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Politica e morale

5 Set

La politica non si fa con la morale. Ma neanche senza.

(André Malraux)

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Un piccolo fiore

28 Mar

Limitarsi a vivere non è abbastanza. C’è bisogno anche del sole, della libertà e di un piccolo fiore.

(Hans Cristian Andersen)

Fotografia del 3 marzo 2019 – 3 marzo, 4 marzo

3 Mar

Sono a casa, a guardare un programma che parla di politica.
Esattamente come un anno fa meno un giorno.
In quest’anno mi è successo praticamente di tutto.

Il 4 marzo 2018 è stata una giornata molto triste, per me e chiaramente non solo per me. La botta è stata forte, di portata storica. Una botta che dal punto di vista politico si rimargina in anni, forse dieci come provavo a spiegare qualche giorno dopo sul mio profilo Facebook. Il primo istinto che ho avuto dopo quella botta è stato ricominciare tutto da capo, fare tutti i passi indietro che si potevano fare. Ascoltare e capire. Per quello mi sono messo in cammino e ho girato decine di circoli del PD e della sinistra tutta. Per raccontare il mio lavoro ma sopratutto per cercare di capire cosa fosse rimasto in mezzo alle macerie. Ho trovato sempre lo stesso scenario, in tutte le Regioni: tristezza ma voglia di fare qualcosa. Tanta voglia. Per questo non sono troppo sorpreso dell’affluenza delle Primarie di oggi. Per questo non ho mai smesso di essere ottimista. C’è un popolo che è più grande del partito, mi spiegarono al PD di Fiesole. Avevano ragione, oggi è evidentissimo.

Non ho partecipato, da lavoratore, alle Primarie del PD dopo aver contribuito alle ultime tre (Bersani 2009, Renzi 2013, Renzi 2017), in forme e in contesti ogni volta diversi. I motivi di questa non-partecipazione sono stati molti, ma sono contento per una volta di essere stato un semplice elettore e un ancor più semplice spettatore. Complimenti a chi ci ha lavorato, a prescindere dai risultati di ciascuna mozione.

Il PD ci ha messo davvero troppo a celebrare questo congresso, ma finalmente è arrivato. Ci arriva ferito ma non morto. Ci arriva dopo un anno in cui si è fatto qualcosa come opposizione ma troppo poco come alternativa, come proposta di paese, come visione della società. Quel popolo, più grande e spesso più lungimirante del partito, ha aspettato per un anno, giustamente sbuffando ma non scomparendo del tutto. Da domani, comunque la si pensi, non si può più stare nel mondo senza aver restituito questa visione agli italiani.

Non ho mai pensato che l’alleanza col M5S fosse la soluzione. Un partito che è stato dentro maggioranze non elettorali per quattro volte di seguito e che era stato punito anche per quello doveva restare fuori. Per (sua) fortuna lo ha fatto. Il quadro politico è allarmante, certo. Il comportamento del M5S ha contribuito al peggioramento del quadro e contemporaneamente ha dimostrato che restare fuori fosse (secondo me) l’unica opzione possibile. Nel frattempo il 2019 sta mostrando che ciò che è successo al PD (e a chi ci ha lavorato) può succedere a chiunque, in qualsiasi momento. Anche a chi è più bravo di me. Oggi è stato lanciato un messaggio anche da quel punto di vista. Non serviva un partito aggrappato al potere pur di non morire. Serviva uno spostamento del suo baricentro. Serviva rimettere in gioco i vecchi arnesi, la sinistra e la destra. Arnesi che (mi siete testimoni) non ho mai smesso di maneggiare. Salvini lo ha fatto senza paura. Ora è il PD, con altrettanta sfrontatezza, a doverlo fare.

È passato un anno dal 4 marzo 2018. Non mi illudo che la giornata di oggi basti. Non dimentico che alle Primarie del Partito Socialista in Francia del gennaio 2017 andarono a votare due milioni di persone, e poi Hamon prese il 6% alle Presidenziali. Sarebbe sbagliato pensare che il difficile è alle spalle. Il difficile è tutto attorno. Ma oggi è stato fatto un passo importante. Ieri, con la forte e colorata piazza di Milano, ne è stato fatto un altro. E per qualche ora è giusto goderselo.

Fin qui il lato parzialmente pubblico.

Per una strana beffa della sorte, il 4 marzo 2018 è stato però anche il primo giorno in cui ho vissuto da solo. Non lo avevo mai fatto. Non era previsto. Ma è successo. La prima cosa che ho fatto una volta tornato qui a casa è stata proprio scontrarmi con il voto politico del 2018. Dopo un anno la casa non è andata in fiamme, e tutto sommato non è andata neanche a pezzi. Ho imparato le cose essenziali. Non ho stinto neanche una t-shirt, non ho dovuto rilavare neanche una felpa perché puzzava di umido, mi hanno anche insegnato a fare la lavastoviglie ma già non mi ricordo come si fa perché avrò cucinato sì e no 7 volte in un anno (e in un centinaio di volte neanche ho dormito a casa mia). La casa è umida, come lo è sempre stato (un piano terra a 50 metri dal mare), ed è un po’ spoglia. Dietro di me in questo momento c’è un quadro con una grande foto della protesta di Piazza Tienanmen. Un singolo uomo che blocca i carrarmati. Chi mi conosce un po’ e conosce il mio carattere sa perfettamente perché ho deciso di montare questo quadro pochi giorni dopo l’inizio della mia vita solitaria. Di fronte a me c’è un quadro con una foto di due sconosciuti che si baciano. È un regalo per questo mio capodanno anomalo. È un simbolo che viene dal futuro. A sinistra, sopra la tv, c’è Amy Winehouse. A destra c’è una libreria. Non ci sono gatti, purtroppo, ma soffrirei a lasciarli soli per tanto tempo. La casa è un po’ spoglia, per mia pigrizia, per minimalismo. E perché ho provato a comprarla ma non ci sono riuscito. Ve l’ho detto che è stato un anno in cui è successo praticamente di tutto…

E poi c’è stata la vita privata, che rimarrà privata. Anche quella, fin troppo movimentata. Ma anche qui, come per tutto ciò che vi ho raccontato, le cose si stanno rimettendo al loro posto.

Arrivo al 4 marzo 2019 forte di una consapevolezza: nessuna ferita della testa e del cuore è inutile. Forse è la stessa consapevolezza che potrà avere il popolo (ben più largo di ciò che i sondaggi possono attualmente rilevare) del centrosinistra dopo questo weekend.

In bocca al lupo al PD. In bocca al lupo all’Italia. E in bocca al lupo anche a me.

Non ho più voglia di sentire storie

13 Gen

Non ho più voglia di sentire storie. Vorrei che ognuno mi parlasse della sua verità, quella verità che non abbiamo paura di rivelare a uno sconosciuto il cui giudizio non ci interessa. Vorrei che la gente mi parlasse come se non contassi niente. Tutti noi ci portiamo dentro i dolori più ancestrali del mondo, abbiamo tutti sepolta nell’animo la storia del mondo. E questo mondo, lo soffochiamo con le chiacchiere. Abbiamo tutti in noi un silenzio assordante che pure dice più di tutto quello che ci possiamo raccontare. Sono parole purificate dalle nostre verità quelle che spero di sentire un giorno. Io desidero una cosa sola, che le parole si purifichino fino al silenzio.

(David Thomas)

Fotografia del 23 dicembre 2018 – Clavicole

23 Dic

Anticipo il bilancio del 2018 di qualche giorno perché voglio anticipare l’inizio del 2019 di qualche giorno, e forse ci sto anche riuscendo.

Parlarvi di me nello specifico non è indispensabile. Mi limito a una sintesi del 2018: è stato un anno con la densità emotiva di tre, quattro, forse cinque e con lo sforzo fisico di almeno un paio. I miei amici stretti sanno molto, sicuramente più di quanto hanno saputo di me nei precedenti 34 anni. Qualcuno sa qualcosa. La mia famiglia sa tutto. Dopo anni in cui non ho mai parlato dei fatti miei, ora sanno tutto, sono stati costretti a sapere tutto. Per me è stata un po’ una forma di violenza, un po’ è il raggiungimento di un grande punto di emancipazione. Sicuramente mi sento migliorato anche da questo punto di vista. Ho imparato a confidarmi (con moderazione, eh) è questo è certamente un bel passo avanti.

Non so se il corpo e sopratutto la testa erano omologati per questo tipo di anomalia nelle curve che ho dovuto affrontare durante gli ultimi dodici mesi, ma non tutto è controllabile, prevedibile, schivabile, è questa è in definitiva la prima cosa importante – e definitiva – che mi porto dietro. E soprattutto, oggi sono in piedi e sorrido. Quindi ladies and gents, fate con me un bel gesto da cafoni nei confronti delle intemperie.

Le altre due cose che sento di aver imparato:

– Il dolore è una condizione ineliminabile dell’esistenza. Ineliminabile. Esistono le malattie, le sconfitte, le tragedie, la morte, la fine degli amori, la fine delle amicizie, i tradimenti, le delusioni, gli errori perdonabili e quelli imperdonabili. Prendere atto di questo fattore per me è grande notizia, e per due motivi. Il primo: se il dolore è una condizione ineliminabile dell’esistenza, è totalmente inutile vivere la propria vita pensando di schivarlo. Quelle strategie di pseudoprotezione basate sul ‘non mi dico la verità’, ‘non ti dico la verità’, ‘urlo più forte così con la mia voce copro la voce della mia testa e non sento la realtà delle cose’, ‘mi metto in un angolo e aspetto che il tornado passi’ sono, semplicemente, inutili. Anzi: sfidare il dolore con i muscoli molli è il modo migliore per farsi ancora più male. Il secondo: se il dolore è risorsa abbondante, è disponibile con facilità al mercato, a due lire, a volte te lo regalano pure quando non lo hai chiesto, tanto vale non perdere un solo secondo a indugiare su quello stato d’animo. Bisognerebbe (e si può) passare tutta la vita a lavorare sulla gioia. La gioia esiste, ma (a differenza del dolore) non è gratis, non si trova agli angoli delle strade. Va costruita, va voluta.  Esistono le guarigioni, le vittorie, le grandi notizie, la vita, l’inizio degli amori, l’inizio o la riscoperta delle amicizie (a proposito: quanto ho sottovalutato l’amicizia tra uomini, e quanto l’ho riscoperta quest’anno), la lealtà totale, le sorprese, le scuse sincere quando sbagli, i comportamenti che migliorano dopo che scopri che hai sbagliato. Tutto questo richiede impegno. Sopratutto richiede determinazione. Perché essere infelici è semplicissimo; per essere felici bisogna volerlo.

– dite sempre la verità alle persone a cui volete bene. Sempre. Fatelo per loro ma anche per voi stessi. Fatelo coi tempi giusti. Né troppo presto (un mio errore tipico) né troppo tardi (un tipico errore altrui). Le strade lastricate di sincerità sono spesso le più complicate da percorrere, ma portano sempre a destinazione. Confidatevi. Condividete il carico con chi ha la forza e la voglia di condividerlo. E siate pronti a portare il carico di chi volete bene sulle vostre spalle, per tratti brevi o meno brevi. Tutti hanno bisogno di aiuto. Nessuno ce la fa da solo.

Per il 2019 ho un solo fondamentale (ma difficilissimo) obiettivo: annoiarmi. Dare riposo alle mie clavicole, che hanno dovuto sopportare carichi (ir)reali, ingiusti. E ho naturalmente tanti sotto-obiettivi funzionali a raggiungere il macro-traguardo.

Metto questo 2018 in un bel cartone, bello capiente. Non butto niente, perché nonostante tutto non c’è davvero nulla da buttare. Metto il cartone in cantina. Lo sigillo bene, perché voglio andare oltre. Ma quel cartone deve restare qui, accanto a me, a ricordarmi tutto quello che mi è successo. Inizio il 2019 con qualche giorno d’anticipo rispetto al calendario. Buon anno. Nuovissimo. Siate felici, se potete.

Liberi di sbagliare

23 Ott

Nel mio ruolo d’insegnante di filosofia al liceo, sovente vedo allievi mortificati dai brutti voti ricevuti. Evidentemente nessuno li ha informati che l’essere umano può fallire. Eppure è un concetto semplice: possiamo fallire. Un concetto semplice che, tuttavia, credo contenga qualcosa della nostra verità. Gli animali non possono fallire, perché il loro comportamento è dettato dall’istinto: per non sbagliarsi devono solo obbedire alla propria natura. Ogni volta che l’uccello costruisce il proprio nido lo fa alla perfezione. D’istinto sa che cosa deve fare. Non ha bisogno d’imparare dai propri fallimenti. Sbagliandoci, andando incontro al fallimento, manifestiamo la nostra verità di uomini: non siamo né animali determinati dall’istinto, né macchine perfettamente programmate, tanto meno dèi. Possiamo fallire perché siamo uomini e siamo liberi: liberi di sbagliare, liberi di correggerci, liberi di progredire.

(Charles Pépin)

Fotografia del 7 agosto 2018 – Risorse scarse e risorse abbondanti

7 Ago

Every day has its challenges
I just never know what day it is

Oggi è l’ultimo giorno di scuola, almeno formalmente. Domani l’ufficio chiude per ferie per due settimane, io temo che dovrò essere reperibile nello spazio-tempo praticamente sempre, ma non mi fascio la testa prima di cadere.

Sono in treno, sono sveglio da due ore (vi scrivo alle 7 e 10 del mattino) e oggi, solo oggi, prima della campanella di fine stagione, vi dico che è stato un anno difficile.

Ho lasciato la persona con cui convivevo pur essendone innamorato.
Ho fatto parte della squadra di lavoro che ha subito la più clamorosa sconfitta della sinistra a livello nazionale in Italia.
Ho scoperto (definitivamente) che le persone non cambiano più, una volta diventate adulte. Possono smussare o affilare i propri angoli, ma non cambiano.
Ho scoperto che si può entrare e uscire dalla vita delle persone senza dare spiegazioni. Ho scoperto che lo fanno in tanti. Ho scoperto che non voglio farlo. Ho scoperto che mi fa male.
Ho provato a comprare la casa nella quale convivevo e attualmente vivo. Ho firmato il compromesso. Il giorno dopo mi hanno trovato un abuso edilizio ed è saltato tutto.
Sono stato tamponato da un SUV e (non chiedetemi il perché, non l’ho ancora capito per bene) ho avuto il 100% di torto.

Spero non vi siate accorti di (quasi) nulla. Lo spero perché in questi mesi, e nei prossimi, sto coltivando un tratto della mia disciplina: non essere mai affamato e non essere mai sazio. È un equilibrio praticamente impossibile. Mi è venuto in mente proprio leggendovi tutti i giorni: la rabbia è una risorsa abbondante, la gioia è una risorsa scarsa. O almeno, questo è quello che percepisco. Per questo motivo provo a immettere positività in ciò che faccio digitalmente (al netto dei miei pipponi del mattino, che non sempre sono un distillato di entusiasmo). Per questo, oltre che per la mia proverbiale riservatezza, tratto caratteriale riservato a sua volta (chi mi conosce poco pensa di sapere tanto di me proprio a causa della mia esposizione; chi mi conosce molto sa che questo non è vero), vi ho raccontato le cose che funzionavano e ho lasciato perdere quelle che proprio non sono andate. Non è stato difficile. Le cose che funzionano continuano a essere tante.

Ho imparato i rudimenti del vivere da solo.
So fare una lavatrice, so tenere un’abitazione più o meno in ordine senza farla esplodere.
Ho ricominciato a scrivere, per la gioia di alcuni ma sopratutto per la mia. Spero di non dover smettere mai più.
Ho incontrato centinaia di persone, migliaia oserei dire, in questo giro per l’Italia per capire cosa è successo alla sinistra. E sono tornato tutte le volte con un’energia addosso per la quale dovrei ringraziarvi tutti uno a uno. Di persona.
Sono riuscito a prolungare la permanenza nella casa in campagna nonostante tutto sembrasse indirizzato a lasciar perdere, grazie al cuore di chi da anni ci ospita. Quell’atto di generosità è probabilmente ciò che più mi ha sconvolto in positivo in questa stagione.
Sono socio di un’agenzia sana. Sono figlio di una famiglia meravigliosa. Mi alzo al mattino e voglio ancora spaccare il mondo.

Non tutte le giornate sono belle. Nessuna giornata è però davvero brutta.
Mai sazio. Mai affamato. Mai dipendente. Mai eremita.
Ci provo. È il mio unico obiettivo per i prossimi dodici mesi, è difficilissimo, non voglio nient’altro. E lo voglio applicare a tutto: lavoro, amicizia, vita privata, gioco, riposo.

(grazie per chi è arrivato fin qui. Scrivere è una grande forma di terapia per me, e mettere in fila le cose che quest’anno non hanno funzionato equivale a sputare fuori un po’ di veleno. Da oggi starò ancora meglio. Da domani, anzi, da adesso, tornerò a parlare di ciò che lì fuori è bello)