Tag Archives: puglia

Fotografia del 26 febbraio 2013 – Errori che spero di non ripetere nella prossima legislatura

26 Feb

(nb. scrivo questo post a prescindere dal risultato finale delle elezioni: sono mesi che volevo scriverlo, ho aspettato la fine della campagna elettorale per rispettare il silenzio da conflitto di interessi)

Durante questa legislatura mi sono impegnato politicamente in prima persona. Bene, ho fallito. Le cose non sono andate come avrei voluto. Politicamente ho perso. Le responsabilità sono multiple, ma non amo cercare alibi. Io ero lì, io ne rispondo.

Ho cercato di avvicinare la mia generazione (nella mia città) alla politica. Ci ho messo la faccia, e forse anche qualcosa di più. Queste persone si sono fidate di me. Mentre fallivo io, fallivano le cose che dicevo, e dunque falliva anche la fiducia in me. Queste persone oggi sono altrove. Non sono più qui, non sono più in Italia. Non sono più dalle parti del centrosinistra. Votano Grillo, o sono ritornati a casa.

Penso quasi ogni giorno a quanto io possa aver deluso tutte loro, e non me ne capacito, sebbene abbia già provato più volte a spiegarmi, e a chiedere scusa. Forse non basteranno mai le parole, forse c’è bisogno di tempo, forse me ne devo fare una ragione. Di sicuro ho perso un sacco di amici, e la stima di un sacco di gente. Ed è ragionevole pensare che serviranno ancora anni, e nuovi banchi di prova per rimettere a posto un po’ di cocci (ammesso che ci sia la voglia di farlo da parte delle persone che si sono sentite prese in giro).

A 24 anni ci sta di essere ingenui. Non ci sta di essere arroganti come lo sono stato io. A 24 anni pensavo di poter cambiare il mondo da solo o quasi, solo perché ero convinto che le buone idee, in quanto tali, vincessero sempre. La vita è molto più complessa. Ho fallito perché la combinazione ingenuità+arroganza è punita, è giustamente punita, soprattutto in politica.

Penso che quando in politica si perde, bisogna lasciare campo libero agli altri. Dimettersi, o almeno saltare un giro. Non scappare, ma restare in seconda o in terza linea. Ecco, se io fossi una persona libera, non parteciperei alle prossime campagne elettorali, soprattutto nella mia terra. Ho perso, avanti gli altri. Ma io non sono una persona del tutto libera, non faccio un lavoro del tutto indipendente da tutto questo, dunque svolgerò il mio compito con la solita dedizione e la solita passione (anzi, forse anche mettendoci qualcosa in più).

Questa riflessione è più recente. Ce n’è un’altra, più antica e sedimentata nel tempo, che dà ulteriore forza a ciò che vi ho appena scritto. In questi mesi, in questi anni, ho letto con interesse ogni addebito che è stato mosso al mio lavoro, al lavoro della mia agenzia, alle mie incrinature caratteriali. Ho letto accuse passibili di querela, analisi sacrosante, punture di spillo. Soprattutto, ho sentito un invito unico, compatto nella sostanza ma assai colorato nelle forme: “fatti i cazzi tuoi”.

Ci sono due modi per dire a una persona di stare alla larga dalla politica.

Il primo è dividere un comune campo di gioco in due parti e costruire la propria narrazione sulla contesa all’avversario interno. In questi anni c’è chi ha fatto politica sostenendo che il leaderismo fosse finito e che i social media non contano un cazzo, che servono i corpi intermedi e le organizzazioni politiche. Nel frattempo, in Puglia, il Movimento5Stelle arrivava sugli stessi numeri del centrosinistra, a sua volta indietro di diversi punti rispetto al centrodestra in una regione che prima del voto non era considerata neanche in bilico.

Sono certo che chi mi ha caldamente invitato a stare alla larga sia consapevole di ciò che dice e di ciò che fa, così come sono certo che chiunque, in questi anni, ha contestato il mio modo di fare politica abbia ricette migliori e più adatte ai tempi e ai luoghi di quelle proposte da me. Insomma, dato che non c’è aiuto peggiore di quello non richiesto, tolgo felicemente il disturbo. Ci sono persone migliori di me, non hanno fatto altro che ripetermelo, e dunque a loro posso affidarmi con fiducia per i prossimi decenni.

Il secondo modo è cercare di imbrigliarti dentro il “siamo tutti uguali”. Un esercizio assai semplice quanto distruttivo. Tutti portiamo in seno contraddizioni, nella vita si cerca di star bene con la coscienza in primo luogo, e in secondo di perseguire il più alto tasso di coerenza col profilo etico: due variabili del tutto soggettive. “Nessuno è del tutto nobile, né del tutto degno, né del tutto coerente” (Herbert George Wells).

Durante la campagna elettorale per le politiche, l’agenzia per cui lavoro è stata chiamata da un cliente in cui non mi riconosco politicamente. Avevo detto in più momenti e luoghi (pubblici) che per me la comunicazione politica funziona solo se è di parte, solo se la fai nella tua parte di mondo, perché è molto difficile “vendere idee” in cui non credi. Continuo fermamente a pensarlo. Sono stato invitato a non mettermi più “al di sopra delle parti”. Trovo l’invito assolutamente pertinente, per due ragioni. La prima è che sono un dipendente di questa agenzia, dunque le decisioni le prende il management e questo di certo non incide né sulle ore di lavoro, né sullo stipendio, entrambi regolati da un contratto che prescinde dalle caratteristiche, Ma può incidere sulla mia libertà personale*.

La seconda è legata al motivo per cui mi è stato dato questo accorato consiglio: in passato mi sono permesso di considerare poco opportuno il passaggio da un lavoro gratuito per una parte a un lavoro retribuito contro quella stessa parte (e nella stessa terra) nel giro di pochi mesi. Ho sbagliato a dire pubblicamente quelle cose e dunque me ne scuso: certe scelte, che sono perfettamente inserite in una logica di mercato e sottoposte alle severe valutazioni dell’opinione pubblica locale, non hanno bisogno di ulteriori sottolineature morali, men che meno da me: si commentano da sole.

Insomma, ammesso che fossi ancora al centro della vita politica della mia città e della mia Regione (mi pare del tutto evidente il contrario), mi ritiro anche formalmente. Mi ritiro perché ho fallito. Mi ritiro perché sono stato accompagnato alla porta dalla futura classe dirigente. Mi ritiro perché la comunicazione politica è incompatibile con la politica attiva. Mi ritiro perché non è giusto che i miei colleghi debbano pagare personalmente le conseguenze di un ego strabordante** come il mio. Chi vuole attaccare me, lo faccia anche pubblicamente. Ha tutti gli strumenti per farlo. Ma lasciate in pace i miei colleghi e lasciate in pace il luogo dove lavoro, per favore.

Mi concedo un solo atto politico. Restare qui. Restare in una città in cui non sono più particolarmente stimato. Restare in una città che non amo più, ma che paradossalmente rende ancora più forte questo mio istinto. Restare in una città del Sud, periferia dell’impero, pur sapendo che andando a Roma o a Milano sarebbe tutto più facile: sarei più stimato, lavorerei meno, lavorerei meglio, guadagnerei di più.

Resto, resto oggi più che mai. Nelle ultime 24 ore ho ricevuto cinque mail dal contenuto pressoché identico: “Tu insisti tanto sul restare: dopo queste elezioni, perché non dovrei andarmene?”. Risponderò a questa domanda scrivendone appena ho un po’ di tempo. In ogni caso le mie parole hanno un peso molto inferiore rispetto alla scelta, l’esempio vale più dell’opinione. Resto, dunque, per rispondere. Resto perché ogni tanto qualche pugliese fuggito via (e anche qualche italiano stabilmente al Nord) mi dice che la mia ostinazione è una fiammella di speranza che resta accesa, e che per loro è importante.

Voglio restare, e voglio evitare tutti gli errori fatti in questi cinque anni. Questo è il mio modesto sogno per la prossima legislatura.

Una cosa mi è stata negata, vivere per gli altri, per far del bene agli altri.

Vorrei vivere senza conflitti, avendo tanti amici,

e ci sono riuscito solo vivendo fuori del mondo. (Carlo Bordini)

* Voglio ringraziare i miei datori di lavoro che in quelle difficilissime 72 ore di bombardamento mi hanno ascoltato, hanno valutato tutte le mie richieste e proposte, e mi hanno lasciato un margine di libertà di coscienza che non è assolutamente ovvio. Proprio in quelle 72 ore ho scoperto di poter fare e di poter non fare delle cose. Ve ne avrei parlato pubblicamente, ma non ce n’è stato il bisogno perché poi lo scenario si è chiarito. Gestirò questa enorme libertà con la massima attenzione, cercando di non abusarne. Voglio inoltre ringraziare quelle due, massimo tre persone su 200, che invece di farmi la domanda sul come sarei riuscito a salvarmi la faccia, mi hanno semplicemente chiesto: “Come stai?”. Non dimenticherò mai.

**Voglio chiedere scusa a tutti, in particolare ai miei colleghi, per le sfarfallate del mio ego. Spero che questo post rappresenti una piccola espiazione. Prometto di lavorarci ogni giorno fino a quando non ne sarò soddisfatto.

Taranta

26 Ago

Chi non diventa pazzo non è normale.

 

(Goran Bregovic, ieri alla Notte della Taranta)

Fotografia del 19 maggio 2012 – Brindisi

19 Mag

Sono in aeroporto. Seduto per terra, attaccato all’unica presa di corrente che ho trovato. Il mio aereo parte fra tre ore.

Stamattina stavo facendo lezione al master quando è arrivata la notizia. Ho chiesto ai ragazzi di fermare tutto. Dovevo farlo, anche perché ci sono importanti pezzi del mio lavoro legati all’attualità pugliese. Ho aperto il sito della Gazzetta del Mezzogiorno e di Repubblica, le mie mail. Il computer era attaccato al proiettore, abbiamo seguito tutto in diretta per qualche minuto. Poi sono tornato alla mia lezione. Poi ci siamo rifermati, poi sono andato fino in fondo.

Non ho niente da dire su quello che è successo. Non ora. Non sappiamo perché è successo né chi è stato. Anche per questo avrei tanto voluto (almeno) ventiquattro ore di silenzio, da parte di tutti. Così non è, purtroppo. Tutti hanno qualcosa da dire, qualche ricostruzione da fare, qualche ipotesi da coccolare, qualche ‘mi piace’ da conquistare.

Chi legge questo blog sa che parlo sempre meno dei fatti miei qui sopra. Quando lo faccio, è perché sento di aver imparato qualcosa di nuovo su me stesso, e ho scoperto che quando lo condivido è come se diventasse più vero, è come se certificare pubblicamente una scoperta la renda un nuovo pezzo di me stesso.

Oggi, in questa giornata in cui non ho voglia di dire una parola, ho voglia solo di raccontarvi una cosa che ho provato come mai in passato. Appena ho saputo la notizia, mi sono sentito in imbarazzo, quasi in colpa per non averla appresa dalla mia regione, dalla Puglia. Per non essere lì. Appena ho finito di lavorare, sono corso in aeroporto, quasi per volermi avvicinare a casa. E per poter scrivere queste parole.

Mi rendo conto che questo sentimento è irrazionale, e infatti non riesco a spiegarlo razionalmente. Il fatto che io sia a Milano e non a Bari non può modificare di una virgola né il corso delle cose né il mio comportamento. Ma avrei voluto restare in silenzio a Bari. E oggi, come mai nella vita, non vedo l’ora di tornare.

(approfitto di questo post per ringraziare i ragazzi del Master per la loro grandissima disponibilità e comprensione, e anche chi mi manda in giro per l’Italia per lavoro, perché di questi tempi è un privilegio e non smetterò mai, mai, mai di ringraziare chi mi permette di fare tutto questo)

Il leaderismo sta finendo? (articolo per il Corriere del Mezzogiorno)

3 Mar

La Primavera Pugliese è finita? Esiste un popolo di centrosinistra? E se esiste, dov’è? Che fa? Cosa vuole? Sono domande davvero interessanti ma che non raccontano ciò che accade ogni giorno nelle vite dei cittadini, degli elettori. Sono domane preziose e prestigiose, ma che rimangono confinate all’interno delle elite della politica. Non riguardano le persone che la sinistra (per come storicamente si racconta) intende rappresentare, ma fanno parte di un ragionamento piuttosto statico sui modi e gli stili del governare. Se restiamo fermi a queste domande, dimostriamo di non (voler) conoscere le persone a cui ci rivogliamo.

Immaginatevi in un bar, in una piazza, in un’agenzia per il lavoro interinale. La Primavera pugliese è finita? Ti guarderebbero come se fossi un alieno. E farebbero bene. Esiste un popolo di centrosinistra? Se esistesse, bisognerebbe preoccuparsi di saper rispondere alle loro domande, più che farle.

Proviamo a cambiare il paradigma di partenza: Emiliano e Vendola sono stati amministratori meritevoli? Bari e la Puglia sono posti migliori dove vivere rispetto a sette, otto anni fa? Meglio loro o i loro predecessori? Meglio questa sinistra o quella nazionale? Meglio la coppia Emiliano-Vendola o quella Berlusconi-Fitto?

Senza buon governo i politici crollano. Soprattutto se sono politici di sinistra in una terra di destra. Tutte le analisi successive sono, per l’appunto, un corollario, seppur nobilissimo.

Un ragionamento su come migliorare la qualità della vita democratica della Regione non può che partire da un’analisi serena di ciò che ha funzionato e di ciò che invece, non funziona e continua a non funzionare. Rimuovere selettivamente uno dei due aspetti (il buono e il cattivo) vuol dire ricadere nel solito vecchio difetto della politica ‘tifata’ che in Italia ha spesso coinciso con l’antiberlusconismo (come l’antiemilianismo e l’antivendolismo su scala locale).

Per questo ritengo utile partire da qualche indicatore oggettivo. Cito due dati che per me rappresentano una buona mappa per una migliore comprensione della politica in Italia oggi: la fiducia nei partiti è al 4% (sondaggio Demos, gennaio 2012); la fiducia in Mario Monti è al 60% (sondaggio Ipsos, febbraio 2012).

Come interpretare questi numeri? In primo luogo gli italiani ritengono che l’attuale organizzazione partitica, a prescindere dalla sua effettiva efficacia, sia inaffidabile. Non ho mai creduto che si possa fare politica senza organizzazione. Allo stesso tempo ciò non può più essere l’alibi con cui i partiti autogiustificano la loro fissità e rimandano all’infinito le proprie riforme interne. L’inaffidabilità nasce dal convincimento che la partecipazione nei partiti sia inutile: i luoghi della decisione non sono i circoli e le assemblee pubbliche, i decisori non sono gli iscritti. Anche il sacro paradigma ‘una testa un voto’, l’essenza della democrazia, affonda sotto i colpi dei congressi parzialmente truccati e dei ‘signori delle tessere’ sempre esistiti e sempre, gravemente, tollerati, soprattutto al momento della composizione delle liste.

La naturale conseguenza è il convincimento che in fondo sia più utile rispondere a un commento sulla pagina Facebook di Emiliano, o mandare una mail agli staff dei politici per ottenere ascolto e risposte politiche, attività a cui i partiti hanno mostrato un progressivo disinteresse nel tempo. Meglio affidarsi all’ascolto casuale del leader in seguito a un’azione di comunicazione poco impegnativa che perdere ore a parlare di azioni e scelte che poi non trovano mai alcuna conseguenza nei fatti.

Per queste ragioni non bisogna dare il leaderismo per spacciato. È certamente finito il modello del ‘ghe pensi mi’, quello delle promesse senza controprove, quello della comunicazione senza politica. Ma l’uomo solo al comando, quello preparato, che prende decisioni (dopo aver ascoltato) e si assume le responsabilità per ciò che dice e fa, piace e piace molto. Monti, con il suo stile di governo capace di mandare in soffitta un altro alibi storico della politica, ossia che la politica che prende ‘decisioni impopolari’ perde certamente consenso, lo dimostra.

Il leaderismo non ha spazio se esistono luoghi della partecipazione che funzionano, dunque chi ritiene che le leadership ingombranti facciano male alla politica dovrebbe occuparsi di dare una risposta a chi oggi vuole partecipare anche in forme meno impegnative. Più che prendersela con i leader, dovrebbe fare domande a chi ha lasciato loro tutto quello spazio. La domanda di partecipazione è molto cresciuta rispetto al passato (al referendum hanno partecipato cinque milioni di nuovi ‘attivisti leggeri’, secondo una ricerca Demos di giugno 2011), ma ha nuove regole e nuove liturgie che i partiti non soddisfano più. Chi vuole la democrazia la deve pretendere e ricostruire nei partiti, rendendo sensata prima la loro esistenza e poi riattivandone la vita interna. Chi vuole ridare fiducia alla politica deve mostrare che ad azione segue reazione, che a partecipazione segue decisione, che a voto segue scelta, che a Primarie segue candidato condiviso e che a malefatta segue punizione. Senza capacità di autoregolazione, ogni essere vivente muore.

(articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, 3 marzo 2012)

Bari secondo Checco

28 Lug

Bari è una città fighetta, piccolo-borghese, dove si vive alla grande.

 

(Checco Zalone)

Milano, la città più popolosa della Puglia

26 Set

Sarà quel tatuaggio così delicato
del sette di denari con l’asso di bastoni.

(Toti e Tata)