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#IJF14 – Grandi penne

4 Mag

Twitter trasforma le grandi penne in utenti normali.

(Federico Ferrazza)

140 caratteri

3 Dic

Non usare mai parole lunghe dove ce ne potrebbe stare una corta.

 

(George Orwell)

Mi sono tolto

1 Set

Mi sono tolto da Twitter quando l’ho percepito come repubblica della battutina, la frasetta faceta che è il modo comunicativo degli schiavi, dei camerieri, dei giullari e, in generale, per dirla con Nietzsche, di chi “sciorina tutta la sua persona e il fatto suo in una riduzione grossolana e semplicistica”.

 

(Camillo Langone)

Festivalquotes #ijf12 #10

29 Apr

Twitter è autoreferenziale, rappresenta solo un pubblico ristretto.

(Luisella Costamagna)

La guerra dei tweets

5 Mar

I tweet dei lettori non sostituiscono le nostre firme: ci arricchiscono.

 

(Alan Rusbridger, direttore del Guardian)

Il leaderismo sta finendo? (articolo per il Corriere del Mezzogiorno)

3 Mar

La Primavera Pugliese è finita? Esiste un popolo di centrosinistra? E se esiste, dov’è? Che fa? Cosa vuole? Sono domande davvero interessanti ma che non raccontano ciò che accade ogni giorno nelle vite dei cittadini, degli elettori. Sono domane preziose e prestigiose, ma che rimangono confinate all’interno delle elite della politica. Non riguardano le persone che la sinistra (per come storicamente si racconta) intende rappresentare, ma fanno parte di un ragionamento piuttosto statico sui modi e gli stili del governare. Se restiamo fermi a queste domande, dimostriamo di non (voler) conoscere le persone a cui ci rivogliamo.

Immaginatevi in un bar, in una piazza, in un’agenzia per il lavoro interinale. La Primavera pugliese è finita? Ti guarderebbero come se fossi un alieno. E farebbero bene. Esiste un popolo di centrosinistra? Se esistesse, bisognerebbe preoccuparsi di saper rispondere alle loro domande, più che farle.

Proviamo a cambiare il paradigma di partenza: Emiliano e Vendola sono stati amministratori meritevoli? Bari e la Puglia sono posti migliori dove vivere rispetto a sette, otto anni fa? Meglio loro o i loro predecessori? Meglio questa sinistra o quella nazionale? Meglio la coppia Emiliano-Vendola o quella Berlusconi-Fitto?

Senza buon governo i politici crollano. Soprattutto se sono politici di sinistra in una terra di destra. Tutte le analisi successive sono, per l’appunto, un corollario, seppur nobilissimo.

Un ragionamento su come migliorare la qualità della vita democratica della Regione non può che partire da un’analisi serena di ciò che ha funzionato e di ciò che invece, non funziona e continua a non funzionare. Rimuovere selettivamente uno dei due aspetti (il buono e il cattivo) vuol dire ricadere nel solito vecchio difetto della politica ‘tifata’ che in Italia ha spesso coinciso con l’antiberlusconismo (come l’antiemilianismo e l’antivendolismo su scala locale).

Per questo ritengo utile partire da qualche indicatore oggettivo. Cito due dati che per me rappresentano una buona mappa per una migliore comprensione della politica in Italia oggi: la fiducia nei partiti è al 4% (sondaggio Demos, gennaio 2012); la fiducia in Mario Monti è al 60% (sondaggio Ipsos, febbraio 2012).

Come interpretare questi numeri? In primo luogo gli italiani ritengono che l’attuale organizzazione partitica, a prescindere dalla sua effettiva efficacia, sia inaffidabile. Non ho mai creduto che si possa fare politica senza organizzazione. Allo stesso tempo ciò non può più essere l’alibi con cui i partiti autogiustificano la loro fissità e rimandano all’infinito le proprie riforme interne. L’inaffidabilità nasce dal convincimento che la partecipazione nei partiti sia inutile: i luoghi della decisione non sono i circoli e le assemblee pubbliche, i decisori non sono gli iscritti. Anche il sacro paradigma ‘una testa un voto’, l’essenza della democrazia, affonda sotto i colpi dei congressi parzialmente truccati e dei ‘signori delle tessere’ sempre esistiti e sempre, gravemente, tollerati, soprattutto al momento della composizione delle liste.

La naturale conseguenza è il convincimento che in fondo sia più utile rispondere a un commento sulla pagina Facebook di Emiliano, o mandare una mail agli staff dei politici per ottenere ascolto e risposte politiche, attività a cui i partiti hanno mostrato un progressivo disinteresse nel tempo. Meglio affidarsi all’ascolto casuale del leader in seguito a un’azione di comunicazione poco impegnativa che perdere ore a parlare di azioni e scelte che poi non trovano mai alcuna conseguenza nei fatti.

Per queste ragioni non bisogna dare il leaderismo per spacciato. È certamente finito il modello del ‘ghe pensi mi’, quello delle promesse senza controprove, quello della comunicazione senza politica. Ma l’uomo solo al comando, quello preparato, che prende decisioni (dopo aver ascoltato) e si assume le responsabilità per ciò che dice e fa, piace e piace molto. Monti, con il suo stile di governo capace di mandare in soffitta un altro alibi storico della politica, ossia che la politica che prende ‘decisioni impopolari’ perde certamente consenso, lo dimostra.

Il leaderismo non ha spazio se esistono luoghi della partecipazione che funzionano, dunque chi ritiene che le leadership ingombranti facciano male alla politica dovrebbe occuparsi di dare una risposta a chi oggi vuole partecipare anche in forme meno impegnative. Più che prendersela con i leader, dovrebbe fare domande a chi ha lasciato loro tutto quello spazio. La domanda di partecipazione è molto cresciuta rispetto al passato (al referendum hanno partecipato cinque milioni di nuovi ‘attivisti leggeri’, secondo una ricerca Demos di giugno 2011), ma ha nuove regole e nuove liturgie che i partiti non soddisfano più. Chi vuole la democrazia la deve pretendere e ricostruire nei partiti, rendendo sensata prima la loro esistenza e poi riattivandone la vita interna. Chi vuole ridare fiducia alla politica deve mostrare che ad azione segue reazione, che a partecipazione segue decisione, che a voto segue scelta, che a Primarie segue candidato condiviso e che a malefatta segue punizione. Senza capacità di autoregolazione, ogni essere vivente muore.

(articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, 3 marzo 2012)

Tweet-Sanremo

14 Feb

L’arte non deve riprodurre il visibile, ma renderlo visibile.

(Paul Klee)

Ossessione Twitter

27 Gen

Non credo che Twitter sia più utile di andare a origliare in un bar. E per quanto riguarda quelli che twittano, per la grande maggioranza credo sia gente ossessionata, che non esce abbastanza di casa, vuole farsi pubblicità e ha trovato un’altra scusa per tormentarci con le sue banalità.

 

(David Randall)

Benchmarking

28 Dic

Sbircio sempre nella bacheca di Bersani su Twitter. Un po’ serve.

 

(Angelino Alfano)

TenGo familia – dieci cose da Parigi

19 Nov

1. L’utente donna di Twitter, in Francia, si chiama twitteuse.

 

2. Ma perché da due mesi non si parla più dei migranti in tv? Hanno smesso di arrivare in Italia? E a Lampedusa è tutto tranquillo?

 

3. Ma ora che Berlusconi non è più al governo, aumenteranno i servizi di cronaca nera come quando governava Prodi?

 

4. Ma la Disney non fa uscire nessun film sotto Natale?

 

5. Tutti parlano di una nuova donna, la Cancellieri. Si riferiscono ad Anna Maria, ma la vera domanda è: dov’è finita Rosanna?

 

6. Ma ora che c’è il governo tecnico posso tornare a giocare ai videogiochi, almeno per un anno?

 

7. Ho comprato i quotidiani italiani quasi ogni giorno e ho bestemmiato quasi sempre contro gli editorialisti (soprattutto di area progressista) che troppo velocemente continuano a dire che il berlusconismo è finito. Come se bastasse un cambio di governo (non mediato da elezioni). Troppa fiducia nella tanto disprezzata politica.

 

8. A proposito, suggerisco agli editorialisti di area progressista il libro “L’ingenuità della Rete” di Morozov: è bellissimo, almeno stando alle prime 100 pagine che ho divorato durante il ritorno in Italia.

 

9. Ma poi i giornali e le tv, senza Berlusconi, avranno lo stesso pubblico? Secondo me no. Dunque non smetteranno di parlarne.

 

10. In Francia, se mai vi fosse venuto il dubbio, si mangia bene.