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Fotografia del 25 luglio 2018 – Dieci anni a Proforma

25 Lug

LinkedIn mi ha ricordato una cosa che non riuscivo a localizzare bene nel tempo, e che non sono neanche sicuro sia localizzata correttamente: oggi compio dieci anni di servizio a Proforma.

La storia nasce ancora prima, con un tirocinio pre-laurea sul comportamento di voto dei 18enni. Un anno di lavoro, quattro focus group condotti e analizzati in prima persona, un blog e un forum (nel 2007). La chiamavano tesi super-sperimentale. Poi arrivò Facebook e la rese immediatamente OLD.

Dopo il tirocinio, che fu possibile anche grazie a qualche buona referenza, sono rimasto qui e non sono più andato via. Ho fatto tutta la trafila: precario, assunto a tempo indeterminato e poi socio, oramai da tre anni e mezzo. Sono la prova, nel mio piccolissimo, che si può essere realizzati sul lavoro anche al Sud Italia, senza genitori potenti e senza perdere l’integrità (su quest’ultimo punto magari qualcuno la penserà diversamente, io in ogni caso sono soddisfatto dei miei sì ma soprattutto dei miei no. Ciò detto, devo migliorare ancora).

Oggi, devo dirvi la verità, è più emozionante del solito.

Essere imprenditore non era e non rimane il mio sogno nel cassetto (il mio sogno nel cassetto resta comunque il poter vivere di scrittura, un po’ isolato dal mondo e un po’ no), non sono affatto sicuro sul mio destino da qui a dieci anni, ma l’esperienza in sé è comunque esaltante, sfidante, piena di sorrisi e di parolacce, di pigrizia e di entusiasmo, e sono contento di aver deciso di farlo, rinunciando a un altro sogno (dottorato) in nome di una scelta tremendamente razionale.

Pagare gli stipendi (e i premi) dei collaboratori con regolarità e puntualità, aver contribuito a un altro piccolo aumento lo scorso settembre grazie al lavoro di tutti e alle decisioni prese insieme rimane la cosa più di sinistra che abbia mai fatto in vita mia.

Dieci anni fa, inutile sottolinearlo, avevo molta più energia di adesso. Ora non c’è più il caffè, c’è l’anemia mediterranea, sopratutto non c’è quell’incoscienza che ti portava a far tardi tutte le sere. Quando scopri che l’unico limite alla dipendenza da lavoro è la tua disciplina, e che non arriverà mai un giorno più leggero se tu non vuoi che lo sia, capisci che bisogna imparare a vivere per non essere travolto. E così ho imparato a dormire sul divano per 15 minuti, a uscire da qui prima e continuare da casa, quando è proprio necessario. Sono meno robot di quando ho iniziato; resto un secchione, ma con le priorità rimesse in ordine. Laddove non arrivo con la quantità, provo ad arrivare con la qualità, il mestiere, qualche levataccia, qualche treno usato come scusa per recuperare gli arretrati, qualche sbirciata alle mail nel fine settimana.

Ciò non toglie che le giornate da 13-14 ore esistono e credo, persino spero che esistano sempre, a condizione che non siano l’unica condizione di vita possibile. Ieri ho chiuso tutto alle 23. La gavetta è un processo che tende all’infinito, se non ci si monta la testa. Spero di non arrivare mai al punto di poter pensare di dover lavorare meno degli altri solo perché sono il capo. A quel punto smetterei di esserlo, prima di tutto dal punto di vista morale.

Chiudo coi doverosi ringraziamenti (la gratitudine, dopo l’empatia, è il sentimento più bello del mondo. Almeno secondo me).

Ringrazio la mia famiglia, che mi ha reso quel che sono. Pregi e difetti. Mi ha insegnato ad avere fame, mi ha insegnato a essere disciplinato. Mi ha insegnato a essere curioso. Mi ha insegnato a non aspettarmi nulla da nessuno come fatto acquisito, che tutto si deve conquistare. Allo stesso tempo mi ha insegnato che è sbagliato diffidare del prossimo e che i rapporti iniziano meglio se le braccia sono aperte, non conserte.

Ringrazio i miei insegnanti, dalle scuole elementari fino all’Università, per avermi permesso di tenere insieme due lati apparentemente inconciliabili del carattere: quello secchione, appunto, e quello che è autorizzato a mettere in discussione lo status quo. Quello rompipalle, per farla breve. Quello insubordinato. Senza questo tratto mi annoierei, non sarei qui, non ce la potrei fare.

Ringrazio i miei soci, 15 anni più grandi di me, per aver pensato che io potessi aggiungere qualcosa al centro decisionale dell’agenzia. Li ringrazio perché sono diversi, siamo diversi, l’uno dall’altro, e perché pur frequentandoci poco fuori dal lavoro (almeno io con loro tre), ci siamo sempre l’uno per l’altro. E perché pur avendo caratteri molto diversi e pur discutendo a volte animatamente, non ci siamo mai fatti del male apposta. Anzi.

E ringrazio i miei collaboratori, che mi hanno accolto dieci anni fa, che hanno accettato che il più piccolo della squadra diventasse uno dei loro capi, e che questo non abbia cambiato nulla del cuore del nostro rapporto. Siamo e restiamo una piccola bottega artigiana di provincia dove il sorriso prevale sulla coercizione. Non siamo proprio un modello organizzativo che si studia nelle scuole di business. Ma forse, tornando a casa, siamo tutti più o meno sereni.

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Fotografia del 26 novembre – 1200 (grazie, ciao)

26 Nov

Da oggi, un po’, mi cambia la vita.

Da oggi, dopo mille e duecento giorni consecutivi in cui ho garantito (gratuitamente e volontariamente. Essendo l’ultima volta che ne scriverò, mi permetto una minima integrazione) almeno un post ogni 24 ore sulla pagina Facebook di Nichi Vendola (e dunque non meno di un post al giorno), posso tenere spento il computer per un giorno intero senza che questo rappresenti un problema per la comunicazione politica di un Presidente di Regione e per un leader nazionale e senza che questo comprometta, anche solo in parte, la mia identità professionale.

Da oggi ci sono altri ragazzi bravissimi ad aggiornare i social media di Nichi, conosciuti durante queste Primarie. Ho passato il testimone. E anche se dovessimo (noi Proforma) essere richiamati per le politiche, o per altre attività, la mia responsabilità non sarà più così apicale come lo è stato in questi tre anni e due mesi, non fosse altro perché potrò finalmente delegare o, meglio ancora, eseguire ordini altrui.

Questo è il profondo cambio tra ieri e oggi. Potrò spegnere il computer. Potrò spegnere il telefono. Potrò sparire. Potrò finalmente sfilarmi dal cliché del Dino sempre connesso. Vivrò serenamente, anche senza dispositivi mobili quando mi andrà. Serenamente perché potro sparire senza fare un torto a nessuno.

Dopo aver fatto qualsiasi cosa, dopo aver aggiornato la pagina dai posti più assurdi, da stazioni di servizio, castelli, stadi, dalla mia automobile mentre mi trainavano causa batteria a terra, da eventi politici di partiti avversari (e potrei non fermarmi più) e nonostante sabati, domeniche, ferragosti, capodanni, funerali, matrimoni, malattie, partite, viaggi in Italia, viaggi all’estero, connessioni precarie, batterie altrettanto precarie, riunioni, campagne elettorali, vacanze, ora posso tornare una persona normale.

Il profondo cambiamento tra ieri e oggi è che da oggi torno un semplice ragazzo di 28 anni, un semplice idraulico della comunicazione politica, un semplice cittadino. Non ho più questa grande, gravosa, gratificante, responsabilità.

Fui io, dopo le regionali 2010, a non mollare. Prima di tutti, in Italia, credemmo che sui social media si potevano fare ‘i numeri’ e così feci (grave difetto, che non mi passa) più di quanto mi fu chiesto. Continuai ad aggiornare. E la pagina cresceva, cresceva. A luglio del 2010 guadagnava 2300 ‘mi piace’ al giorno, una cifra mai lontanamente raggiunta da nessuno durante questo turno di Primarie. Ad agosto superammo Berlusconi. A dicembre avevamo più iscritti di Sarkozy. Noi eravamo semplicemente un gruppetto di giovani volontari, e Nichi era il Presidente di un’amministrazione locale di un partito neanche presente in Parlamento.

Oggi lascio 526 mila ‘mi piace’ su Facebook e 25omila su Twitter. Primi su entrambi i social in Italia nella categoria politici.

Ieri sono finiti quattro anni della mia vita. Dico quattro e non tre perché metto insieme la campagna di Emiliano e quella di Vendola. Per me è stata un’unica grande stagione. Iniziata a 24 anni, quando ebbi il privilegio di poter fare qualcosa nella mia città, che raggiunse un picco a 26, quando eravamo un caso europeo, chiusa a 28, con una campagna elettorale nazionale alle spalle. Lascio nella consapevolezza che il mio curriculum è già molto importante per la mia età, lascio con la sensazione che abbia già raggiunto il picco della mia carriera, e che ora debba accettare l’idea di scendere un po’ e di non risalire più. Non è detto che mi ricapiti una campagna nazionale, non è detto che io voglia farla.

Dico così perché attorno è cambiato tutto. Sono cambiato anche io. Sono cambiate le mie priorità, i miei occhi e il mio stomaco chiedono tregua, fare questo lavoro bene richiede un carattere che io non ho, richiede convinzione e risorse che in Italia al momento nessuno è disposto ad affidare ai miei omologhi. Devo ammettere che non è stata solo una stagione di vittorie, affatto. Non tutto ciò che sognavo quando ho iniziato è successo, non sempre ho vinto le mie battaglie, ho perso molte persone sulla strada, tante le ho perse per colpa mia, altrettante perché quando non le ho sentite vicino, non ne ho sentito la mancanza e allora sono andato avanti.

Adesso vorrei una stagione di tranquillità. Se potessi saltare un giro completo di elezioni (le prossime comunali, le prossime regionali, le prossime politiche) lo farei. La frase che mi capita di dire più spesso in queste ore è: “adesso vediamo cosa fanno”.  Mi piacerebbe vedere il futuro, vedere chi ci sarà dopo, se sarà più bravo, più forte, più modesto, più adatto caratterialmente.

Ma non è proprio è il momento di mollare. Questo è il lavoro che so fare, questo è il posto che investe in me, che crede in me. Resto qui, resto a Bari. Con gioia e gratitudine. A casa. Accanto a Proforma c’è la possibilità di fare formazione, e la costante preoccupazione di essere preparato, aggiornato, formato e di poter meritare di essere considerato ‘professore’. Una preoccupazione legata anche alle altre decisioni della mia carriera professionale. Non essere più ‘quello dei social di Vendola’ vuol dire perdere anche prestigio mediatico. Ma la vita deve andare avanti. Altrove ci sono i complimenti, ogni tanto, la crisi economica, e basta. Inutile fare altri progetti.

Ho imparato molto, e soprattutto ho imparato che c’è ancora molto da imparare. Chiedo scusa per tutti i miei errori e abbraccio le persone meravigliose che ho conosciuto in questo viaggio senza fiato.

Chiudo con un messaggio di uno dei miei fratelli, dei miei compagni di viaggio, arrivato poche ore fa. Riassume tutto. Molto bene.

Ti volevo dire, per quel che vale, che è stata una bellissima esperienza, che ci ha fatto crescere molto. Siamo molto diversi da quelli di 3 anni fa. A tratti più scafati, cinici e stronzi, ma anche, forse, più sognatori. 

Torno nel backstage. In bocca al lupo a chi ci rappresenterà nei prossimi anni a Bari, in Puglia, in Italia.

Sciopero!

26 Gen

Sono un pubblicitario, non ho un albo che mi tuteli, non ho tariffe minime e qualunque coglionazzo con un portatile può aprire uno studio accanto al mio e scrivere sulla targa “esperto di marketing e comunicazione”. Mi lamento? No. Mi guadagno da vivere semplicemente facendo il mio lavoro nel modo migliore possibile.

 

(Giovanni Sasso)

Democratica #4 – Ogni goccia è una cascata

25 Set

Avevo un pregiudizio su Proforma. Dopo la tua presentazione è sparito.

 

(Giovanni Primi)

Trovo che la televisione sia molto educativa

27 Lug

(Groucho Marx)

POP – L’ultimo sforzo per il quorum

10 Giu

Proforma + Roy Paci + Aretuska + Etnagigante + Enzo Piglionica + Lorenzo Scaraggi in “Votare oh-oh”

Mino e Celentana, acqua e sole, Proforma e Basette Goal

6 Giu

Mino e Celentana – acqua e sole

Semplici e un po’ banali
Li conosci tu i quesiti referendari
Quattro croci sopra il SÌ con tutto l’amore
Per sentirci ancora vivi
E così vinciamo noi
Che non siamo poi cattivi

Io voglio andare al mare
Cosa sto lì a perder tempo, non voglio votare
‘Sti quesiti la tv non li ha saputi spiegare
Ma se me li spieghi tu
Che sei brava più di me
Forse posso anche capire

Ma io
Aspetto solo il giorno
Dodici e tredici giugno
Vota anche tu

Acqua e sole
Voglio avere
E nessuno può fregarmi il bicchiere
Ci fa male
Il nucleare
Dal Giappone alla Germania il mondo sceglie il solare
Ed infine
Va abolito
Quel cavillo che Ghedini ha inventato
Per salvare
Dal processo
Quel signore che del codice fa carta da cesso