Zero giorni di ferie dal 24 agosto 2012. Zero giorni di malattia. Trenta weekend su 52 con almeno un giorno di lavoro pieno. Questa è la mia annata. Deve ancora finire. Mancano 48 ore. Poi sarà vacanza, ma non lo sarà fino in fondo, perché c’è da lavorare. E non ci si lamenta se c’è da lavorare. Ho già portato 9 libri in villa. Per studiare. Per prepararmi all’anno prossimo, che sarà uguale a questo, almeno dal punto di vista dell’intensità. Anche se mi ero ripromesso di non rifare più gli sforzi che ho fatto questa volta. Perché nessuno ce la può fare, a lungo, su questi ritmi.
A inizio stagione avevo un piccolo sogno enorme: confermare ciò che avevo. Restare fermo, mentre l’Italia arretra. Sarebbe stato un grande risultato. Le cose invece sono andate meglio del previsto. Ci sono stati lunghi mesi di lavoro senza gratificazioni visibili, ma poi le cose sono arrivate e sono arrivate una dietro l’altra. Scrivere sulla carta stampata dopo che avevo perso ogni speranza di essere sufficientemente bravo per farlo. Il Festival di Sanremo con Daniele. Gli Stati Uniti. L’incredibile vittoria di Debora in Friuli Venezia Giulia. Il Guardian.
Nel frattempo sono cresciuto. Ed è in questo segmento, non nella noiosa vita lavorativa (quanto mi rompe le palle parlare del mio lavoro…ma come fate ad interessarvi? Ditemi che sono domande di circostanza. E smettete di farle se sono di circostanza. Vi voglio bene uguale) che incontro le mie principali soddisfazioni. Vorrei provare a raccontarvele. Forse ciò che vi scrivo vi suonerà paternalistico, ma provate a perdonarmi. Scrivere è un atto di egoismo. Nel mio caso specifico, scrivere pubblicamente, condividere i miei limiti, è un’alternativa a costo zero alla psicoanalisi. Scrivo perché sto molto meglio con me stesso quando lo faccio. Ma forse ve l’avevo già detto.
Sono cresciuto (non so dirvi se sono migliorato, io mi sento migliorato) prima di tutto perché mi sono stancato. Se potete, stancatevi, fino a farvi venire i giramenti di testa. Non risparmiate neanche una goccia di energia. Quando sarete così stanchi e sfibrati da non avere neanche la forza di parlare, vi si aprirà un mondo. Il mondo delle vostre priorità vere, il mondo di quelle cose a cui non potreste rinunciare neanche quando non avete la forza di prounciarle. Un paio di anni fa mi sono autoimposto un crollo del consumo di caffeina: da cinque a due caffè. Perché volevo stare rincoglionito tutto il giorno, tutti i giorni. Insieme ai miei limiti. L’unica deroga è la Red Bull quando torno a casa di notte e ho più di 100 km di strada da fare, e soprattutto quando ho gente in macchina con me. Perché la vita degli altri è sempre troppo più importante.
Io ho iniziato a decidere che nella vita volevo stancarmi fino a crepare dal sonno quando mi sono reso conto che non credevo né in Dio né nella reincarnazione. Ho solo questa vita, ho solo una vita. Non ho né alibi né consolazioni. Ed è per questo che la vivo, finché c’è, provando a dare tutto. Perché se morissi mi girerebbero un po’ i coglioni. Se morissi senza aver fatto tutto ciò che ho potuto e voluto fare, i coglioni mi girerebbero ancor di più. Non credo molto alle robe tipo che bisogna vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, perché nessuno accarezza la pianificazione della morte (da sano) con quel cinismo, ma andare a dormire stracolmo di sonno e senza rimpianti è un ottimo modo per raggiungere la serenità. Se potete, vivete la vostra vita pensando che è la vostra prima e ultima occasione, e che non usarla come si deve non è una grande idea.
Nel frattempo sono riuscito a fare un importante salto in avanti nella mia vita professionale. Non sono più (solo) il Dino Amenduni che lavora per il politico X, come è accaduto negli ultimi cinque anni della mia vita. Sono Dino Amenduni e basta. Con tutti i miei difetti: burbero, superbo, permaloso, freddo, disordinato, ritardatario alle partite di calcetto. E potrei continuare all’infinito. Essere una persona senza complementi di specificazione è un traguardo fantastico. E, devo dire, l’ho raggiunto ancor prima di quanto potessi immaginare. E l’ho raggiunto riuscendo a uscire da una fase irripetibile della mia vita ed entrandone in un’altra profondamente diversa, senza che la cosa pesasse molto a me né (spero) agli altri. Se potete, liberatevi al più presto degli appellativi e dei complementi. Questo non vuol dire diventare lupi individualisti. Al contrario: lavorare in squadra non è mai stato così bello per me. Ma liberatevi dalle appartenenze e dagli stereotipi, prima di tutto i vostri stereotipi su voi stessi, e vi sentirete come dopo aver posato uno zaino pieno di pietre a terra, coscienti che non dovrete portarvelo mai più in spalla.
Per chiudere, ma è la cosa più importante: sono finalmente uscito dal tunnel di una delle poche dipendenze gravi che avevo: la necessità di approvazione sociale. Certo, le ricadute sono sempre dietro l’angolo, ma per ora non ho crisi di astinenza e la cosa mi far star bene di per sé. Il giorno in cui mollerete e mollerete perché vi renderete conto che a qualcuno si sta sempre e per forza sul cazzo, a prescindere da ciò che si è, si fa, si dice o si prova a essere, a fare o a dire, sarà il giorno in cui smetterete di cercare di essere qualcuno o qualcosa che non siete (pur di piacere agli altri), vi troverete da soli coi vostri limiti, le vostre bellezze e le vostre cicatrici, e vi basterete. Ma soprattutto, avrete posato per terra un altro zaino di pietre, ancora più pesante di quello di prima. Se potete, provate a fare le cose che servono per piacere a voi stessi. E arrendetevi. A qualcuno starete antipatici, qualcun altro proverà a rovinarvi la vita. E voi non potrete fare niente per impedirglielo.
Ma sai quanta gente parla male di me ogni giorno? E ch’avessa fa, camminare col machete? Parlano le storie personali, sempre. (Ciro Pellegrino)
Ho molti meno amici di un anno fa. Ho anche molti meno conoscenti di un anno fa. Ho il mio buon 50% di responsabilità (almeno) se ciò è avvenuto. Ma non mi sento più solo. Molte di quelle persone non mi mancano, alcune le rivorrei indietro, alcune le ho perse senza neanche che me ne rendessi conto. Se potete, abituatevi all’idea che le persone importanti nella vostra vita sono tre, quattro, cinque. E che non necessariamente vi saranno accanto per tutta la vita. Tutto il resto è un contorno di mozzarelline nell’aperitivo. E vale anche per gli altri nei vostri confronti. Per il 99% delle persone che conoscete, siete solo una mozzarella. Se potete, non vi pensate più furbi di chi vi sta intorno. Gli stessi pensieri di merda che potete fare sul prossimo riguarderanno voi, negli occhi e nella testa di qualcuno. Per cui, se potete, iniziare a parlare e a pensare meno male degli altri. Magari così potrete anche illudervi che la gente non parli (male) di voi, e vivrete certamente meglio.
Sono le 23.45 e sono ancora in ufficio. Zero di ferie. Zero di malattia. 9 libri con me in campagna. E il fidato Mac, per essere sempre reperibile come i medici, ma con un centesimo della loro responsabilità e del loro valore. Domattina mi devo svegliare alle 6. Appena trovo un letto lo sfondo. L’insonnia è l’ultima rottura di palle che penso di poter trovare sulla mia strada. Se mai la troverò.
È stato un buon anno. L’anno prossimo sarà duro almeno come quello trascorso. L’estate scorsa cercavo ordine dalle ferie. Ordine mentale. Perché non riuscivo a immaginare tutti i casini e il lavoro che poi effettivamente è arrivato. Questa volta so già che sarò in campagna elettorale (meglio se al plurale) dal 2 settembre 2013 (anzi, ci sono già ora, per la prossima stagione) fino all’8 giugno 2014. Sono 275 giorni circa. Fra tre settimane vi dico se l’estate mi ha portato consiglio. O, se più semplicemente, mi ha portato sorrisi e ore di sonno. Prima di tornare a rincoglionirsi.
Vi auguro la felicità.
Ad ogni modo. C’è mozzarella e mozzarella. (Grazie.) :)
Quali sono i tuoi libri dell’estate?
Condivido appieno due frasi …”E non ci si lamenta se c’è da lavorare” e “Non risparmiate neanche una goccia di energia”…ad maiora semper e buona felicità anche a te.