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Non ho avuto il tempo di occuparmi del successo degli altri

4 Gen

Se hai un bar o il tempo impegnato a fare cose per la tua vita, le energie per pensare a me non ce le hai. Io oggi ho fatto radio, sono andato all’asilo, ho scritto, non ho avuto il tempo di occuparmi del successo degli altri.

(Fabio Volo)

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Fotografia del 29 dicembre 2017 – Uscire dalla dipendenza dal lavoro

31 Dic

Chiudo l’ufficio. Chiudo il 2017.
Non so precisamente a che punto del mio viaggio professionale mi trovo. So solo di essere molto distante dal punto in cui ero dodici mesi fa.

Ho passato l’anno complicato, oscuro, poco visibile, di piena gavetta (forse mai così tanta, finora) che mi aspettavo di vivere. Ho la sensazione, non ancora suffragata da alcuna evidenza empirica, di aver superato una bella montagna e di iniziare a vedere l’orizzonte in lontananza. Ma ho il fiatone, emagari è solo un miraggio. Quindi non è ancora il momento di festeggiare.

Di questo 2017 lavorativo porto con me un piccolo (bugia, è grandissimo) motivo d’orgoglio: aver riconosciuto le due o tre cose che ti fanno diventare workaholic (dipendente dal lavoro), averle isolate, averle combattute. E averle vinte, spero. (Sì, non mi piace avere dipendenze). Provo a dirvi ciò da cui ci si deve liberare secondo me:

1. È arrivato un momento in cui mi sono reso conto che anche se fossi stato in ufficio 24 ore su 24 non sarei stato comunque capace di fare tutto quello che ci sarebbe da fare. Quando sono arrivato a questa consapevolezza ho immediatamente fatto il passo successivo: se non puoi fare tutto è anche inutile provarci, a fare tutto. Alla cieca dedizione devono subentrare altre competenze non meno importanti: la capacità di discriminare. Di delegare. Di riconoscere le priorità. E di iniziare a considerare il tempo libero come qualcosa che non si può erodere, come un cuscinetto a cui non si deve attingere per incapacità di separare il tempo della vita da quello del lavoro. Come un dovere, quasi più dovuto del lavoro. Lavorare mi piace ancora molto, ma mi piace ancora di più pensare al lavoro come qualcosa che faccio tra un momento e l’altro di tempo libero. Provate a rovesciare questo sistema di priorità, e la vita cambia. A me sta cambiando.

2. Il mondo va avanti anche senza di me. Troverà altri metodi, forse si incepperà un attimo, o forse al contrario andrà meglio di prima. A quel punto si può scoprire che il rallentamento sta nei propri errori, nelle manie di controllo, nell’incapacità di fidarsi degli altri, nell’accumulo di stanchezza su stanchezza, che fa prendere decisioni progressivamente e inevitabilmente peggiori. Fino, per l’appunto, alla dipendenza da lavoro. Liberarsi dall’idea di essere indispensabili è bellissimo, utile, necessario.

Aspettando l’ispirazione (o più semplicemente il 31 dicembre) per mettere insieme i buoni propositi per l’anno nuovo, chiudo il mio 2017 lavorativo augurando di trovare un lavoro stabile e dignitoso a chi se lo merita ma non ce l’ha ancora, e a liberarsi dalla dipendenza dal lavoro a chi ne è affetto. Ci sono riuscito io, e quindi ci può riuscire chiunque.

I 20 migliori singoli del 2017, secondo me – posizioni dalle 10 alla 1

31 Dic

Classifica sindacabilissima.
Criterio di elezione: solo brani usciti come singoli nel 2017.

Non valgono dunque brani usciti prima e diventati famosi nell’anno in corso, così come non valgono brani più belli dei singoli ma non usciti come singoli.

Il 24 dicembre ho pubblicato la prima puntata (con le posizioni dalla 20 alla 11) sempre sul mio blog personale. Lo trovate qui.

Ho anche creato una playlist Spotify per l’occasione.

10. Four Tet – Planet

 

9. Lucy Rose – I Can’t Change It All

 

8. Lorde – Green Light

 

7. Maggie Rogers – On+Off

 

6. Cigarettes After Sex – Apocalypse

 

5. Drake – Signs

 

4. Future – Mask Off (Kendrick Lamar remix)

 

3. The XX – Hold On (Jamie XX remix)

 

2. St. Vincent – New York

 

1. London Grammar – Hell To The Liars

I 20 migliori singoli del 2017, secondo me – posizioni dalle 20 alla 11

24 Dic

Classifica sindacabilissima.
Criterio di elezione: solo brani usciti come singoli nel 2017.

Non valgono dunque brani usciti prima e diventati famosi nell’anno in corso, così come non valgono brani più belli dei singoli ma non usciti come singoli.

Il 31 dicembre pubblicherò la seconda puntata (con le posizioni dalla 10 alla 1) sempre sul mio blog personale. La trovate qui.

Ho anche creato una playlist Spotify per l’occasione.

 

20. George Fitzgerald – Burns

 

19. Charlotte Gainsbourg – Ring-a-Ring O’Roses

 

18. Daphni – Face to Face

 

17. Sampha – (No One Knows Me) Like The Piano

16. Laura Marling – Wild Fire


15. Fatima Yamaha – Araya


14. Sigrid – Strangers


13. Jorja Smith – Teenage Fantasy


12. Wolf Alice – Don’t Delete The Kisses


11. Kendrick Lamar – LOVE

Fotografia del 16 dicembre 2017 – La riscoperta della parola ‘fine’

16 Dic

Oggi ho fatto l’ultima docenza della prima parte della mia vita, prima di fermarmi per un po’. Ho girato una pagina bella grande, e dico questo non solo per la maturazione di questa decisione professionale. Tante sensazioni, incontri, parole di questi giorni mi hanno dato la sensazione complessiva che un capitolo si chiudesse davanti ai miei occhi.

Torno a casa stanco ma soprattutto sereno.
E torno a casa con un altro insegnamento, che mi stupisce: ho imparato a rivalutare la parola “fine”. Secondo me gli esseri umani hanno generalmente un rapporto poco sereno con questo lemma. La fine di solito non si desidera, a meno che non sia associata a qualcosa di negativo. Quindi o è negativa la fine, o è negativo il motivo per cui la desideri. La parola “inizio” porta con sé quasi sempre un ottimismo maggiore: l’idea di una scoperta; la possibilità, in ogni caso, di tornare indietro sui propri passi se le cose dovessero andare male o diversamente da quanto prospettato, la possibilità di costruire le proprie strade con la sola immaginazione, la curiosità dell’inesplorato, l’adrenalina del nuovo o dell’inatteso.

Questo ritorno a casa mi insegna che però può valere esattamente al contrario: metto la parola fine a una pagina favolosa della mia vita. Potrebbe essere stata anche la migliore di sempre, chissà (quando confido questa sensazione ai miei pochi amici, spesso non ci credono. Eppure…). Metto la parola fine a cose che, tutto sommato, sapevo fare bene, che mi davano soddisfazioni e che forse le davano anche ai miei compagni di avventura. Forse metto la parola fine proprio per questo motivo: perché lasciare nel momento giusto, cioè quando non è troppo tardi, è meraviglioso, e io spero di averci preso.

È una fine senza dolore. E non c’è alcun inizio da progettare. Almeno per ora. Ho imparato anche questo: la fine non è sempre triste, un nuovo inizio non è sempre indispensabile. È così bello e liberatorio lasciare un foglio bianco, ogni tanto…

Fotografia del 23 novembre 2017 – Un anno un po’ sabbatico

26 Nov

Le principali decisioni della mia vita recente sono state prese svegliandomi al mattino, scoprendo che nella notte è stato spinto un interruttore nel cervello e che lo switch mi ha sbalzato da un’altra parte.
È stato così anche ieri.
Mi sono svegliato e ho deciso che mi prendo (almeno) un anno sabbatico all’insegnamento. Chiudo con le ultime due docenze già fissate (una domattina) nel 2017, poi mi fermo. Per un tempo indefinito.
Le ragioni in verità sono molte, alcune nobili e altre meno; alcune condivisibili e altre meno.

Provando a fare la sintesi più sincera e completa insieme, va più o meno così. Insegno ininterrottamente da 7 anni, insegno una disciplina sfuggente come la comunicazione politica, se non studio invecchio e tanto invecchio in ogni caso (se c’è un limite di mandato per i politici magari è giusto che ci sia un limite di mandato anche per noialtri. Ogni tanto penso a questo paradosso).

Oggi sento il bisogno di imparare più che di insegnare, di scrivere più che di parlare, di interagire più che di girare con le slide. Sento il bisogno di assomigliare alle parole che uso, e la verità è che non sempre ciò che insegni è facile da applicare: la cosa è ancora più faticosa se sei contemporaneranamente potenziale oggetto e potenziale soggetto di ciò che insegni, se sei lo studiante e lo studiato insieme.

Sento anche il bisogno di spazzare il campo dall’ipocrisia (uno dei miei principali avversari del periodo, insieme alla retorica) e quindi è opportuno dire che posso smettere di insegnare anche perché adesso (finalmente! Forse!) me lo posso permettere.
Mi piacerebbe tenere solo una cattedra universitaria, magari ancora a Perugia o dove servo. Per stare coi ventenni, e per difendere il curriculum. Poi basta.

Mi piacerà continuare a girare l’Italia ma senza lezioni. Solo per confrontarmi. Dibattiti, tavole rotonde, presentazioni di libri o simili, Aperidino o simili, sessioni di domande senza rete.
Tutto il resto va via fino a quando non mi sentirò di nuovo pronto. Se mai mi risentirò pronto.

Chiudo semplicemente ringraziando le migliaia di persone che mi hanno dedicato del tempo (e in tanti casi, anche il loro denaro) in questi sette anni. Mi sono divertito, ho dato il massimo; mi fermo prima di diventare banale, mi fermo per migliorare ancora.
(Post scritto sorseggiando Nikka, il mio whisky preferito, al caffè San Marco di Trieste, nella città dei caffè di Joyce e Svevo. A scanso di equivoci: sono sceso coi pantaloni della tuta)

Non voglio fare prediche

23 Nov

Non ho niente da insegnare, e non voglio fare prediche. L’unica cosa che so è che voglio scrivere più che posso, e con la maggior accuratezza possibile.

(Raymond Carver)