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Don’t do it

18 Apr

Il mio consiglio di carriera per il giornalismo: non fatelo.
Non c’è abbastanza denaro e non puoi costruirti una vita da persona della classe media.

(Felix Salmon)

Fotografia del 26 novembre – 1200 (grazie, ciao)

26 Nov

Da oggi, un po’, mi cambia la vita.

Da oggi, dopo mille e duecento giorni consecutivi in cui ho garantito (gratuitamente e volontariamente. Essendo l’ultima volta che ne scriverò, mi permetto una minima integrazione) almeno un post ogni 24 ore sulla pagina Facebook di Nichi Vendola (e dunque non meno di un post al giorno), posso tenere spento il computer per un giorno intero senza che questo rappresenti un problema per la comunicazione politica di un Presidente di Regione e per un leader nazionale e senza che questo comprometta, anche solo in parte, la mia identità professionale.

Da oggi ci sono altri ragazzi bravissimi ad aggiornare i social media di Nichi, conosciuti durante queste Primarie. Ho passato il testimone. E anche se dovessimo (noi Proforma) essere richiamati per le politiche, o per altre attività, la mia responsabilità non sarà più così apicale come lo è stato in questi tre anni e due mesi, non fosse altro perché potrò finalmente delegare o, meglio ancora, eseguire ordini altrui.

Questo è il profondo cambio tra ieri e oggi. Potrò spegnere il computer. Potrò spegnere il telefono. Potrò sparire. Potrò finalmente sfilarmi dal cliché del Dino sempre connesso. Vivrò serenamente, anche senza dispositivi mobili quando mi andrà. Serenamente perché potro sparire senza fare un torto a nessuno.

Dopo aver fatto qualsiasi cosa, dopo aver aggiornato la pagina dai posti più assurdi, da stazioni di servizio, castelli, stadi, dalla mia automobile mentre mi trainavano causa batteria a terra, da eventi politici di partiti avversari (e potrei non fermarmi più) e nonostante sabati, domeniche, ferragosti, capodanni, funerali, matrimoni, malattie, partite, viaggi in Italia, viaggi all’estero, connessioni precarie, batterie altrettanto precarie, riunioni, campagne elettorali, vacanze, ora posso tornare una persona normale.

Il profondo cambiamento tra ieri e oggi è che da oggi torno un semplice ragazzo di 28 anni, un semplice idraulico della comunicazione politica, un semplice cittadino. Non ho più questa grande, gravosa, gratificante, responsabilità.

Fui io, dopo le regionali 2010, a non mollare. Prima di tutti, in Italia, credemmo che sui social media si potevano fare ‘i numeri’ e così feci (grave difetto, che non mi passa) più di quanto mi fu chiesto. Continuai ad aggiornare. E la pagina cresceva, cresceva. A luglio del 2010 guadagnava 2300 ‘mi piace’ al giorno, una cifra mai lontanamente raggiunta da nessuno durante questo turno di Primarie. Ad agosto superammo Berlusconi. A dicembre avevamo più iscritti di Sarkozy. Noi eravamo semplicemente un gruppetto di giovani volontari, e Nichi era il Presidente di un’amministrazione locale di un partito neanche presente in Parlamento.

Oggi lascio 526 mila ‘mi piace’ su Facebook e 25omila su Twitter. Primi su entrambi i social in Italia nella categoria politici.

Ieri sono finiti quattro anni della mia vita. Dico quattro e non tre perché metto insieme la campagna di Emiliano e quella di Vendola. Per me è stata un’unica grande stagione. Iniziata a 24 anni, quando ebbi il privilegio di poter fare qualcosa nella mia città, che raggiunse un picco a 26, quando eravamo un caso europeo, chiusa a 28, con una campagna elettorale nazionale alle spalle. Lascio nella consapevolezza che il mio curriculum è già molto importante per la mia età, lascio con la sensazione che abbia già raggiunto il picco della mia carriera, e che ora debba accettare l’idea di scendere un po’ e di non risalire più. Non è detto che mi ricapiti una campagna nazionale, non è detto che io voglia farla.

Dico così perché attorno è cambiato tutto. Sono cambiato anche io. Sono cambiate le mie priorità, i miei occhi e il mio stomaco chiedono tregua, fare questo lavoro bene richiede un carattere che io non ho, richiede convinzione e risorse che in Italia al momento nessuno è disposto ad affidare ai miei omologhi. Devo ammettere che non è stata solo una stagione di vittorie, affatto. Non tutto ciò che sognavo quando ho iniziato è successo, non sempre ho vinto le mie battaglie, ho perso molte persone sulla strada, tante le ho perse per colpa mia, altrettante perché quando non le ho sentite vicino, non ne ho sentito la mancanza e allora sono andato avanti.

Adesso vorrei una stagione di tranquillità. Se potessi saltare un giro completo di elezioni (le prossime comunali, le prossime regionali, le prossime politiche) lo farei. La frase che mi capita di dire più spesso in queste ore è: “adesso vediamo cosa fanno”.  Mi piacerebbe vedere il futuro, vedere chi ci sarà dopo, se sarà più bravo, più forte, più modesto, più adatto caratterialmente.

Ma non è proprio è il momento di mollare. Questo è il lavoro che so fare, questo è il posto che investe in me, che crede in me. Resto qui, resto a Bari. Con gioia e gratitudine. A casa. Accanto a Proforma c’è la possibilità di fare formazione, e la costante preoccupazione di essere preparato, aggiornato, formato e di poter meritare di essere considerato ‘professore’. Una preoccupazione legata anche alle altre decisioni della mia carriera professionale. Non essere più ‘quello dei social di Vendola’ vuol dire perdere anche prestigio mediatico. Ma la vita deve andare avanti. Altrove ci sono i complimenti, ogni tanto, la crisi economica, e basta. Inutile fare altri progetti.

Ho imparato molto, e soprattutto ho imparato che c’è ancora molto da imparare. Chiedo scusa per tutti i miei errori e abbraccio le persone meravigliose che ho conosciuto in questo viaggio senza fiato.

Chiudo con un messaggio di uno dei miei fratelli, dei miei compagni di viaggio, arrivato poche ore fa. Riassume tutto. Molto bene.

Ti volevo dire, per quel che vale, che è stata una bellissima esperienza, che ci ha fatto crescere molto. Siamo molto diversi da quelli di 3 anni fa. A tratti più scafati, cinici e stronzi, ma anche, forse, più sognatori. 

Torno nel backstage. In bocca al lupo a chi ci rappresenterà nei prossimi anni a Bari, in Puglia, in Italia.

Poz

2 Ott

Ringrazio tutti quelli che mi hanno insultato in carriera, mi hanno dato la forza di continuare.

 

(Gianmarco Pozzecco)

Axelle Lemaire

24 Lug

Faccio politica per migliorare la vita degli altri, non per peggiorare la mia.

(Axelle Lemaire, neodeputata francese per i residenti all’estero, trentasette anni, ha rifiutato l’offerta di un ministero da parte di Francois Hollande)

Vita

30 Mag

Abbi una vita anziché una carriera. Mettiti sotto il riparo del buon gusto. La libertà vissuta ti compenserà di alcune perdite (…) sii editore di te stesso anche nella conversazione, e allora la gioia del lavoro potrà riempire le tue giornate.

(Gyorgy Konrad)

Venti forti

27 Feb

Sono nuovamente colpito dal fatto che un operaio, non appena fa carriera nei sindacati o si interessa alla politica laburista, diventa, lo voglia o no, un borghese. È così: combattendo la borghesia, ne assume l’aspetto.

 

(George Orwell)

Fotografia del 21 febbraio – perché non farò carriera

21 Feb

Qualche giorno fa ho visto l’eccezionale documentario di Paolo Virzì su Bobo Rondelli, “L’uomo che aveva picchiato la testa.”

Per me è stata una visione pedagogica e anche medica. Mi è servita tantissimo perché ha accelerato di colpo processi che già sedimentano da mesi nella mia testa.

Bobo Rondelli è un cantautore di Livorno bravo, bravissimo, unico. Ma non ha mai sfondato. Il documentario, di fatto, cerca di indagarne le ragioni all’interno del racconto biografico.

Mi sono riconosciuto più di una volta con il percorso di vita di Bobo pur avendo un milionesimo del suo talento e della sua vita avventurosa. Ma mi è bastato per capire.

Proprio il fatto che una persona con un talento di un milione più grande del mio non sia riuscito a sfondare e forse non abbia davvero voluto mi ha fatto capire che i limiti caratteriali sono decisivi per il (mancato) successo.

I miei limiti sono grandi. Troppo grandi. Così grandi da farmi pensare che arriverò a breve a una soglia, non molto alta, e non riuscirò ad andare oltre. Certe volte penso che sia già arrivato al picco, al massimo mi manterrò su questi livelli, curerò i dettagli. Anche perché quello che per gli altri è limite, per me è spesso un motivo di orgoglio.

Non farò carriera perché:

– mi rendo conto di avere dei limiti. Di solito quando uno si rende conto di una cosa del genere lavora per superarli, specie se li ritiene disadattivi. Però se ci penso, penso che in fondo io non li percepisco come limiti. Anzi, per me sono conquiste costruite negli anni in cui piano piano ho imparato ad ascoltarmi e a rispettarmi di più.

– Tra le mie conquiste ritengo ci possa essere la progressiva rinuncia alla diplomazia nelle relazioni. Sto imparando a non tenermi più niente. Ecco: per il mondo questo è un limite, un evidente limite relazionale. E probabilmente il mondo ha ragione a pensarla così. Io però mi sento meglio, sempre meglio, sempre più libero. Mi sento me stesso. E allora penso: perché dovrei cambiare? Nel frattempo il mondo gira nella direzione opposta.

– Ne discende che non riesco più ad accettare formule di compromesso, soprattutto per ciò che riguarda la mia vita professionale, i valori, ciò in cui credo. Ma senza compromesso il mondo è rabbioso, riottoso, confuso. Alla domanda: “Perché non fai politica?” rispondo parlando sempre di questo mio limite. Perché penso di non essere in grado di sedermi a un tavolo e accettare ciò che mi dicono tutte le volte. Altro motivo per cui non posso fare passi in avanti, al massimo posso solo curare l’estetica di ciò che ho già conquistato. Tra l’altro questa del non-compromesso è una doppia trappola, un altro motivo per cui sono destinato a rimanere bloccato, perché ostentare una cosa del genere vuol dire che al primo errore sei fottuto. Ed essendo umano, posso sbagliare. Anzi, sbaglierò di sicuro. Farò qualche scelta di comodo, per coccolare l’ego o perché guarderò la pagliuzza invece di guardare la trave. Perché non saprò valutare. A quel punto sarò doppiamente ipocrita agli occhi di chi mi guarda.

– A proposito di ipocrisia, non la sopporto più. Mi incazzo proprio. Non dovrei. Il mondo si regge sull’ipocrisia, che in molti casi è persino un valore. Senza i sorrisi di circostanza molte relazioni umane e professionali sarebbero già naufragate, con esiti disastrosi per la vita quotidiana delle persone, delle comunità, delle società. Però preferisco sparire che sorridere a chi non mi fa sorridere e soprattutto a chi non mi stima. Non voglio obbligare nessuno a essere ipocrita con me. E così mi isolo e rinuncio alle strette di mano, alle birre, alle pacche sulle spalle che magari mi farebbero andare avanti molto più di ciò che posso ottenere con il lavoro. Sia chiaro, grandissima stima a chi ha la faccia da culo: è giusto che loro vadano avanti nella vita e io no.

– Ho deciso di restare qui a Bari. E ci sto anche oggi che ha molto meno senso di tre, due, un anno fa. Vivo in una città che non sento più mia da tempo (con la certezza di essere ricambiato) ma alla fine penso che non potrei che stare qui. Voglio provare a far qualcosa, a generare un qualche processo di cambiamento, anche se credo sempre di meno di essere all’altezza. Mi basta un computer e una connessione a Internet, poi posso stare qua per tutta la vita. Però la vita vera non è qui, è a Roma, a Milano, all’estero. Sono un ragazzotto di provincia. E mi piace tantissimo.

– Mi piace prendere posizione su ciò che mi accade, su ciò che vedo, su ciò che sento. Non mi tiro indietro. Su Facebook e su Twitter lo hanno capito e spesso mi coinvolgono. Potrò imparare mille tecniche per non espormi, ma i social media sono implacabili: c’è il mio nome e il mio cognome. Se si parla di politica, di economia, di creatività, delle cose che faccio di mestiere e si fa tutti i giorni fatalmente si scriverà qualcosa che fa incazzare qualcuno, che porta a disistimarti, o semplicemente a non voler lavorare con te. Anche se sei bravo, anche se te lo dovessi meritare. Tecnicamente, sali sul cazzo a tutti, invece di farti apprezzare da tutti per il coraggio.

– e soprattutto, non farò carriera perché scrivo post del genere.

p.s. non ho scritto per farmi dire “No Dino, non è così, tu sei bravo, ci riuscirai”. Anche perché non c’è alcuna parola che possa convincermi del contrario. Sto bene così, non ho bisogno di conforto.