Archivio | gennaio, 2009

venticinque sbarrato

30 Gen

25. Non ho mai amato le catene di Sant’Antonio. In linea teorica mi spetterebbero due vite senza scopare, quattro senza amici, pestilenze e inondazioni per tutto ciò che non ho girato via sms. Con le mail poi, non ne parliamo.

24. Per questo ho deciso di utilizzare uno strumento ibrido, ovvero il gioco senza tag. Perchè sta cosa dei 25 mi piaceva, ma non si può dire.

23. La scrivo dall’ufficio di Via Re David, che chiuderò per l’ennesima volta. Così come la aprirò spesso.

22. Via Re David, appunto. Dino lavora tra le 10 e le 12 ore al giorno, sei giorni su sette. E non tende a lamentarsi.

21. Amo scrivere.

20. Per questo, non do molto peso alle parole.

19. O meglio, do moltissimo peso alle parole, ma solo se sono coerenti a tutto il resto. Altrimenti stridono, infastidiscono.

18. Ho moltissimi difetti, che cerco di combattere rendendoli pubblici. Così, come se li sfidassi.

17. Li rendo pubblici scrivendoli qui, su questo blog, che spesso ha assistito a flussi di coscienza e ad outing spacciati per egotismo. Spesso da persone che non hanno mai scritto su un blog e sopratutto non hanno mai ammesso di avere dei limiti.

16. Non sono bello, e questo è un bene.

15. Sono innamorato, e questo è un bene.

14. Sto mettendo insieme 100 persone di età inferiore ai 30 anni. Obiettivi: 1. prendere in mano Bari, davvero; 2. “fare la migliore campagna elettorale della storia d’Italia” (l’ha detto oggi un ciccione ad una riunione. Quel ciccione, che non è Roccia, di solito è ipercritico)

13. Roccia è ipercritico anche più del ciccione ipercritico.

12. I miei amici si contano sulle dita di una mano, e questo è un bene.

11. I miei nemici hanno contabilità indefinita. E in ogni caso credo sia io loro nemico più che il viceversa, a me odiare non viene troppo bene.

10. Al massimo mi vien bene l’indifferenza. Do tutto alle persone, e lo faccio con pazienza. Fino a un punto di rottura. Quando lo supero, non riesco più a perdonare e tornare indietro.

9. Sono cinico.

8. Sono idealista.

7. Anche se dal punto 9 e dal punto 8 non si direbbe, inizio sempre meno frasi con “sono” e con io”. Inoltre, mi rendo conto che le frasi al punto 9 e al punto 8 sono (terza persona plurale) apparentemente ossimoriche.

6. Ho fiducia nelle persone, nella razza umana.

5. Ho sfiducia in alcune persone, che spesso rovinano il processo creativo che mi fa sperare in cose come quelle della frase numero 6.

4. La mia ragazza si chiama Maruzza, Maria Lucia all’anagrafe. Io mi chiamo Dino, Berardino all’anagrafe. Istintivamente, mi viene da pensare alla parola “prete” (che faccia farebbe?) e alla parola “figlio” (che cazzo di nome finirebbe per avere?)

3. Sono agnostico. Il prete se la prenderà?

2. Sono molto più agnostico da quando ho perso mio cugino, due anni fa. Si è suicidato per amore, a 18 anni. Si è impiccato. Qualcuno mi spiegherà cosa c’entra Dio, Gesù e questi succedanei dell’autocoscienza, con l’uomo.

1. Ho perso mio cugino. Uccidendosi mi, ci ha insegnato tre cose. 1. non lamentarsi mai, perchè c’è sempre qualcuno che sta peggio di te; 2. dai sempre il massimo nella vita, perchè solo così non avrai rimpianti; 3. non dipendere mai da niente e da nessuno.

Radio Emilab: i want more

30 Gen

Faithless – i want more

gettone, missione fallita

28 Gen

ore 20.00

JET, per disperazione, si fermava in località Pizzeria PROVOLINA e ordinava una pizza Stracciatella e una Peroni piccola..

Antropologia, ergonomia, autonomia

25 Gen

Antropologia

disciplina che studia l’uomo nei suoi aspetti fisico-organici e razziali (antropologia fisica) o, in stretta correlazione con le scienze umane, le caratteristiche culturali dei vari gruppi (antropologia culturale) | antropologia criminale, scienza medica che studia i tratti somatici e le anomalie fisiche e psichiche che caratterizzano i criminali | antropologia filosofica, studio e descrizione dei tratti essenziali che definiscono la vita e il comportamento umano.

Da martedì mattina ho un nuovo lavoro. Potrei dire che ho una nuova versione di un lavoro che avevo già iniziato circa 3 mesi fa, ma non sarebbe vero. La differenza è qualitativa, oltre che quantitativa.

Mi sono, ci siamo trasferiti in un nuovo palazzo, in un nuovo ufficio, tutto nostro; in un piano di uno stabile, tutto nostro. Le chiavi, la saracinesca, le luci, il pc, il caffè portato da Gino il barista, i fogli attaccati ai muri. Tutto è diverso.

Nella prima settimana del nuovo vecchio lavoro, la cosa che mi ha più affascinato è la formalizzazione di uno status. Sì, sono un capo ora. I rapporti umani con i miei colleghi (ah, che cacata definirli così: ma è vero, sono colleghi), seppur vincolati da rapporti di stima e in alcuni casi di amicizia, dovranno essere ora regolati (anche) da ragionamenti verticali. Io dico, loro fanno. Io delego, loro eseguono.

A dirlo, a scriverlo, a rileggerlo, mi fa paura. Cazzo, ho 24 anni. Non so manco se so starci, in un gruppo di lavoro. Se lo so creare, un gruppo di lavoro. E qua invece mi devo sbrigare a imparare a fare il capo. A fare il leader, che è molto più difficile. Non a caso, la psicologia del lavoro si interroga da decenni su chi è un buon leader, se leader si nasce e si diventa, se capo e leader sono la stessa cosa.

Ecco, io sono felicissimo dei miei studi, ma in questo caso mi regalano solo paranoie supplementari.

Non basta guidare un gruppo, nel nostro caso. Bisogna saper capire le persone, le loro emozioni, diffidenze, paure, stanchezze, bisogni. Sapere quando puoi lasciarli tranquilli e quando, proprio no, bisogna essere impopolari, cattivi. Come una medicina necessaria.

Bisogna essere bravi capi, ma mai dimenticare che qua ci sono dei rapporti personali, dei legami profondi, che valgono di più, molto di più, del lavoro. Difficile, difficilissimo.

Ergonomia

scienza che studia il rapporto uomo-macchina-ambiente per ottenere il migliore mutuo adattamento.

Il nostro nuovo ufficio è abbastanza costipato. Questo è l’unico difetto. E’ in fondo alla struttura, ancora in divenire. Ci sono tavoloni vecchi che aspettano di essere fatti volare. Per il resto è tutto molto bello.

Ho una scrivania grande e già disordinata, e non poteva essere diversamente. Il pc è veloce, forse anche più veloce di quello da cui vi sto scrivendo. Ho messo Skype per le conference call, ho tutto quello che serve. Fra un po’ arriva il server e così sembreremo un gruppo davvero figo, che mette i propri documenti in condivisione e se li passa da una parte all’altra. Ogni luogo ha una sua storia, e credo che lì riuscirò a lavorare molto bene.

Ho Lino di fronte, Gettone è un po’ il libero, Vittorio e Gemma di là. A pensare che siamo un laboratorio di ricerca, quasi mi vien da sorridere.

Autonomia:

1 il governarsi da sé, sulla base di leggi proprie, liberamente sancite: l’autonomia dei popoli, degli stati ‘ (filos.) in Kant, capacità della ragione di darsi da sé stessa la legge morale (si contrappone a eteronomia) | (dir.) facoltà di autogoverno riconosciuta dallo stato agli enti amministrativi territoriali (regioni, province, comuni) in materie di interesse specifico delle comunità amministrate
2 indipendenza, libertà di pensare, d’agire
3 tendenza politica di estrema sinistra, sorta in Italia negli anni ’70, che negava radicalmente le istituzioni politico-sociali tradizionali:
l’area di autonomia
4 detto di macchine, motori, mezzi di trasporto, la durata di funzionamento (o la distanza da loro percorribile) senza essere riforniti d’energia, di carburante o di combustibile:
l’autonomia di volo di un aeroplano.

Devo aprire anche la saracinesca. Non è oliata, è durissima. Ogni volta che ci provo ho paura che mi venga un’ernia. Dovrei anche mettere quella lastra di ferro anti-pioggia, fondamentale visto che il centro connessione, da quanto ci ha detto lu tecnicu (è di San Vito dei Normanni, non sono io che sono razzista),  è sensibile all’umidità.

Sì, siamo un gruppo di lavoro coi reumatismi.

Però, vuoi mettere. Apri quando vuoi, chiudi quando vuoi, mangi quando vuoi, vai in pausa caffè quando vuoi. E quanto vuoi. Gli orari li fai tu, i tempi anche. Il luogo dove stare pure. E’ casa tua, più casa tua di casa tua. Puoi passare l’intera giornata a lavorare con la tua donna, se non ti fissano riunioni. Manca solo qualche sgamo di quelli che piacciono a me.  Ma anche in quel caso, “il capo sono io”.

E proprio per questo, posso fare una figura di merda ancora più gloriosa. Non vedo l’ora.

Il colpaccio

24 Gen

Non credo riuscirò mai ad apprezzarlo, ma scommettiamo che con questa raggiunge la consacrazione definitiva?

Il fatto che mi faccia venire in mente Vasco Rossi non è affatto positivo.

Apatia?

23 Gen

I giovani non soffrono di assenza di interesse,

ma di impossibilità all’accesso.

Justin Rockfeller (http://www.generationengage.org/index.php)

prime frasi dal nuovo mondo

20 Gen

Le persone infelici valutano continuamente gli altri, le persone felici valutano continuamente se stessi.

(Fabio Volo, o qualcosa del genere)

Bevo per rendere più interessanti gli altri.

(George John Nathan)

Mi piacerebbe vivere in Inghilterra, a Manchester. Il passaggio da Manchester alla morte sarebbe inavvertibile.

(Mark Twain)

Antony and the Johnsons – The Crying Light

19 Gen
Antony and the Johnsons - the crying light

Antony and the Johnsons - the crying light

Antony and the Johnsons – The Crying Light
Etichetta: Rough Trade
Genere: Pop, classica
Voto: 7/10

Now I cry for daylight
Daylight and the sun
Now I cry for daylight
Daylight everyone
Daylight in my heart
Daylight in the trees
Daylight kissing everything

Tagliamo la testa al toro. I giornali vi diranno che è l’album dell’anno, o vi diranno che Antony Hegarty è l’artista dell’anno, con le sue liriche struggenti, la sua sensibilità fuori dal comune, il suo corpo che non lo rappresenta e lo mette in crisi, la sua sessualità ingabbiata. E’ tutto vero ciò che avrete letto, tranne il fatto che queste siano notizie fresche fresche. “The Crying Light” non è un album indimenticabile, non è soprattutto il miglior lavoro di questa non-formazione (i the Johnsons sono “solo” un’adorabile prosecuzione del nome da solista). Andatevi a sentire “I’m a bird now”, appicicateci la psicologia spicciola del critico a cui hanno dato la soffiata e sarete più o meno di attualità. Antony non è l’artista dell’anno, ma è uno dei migliori della sua, della nostra generazione. Sa cantare, e lo sa fare benissimo. Sa scrivere, e non ha mai abbassato la qualità dei suoi testi (melensi? Melodrammatici? Paranoici? Embè?). In questo “The Crying light” marcia, forse un po’ troppo, sui suoi stessi clichè, varia un po’ troppo poco e quando lo fa tocca le punte migliori dell’album (la performance di un capolavoro come “Daylight and the sun” varrebbe un intero concerto). Insomma, preparatevi all’ondata trendy di Antony, ma rispondete subito con l’album vecchio. Questo “The Crying Light”, però, non potete buttarlo mica.

avanti, senza guardare

19 Gen

Usare l’attualità come bilancio di una settimana non mi era mai capitato. Ma sarebbe stupido non farlo.

Vi scrivo da una scrivania che è stata la mia seconda (forse prima) casa in questi ultimi sei mesi, che mi ha visto evolvermi da un buon esperto di comunicazione online ad aspirante stratega di campagna elettorale, da ultimo arrivato di Proforma  a uomo di Proforma a tutti gli effetti, da sconosciuto a un po’ meno sconosciuto, da lavoratore a lavoratorissimo.

Vi scrivo, forse, per l’ultima volta da questa postazione. Perchè io potrei anche prendere per buona la teoria che fra sei mesi il posto per me è qui, ma tutti sanno come vanno queste cose.

Può andare tutto splendidamente, possiamo vincere le elezioni di 15 punti e io posso diventare una sorta di guru del mondo giovanile. E allora, chissà che fine farò.

Possiamo vincere di due punti e allora avremo fatto “solo” il nostro dovere, con la città in bilico e il rischio di ricadere da un momento all’altro nel passato.

Possiamo perdere di due punti e ritrovarci così, semplicemente disoccupati.

Possiamo perdere di quindici punti e aver chiuso per sempre con questo mondo.

Mi piacerebbe credere che per me ci sarà sempre un posto, ma non è così. Il mondo ha troppe variabili, e sarei stupido se non ci pensassi.

Ed è per questo che, quando ho letto un sms del mio compagno di avventure, quando lui, come me (ma moltiplicato per 9) lasciava la sua scrivania senza nessuna garanzia sul fatto che quel posto sia per sempre lì ad aspettarlo, ho pensato che oggi, 19 gennaio 2009, stiamo vivendo un passaggio fondamentale, un punto di non ritorno.

Abbiamo deciso di gettarci così, senza rete sotto, senza sicurezze. Abbiamo solo un contratto da 6 mesi davanti agli occhi, nessuna garanzia, un muro di lavoro e un fottìo di responsabilità.

Facciamo quello che abbiamo sempre voluto fare, ma il rischio è alto, altissimo. E forse nemmeno ce ne siamo accorti. Perchè, per fortuna, prendiamo sempre tutto con una buona dose di incoscienza. Quella che non ha la stragrande maggioranza di chi ci guarda e talvolta ci invidia.

Sia perchè stiamo dove stiamo, sia perchè non riuscirebbe a fare scelte per passione, ma solo per calcolo.

Ecco, questa è stata la settimana appena finita. L’ultima (forse) settimana a Proforma. E’ stata questo. E’ stata anche questo.

Ma è stata, sopratutto, una settimana in cui ci siamo dimostrati, io e doppia emme, che possiamo essere perfetti quando vogliamo. Cioè sempre.

Senza reti, senza paracadute. Così si vive.

Avanti, non indietro. Se penso che è questo lo slogan di Michele (www.micheleemiliano.it), penso che si è scelto i collaboratori giusti.

dammi una spinta – febbraio

16 Gen

Rusko – Cockney Thug: il dubstep imbastardito. Essendo il dubstep un genere bastardo, nel senso migliore del termine, potete immaginare l’impossibilità di fornire una descrizione degna. Nato a Leeds nel 1985, è uno dei dj di punta della scena londinese insieme al suo compagno Caspa. Ma i tempi sembrano maturi per un’emancipazione sia in termini di carriera, sia, soprattutto, musicali. Rusko infatti aggiunge ignoranza (anche qui, nel senso migliore del termine) alla calda paranoia del dubstep, muovendosi su terreni più elettronici, quasi clash, quasi trash. Potrebbe diventare un top-dj di fama mondiale. Italia esclusa, dove nessuno sa chi sono i Crookers. I milanesi Crookers.

Florence and the Machine – Dog days are over: NME ha già deciso che la BBC aveva visto giusto quando aveva deciso. Insomma, hanno deciso, e hanno deciso giusto. Florence Welch è bravissima. Finchè l’Inghilterra continua a sfornare queste strepitose artiste e gli Stati Uniti continuano a sfornare cloni di Beyoncè che è una cover di Alicia che è una cover di Aretha ed Ella, non c’è dubbio su dove sia il centro del mondo musicale. Jack White (po-ppo-po-po-po), bravissimo ma non esattamente un istrione, ha detto che come lei non ce n’è. Prima nel sondaggio della critica su chi sarà l’artista del 2009. Andate sul suo Myspace (www.myspace.com/florenceandthemachinemusic ), chiamate la responsabile del booking e fatela venire a suonare in Puglia. E scusatemi per l’entusiasmo.

Jamelle Monae – Many moons: non vi bastano gli Outkast? Andrè 3000 è bravissimo ma volete pure le tette? Eccovi Jamelle Monae. Lanciata proprio dal lungometraggio del duo di Atlanta, “Idlewild”, e messa rapidamente sotto contratto dalla Bad Boy di Puff Daddy, Jamelle si presenta agli onori della cronaca con un timbro assolutamente unico, con una nomination ai Grammy da perfetta sconosciuta, con il bellissimo video di questo brano, un vero e proprio cortometraggio e con una personalità assai spiccata che di questi tempi non fa male nel mondo della musica. Certo, ora viene il bello: suonare come gli Outkast (Jamelle si è trasferita ad Atlanta da Kansas City, sarà un caso?) o prendere il coraggio a due mani? Il talento c’è, si spera che non ci sia paura.

Fionder – Bari: una scelta di campanile nuda e cruda. Luigi De Michele, nato in Germania ma cresciuto a Bari, canta della sua città con disincanto, azzeccando il campionamento su cui liberare le sue rime e non lesinando siluri a chi governa ma anche a chi vive la città e a chi contribuisce a lasciare aperte ferite culturali sempre dolorose e sanguinanti. Il rap non è un genere facile in Italia, non lo è mai stato e l’attacco del marketing musicale ai Fabrifibra di turno non aiuta a superare quel velo di diffidenza verso una forma di espressione nobilissima. Chissà, si parlasse di Chicago (e a Chicago) avremmo descritto un altro mondo. E invece Fionder è qui, e quando leggerà queste righe sarà a dir poco stupito.

Magistrates – Make this work: il nome del gruppo non porterà troppo bene in Italia, visti i tempi. Ma speriamo che non ci si fermi alle apparenze: date una possibilità al falsetto di Mark, leader del quartetto dell’Essex che si autodefinisce pop e che potrebbe ricordare i Phoenix come Robin Thicke come Prince, ma che può avere potenziale aldilà di facili e ovvi apparentamenti. Certo, dopo i Ministri, anche i Magistrati: quando arriveranno anche i the Veltronis? E che musica faranno? Downtempo?