tra sacro e profano.

Lady Gaga, salvaci tu.

(articolo comparso su CoolClub di giugno/luglio 2010 – PDF consultabile gratuitamente su http://www.coolclub.it)

Dammi una spinta – giugno

31 mag

Deadmau5 – I remember (Caspa remix): Joel Zimmerman, nato dalle parti delle Cascate del Niagara, sta rapidamente mettendosi in mostra all’interno del panorama della club culture grazie ad alcuni azzeccati remix. In questo caso è il suo brano, “I remember”, un piccolo bignami per amanti della dance ibizenca della metà degli anni ’90, a metà tra gli Chicane e i primi Faithless, ad essere remixato con estrema abilità e con una chiave di lettura abbastanza ardita da Caspa, che con Rusko forma una delle coppie più interessanti della scena musicale britannica. A loro il merito di aver trasformato qualsiasi cosa secondo il loro credo, il dubstep. Un genere oramai non più di (assoluta) nicchia. Un po’ come la dance ibizenca anni ’90, che in pochi (me compreso) rimpiangono.

La Roux – bulletproof: qui siamo davanti a un fenomeno. Già citato in precedenza (oramai appuntamento fisso di queste rubriche), il duo composto da una straordinaria Elly Jackson e da Ben Langmaid, perennemente dietro le quinte, riesce a non sbagliarne una. Merito di un gusto un po’ particolare per la citazione anni ’80, farcita di punk non tanto nei suoni quanto nella sfrontatezza della cantante che riesce a farsi voler bene pur essendo sempre al limite dell’urlo e della stonatura. E quando un gruppo ti prende così bene in giro, con melodie di sicuro impatto, non puoi non lasciar perdere la purezza dei suoni e farti prendere in giro con il sorriso.

Florence and the Machine – Rabbit heart: come sopra: fenomeni. La Roux è già un’icona in divenire, Florence Welch e il suo quartetto aspettano pazienti l’uscita del loro primo album, “Lungs”, previsto per luglio, sfornando singoli di altissima qualità. Difficile trovare una categoria in cui inserire questa band dal nome bizzarro. Piuttosto appare utile sottolineare la perfetta quadratura del cerchio tra la voce molto poco pulita ma molto efficace della cantante e l’orchestrazione meravigliosa tessuta attorno a lei. Da vedere dal vivo, per sciogliere le ben poche riserve possibili che tanta bellezza in studio può ragionevolmente generare.

Phoenix – Lizstomania: prendi un titolo strano per il tuo quinto album, “Wolfgang Amadeus Phoenix”; scatena la curiosità tra i tuoi fan (che è? Megalomania? Musica classica? Creatività a tutti I costi?), poi decidi di chiamare “LIzstomania” il primo singolo estratto da Wolfgang, in onore alle spropositate reazioni, soprattutto femminili, che seguivano le performance al piano di Franz Lizst. E continui a non capire se ti stanno prendendo per il culo, o cosa. A quel punto decidi di smetterla con la dietrologia ed iniziare ad ascoltare e trovi lì i soliti Phoenix. Pop puro, à la Belle and Sebastian più che alla Britney per questo gruppo francese che sette anni dopo “If i have feel better” è dopo essere un po’ spariti dalle scene, stanno tornando alla grande. Così alla grande che i Phoenix sono il gruppo più “bloggato”, in barba a chi ha ispirato album e singolo, non proprio star del web 2.0: Mozart e Lizst.

Friendly Fires – in the hospital: questo brano è il degno “last but not least” di queste due rubriche.  Un po’ di dance misto a shoegazing; chitarre distorte e percussioni, pop e rock, psichedelia e facile ascolto. Tutto questo in un brano solo. I Friendly Fires, del tutto sconosciuti nel nostro paese, vantano citazioni in videogiochi (Gran Turismo 5, se mai uscirà) e in serie tv (Gossip Girl), sono in corsa per premi dance ed indie, sono arrivati anche primi in Inghilterra. Il dono della sintesi, a volte, si nasconde nei posti più impensabili.

Avanti Pop – giugno

31 mag

Jack Penate – Tonight’s today: se esistesse una giustizia in questa Terra, avremmo qui la canzone dell’estate, pronta per l’uso. Ritmi tropicali non provenienti dai tropici, ritornello assassino, la possibilità di darsi un tono parlando di quel giovane cantante, “quello mezzo inglese e mezzo spagnolo”. E non è detto che il colpaccio, a Penate, non riesca con questa deliziosa “Tonight’s today”. Ma in verità nessuno ci crede, anche perché la perfida Albione, per ora ha snobbato questo brano che invece si fa ascoltare spesso e volentieri in Italia. I fan dei tormentoni intelligenti aspettano, e sperano che esista una giustizia in questa Terra.

Paolo Nutini – Candy: l’anagrafe dice Paolo Giovanni Nutini, è qualcuno potrebbe pensare che stiamo parlando del miglior artista italiano mancato. Certo, nulla impedisce alla Atlantic di spacciarlo per “la nuova rivelazione italiana”, così come in un imbarazzante spot radio per Gabriella Cilmi, calabrese di Melbourne. Nel caso di questo songwriter dalla voce roca e dal fascino appena post-puberale, l’origine è toscana. Ma finisce qua. Anglosassone anche più della BBC, onesto, pulito, mai geniale. Scozzese, come i Travis, band che per certi versi lo ricorda. Fran Healy, frontman dei Travis, disse una volta: “non ho mai capito perché siamo diventati famosi: in Scozia suonano tutti così”. Una citazione buona per Nutini il quale, proprio come i Travis, funziona tantissimo.

The Gossip – Heavy cross: Beth Ditto ha dovuto aspettare un po’ troppo per finire sulle radio commerciali italiane. E ci va con un pezzo che non ha poi così tante differenze con il passato, con quella “Standing in the way of control” che fece impazzire e fa ancora impazzire molti. Magie del mercato che nessuno coglie, ma che ci rendono comunque felici di poter parlare di una band filosoficamente indie che è lì a giocarsela con Lady Gaga ed altre amenità. Anche se è legittimo chiedersi: “ma quante Lady Gaga entrano in una Beth Ditto?” E non è solo una questione di stazza. Poco importa, i The Gossip sono arrivati. Era ora.

Eminem – We made you: prima di lui, in troppi avevano seguito la stessa trafila. Troppi “al lupo, al lupo” da parte di rapper annoiati di cantare, annoiati dalla scena, più interessati a produrre che ad esibirsi, e poi puntualmente ritornati in scena con album a svariati zeri, sostenuti da un’attesa spasmodica e non sempre da grande ispirazione. In questo caso però il rapper bianco, l’unico ad essere universalmente stimato nonostante il colore della sua pelle insieme ai strepitosi Beastie Boys stava per mollare sul serio e non per farsi coccolare. Poteva non tornare più. La dipendenza da un cocktail di droga, farmaci e sonniferi lo aveva portato 4 anni di black-out. Ora il ritorno, nel suo stile, forse meno ironico e più noir. “We made you” corona un album decisamente positivo. Eminem si ama o si odia, ma tutti dovrebbero ringraziare la buonasorte che ce lo ha riportato sul palco tutto intero.

Beastie Boys – B boys in the cut: per una strana ironia della sorte, sono proprio questi i giorni in cui inizia a girare  il nuovo singolo dei Beastie Boys, nell’album del trentennale, “Hot Sauce Committee”. L’altra formazione bianca stimata da tutti nel mondo del rap e dell’hip hop torna alle liriche dopo “the Mix up” (2007), un album strumentale che lasciò di stucco fan e addetti ai lavori (un album rap senza testi è difficile da comprendere, obiettivamente). Il quartetto ebreo di New York non fa un grosso passo in avanti dal punto di vista dell’originalità, ma l’attesa per il nuovo album è tale e tanta (il titolo potrebbe non essere definitivo, è verosimile che i Beastie abbiano registrato un sacco di materiale e che venga fuori un doppio lavoro nel giro di pochi mesi) che c’è da sperare nel ritorno alle scene di una pietra miliare, soprattutto dal punto di vista culturale, della musica contemporanea.

Dammi una spinta – maggio

2 mag

Oi Va Voi – everytime: band inglese, origini israeliane, terzo disco auto-prodotto (ed etichetta discografica propria, un dato interessante per una band policulturale sin dalla sua ragione sociale), video girato da due ragazzi polacchi. KT Tunstall, cantante della prima ora, si è oramai messa in proprio. “Everytime” è forse il brano più radio-friendly di questo collettivo che prova a fare il grande salto di qualità. E noi, nel nostro piccolo, diamo la spinta.


Bjork – Nattura: pazza Islanda. Crisi economica profondissima, un primo ministro omosessuale, un rapporto tra abitanti (300mila) e qualità della produzione musicale che non ha eguali nel mondo. I loro abitanti ritengono che la loro terra sia la più bella del mondo. Bellissima. Così tanto che ai primi segnali di crisi ambientale i Sigùr Ros hanno chiamato Bjork e hanno deciso di realizzare un documentario per raccontare i rischi del riscaldamento globale e dell’inquinamento. E’ seguita una spaventosa produzione artistica. Ed è spuntato questo brano fuori di testa. Collaborazione di Thom Yorke, remix di Switch. Pazza Islanda.


Camera Obscura – French Navy: una piccola gemma di questa band scozzese che ha all’attivo 13 anni di età e nessun brano degno di nota. Ora sono spuntati sulle pagine dei giornali inglesi con il quarto album, “My Maudlin Career” che sembra fatto apposta per colmare quel vuoto che i Belle and Sebastian, scozzesi anche loro, hanno forse lasciato nel cuore dei fans. A noi non resta che fare un percorso a ritroso e scoprire questa band che, proprio come i più famosi cloni, riesce a creare atmosfere dolci e sognanti in un posto come la Scozia, che ispira tutt’altri immaginari al sapore di luppolo. Chissà, forse le cose da qualche parte si ricongiungono.


Bombay Bicycle Club – Always like this: cercando disperatamente informazioni su Internet su questa band che può stare simpatica anche solo per il suo nome, finisco su Google Maps e scopro che il Club della Bicicletta di Bombay esiste veramente. Dopo essermi fermato a sorridere, continuo a cercare e scopro che dopo 4 anni di vita, questo quartetto londinese si concederà l’ebbrezza del primo album. Ed era anche ora: “Always like this” è a prova di testa che si muove in tutte le sale da ballo e gli uffici in cui proverete a farla suonare.


Marmaduke duke – Rubber Lover
: sono un duo di rock concettuale, dicono. La definizione è forse più concettuale dell’etichetta, quindi preferisco concentrarmi su questo esperimento. Scozzesi come i Camera Obscura, solari come loro (si infittisce il mistero sullo speciale ingrediente che si può respirare nell’aria di Glasgow), sono già nella top ten inglese quindi la spintarella potrà apparire un po’ pleonastica. Al più è una succosa anticipazione di un successo che, ad occhio e croce, non andrà oltre questo singolo. Maledetto rock concettuale.

Avanti pop – maggio

2 mag

Beyoncè – Halo: nessuno avrà il coraggio di ammetterlo e qualcuno penserà anche che sono impazzito: questa canzone è perfetta. Epica, drammatica, con un video da musical stile “Saranno Famosi”, con un ritornello in cui l’ennesima erede di Aretha Franklin si dimostra all’altezza dell’ennesimo paragone. Tre o quattro ottave tra la parte da gatta e quella da star. Di sti tempi, potrebbe anche diventare la canzone pop dell’anno. Qualcuno continuerà a pensare che sono impazzito. Saranno gli stessi che aspetteranno Beyoncè alla prova-concerto per un brano sì perfetto, ma difficilissimo.


Green Day – Know your enemy: primo singolo dall’ottavo album della band californiana (note a margine: 74 minuti, produttore Butch Vig, mr. Garbage ma sopratutto mr. Nevermind dei Nirvana). Niente di nuovo sotto al sole, né nel titolo né nelle intenzioni. In realtà questa traccia sembra fatta apposta per nascondere l’esplosività di “21th Century Breakdown”, accolto con tutti i crismi dalla stampa internazionale. Billie Joe è in grande forma, amici miei. Prepariamoci a una bella annata per la musica rock.


Calvin Harris – I’m not alone
: non ha mai brillato per stile. Anzi, Calvin Harris è proprio tamarro. E la perfida Albione gli da ragione. La tastierina da super-dj dance anni ’90 mixato con un bel po’ di eredità eighties è l’unica cosa davvero significativa di questo pezzo. Detto niente, però: l’intuizione è geniale, seppur ignorante. Non a caso è partita la caccia al remix, senza esclusione di colpi bassi. Calvin ha creato un mostro.


Franz Ferdinand – Womanizer: i concerti italiani hanno visto le prime improbabili cover di Britney Spears, che qualcuno con folle lucidità ha definito nuova icona punk. Forse la spiegazione è meno romantica: “Womanizer” è un divertissement gradito a molti musicisti perchè facile da replicare, montare e ricomporre. I Franz non fanno altro che replicare lo spartito con il loro incedere meravigliosamente nevrotico, con il loro marchio di fabbrica. E così, facile facile, giunge un brano che potrebbe anche diventare hit dell’estate.


Malika Ayane – Come foglie
: “ma allora come spieghi questa maledeeehta nostalgia?” La cantante che può vantare già più tentativi di imitazione, alcuni perfettamente riusciti, impreziosisce il suo inizio di carriera con una delle rarissime perle del Festival di Sanremo 2009. Testo di Giuliano Sangiorgi (Negroamaro), presenza scenica unica, somiglianze sempre più spiccate con Ornella Vanoni. Anche perché, pur se molto diverse nei lineamenti, l’aurea meneghina è spiccata. Basta ascoltare le vocali, la E in particolare.

Effetto Radiohead: il costo zero fa venir voglia di spendere

4 apr

Il mondo indie ha un’occasione irripetibile. La coda lunga, ovvero quella teoria economica che spiega che nel mondo dei beni immateriali (Internet, in particolare), i costi di produzione e distribuzione di prodotti e servizi ha costi tendenti allo zero apre uno scenario ancora incompreso dal mercato discografico mondiale.
Non a caso, è stato un gruppo a consegnare il vaso di Pandora al mercato musicale. Non a caso, l’idea è cresciuta subito dopo la furibonda litigata tra Radiohead ed EMI che ha portato alla rescissione del contratto. Rimasti soli e con un album pronto tra le mani, hanno deciso di mettersi alla prova. E già che c’erano, hanno messo alla prova anche i nervi di molti amministratori delegati.
Hanno creato un sito internet, http://www.inrainbows.com, su cui hanno messo a disposizione il loro ultimo album. Tutti i brani, scaricabili legalmente. Il prezzo? Lo hanno fatto decidere agli utenti. Si poteva pagare  10, 20€, 70 centesimi, nulla. E’ stato l’utente a dare un peso all’intangibile. Si è tornati al rapporto diretto tra musicisti e appassionati. Chi ha deciso di pagare ha messo i soldini nelle tasche dei Radiohead, e solo a loro. Nessun’azienda che produce cd, nessuna casa discografica, nessuno spazio pubblicitario, nessun volantino. Ma soprattutto, il quartetto di Oxford ha deciso di non farsi proteggere da nessuna macchina pubblicitaria.
Quanto hanno raccolto? 2,75€ ad album. Un settimo del prezzo di un cd. Un disastro? Affatto. La vendita di un cd musicale porta in media 2,3€ nelle casse degli artisti. 17€ e 70 centesimi arricchiscono aziende in cui il compratore non aveva deciso di investire. I Radiohead hanno quindi inventato un’operazione economica per loro stessi e per i loro fan. E il rapporto fiduciario è cresciuto. E la prossima volta, chissà, la musica dei Radiohead avrà un valore ancora maggiore.
E gli italiani? Truffatori, scaricatori a tradimento su eMule, consumatori a scrocco? Il primo mercato mondiale. 800mila € spesi. Il motivo? Di sicuro, non è solo una questione di smisurata ammirazione per Thom Yorke.
L’Italia è un mercato dove la qualità premia, ma premia anche la relazione personale.

L’Italia ha espresso il suo verdetto su come deve essere il mercato musicale. Le case discografiche sono avvisate. E l’avviso è semplice: i gruppi possono sfondare senza il bisogno dell’aiuto di nessuno.

dammi una spinta – aprile

4 apr

La Roux – in for the kill (Skream rmx) : era il 2 gennaio 2009 e NME già si affrettava nel parlare di sicura prossima star raccontando di La Roux, duo composto da Elly Jackson e Ben Langmaid, il quale ha gentilmente prestato il palco a Skream, uno dei 3 o 4 carbonari che hanno messo su il dubstep, l’unico elemento di discontinuità che la musica mondiale ha saputo proporre a se stessa negli ultimi 2 anni. La Roux continua a non entrare nemmeno nella top 10 in Inghilterra, in Italia sarà molto difficile sentirla, ma qui c’era chi ci aveva visto giusto: qui sforiamo il capolavoro postmoderno.


Bjork feat. Antony and the Johnsons – dull flame of desire (modeselektor rmx): non è tanto la trasformazione di Bjork, l’ennesima, per certi versi anche meno estrema di alcune sue invenzioni indigene (e quando dico indigene dico indigene: ve lo ricordate il video di “Triumph of the Heart? Baciava il suo gatto dopo che un pub di Reykjavik si scatenava una jam session), quanto la trasfigurazione di Antony, uno dei pochissimi artisti che può vantare la personalità necessaria per mettersi a duettare con sua maestà. Il remix, molto meno elegante dei padroni di casa rende questo improbabile duetto ancora più etereo, ancora più eclettico, ancora più incredibilmente ipnotico. Ed ancora più improbabile.


Royksopp feat. Robyn – The girl and the robot: il mese prossimo denunciammo il primo caso di autoplagio proprio da queste righe, proprio al posto due di questa rubrica. Oggi dobbiamo denunciare l’autoplagio di chi scrive, perché non era mai capitato di citare gli stessi artisti per due mesi consecutivi. Ma i Royksopp hanno deciso di boicottare il primo singolo e partire con il battage sfruttando furbamente la collaborazione con Robyn, un fattore aggiunto per raggiungere il successo, almeno da Berlino in su. Il pezzo è sinceramente meno bello del precedente “Happy up Here” ma è ruffiano all’impossibile. E allora diamo una spinta ai norvegesi, anche se in questo caso forse non ne avevano tanto bisogno.


Yeah Yeah Yeahs – Zero: Karen O sembra Cyndi Lauper. Detto questo, e sapendo di averla sparata abbastanza grossa, ci ritroviamo davanti al pezzo più commerciale della band indie di New York. Di indie si fa sinceramente fatica a parlare in questo caso, a meno non si voglia ricercare una vena “à la Franz Ferdinand”, in cui la ricerca del suono più facile rappresenta più una sfida alla propria essenza che la ricerca della via comoda. Non sono passati poi tanti anni da quella bordata da 2 minuti e 3 secondi che era “Pin”, ma a parte l’enorme carisma della cantante non c’è nessun punto di contatto. E non per tutti è un male.


Agnese Manganaro – mille petali: e così abbiamo piazzato un salentino per rubrica. Qualcosa vorrà pur dire. Anche in questo caso giochiamo in casa, spudoratamente, ma si tratta semplicemente di seguire le intuizioni della Irma Records, di aprire gli occhi e le orecchie, di percepire che abbiamo un piccolo fenomeno in casa e che se ne stanno accorgendo gli addetti ai lavori. Almeno loro. Rendere una star Agnese è una questione di senso di responsabilità nei confronti di un pubblico che ha un disperato bisogno di grandissime voci italiane.

www.myspace.com/agnesemanganaro

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