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Non ho più voglia di sentire storie

13 Gen

Non ho più voglia di sentire storie. Vorrei che ognuno mi parlasse della sua verità, quella verità che non abbiamo paura di rivelare a uno sconosciuto il cui giudizio non ci interessa. Vorrei che la gente mi parlasse come se non contassi niente. Tutti noi ci portiamo dentro i dolori più ancestrali del mondo, abbiamo tutti sepolta nell’animo la storia del mondo. E questo mondo, lo soffochiamo con le chiacchiere. Abbiamo tutti in noi un silenzio assordante che pure dice più di tutto quello che ci possiamo raccontare. Sono parole purificate dalle nostre verità quelle che spero di sentire un giorno. Io desidero una cosa sola, che le parole si purifichino fino al silenzio.

(David Thomas)

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Fotografia del 23 dicembre 2018 – Clavicole

23 Dic

Anticipo il bilancio del 2018 di qualche giorno perché voglio anticipare l’inizio del 2019 di qualche giorno, e forse ci sto anche riuscendo.

Parlarvi di me nello specifico non è indispensabile. Mi limito a una sintesi del 2018: è stato un anno con la densità emotiva di tre, quattro, forse cinque e con lo sforzo fisico di almeno un paio. I miei amici stretti sanno molto, sicuramente più di quanto hanno saputo di me nei precedenti 34 anni. Qualcuno sa qualcosa. La mia famiglia sa tutto. Dopo anni in cui non ho mai parlato dei fatti miei, ora sanno tutto, sono stati costretti a sapere tutto. Per me è stata un po’ una forma di violenza, un po’ è il raggiungimento di un grande punto di emancipazione. Sicuramente mi sento migliorato anche da questo punto di vista. Ho imparato a confidarmi (con moderazione, eh) è questo è certamente un bel passo avanti.

Non so se il corpo e sopratutto la testa erano omologati per questo tipo di anomalia nelle curve che ho dovuto affrontare durante gli ultimi dodici mesi, ma non tutto è controllabile, prevedibile, schivabile, è questa è in definitiva la prima cosa importante – e definitiva – che mi porto dietro. E soprattutto, oggi sono in piedi e sorrido. Quindi ladies and gents, fate con me un bel gesto da cafoni nei confronti delle intemperie.

Le altre due cose che sento di aver imparato:

– Il dolore è una condizione ineliminabile dell’esistenza. Ineliminabile. Esistono le malattie, le sconfitte, le tragedie, la morte, la fine degli amori, la fine delle amicizie, i tradimenti, le delusioni, gli errori perdonabili e quelli imperdonabili. Prendere atto di questo fattore per me è grande notizia, e per due motivi. Il primo: se il dolore è una condizione ineliminabile dell’esistenza, è totalmente inutile vivere la propria vita pensando di schivarlo. Quelle strategie di pseudoprotezione basate sul ‘non mi dico la verità’, ‘non ti dico la verità’, ‘urlo più forte così con la mia voce copro la voce della mia testa e non sento la realtà delle cose’, ‘mi metto in un angolo e aspetto che il tornado passi’ sono, semplicemente, inutili. Anzi: sfidare il dolore con i muscoli molli è il modo migliore per farsi ancora più male. Il secondo: se il dolore è risorsa abbondante, è disponibile con facilità al mercato, a due lire, a volte te lo regalano pure quando non lo hai chiesto, tanto vale non perdere un solo secondo a indugiare su quello stato d’animo. Bisognerebbe (e si può) passare tutta la vita a lavorare sulla gioia. La gioia esiste, ma (a differenza del dolore) non è gratis, non si trova agli angoli delle strade. Va costruita, va voluta.  Esistono le guarigioni, le vittorie, le grandi notizie, la vita, l’inizio degli amori, l’inizio o la riscoperta delle amicizie (a proposito: quanto ho sottovalutato l’amicizia tra uomini, e quanto l’ho riscoperta quest’anno), la lealtà totale, le sorprese, le scuse sincere quando sbagli, i comportamenti che migliorano dopo che scopri che hai sbagliato. Tutto questo richiede impegno. Sopratutto richiede determinazione. Perché essere infelici è semplicissimo; per essere felici bisogna volerlo.

– dite sempre la verità alle persone a cui volete bene. Sempre. Fatelo per loro ma anche per voi stessi. Fatelo coi tempi giusti. Né troppo presto (un mio errore tipico) né troppo tardi (un tipico errore altrui). Le strade lastricate di sincerità sono spesso le più complicate da percorrere, ma portano sempre a destinazione. Confidatevi. Condividete il carico con chi ha la forza e la voglia di condividerlo. E siate pronti a portare il carico di chi volete bene sulle vostre spalle, per tratti brevi o meno brevi. Tutti hanno bisogno di aiuto. Nessuno ce la fa da solo.

Per il 2019 ho un solo fondamentale (ma difficilissimo) obiettivo: annoiarmi. Dare riposo alle mie clavicole, che hanno dovuto sopportare carichi (ir)reali, ingiusti. E ho naturalmente tanti sotto-obiettivi funzionali a raggiungere il macro-traguardo.

Metto questo 2018 in un bel cartone, bello capiente. Non butto niente, perché nonostante tutto non c’è davvero nulla da buttare. Metto il cartone in cantina. Lo sigillo bene, perché voglio andare oltre. Ma quel cartone deve restare qui, accanto a me, a ricordarmi tutto quello che mi è successo. Inizio il 2019 con qualche giorno d’anticipo rispetto al calendario. Buon anno. Nuovissimo. Siate felici, se potete.

Liberi di sbagliare

23 Ott

Nel mio ruolo d’insegnante di filosofia al liceo, sovente vedo allievi mortificati dai brutti voti ricevuti. Evidentemente nessuno li ha informati che l’essere umano può fallire. Eppure è un concetto semplice: possiamo fallire. Un concetto semplice che, tuttavia, credo contenga qualcosa della nostra verità. Gli animali non possono fallire, perché il loro comportamento è dettato dall’istinto: per non sbagliarsi devono solo obbedire alla propria natura. Ogni volta che l’uccello costruisce il proprio nido lo fa alla perfezione. D’istinto sa che cosa deve fare. Non ha bisogno d’imparare dai propri fallimenti. Sbagliandoci, andando incontro al fallimento, manifestiamo la nostra verità di uomini: non siamo né animali determinati dall’istinto, né macchine perfettamente programmate, tanto meno dèi. Possiamo fallire perché siamo uomini e siamo liberi: liberi di sbagliare, liberi di correggerci, liberi di progredire.

(Charles Pépin)

Fotografia del 7 agosto 2018 – Risorse scarse e risorse abbondanti

7 Ago

Every day has its challenges
I just never know what day it is

Oggi è l’ultimo giorno di scuola, almeno formalmente. Domani l’ufficio chiude per ferie per due settimane, io temo che dovrò essere reperibile nello spazio-tempo praticamente sempre, ma non mi fascio la testa prima di cadere.

Sono in treno, sono sveglio da due ore (vi scrivo alle 7 e 10 del mattino) e oggi, solo oggi, prima della campanella di fine stagione, vi dico che è stato un anno difficile.

Ho lasciato la persona con cui convivevo pur essendone innamorato.
Ho fatto parte della squadra di lavoro che ha subito la più clamorosa sconfitta della sinistra a livello nazionale in Italia.
Ho scoperto (definitivamente) che le persone non cambiano più, una volta diventate adulte. Possono smussare o affilare i propri angoli, ma non cambiano.
Ho scoperto che si può entrare e uscire dalla vita delle persone senza dare spiegazioni. Ho scoperto che lo fanno in tanti. Ho scoperto che non voglio farlo. Ho scoperto che mi fa male.
Ho provato a comprare la casa nella quale convivevo e attualmente vivo. Ho firmato il compromesso. Il giorno dopo mi hanno trovato un abuso edilizio ed è saltato tutto.
Sono stato tamponato da un SUV e (non chiedetemi il perché, non l’ho ancora capito per bene) ho avuto il 100% di torto.

Spero non vi siate accorti di (quasi) nulla. Lo spero perché in questi mesi, e nei prossimi, sto coltivando un tratto della mia disciplina: non essere mai affamato e non essere mai sazio. È un equilibrio praticamente impossibile. Mi è venuto in mente proprio leggendovi tutti i giorni: la rabbia è una risorsa abbondante, la gioia è una risorsa scarsa. O almeno, questo è quello che percepisco. Per questo motivo provo a immettere positività in ciò che faccio digitalmente (al netto dei miei pipponi del mattino, che non sempre sono un distillato di entusiasmo). Per questo, oltre che per la mia proverbiale riservatezza, tratto caratteriale riservato a sua volta (chi mi conosce poco pensa di sapere tanto di me proprio a causa della mia esposizione; chi mi conosce molto sa che questo non è vero), vi ho raccontato le cose che funzionavano e ho lasciato perdere quelle che proprio non sono andate. Non è stato difficile. Le cose che funzionano continuano a essere tante.

Ho imparato i rudimenti del vivere da solo.
So fare una lavatrice, so tenere un’abitazione più o meno in ordine senza farla esplodere.
Ho ricominciato a scrivere, per la gioia di alcuni ma sopratutto per la mia. Spero di non dover smettere mai più.
Ho incontrato centinaia di persone, migliaia oserei dire, in questo giro per l’Italia per capire cosa è successo alla sinistra. E sono tornato tutte le volte con un’energia addosso per la quale dovrei ringraziarvi tutti uno a uno. Di persona.
Sono riuscito a prolungare la permanenza nella casa in campagna nonostante tutto sembrasse indirizzato a lasciar perdere, grazie al cuore di chi da anni ci ospita. Quell’atto di generosità è probabilmente ciò che più mi ha sconvolto in positivo in questa stagione.
Sono socio di un’agenzia sana. Sono figlio di una famiglia meravigliosa. Mi alzo al mattino e voglio ancora spaccare il mondo.

Non tutte le giornate sono belle. Nessuna giornata è però davvero brutta.
Mai sazio. Mai affamato. Mai dipendente. Mai eremita.
Ci provo. È il mio unico obiettivo per i prossimi dodici mesi, è difficilissimo, non voglio nient’altro. E lo voglio applicare a tutto: lavoro, amicizia, vita privata, gioco, riposo.

(grazie per chi è arrivato fin qui. Scrivere è una grande forma di terapia per me, e mettere in fila le cose che quest’anno non hanno funzionato equivale a sputare fuori un po’ di veleno. Da oggi starò ancora meglio. Da domani, anzi, da adesso, tornerò a parlare di ciò che lì fuori è bello)

Fotografia del 25 luglio 2018 – Dieci anni a Proforma

25 Lug

LinkedIn mi ha ricordato una cosa che non riuscivo a localizzare bene nel tempo, e che non sono neanche sicuro sia localizzata correttamente: oggi compio dieci anni di servizio a Proforma.

La storia nasce ancora prima, con un tirocinio pre-laurea sul comportamento di voto dei 18enni. Un anno di lavoro, quattro focus group condotti e analizzati in prima persona, un blog e un forum (nel 2007). La chiamavano tesi super-sperimentale. Poi arrivò Facebook e la rese immediatamente OLD.

Dopo il tirocinio, che fu possibile anche grazie a qualche buona referenza, sono rimasto qui e non sono più andato via. Ho fatto tutta la trafila: precario, assunto a tempo indeterminato e poi socio, oramai da tre anni e mezzo. Sono la prova, nel mio piccolissimo, che si può essere realizzati sul lavoro anche al Sud Italia, senza genitori potenti e senza perdere l’integrità (su quest’ultimo punto magari qualcuno la penserà diversamente, io in ogni caso sono soddisfatto dei miei sì ma soprattutto dei miei no. Ciò detto, devo migliorare ancora).

Oggi, devo dirvi la verità, è più emozionante del solito.

Essere imprenditore non era e non rimane il mio sogno nel cassetto (il mio sogno nel cassetto resta comunque il poter vivere di scrittura, un po’ isolato dal mondo e un po’ no), non sono affatto sicuro sul mio destino da qui a dieci anni, ma l’esperienza in sé è comunque esaltante, sfidante, piena di sorrisi e di parolacce, di pigrizia e di entusiasmo, e sono contento di aver deciso di farlo, rinunciando a un altro sogno (dottorato) in nome di una scelta tremendamente razionale.

Pagare gli stipendi (e i premi) dei collaboratori con regolarità e puntualità, aver contribuito a un altro piccolo aumento lo scorso settembre grazie al lavoro di tutti e alle decisioni prese insieme rimane la cosa più di sinistra che abbia mai fatto in vita mia.

Dieci anni fa, inutile sottolinearlo, avevo molta più energia di adesso. Ora non c’è più il caffè, c’è l’anemia mediterranea, sopratutto non c’è quell’incoscienza che ti portava a far tardi tutte le sere. Quando scopri che l’unico limite alla dipendenza da lavoro è la tua disciplina, e che non arriverà mai un giorno più leggero se tu non vuoi che lo sia, capisci che bisogna imparare a vivere per non essere travolto. E così ho imparato a dormire sul divano per 15 minuti, a uscire da qui prima e continuare da casa, quando è proprio necessario. Sono meno robot di quando ho iniziato; resto un secchione, ma con le priorità rimesse in ordine. Laddove non arrivo con la quantità, provo ad arrivare con la qualità, il mestiere, qualche levataccia, qualche treno usato come scusa per recuperare gli arretrati, qualche sbirciata alle mail nel fine settimana.

Ciò non toglie che le giornate da 13-14 ore esistono e credo, persino spero che esistano sempre, a condizione che non siano l’unica condizione di vita possibile. Ieri ho chiuso tutto alle 23. La gavetta è un processo che tende all’infinito, se non ci si monta la testa. Spero di non arrivare mai al punto di poter pensare di dover lavorare meno degli altri solo perché sono il capo. A quel punto smetterei di esserlo, prima di tutto dal punto di vista morale.

Chiudo coi doverosi ringraziamenti (la gratitudine, dopo l’empatia, è il sentimento più bello del mondo. Almeno secondo me).

Ringrazio la mia famiglia, che mi ha reso quel che sono. Pregi e difetti. Mi ha insegnato ad avere fame, mi ha insegnato a essere disciplinato. Mi ha insegnato a essere curioso. Mi ha insegnato a non aspettarmi nulla da nessuno come fatto acquisito, che tutto si deve conquistare. Allo stesso tempo mi ha insegnato che è sbagliato diffidare del prossimo e che i rapporti iniziano meglio se le braccia sono aperte, non conserte.

Ringrazio i miei insegnanti, dalle scuole elementari fino all’Università, per avermi permesso di tenere insieme due lati apparentemente inconciliabili del carattere: quello secchione, appunto, e quello che è autorizzato a mettere in discussione lo status quo. Quello rompipalle, per farla breve. Quello insubordinato. Senza questo tratto mi annoierei, non sarei qui, non ce la potrei fare.

Ringrazio i miei soci, 15 anni più grandi di me, per aver pensato che io potessi aggiungere qualcosa al centro decisionale dell’agenzia. Li ringrazio perché sono diversi, siamo diversi, l’uno dall’altro, e perché pur frequentandoci poco fuori dal lavoro (almeno io con loro tre), ci siamo sempre l’uno per l’altro. E perché pur avendo caratteri molto diversi e pur discutendo a volte animatamente, non ci siamo mai fatti del male apposta. Anzi.

E ringrazio i miei collaboratori, che mi hanno accolto dieci anni fa, che hanno accettato che il più piccolo della squadra diventasse uno dei loro capi, e che questo non abbia cambiato nulla del cuore del nostro rapporto. Siamo e restiamo una piccola bottega artigiana di provincia dove il sorriso prevale sulla coercizione. Non siamo proprio un modello organizzativo che si studia nelle scuole di business. Ma forse, tornando a casa, siamo tutti più o meno sereni.

Separarsi dalle vecchie

25 Giu

La difficoltà non è tanto quella di sviluppare nuove idee, quanto quella di separarsi dalle vecchie.

(John Maynard Keynes)

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo

2 Mar

Il mondo è di chi nasce per conquistarlo
e non di chi sogna di poterlo conquistare, anche se ha ragione.
Ho sognato di più di quanto Napoleone abbia realizzato.
Ho stretto al petto ipotetico più umanità di Cristo.
Ho creato in segreto filosofie che nessun Kant ha scritto.
Ma sono, e forse sarò sempre, quello della mansarda,
anche se non ci abito;
sarò sempre quello che non è nato per questo;
sarò sempre soltanto quello che possedeva delle qualità;
sarò sempre quello che ha atteso che gli aprissero la porta davanti a una parete senza porta,
e ha cantato la canzone dell’Infinito in un pollaio,
e sentito la voce di Dio in un pozzo chiuso.

(Fernando Pessoa)