Archive | aprile, 2009

Effetto Radiohead: il costo zero fa venir voglia di spendere

4 Apr

Il mondo indie ha un’occasione irripetibile. La coda lunga, ovvero quella teoria economica che spiega che nel mondo dei beni immateriali (Internet, in particolare), i costi di produzione e distribuzione di prodotti e servizi ha costi tendenti allo zero apre uno scenario ancora incompreso dal mercato discografico mondiale.
Non a caso, è stato un gruppo a consegnare il vaso di Pandora al mercato musicale. Non a caso, l’idea è cresciuta subito dopo la furibonda litigata tra Radiohead ed EMI che ha portato alla rescissione del contratto. Rimasti soli e con un album pronto tra le mani, hanno deciso di mettersi alla prova. E già che c’erano, hanno messo alla prova anche i nervi di molti amministratori delegati.
Hanno creato un sito internet, http://www.inrainbows.com, su cui hanno messo a disposizione il loro ultimo album. Tutti i brani, scaricabili legalmente. Il prezzo? Lo hanno fatto decidere agli utenti. Si poteva pagare  10, 20€, 70 centesimi, nulla. E’ stato l’utente a dare un peso all’intangibile. Si è tornati al rapporto diretto tra musicisti e appassionati. Chi ha deciso di pagare ha messo i soldini nelle tasche dei Radiohead, e solo a loro. Nessun’azienda che produce cd, nessuna casa discografica, nessuno spazio pubblicitario, nessun volantino. Ma soprattutto, il quartetto di Oxford ha deciso di non farsi proteggere da nessuna macchina pubblicitaria.
Quanto hanno raccolto? 2,75€ ad album. Un settimo del prezzo di un cd. Un disastro? Affatto. La vendita di un cd musicale porta in media 2,3€ nelle casse degli artisti. 17€ e 70 centesimi arricchiscono aziende in cui il compratore non aveva deciso di investire. I Radiohead hanno quindi inventato un’operazione economica per loro stessi e per i loro fan. E il rapporto fiduciario è cresciuto. E la prossima volta, chissà, la musica dei Radiohead avrà un valore ancora maggiore.
E gli italiani? Truffatori, scaricatori a tradimento su eMule, consumatori a scrocco? Il primo mercato mondiale. 800mila € spesi. Il motivo? Di sicuro, non è solo una questione di smisurata ammirazione per Thom Yorke.
L’Italia è un mercato dove la qualità premia, ma premia anche la relazione personale.

L’Italia ha espresso il suo verdetto su come deve essere il mercato musicale. Le case discografiche sono avvisate. E l’avviso è semplice: i gruppi possono sfondare senza il bisogno dell’aiuto di nessuno.

dammi una spinta – aprile

4 Apr

La Roux – in for the kill (Skream rmx) : era il 2 gennaio 2009 e NME già si affrettava nel parlare di sicura prossima star raccontando di La Roux, duo composto da Elly Jackson e Ben Langmaid, il quale ha gentilmente prestato il palco a Skream, uno dei 3 o 4 carbonari che hanno messo su il dubstep, l’unico elemento di discontinuità che la musica mondiale ha saputo proporre a se stessa negli ultimi 2 anni. La Roux continua a non entrare nemmeno nella top 10 in Inghilterra, in Italia sarà molto difficile sentirla, ma qui c’era chi ci aveva visto giusto: qui sforiamo il capolavoro postmoderno.


Bjork feat. Antony and the Johnsons – dull flame of desire (modeselektor rmx): non è tanto la trasformazione di Bjork, l’ennesima, per certi versi anche meno estrema di alcune sue invenzioni indigene (e quando dico indigene dico indigene: ve lo ricordate il video di “Triumph of the Heart? Baciava il suo gatto dopo che un pub di Reykjavik si scatenava una jam session), quanto la trasfigurazione di Antony, uno dei pochissimi artisti che può vantare la personalità necessaria per mettersi a duettare con sua maestà. Il remix, molto meno elegante dei padroni di casa rende questo improbabile duetto ancora più etereo, ancora più eclettico, ancora più incredibilmente ipnotico. Ed ancora più improbabile.


Royksopp feat. Robyn – The girl and the robot: il mese prossimo denunciammo il primo caso di autoplagio proprio da queste righe, proprio al posto due di questa rubrica. Oggi dobbiamo denunciare l’autoplagio di chi scrive, perché non era mai capitato di citare gli stessi artisti per due mesi consecutivi. Ma i Royksopp hanno deciso di boicottare il primo singolo e partire con il battage sfruttando furbamente la collaborazione con Robyn, un fattore aggiunto per raggiungere il successo, almeno da Berlino in su. Il pezzo è sinceramente meno bello del precedente “Happy up Here” ma è ruffiano all’impossibile. E allora diamo una spinta ai norvegesi, anche se in questo caso forse non ne avevano tanto bisogno.


Yeah Yeah Yeahs – Zero: Karen O sembra Cyndi Lauper. Detto questo, e sapendo di averla sparata abbastanza grossa, ci ritroviamo davanti al pezzo più commerciale della band indie di New York. Di indie si fa sinceramente fatica a parlare in questo caso, a meno non si voglia ricercare una vena “à la Franz Ferdinand”, in cui la ricerca del suono più facile rappresenta più una sfida alla propria essenza che la ricerca della via comoda. Non sono passati poi tanti anni da quella bordata da 2 minuti e 3 secondi che era “Pin”, ma a parte l’enorme carisma della cantante non c’è nessun punto di contatto. E non per tutti è un male.


Agnese Manganaro – mille petali: e così abbiamo piazzato un salentino per rubrica. Qualcosa vorrà pur dire. Anche in questo caso giochiamo in casa, spudoratamente, ma si tratta semplicemente di seguire le intuizioni della Irma Records, di aprire gli occhi e le orecchie, di percepire che abbiamo un piccolo fenomeno in casa e che se ne stanno accorgendo gli addetti ai lavori. Almeno loro. Rendere una star Agnese è una questione di senso di responsabilità nei confronti di un pubblico che ha un disperato bisogno di grandissime voci italiane.

www.myspace.com/agnesemanganaro

avanti pop – aprile

4 Apr

Bat For Lashes – Daniel: Natasha Khan ha aperto I concerti dei Radiohead la scorsa estate. Moltissimi non sapevano nemmeno chi fossero i Bat for Lashes, e almeno altrettanti non lo sanno tuttora. Ma gli appassionati di musica un po’ sgamati avevano già fatto una buona associazione mentale e avevano intuito che Thom Yorke stava pontificando. Synth-pop in verità non troppo originale, ma sapientemente miscelato con un po’ di glocalismo: i suoni orientaleggianti non sono solo un orpello, ma il tributo che Natasha Khan, di etnia pashtun, fa a se stessa.


Melanie Fiona – Give it to me right: viene dal Canada, ha origini sudamericane. Non si sa molto altro: facendo una ricerca su Internet sulla sua biografia si trova veramente poco, e per’altro in Italiano, il che vuol dire che ha fatto successo solo da noi. Alla quarta pagina arriva la sua pagina Myspace. Cerco sul suo lettore musicale, e il singolo non c’è. Il mistero si infittisce. Scendo ancora, scopro che in Inghilterra suona in arene da 15000 persone. Continuo a scendere: ha vinto un premio reggae. Parte il player automatico, è bravissima. Continuo a non capire. Ecco. Ha firmato per la Motown. Hanno deciso di rinascere. E hanno scelto una splendida voce. Ma il marketing non è nelle loro corde.


Franz Ferdinand – No you girls: dopo “Ulysses” qualcuno si sarà sentito male e avrà scritto tanti messaggi su Myspace. E allora i Franz scelgono un secondo singolo rassicurante in un album che rassicurante non lo è affatto, tanta è la quantità di sperimentazione e di divertissement pop. Dicono che i loro concerti italiani siano stati belli, quanto sadicamente corti. Alex Kapranos scrive di cucina su Internazionale. I White Lies, che ora si fanno belli in Italia, sembrano poco più di una loro cover band: non pensate che siano tra i padroni del mondo musicale, seppur in perenne stato di understament?


Dente – vieni a vivere: è andato a “Deejay chiama Italia”. Fino all’apparizione radiofonica era nell’altra rubrica, quella che trovi se giri la pagina. Ma quando Linus decide c’è poco da fare, non c’è niente da suggerire: Il ragazzo ha sfondato. Ora è poco più di un dettaglio il fatto che ci abbia messo 33 anni per andare sulle radio nazionali. Lui che non ha mai avuto niente da invidiare a nessuno, lui che è schivo e per questo affascinante come molti altri nostri cantautori. Però scrivono molto meglio. Per fortuna (sua, e questa volta anche nostra) è stato incrociato da qualcuno che ha soldi da spendere e uffici stampa da scatenare. E per fortuna, sua, nostra e chi ci ha investito, Linus ha deciso.

Il Genio – non è possibile: noi di Coolclub continuiamo a mettere le bandiere sui nuovi territori conquistati da Alessandra e Gianluca. Nella nostra umilità un po’ nerd e un po’ snob, possiamo dire che siamo stati tra i primi a parlarne, che abbiamo esultato per “Pop Porno”, anche perché con quella canzone hanno fregato tutti. Ora scelgono un pezzo ancora più paraculo e quindi ancora più affascinante. Video a Milano, cavalcano tutti i clichè frettolosamente messi a punto per raccontare un fenomeno pop. E continuano a giocare con il mondo della musica.