Archivio | dicembre, 2008

Permettetemi, glielo devo

10 Dic

Parto dal presupposto che, dopo stanotte, ho la conferma che non riuscirò mai a scrivere come la mia donna. Quell’intensità mi appartiene, ma non nella forma scritta. E anche se ce l’avessi, in ogni caso, non riesco (per ora, dopo stanotte sono molto più spronato) a lanciarmi qui.

Per questo, mi limito a tributarle pubblicamente la mia profondissima ammirazione (per usare un eufemismo) per la sua stupefacente capacità di cogliere il senso delle nostre parole, delle mie perplessità, e trasformarle in amore.

Anche da questo punto di vista, sei meglio di me.

Annunci

La mia intervista a Il Genio

10 Dic

il_genio1

Gianluca de Rubertis ride. E’ questa la salvezza di chi lo intervista. Sentirlo ridere. In fondo, per lui, per Alessandra Contini, per Il Genio, è stata un’annata indescrivibile. E così basterebbe leggere i silenzi, le pause, per scorgere una voglia più che comprensibile di non dire. Di non provare a spiegare l’inspiegabile. Noi ci abbiamo comunque provato. E le sue risate ci hanno fatto capire che, anche se magari i giornalisti non sono proprio il massimo della vita, Gianluca è felice e vuole trasmetterlo. Vuole trasmettere l’euforia di chi, forse, dentro di sè, pensa di aver fatto la più grande delle birichinate.

Gianluca, dove eravate tu e Alessandra 12 mesi fa?
Bè, mi fai una domanda difficile: non mi ricordo mica cosa stavo facendo il 9 dicembre 2007…

Io non mi ricordo nemmeno cosa ho fatto avantieri...
Scherzi a parte, ci preparavamo. Eravamo alle prese con la registrazione del disco. Facevamo tutto quello che tutti i gruppi fanno quando incidono un album. Non abbiamo registrato con aspettative particolari. Sapevamo che stavamo facendo un buon disco. E sapevamo che la casa discografica (la Disastro Records, con cui la storica Cramps ha conosciuto una seconda giovinezza, ndr) si aspettava qualcosa di buono da noi.
Quando vi siete resi conto che le cose erano cambiate?
Non c’è stato un momento in particolare, credo sia stato un crescere costante. Di sicuro il video musicale ha fatto la differenza: siamo passati da uno strumento che è ancora piuttosto “underground”, internet, a uno strumento di massa, la televisione. Ecco, è così che abbiamo fatto breccia, abbiamo avuto la visibilità. Poi, è arrivata la Ventura: ci ha chiamato lei, noi non abbiamo fatto niente per farci ospitare, è stata lei in prima persona a cercarci.

Vi siete mai sentiti pop? Vi sentite un gruppo pop?
(lunghissima pausa) Bè, sì. Noi siamo un gruppo pop. In fondo, cos’altro possiamo essere? Guarda, a me sta sul culo tutto. Mi stanno sul culo le definizioni (ride). Non ascolto molto pop,  ma la definzione ci sta tutta.

L’essere pop porta a cose come quella che ho visto oggi: sulla prima pagina di un mensile musicale (suggerimento per i lettori: immaginate una taglia d’abito) c’è scritto: “Oltre Pop Porno: il perverso album de il Genio”.
Davvero?

Davvero. Non pensi sia un’iperbole?
No guarda, non me ne fotte un cazzo. (ride)

Bè, non pensi che sia riduttivo darvi dei perversi? E la musica? Non sparisce così?
Quel titolo lo ha scritto un giornalista, no? E’ tutto ciò che fanno i giornalisti è sempre riduttivo. In ogni caso non me ne frega un cazzo

Ecco, ora mi trovo in una situazione in cui non mi sarei voluto trovare: un giornalista che fa domande a qualcuno che pensa che i giornalisti sono riduttivi.
(ride) No no dai, tranquillo.

Chiudiamo il cerchio: dove sarete tu e Alessandra 12 mesi fa?
No, non ci penso. Non ci voglio pensare. Per quanto mi riguarda, potrei anche giacere nella fredda terra. E potrei stare per decompormi (ride). Davvero, non mi interessa saperlo, non ci penso.

Noi di Coolclub non ci azzarderemo di certo in pronostiici. Ma continuiamo, più o meno silenziosamente, a fare il tifo per loro. A pensare che il Genio meriti una prima pagina di annuario. Sapendo che fra un anno di certo non avremo a che fare con morti viventi. Anzi.

Corse, sgami e vibrazioni

7 Dic

Ho come la sensazione che nemmeno questo piacevole rituale di arrivare al weekend e provare a digerire gli stimoli della settimana e trasformarli in una sorta di punto di arrivo che riesce anche ad essere punto di partenza per la settimana successiva,  possa oramai bastare.

Sì, perchè mi sono ritrovato a fissare lo schermo per dieci minuti a cercare di stabilire da dove iniziare.

Anche questo paradosso è tipico: quando c’è tanto, tanto da dire o tanto da fare, spesso si rimane bloccati a perdere tempo a riordinare le idee.

Potrei raccontarvi di lunedì: 6 ore di treno, 6 di lavoro, 1 e mezza di radio e due di Dr.Why (tra l’altro la peggiore performance della nostra storia, io e Pippo ci siamo imborghesiti e siamo sempre più riluttanti a rischiare. E’ colpa nostra, suggeritrici dell’hinterland)

O di martedì, quando ti hanno detto che anche questo weekend sarebbe stato “sporcato” dagli impegni, e quando hai dovuto prima di tutto badare alla delusione che causavi nella persona che ti ama, prima di poterti preoccupare di quanto ti sentissi fregato tu. E in ogni caso ti sei sentito in colpa come un ladro, anche se sai perfettamente che non è colpa tua. Un sentimento da un lato ingabbiante, dall’altro tremendamente bello, perchè ti sei reso conto che le tue priorità sono cambiate davvero, al di là della frase “le mie priorità sono cambiate” che mi piace ripetere.

O di mercoledì, quando mi son preso lo sgamo più grosso e divertente della mia storia. Col senno di poi, chiaramente. (strano che l’evento-cardine mi abbia preso solo un rigo. Sarà che ci sono cose che il pubblico non deve sapere)

O del giovedì successivo, quando ho lavorato (e presenziato alle riunioni anche con clienti esterni) con un asciugamano sulle gambe, per quanta acqua ero riuscito a portare dentro i miei vestiti. Un giovedì in cui dovevi sbirciare ogni linguaggio del corpo di chi, forse, ti aveva sgamato il giorno prima, e tu pregavi che la tua fosse ritenuta una semplice goliardata. E poi è finita bene, benissimo, come fin troppo spesso accade in questi giorni.

O del venerdì in cui finalmente si è fatto un briciolo di chiarezza sui prossimi mesi (anni?), una chiarezza di cui ho bisogno più per capire quando uscire di casa che per reale cruccio mio. In cui sono intervenuto ad una radio argentina. E così, nella provincia di Buenos Aires, qualcuno ha dovuto ascoltare la mia voce nasale senza lamentarsi poi troppo della cadenza che qui in terra natìa, giustamente, mi rimproverano. E che, se non correggerò, mi impedirà di sfruttare al meglio i miglioramenti nella parlantina di questi mesi.

O del sabato di lavoro full-time (ma proprio full! Ho chiuso Proforma alle 21.30, non prima dell’addictive brunch del Komodo. E’ un’ottima scusa per andare a lavorare pure a inizio weekend), poi coronato dalla mia prima serata danzante in compagnia della donna. Una roba indescrivilmente bella. Un ulteriore segnale fortissimo.

O di questa domenica di sonno un po’ recuperato, ma buono solo a darmi le energie per proiettarmi alla serata, con Sampdoria-Genoa, la partita per me più attesa dell’anno, un’attesa quest’anno fastidiosamente velata di pessimismo. Di questi miei sms mai scritti prima. Di questa domenica di Controfestival, di questo secondo anno di Controfestival.

Ecco, prendiamo il Controfestival ad esempio. Come collante tra la prima e la seconda fase del concetto.

Vedendola così, ti rendi conto che è sbagliato analizzare questi sette giorni con fare modulare. Sarebbe meglio descriverli con una sola idea.

Potentissima.

Più di una volta, questa settimana, mi sono sentito un autentico privilegiato. Sto avendo troppo culo, diciamocelo. Mi sto già preparando a stare meno bene. E in verità non so nemmeno se questo sia l’atteggiamento corretto. Se, piuttosto, non devo fottermene e godermela finchè dura.

Fatto sta che ogni giorno, per un motivo o per un altro, mi son detto che non so se è giusto tutto questo, non so se lo riesco a gestire, non so se me lo merito, non so se lo so spiegare, non so se è fortuna o inizio di raccolto dopo tanto seminato, non so se è una mia attitudine (magari le stesse cose, mesi fa, mi sarebbero sembrate punizioni) o se veramente è cambiato tutto.

Di sicuro ho il privilegio (l’ennesimo!) di vivere il momento dello scatto di questa fotografia che racconta del cambiamento. Un cambiamento fatto di gesti rapidissimi, ma che sto vivendo in una sorta di rallenty. Mi rendo conto di ogni singolo miracolo.

Non so se sono bravo a gratificare chi sta contribuendo a questo orgasmo della vita che oramai dura da mesi.

Noi uomini non siamo abituati ad orgasmi così lunghi e così totalizzanti.

Duni @ Coolclub, Dicembre 2008 – Gennaio 2009

6 Dic

Il giornale in versione integrale: http://www.coolclub.it/public/arretrati/coolclub%20dicembre%202008.pdf

I miei articoli:

Puglia vincente (articolo)

C’è crisi, c’è crisi dappertutto, dicono i musicisti e gli analisti, gli economisti e gli uomini della strada. C’è chi professa ottimismo come stile di vita e spera che questo possa, allo stesso tempo, rappresentare una panacea di tutti i mali. C’è chi ha paura, chi legge i dati e si spaventa, chi suona allarmi mai abbastanza rumorosi per essere recepiti

E c’è la Puglia. Una regione che cresce. Cresce a livello di immagine, grazie anche ad alcune fortunate coincidenze che hanno portato valore alle nostre meraviglie. Il caso Salento è un mix di azioni di marketing e capacità di aver saputo cogliere la “moda” in campo turistico: e così ci ritroviamo ad accogliere più turisti, anno dopo anno, mentre il resto d’Italia langue.

La Puglia cresce a livello economico: i dati sul PIL (+1,8% nel 2007, più della Lombardia, più della media delle regioni del Sud Italia) possono non rappresentare un indicatore incontrovertibile, ma paradossalmente acquistano più valore ora che i meno sono ben più frequenti dei più sulle borse e sui bilanci che al momento della loro pubblicazione. E cresce a livello culturale, dove la cultura non è l’etichetta con cui si tende ad annoverare l’insieme di quelle attività che dilettano un certo tipo di pubblico, solitamente di estrazione sociale medio-alta, ma è l’indicatore di una maturata coscienza artistica e sociale.

C’è il Controfestival, un vero e proprio viaggio che ogni anno la città di Bari percorre all’interno della propria produzione musicale. La formula tradizionale prevedeva 48 ore di concerti ininterrotti, 96 band pronte a darsi il cambio sullo stesso palco, per una rassegna aperta al pubblico, sempre, gratuitamente. Ma quest’anno, alla settima edizione, Controradio (organizzatore dell’evento) ha deciso di cambiare registro, mobilitando il centro cittadino con sette giorni di appuntamenti che riguardano non solo la musica ma anche il cinema e la fotografia. Dal 7 al 13 dicembre, dal Fortino al Cube, con eventi di grande prestigio (Puglia Night Parade in primis), Bari verrà piacevolmente stravolta, i performer potranno metterla ala prova grazie all’interazione con un pubblico ben più vasto ed eterogeneo rispetto alle annate precedenti. (www.myspace.com/controradio)

E’ questo il senso della Puglia vincente: la voglia di provarci. E’ quella che ha spinto Silvio Maselli a prendere le redini di Apulia Film Commission (www.apuliafilmcommission.it), è quella che ha spinto la Regione Puglia a investire fondi pubblici per la promozione del cinema nella nostra regione. E’ la razionalizzazione di un’intuizione: la Puglia vince perché ha più di un vantaggio competitivo, il cinema può diventare il principale strumento perché il resto d’Italia (e non solo) ne siano consapevoli. La Puglia vince perché vincono i pugliesi. Ed è proprio questo il grande segreto di questa istituzione: aggiungere valore, e non solo economico. Da “I Galantuomini” di Edoardo Winspeare, mattatore a Roma, a “Il passato è una terra straniera”, film tratto dall’omonimo libro di Gianrico Carofiglio, passando per l’ultimo lavoro di Lina Wertmuller fino ad arrivare a “Maria non gli piace”, produzione italo-tedesca realizzata proprio nella nostra regione grazie al sovvenzionamento della nostra Film Commission, capace in un anno di ridurre fortemente il gap con l’analoga struttura piemontese. E chissà che non possa ambire al ruolo di migliore Commission d’Italia, magari grazie alla realizzazione (in corso) dei cineporti, veri e propri luoghi di accoglienza per le troupe ed elaborazione per scrittori, sceneggiatori, registi ed attori.

La Puglia vince, e vince anche partite difficili, dove l’avversario è scorretto nella migliore delle ipotesi, subdolo, silenzioso e feroce nella peggiore. La Puglia sa portare centomila persone in piazza per dire no alla criminalità organizzata, come ha fatto il 15 marzo 2008, a Bari, in una manifestazione promossa da Libera, organizzazione guidata da Don Luigi Ciotti e nata proprio allo scopo di sollecitare la società civile sui temi della lotta alle mafie. E lo sa fare perché esistono realtà come ALNRC (Agenzia per la Lotta Non Repressiva alla Criminalità). L’obiettivo di questa struttura del Comune di Bari è costruire una strategia stabile, coerente e sistematica di prevenzione dei fenomeni criminosi attraverso misure che proteggano quelle fasce di popolazione maggiormente esposte al rischio di “cooptazione” da parte dei gruppi mafiosi. ALNRC vince perché coordina assistenti sociali e poliziotti, presidi e magistrati, amministrazione comunale e dirigenti delle carceri.

La Puglia vince perché non ha paura. Forse non vince sempre, forse non tutti saranno d’accordo sul fatto che la Puglia è vincente, ma chissà cosa succederebbe se questi tre esempi diventassero un modello e un’ispirazione per tutti noi.

Malika Ayane (recensione)

malika

Malika Ayane – Malika Ayane

Genere: Pop

Etichetta: Sugar

Voto: 9/10 (4,5/5)

Il mondo del lavoro anglosassone si basa su un concetto: reputazione. Solitamente ci si costruisce la reputazione attraverso le raccomandazioni, ma non nell’accezione italiana, tutta clientelare. Le raccomandazioni di Malika Ayane (malììkaiàn è la pronuncia, e lei ci tiene a sottolinearlo sul suo Myspace), cantante milanese di origine marocchina, studentessa di Conservatorio, già voce alla Scala di Milano si chiamano Paolo Conte, Caterina Caselli, Ferdinando Arnò, Pacifico e Giuliano Sangiorgi. L’Avvocato di Asti si è dichiarato addirittura fan di Malika, sciogliendo per una volta quell’aurea di austerità che da sempre ne fa una sua cifra stilistica e umana; Caterina Caselli è diventata la mammasantissima del pop italiano: se lei sceglie, è legge. E lei ha scelto: Malika è entrata in casa Sugar. Ferdinando Arnò è il nome che forse dice meno di tutti, ma è quello che forse conoscete meglio: quando passa un automobile in tv con una bella base di sottofondo, è quasi sempre merito suo. Pacifico è uno dei musicisti italiani più sottovalutati d’Italia. Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, mutua con Malika l’investitura della Caselli. Queste raccomandazioni non si fermano sulla carta: Paolo Conte scrive “Fandango”, Caselli e Arnò producono, Pacifico collabora in “Sospesa”, che fa capolino nelle radio da qualche mese, Sangiorgi è l’autore di “Perfetta”, il punto più alto dell’album d’esordio. Con tutte queste raccomandazioni, è quasi lapalissiano dire che stiamo parlando del migliore album pop italiano dell’anno. Ma di gran lunga. Anche perché, ok le raccomandazioni, ma lei canta da dio.

Avanti pop – cinque brani di successo che piacciono a Coolclub

Oasis – I’m outta time: secondo singolo da “Dig Out your soul”, settimo album di studio della miglior band del mondo, almeno a detta del suo nuovo leader, Noel Gallagher, capace di spodestare suo fratello Liam a colpi di solidità tecnica e lirica. Ma c’è proprio la firma di quest’ultimo sul brano più beatlesiano, e quindi più oasisiano, del lavoro meno immediato e forse più prescindibile del quartetto di Manchester. Si dice che siano cresciuti, che siano meno arroganti. A febbraio hanno ben 5 date in Italia: avrete voglia di correre il rischio di andarli a vedere, dopo celebri esibizioni durate venti minuti?

Dido – Don’t believe in love: ed eccola qua, dopo 5 anni dal precedente lavoro e dopo 3 di gestazione. E’ tornata Florian Cloud de Bounevialle Armstrong (ora capisco perché ha scelto un nome d’arte da quattro lettere…), dopo che i suoi brani sono stati tirati a lucido da Brian Eno, ?uestlove (The Roots), suo fratello Rollo (Faithless). E’ tornata Dido, bionda, eterea, britannica come sempre, con un brano furbetto e un ritornello uptempo, per lo meno rispetto al suo solito. Un singolo strategico, buono per le radio ma che lascia la porta socchiusa per qualche esule dalla musica commerciale, tentato ad avventurarsi in “Safe trip home”, il tormentato nuovo album.

The Killers – Human: non prendiamoci in giro, questa “Human” è una delle canzoni più trash della storia del sedicente alternative rock. La band di Las Vegas suona come i Pet Shop Boys reduci da un corso di aggiornamento a casa Scissor Sisters (Brandon Flawers, il leader, mi abbuona i Pet ma li accosta a Johnny Cash tra le sue ispirazioni del periodo: i lettori, ne sono certo, non si bevono questa storia). Non vorremmo mai aspettarci una roba synth-pop da sedicenti quasi-metallari. Eppure, tutti a ballare: la canzone è perfetta nel senso chimico della parola. E’ praticamente impossibile trovarla sgradevole. Anche per chi non è abituato a sedicenti gruppi musicali ed è più avvezzo alla musica da club.

The Rascals – I’ll give you sympathy: prendi gli Arctic Monkeys, innalzali a tuo personale punto di riferimento, diventa il leader di una formazione talentuosa, fatti amico il leader delle Scimmie, crea con lui un duo (i Last Shadow Puppets), fatti accompagnare da un’orchestra di settanta elementi durante i live. E, da-dan, non avrai bisogno di investire una sterlina per la promozione del tuo primo album. Complimenti a Miles Kane, che probabilmente non avrà premeditato ogni singola mossa di questa fantasiosa ricostruzione, ma che ha sicuramente tratto giovamento dalle sue frequentazioni. Se solo fosse nato prima degli Arctic, avremo gridato al miracolo. Invece, ci accontentiamo di un eccellente falso d’autore.

Jason Mraz – Make it Mine – “I’m yours” era quello che un certo tipo di pubblico cerca d’estate per farsi cullare, con la scusa che è una canzone un po’ meno gradita dalle grandi masse. E’ la storia dei tormentoni intelligenti (chi non ricorda l’incredibile ovazione per “My friend” dei Groove Armada?). Era il primo singolo di Jason Mraz, cantante originario della Virginia, che con questa eccellente “Make it mine” dimostra di non essere solo fuffa attraverso un improbabile mix tra surf-pop e french touch. Biarritz music.

Dammi una spinta – cinque artisti che ascolteremo in radio. Forse

Monkey – Monkey Bee: loro non hanno molto bisogno di spinte. Stiamo parlando di Damon Albarn, un genio assoluto, capace di saltellare tra i Blur e i percussionisti del Mali fino a cambiare le regole del pop contemporaneo con il progetto Gorillaz, e Jamie Howlett, che a quel cambiamento di regole ha pesantemente contribuito disegnando una band. Ma disegnandola nel vero senso della parola: chi ha mai visto i veri volti dei Gorillaz, in fondo? Le premesse spiegano già tutto: i due, evidentemente annoiati dal logorio della vita moderna, decidono di riscrivere una novella cinese del sedicesimo secolo e tirar fuori uno spettacolo teatrale ed un album. Rigorosamente in cinese. La BBC decide di lanciarli per gli spot olimpici. Sì, vogliono cambiare un’altra volta le regole del pop contemporaneo.

Black Mountain – Wucan: ci vuole coraggio a chiamare un album “In the future” e lanciarlo con un brano inedito dei Doors. In verità non c’è niente di male nella filologia spinta, quando i livelli della produzione musicale sono così alti: la critica musicale si è spesa per incensare il quintetto canadese protagonista della scena prog del loro paese e noi non possiamo che accodarci e sognare un mondo migliore in cui brani da sei minuti ed un secondo possano trovare cittadinanza in una qualsiasi radio, in barba a tutte le regole, solo perché belli. Estremamente belli.

Milez Benjiman – chop that wood: quando decidi di affidarti a bassi così potenti, o sei un visionario o un pazzo. Potete immaginare quale teoria sposare: il funk del futuro è anche qua, in questo ragazzotto di Chicago che non disdegna affatto l’elettronica ma che anzi, affida ai sintetizzatori la pesante eredità della Motown nel suo percorso artistico. Questa è la vera scommessa del mese: solo 25000 visite sul suo Myspace, nemmeno una paginetta su Wikipedia. Se volete provare a fare i fighi con gli amici, segnatevi questo nome. Nella peggiore delle ipotesi, se ne dimenticheranno.

Red Snapper – the sleepless: scoperti dalla Warp 15 anni fa, che li accolse in scuderia nonostante fossero “an unusual feature” (e questo potrebbe già bastare a capire il perché della segnalazione) i Red Snapper sono un trio che dopo 8 anni di assenza (di cui sei di incomunicabilità tra i componenti) ha deciso di tornare col botto. “Pale Blue Dot”, è questo il titolo del loro album, è l’orgoglioso ritorno al trip-hop delle origini. Un genere morto senza alcuna ragione, che oggi ritorna con forme ortodosse (come questa) o meticce, come il dubstep. Una testimonianza, appunto, di un mai sopito amore degli appassionati di quel genere per le sonorità scure, terrifiche e contemporaneamente caldissime. La loro attesa è stata decisamente premiata.

Daelle – the real flow: Napoli vuole dire la sua sul new-soul, sul cantautorato jazz. E decide che Daelle è l’ambasciatrice giusta. Cresciuta negli ambienti hip-hop del capoluogo campano ed ora approdata verso lidi più sicuri e artisticamente solidi, “The real flow” è l’unica produzione in lingua italiana del suo repertorio in divenire e, sarà per una certa passione per l’esotico al contrario (almeno in questi casi, ovvero quando le sonorità sono molto poco italiane), è decisamente la sua miglior canzone. Scoperta da Alessio Bertallot (Radio Deejay), uno che ha lanciato Amalia Grè nell’immaginario collettivo della musica italiana, Daelle, da brava partenopea, agiterà i suoi portafortuna ogni giorno. E dopo questa rubrica, ne dovrà agitare ancora un altro.

Va bene che le note sono sette, però…

6 Dic

Joe Satriani – if i could fly

Coldplay – Viva la Vida

Concentratevi, in particolare, sul riff di chitarra.

L’evoluzione della specie

5 Dic

Erano mesi che puntavo al grande passo. Ed è arrivato così, inaspettato, in un venerdì di dicembre in cui in teoria dovrei stare a lavorare e in realtà, complice un documento word che non si trovava, ho fatto il grande passo.

Vedremo se l’ergonomia di WordPress mi indurrà a cazzate ben più corpose del caro, vecchio, amato blogspot.

Per ora, non ci ho capito moltissimo. Vorrei però che la mia barra destra tornasse piena di schifezze. Per il resto, ho scelto il template più semplice del mondo, non voglio complicazioni che non siano legate al mio eloquio ermetico.

(Google, ti ho tradito, è vero.)