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Fotografia del 26 novembre – 1200 (grazie, ciao)

26 Nov

Da oggi, un po’, mi cambia la vita.

Da oggi, dopo mille e duecento giorni consecutivi in cui ho garantito (gratuitamente e volontariamente. Essendo l’ultima volta che ne scriverò, mi permetto una minima integrazione) almeno un post ogni 24 ore sulla pagina Facebook di Nichi Vendola (e dunque non meno di un post al giorno), posso tenere spento il computer per un giorno intero senza che questo rappresenti un problema per la comunicazione politica di un Presidente di Regione e per un leader nazionale e senza che questo comprometta, anche solo in parte, la mia identità professionale.

Da oggi ci sono altri ragazzi bravissimi ad aggiornare i social media di Nichi, conosciuti durante queste Primarie. Ho passato il testimone. E anche se dovessimo (noi Proforma) essere richiamati per le politiche, o per altre attività, la mia responsabilità non sarà più così apicale come lo è stato in questi tre anni e due mesi, non fosse altro perché potrò finalmente delegare o, meglio ancora, eseguire ordini altrui.

Questo è il profondo cambio tra ieri e oggi. Potrò spegnere il computer. Potrò spegnere il telefono. Potrò sparire. Potrò finalmente sfilarmi dal cliché del Dino sempre connesso. Vivrò serenamente, anche senza dispositivi mobili quando mi andrà. Serenamente perché potro sparire senza fare un torto a nessuno.

Dopo aver fatto qualsiasi cosa, dopo aver aggiornato la pagina dai posti più assurdi, da stazioni di servizio, castelli, stadi, dalla mia automobile mentre mi trainavano causa batteria a terra, da eventi politici di partiti avversari (e potrei non fermarmi più) e nonostante sabati, domeniche, ferragosti, capodanni, funerali, matrimoni, malattie, partite, viaggi in Italia, viaggi all’estero, connessioni precarie, batterie altrettanto precarie, riunioni, campagne elettorali, vacanze, ora posso tornare una persona normale.

Il profondo cambiamento tra ieri e oggi è che da oggi torno un semplice ragazzo di 28 anni, un semplice idraulico della comunicazione politica, un semplice cittadino. Non ho più questa grande, gravosa, gratificante, responsabilità.

Fui io, dopo le regionali 2010, a non mollare. Prima di tutti, in Italia, credemmo che sui social media si potevano fare ‘i numeri’ e così feci (grave difetto, che non mi passa) più di quanto mi fu chiesto. Continuai ad aggiornare. E la pagina cresceva, cresceva. A luglio del 2010 guadagnava 2300 ‘mi piace’ al giorno, una cifra mai lontanamente raggiunta da nessuno durante questo turno di Primarie. Ad agosto superammo Berlusconi. A dicembre avevamo più iscritti di Sarkozy. Noi eravamo semplicemente un gruppetto di giovani volontari, e Nichi era il Presidente di un’amministrazione locale di un partito neanche presente in Parlamento.

Oggi lascio 526 mila ‘mi piace’ su Facebook e 25omila su Twitter. Primi su entrambi i social in Italia nella categoria politici.

Ieri sono finiti quattro anni della mia vita. Dico quattro e non tre perché metto insieme la campagna di Emiliano e quella di Vendola. Per me è stata un’unica grande stagione. Iniziata a 24 anni, quando ebbi il privilegio di poter fare qualcosa nella mia città, che raggiunse un picco a 26, quando eravamo un caso europeo, chiusa a 28, con una campagna elettorale nazionale alle spalle. Lascio nella consapevolezza che il mio curriculum è già molto importante per la mia età, lascio con la sensazione che abbia già raggiunto il picco della mia carriera, e che ora debba accettare l’idea di scendere un po’ e di non risalire più. Non è detto che mi ricapiti una campagna nazionale, non è detto che io voglia farla.

Dico così perché attorno è cambiato tutto. Sono cambiato anche io. Sono cambiate le mie priorità, i miei occhi e il mio stomaco chiedono tregua, fare questo lavoro bene richiede un carattere che io non ho, richiede convinzione e risorse che in Italia al momento nessuno è disposto ad affidare ai miei omologhi. Devo ammettere che non è stata solo una stagione di vittorie, affatto. Non tutto ciò che sognavo quando ho iniziato è successo, non sempre ho vinto le mie battaglie, ho perso molte persone sulla strada, tante le ho perse per colpa mia, altrettante perché quando non le ho sentite vicino, non ne ho sentito la mancanza e allora sono andato avanti.

Adesso vorrei una stagione di tranquillità. Se potessi saltare un giro completo di elezioni (le prossime comunali, le prossime regionali, le prossime politiche) lo farei. La frase che mi capita di dire più spesso in queste ore è: “adesso vediamo cosa fanno”.  Mi piacerebbe vedere il futuro, vedere chi ci sarà dopo, se sarà più bravo, più forte, più modesto, più adatto caratterialmente.

Ma non è proprio è il momento di mollare. Questo è il lavoro che so fare, questo è il posto che investe in me, che crede in me. Resto qui, resto a Bari. Con gioia e gratitudine. A casa. Accanto a Proforma c’è la possibilità di fare formazione, e la costante preoccupazione di essere preparato, aggiornato, formato e di poter meritare di essere considerato ‘professore’. Una preoccupazione legata anche alle altre decisioni della mia carriera professionale. Non essere più ‘quello dei social di Vendola’ vuol dire perdere anche prestigio mediatico. Ma la vita deve andare avanti. Altrove ci sono i complimenti, ogni tanto, la crisi economica, e basta. Inutile fare altri progetti.

Ho imparato molto, e soprattutto ho imparato che c’è ancora molto da imparare. Chiedo scusa per tutti i miei errori e abbraccio le persone meravigliose che ho conosciuto in questo viaggio senza fiato.

Chiudo con un messaggio di uno dei miei fratelli, dei miei compagni di viaggio, arrivato poche ore fa. Riassume tutto. Molto bene.

Ti volevo dire, per quel che vale, che è stata una bellissima esperienza, che ci ha fatto crescere molto. Siamo molto diversi da quelli di 3 anni fa. A tratti più scafati, cinici e stronzi, ma anche, forse, più sognatori. 

Torno nel backstage. In bocca al lupo a chi ci rappresenterà nei prossimi anni a Bari, in Puglia, in Italia.

Il leaderismo sta finendo? (articolo per il Corriere del Mezzogiorno)

3 Mar

La Primavera Pugliese è finita? Esiste un popolo di centrosinistra? E se esiste, dov’è? Che fa? Cosa vuole? Sono domande davvero interessanti ma che non raccontano ciò che accade ogni giorno nelle vite dei cittadini, degli elettori. Sono domane preziose e prestigiose, ma che rimangono confinate all’interno delle elite della politica. Non riguardano le persone che la sinistra (per come storicamente si racconta) intende rappresentare, ma fanno parte di un ragionamento piuttosto statico sui modi e gli stili del governare. Se restiamo fermi a queste domande, dimostriamo di non (voler) conoscere le persone a cui ci rivogliamo.

Immaginatevi in un bar, in una piazza, in un’agenzia per il lavoro interinale. La Primavera pugliese è finita? Ti guarderebbero come se fossi un alieno. E farebbero bene. Esiste un popolo di centrosinistra? Se esistesse, bisognerebbe preoccuparsi di saper rispondere alle loro domande, più che farle.

Proviamo a cambiare il paradigma di partenza: Emiliano e Vendola sono stati amministratori meritevoli? Bari e la Puglia sono posti migliori dove vivere rispetto a sette, otto anni fa? Meglio loro o i loro predecessori? Meglio questa sinistra o quella nazionale? Meglio la coppia Emiliano-Vendola o quella Berlusconi-Fitto?

Senza buon governo i politici crollano. Soprattutto se sono politici di sinistra in una terra di destra. Tutte le analisi successive sono, per l’appunto, un corollario, seppur nobilissimo.

Un ragionamento su come migliorare la qualità della vita democratica della Regione non può che partire da un’analisi serena di ciò che ha funzionato e di ciò che invece, non funziona e continua a non funzionare. Rimuovere selettivamente uno dei due aspetti (il buono e il cattivo) vuol dire ricadere nel solito vecchio difetto della politica ‘tifata’ che in Italia ha spesso coinciso con l’antiberlusconismo (come l’antiemilianismo e l’antivendolismo su scala locale).

Per questo ritengo utile partire da qualche indicatore oggettivo. Cito due dati che per me rappresentano una buona mappa per una migliore comprensione della politica in Italia oggi: la fiducia nei partiti è al 4% (sondaggio Demos, gennaio 2012); la fiducia in Mario Monti è al 60% (sondaggio Ipsos, febbraio 2012).

Come interpretare questi numeri? In primo luogo gli italiani ritengono che l’attuale organizzazione partitica, a prescindere dalla sua effettiva efficacia, sia inaffidabile. Non ho mai creduto che si possa fare politica senza organizzazione. Allo stesso tempo ciò non può più essere l’alibi con cui i partiti autogiustificano la loro fissità e rimandano all’infinito le proprie riforme interne. L’inaffidabilità nasce dal convincimento che la partecipazione nei partiti sia inutile: i luoghi della decisione non sono i circoli e le assemblee pubbliche, i decisori non sono gli iscritti. Anche il sacro paradigma ‘una testa un voto’, l’essenza della democrazia, affonda sotto i colpi dei congressi parzialmente truccati e dei ‘signori delle tessere’ sempre esistiti e sempre, gravemente, tollerati, soprattutto al momento della composizione delle liste.

La naturale conseguenza è il convincimento che in fondo sia più utile rispondere a un commento sulla pagina Facebook di Emiliano, o mandare una mail agli staff dei politici per ottenere ascolto e risposte politiche, attività a cui i partiti hanno mostrato un progressivo disinteresse nel tempo. Meglio affidarsi all’ascolto casuale del leader in seguito a un’azione di comunicazione poco impegnativa che perdere ore a parlare di azioni e scelte che poi non trovano mai alcuna conseguenza nei fatti.

Per queste ragioni non bisogna dare il leaderismo per spacciato. È certamente finito il modello del ‘ghe pensi mi’, quello delle promesse senza controprove, quello della comunicazione senza politica. Ma l’uomo solo al comando, quello preparato, che prende decisioni (dopo aver ascoltato) e si assume le responsabilità per ciò che dice e fa, piace e piace molto. Monti, con il suo stile di governo capace di mandare in soffitta un altro alibi storico della politica, ossia che la politica che prende ‘decisioni impopolari’ perde certamente consenso, lo dimostra.

Il leaderismo non ha spazio se esistono luoghi della partecipazione che funzionano, dunque chi ritiene che le leadership ingombranti facciano male alla politica dovrebbe occuparsi di dare una risposta a chi oggi vuole partecipare anche in forme meno impegnative. Più che prendersela con i leader, dovrebbe fare domande a chi ha lasciato loro tutto quello spazio. La domanda di partecipazione è molto cresciuta rispetto al passato (al referendum hanno partecipato cinque milioni di nuovi ‘attivisti leggeri’, secondo una ricerca Demos di giugno 2011), ma ha nuove regole e nuove liturgie che i partiti non soddisfano più. Chi vuole la democrazia la deve pretendere e ricostruire nei partiti, rendendo sensata prima la loro esistenza e poi riattivandone la vita interna. Chi vuole ridare fiducia alla politica deve mostrare che ad azione segue reazione, che a partecipazione segue decisione, che a voto segue scelta, che a Primarie segue candidato condiviso e che a malefatta segue punizione. Senza capacità di autoregolazione, ogni essere vivente muore.

(articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, 3 marzo 2012)

Cari amici e amici

12 Lug

Nel Pci mi dicevano che non si doveva dire ‘amico’, che bisognava dire ‘compagno’.

Ho passato tutta la vita a ripetermi questa frase. Ma ora ho capito che era una stronzata, perché è stato un alibi per molti crimini. Io preferisco stare con molti amici, che mi aiutano a crescere.

 

(Nichi Vendola)

10 consigli per una buona campagna elettorale

27 Giu

Post originale: http://dariosalvelli.com/2011/06/campaign-manager-consigli-fare-buona-campagna-elettorale

1. Non cambiare improvvisamente il profilo del candidato con scelte artificiali, pur se teoricamente giuste dal punto di vista comunicativo: un politico è una persona, non un detersivo (vedere la strategia autolesionista della Moratti 2.0 del ballottaggio, passata improvvisamente dai viaggi in città con le auto coi vetri oscurati a Foursquare).
2. Iniziare la campagna molti mesi prima delle elezioni: ogni processo complesso richiede mesi di impegno quotidiano per entrare a regime. – Esempio: la campagna elettorale di Emiliano (Bari, sindaco di centrosinistra riconfermatosi nel 2009) iniziata un anno prima con i sondaggi che lo davano 9 punti indietro, Emiliano vince al ballottaggio mentre la provincia di Bari, nella stessa tornata, passa al centro-destra al primo turno (era del centro-sinistra).
3. Definire con chiarezza ruoli e responsabilità, senza essere eccessivamente rigidi e burocratici ma disegnando una mappa organizzativa chiara per tutte le persone che partecipano alla campagna.
4. Realizzare il maggior numero possibile di strumenti di comunicazione, buone pratiche e suggerimenti organizzativi, mettendoli a disposizione dei cittadini che devono poterli reperire in modo facile e gratuito. – Esempio: il sito realizzato durante la campagna elettorale delle Regionali in Puglia del 2010, “Tarocca il manifesto” (ora inattivo). Lo realizzammo noi, ma in incognito, permettevamo agli utenti di taroccare i manifesti dei tre candidati. La nostra considerazione è che la campagna più taroccabile fosse quella di Nichi perché utilizzavamo le poesie, ma che il tarocco generasse un meccanismo virale che, anche in caso di ‘adbusting negativo’, ci favoriva perché faceva propagare l’impianto della campagna.
5. Leggere tutti i contributi che provengono dai cittadini, dagli elettori e dagli utenti: c’è qualcuno ne sa più di noi su qualsiasi argomento e potrebbe essere collegato a Internet, pronto ad aiutarci.
6. Delegare i principali processi di comunicazione e organizzazione ai volontari e ai sostenitori: centralizzare questi processi è un costo (economico, di risorse umane e di tempo) inutile. – Esempio: L’evento realizzato da sostenitori di Pisapia (e poi anche dal comitato elettorale) coi musicisti, Milano Libera Tutti.
7. Usare un tono più leggero per dire le cose più serie in modo tale da renderle più accessibili all’elettorato (leggero non vuol dire superficiale, piuttosto mi riferisco a modulare il tono, ricorrendo al registro dell’ironia e della satira)
8. Stimolare processi generativi (generatore di manifesti, hashtag, campagne e contest video) affinchè la campagna sia creata da tutti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. (Pisapia è stato bravo a utilizzare l’entusiasmo spontaneo della Rete e a trasformarlo, successivamente, in pezzi ufficiali di campagna elettorale). – Esempio: sul recupero ufficiale della campagna di Pisapia, la trasformazione di alcuni #morattiquotes in materiali ufficiali di campagna elettorale. Attraverso un sondaggio su Facebook il comitato elettorale ha chiesto agli utenti quali fossero le 8 quote più divertenti e le ha piazzate su t-shirt pro-Pisapia.
9. Seguire l’avversario ovunque, con telecamere e qualcuno che prenda appunti. Seguirlo anche sui mezzi tradizionali e sui nuovi media per poter adattare la strategia e la tattica elettorale in qualsiasi momento.
10. Ricordarsi sempre che quanto più si è innovativi, democratici, “giovani” e 2.0 in campagna elettorale, tanto più queste caratteristiche dovranno far parte dello stile di governo: un elettorato motivato è anche esigente ed è facile da deludere. (questa è una dinamica che parzialmente abbiamo visto negli USA con Obama e che vedremo nei prossimi anni in Italia) – Esempio: nel caso di Obama, che è l’unico misurabile, è nato l’ObamaMeter che misura il grado di fedeltà dell’azione amministrativa di Obama rispetto al programma e alle promesse fatte.

Giornalismo e Perugia #12 – Obama-style

16 Apr

Just finished panel at #ijf11 in #Perugia. Realizing that Italy is more primed than any Euro country for an Obama-style candidacy.

Con Sam Graham-Felsen

(Sam Graham-Felsen, sul suo profilo Twitter)

Nazi-club

27 Nov

Apocalypse Club – la cavalcata delle valchirie

 

 

Vieni via con me

9 Nov

Senza la libertà di irridere, non c’è elogio che sia lusinghiero.

(Pierre Augustin Caron de Beaumarchais)