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Fotografia del 22 luglio 2014 – Irripetibile

22 Lug

Anticipo di qualche giorno le riflessioni di fine stagione (sì, perché non lavoro ad anni solari, lavoro in stagioni calcistiche, e dunque questo è l’epilogo della stagione 2013-2014) perché sono già mature, perché voglio mettere un punto. Perché voglio lanciarmi nell’estate, nel silenzio. Perché ne ho proprio bisogno.

Questo è stato un anno irripetibile.

Irripetibile perché non si potrà più ripetere. Perché è stato un anno troppo bello per essere vero.

Ho lavorato a campagne elettorali importantissime, vincendone tante e perdendone qualcuna.
Ho gioito come un pazzo quando si è vinto e sono rimasto catatonico quando si è perso. Prendo le cose ancora troppo sul personale, non so quanto sia sano, ma allo stesso tempo non ho intenzione di cambiare.
Ho messo a posto la mia autostima, spero definitivamente. Ho tirato su quella personale e, ben più importante, ho tirato in basso quella professionale. Ho finito, spero per sempre, con la stagione “cambio il mondo tutto da solo”.
Sono riuscito a far crescere le poche cose che amo e, spero, a far star bene le pochissime persone che amo.
Ho fatto cadere un sacco di cascami, e ora sono più leggero.
Ho scritto, meno di quanto avrei voluto, ma in posti sempre più prestigiosi.
Ho macinato migliaia di chilometri, ho parlato a centinaia di ragazzi e ragazze. Spero di aver detto qualcosa di interessante.
Ho lavorato con persone molto più brave, sorridenti e competenti di me. Da loro ho ascoltato tanto, e ho imparato ancor di più.
Ho sentito sulla pelle la fiducia di tante persone, che mi hanno dato voce, spazio, tempo. A loro sono grato, ogni giorno di più, perché è sempre più difficile avere fiducia in qualcuno, dare fiducia a qualcuno. È più facile cedere al cinismo, alla rassegnazione, all’homo homini lupus.

È stato un anno irripetibile perché io non voglio che si ripeta più.

Ho fatto troppo. Troppo di tutto. Troppo lavoro. Troppi viaggi.
Troppe sveglie troppo presto, troppe notti troppo tardi.
Troppi interventi. Non ha senso parlare così tanto. Non ho così tante cose interessanti da dire.
Troppe responsabilità, troppo stress.
Troppo cibo. Troppo poco sonno.
Troppo poco tempo per me.
Troppo poco mare, troppa poca campagna.
Ho visto più medici negli ultimi 9 mesi che nei precedenti 29 anni.
Non mi sono mai divertito così poco a fare il mio lavoro. E se io non mi diverto, non sono ugualmente utile alla causa.
Ho visto i miei limiti, li ho sentiti. Ora li conosco. Ora mi conosco meglio.
Ora so meglio cosa voglio e cosa non voglio.

So che un anno come questo va vissuto, e sono contentissimo di averlo vissuto esattamente così com’è stato. Se fosse stato diverso, meno emozionante, meno gratificante, meno faticoso, non sarei qui dove sono ora, a provare quello che sto provando. Quest’anno doveva andare esattamente com’è andato. Proprio per questo so che non ne voglio un altro così.

Qualche giorno fa sono stato invitato a parlare esplicitamente del mio futuro. Di dove voglio andare. Di come mi immagino tra 5, 10 anni.
Ho improvvisato un incipit che mi è scappato dalla bocca, semplicemente perché è la verità: “Ho 30 anni, non so lavare, non so stirare, sono un bambino, non voglio crescere, mi voglio solo divertire.”

Questo sono io. Su questo non arretro di un millimetro.
Tutto il resto cambierà.
Buona estate. Per chi bazzica l’Adriatico meridionale: ci si vede in giro.

(per chi mi vuole bene e dovesse allarmarsi: nessun timore, è tutto sotto controllo. Vado verso il futuro col sorriso)

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Fotografia del 14 aprile 2014 – In volo

14 Apr

Scrivo questo post da un aereo, da un Ryanair Bari-Bergamo. E lo posto dal lato passeggero di un automobile. Chiedo anticipatamente scusa per la poca linearità dei concetti, che però tenevo a condividere sul mio blog personale, a favore dei miei amici e dei miei lettori. E chiedo scusa per i refusi, che correggerò (segnalatemeli).

È il 14 aprile e sto andando a Brescia a fare una cosa che intimamente dovrebbe riempirmi d’orgoglio (e lo fa, ma va detto a voce molto bassa), ma che pubblicamente mi crea un misto di stupore e imbarazzo.

Sto andando in un collegio universitario a parlare di me. Non delle mie slide, della comunicazione politica, di tutte le tabelle e i dati che amo snocciolare quando mi chiamano a fare docenze, seminari, o aperitivi rinforzati a base di politica.

Sto andando a parlare di me perché mi hanno invitato a parlare di me, ed è questo che mi imbarazza e mi stupisce, perché è un periodo in cui la mia autostima professionale (vi sembrerà assurdo) è in calo. Mi sento uno qualsiasi, senza alcun particolare valore aggiunto, facilmente sostituibile.

Io non sono un idraulico, non sono indispensabile. Finalmente me ne sono accorto, ed è un gran bene, ma certe volte il passaggio dalla liberazione dalle tue aspettative irrealistiche al “cosa ci faccio qui?” è molto sottile e fragile.

Eppure, c’è qualcuno che pensa che la storia della mia vita possa servire a studenti alla ricerca della loro strada, e dunque eccomi qui, saltellando tra un aereo e l’altro, con la sveglia puntata alle 5 di domattina in modo da essere in ufficio alle 11 e salvarmi così dal cazziatone dei miei capi (che giustamente mi vorrebbero anche un po’ tra loro, dato che mi pagano).

Il 14 aprile 2013 ero su un aereo, un Delta Airlines (se non ricordo male) Roma-Washington DC. Andavo a partecipare all’esperienza formativa più clamorosa della mia vita, l’International Visitor Leadership Program del Dipartimento di Stato americano.

È stata una cosa che intimamente mi ha riempito d’orgoglio (e questo è genericamente più accettabile), ma che pubblicamente mi creò un misto di riconoscenza nei confronti di chi mi volle lì, e generale percezione di inadeguatezza. Il mio inglese zoppicante e un curriculum solido, ma non ancora così solido come quello della gran parte dei miei compagni di viaggio, mi fece sentire ancora una volta, uno dei tanti. Un’altra liberazione, anche al di là dell’Oceano, ma ancora una volta quella stessa sensazione di “cosa ci faccio qui?” a cui riuscii a dare una risposta molto semplice e banale: a imparare, con avidità, cosa vuol dire stare al mondo.

Non credo né nella fortuna né nel caso né in qualche ordine superiore divino o pagano. Credo nel lavoro e nella testardaggine, nella disciplina e nella capacità di resistenza, nella motivazione e nella passione. Però è singolare come questo 14 aprile sia così tanto simile a quello dell’anno scorso, anche se sto andando a Brescia e non in America, anche se sto andando a insegnare invece che a imparare.

Mi sento piccolo piccolo come allora, a metà strada tra il “cosa ci faccio qui” e il “che figata”. Ripenso a una conversazione di stamattina con una delle persone che stimo di più dal punto di vista professionale (e a cui inizio ad affezionarmi assai), che mi dice “ho fatto il tuo nome al mio capo” (e vi assicuro che “il suo capo” è uno di quei “capi” da far girare la testa). Anche se questo contatto non porterà a nulla, è stata comunque una notizia fantastica, che almeno per oggi, mi fa sentire speciale. Piccolo e speciale.

p.s. domani papà compie gli anni. Papà, grazie. Questo post è dedicato a te.

Fotografia di fine 2013 – Il mio unico proposito per il 2014

27 Dic

Ogni volta che abbandono un anno solare per arrivare in quello successivo decido di impegnarmi per perseguire un mio personale obiettivo di metodo.

Il 2013, nelle mie intenzioni, doveva essere l’anno della qualità. Dovevo sfrondare e limitarmi a ciò che valeva davvero. Sono abbastanza soddisfatto del risultato finale, ma mi sento comunque in hangover.

Ho fatto troppo di tutto. Di cose belle e di cose brutte. Sono andato troppo forte. Ho troppe volte aggiornato i miei limiti al rialzo. Può andar bene un anno, ogni tanto, da “giovani”, ma non può funzionare come stile di vita. Anche perché, se brucio tutto ora, poi non avrò più stimoli, ambizioni, desideri forti. E senza passione nelle cose che faccio, io di fatto non funziono. La gioia che ho provato oggi nell’andare a fare la spesa, l’aiutare Manu per una parte infinitesimale, è un segnale troppo forte per poter essere ignorato: ho una fottuta voglia di normalità, di stare in pantofole e sparire dalla circolazione (ancor di più, direbbe qualcuno).

C’è stato un passaggio interessante alla fine di quest’anno: il silenzio che mi sono autoimposto durante la campagna elettorale di Renzi. Quel silenzio, come quasi tutte le forme di disciplina, mi ha dato una lezione profondissima e che di fatto mi ha suggerito cosa voglio dall’anno prossimo.

Tante volte mi sono autocensurato dopo aver scritto qualcosa. Dovevo solo spingere invio e non l’ho fatto. Mi fermavo, perché mi rendevo conto che stavo violando una regola che mi ero imposto. Non vi nascondo che è stato faticoso, e sarà sempre faticoso soprattutto per chi, come me, mira in modo un po’ (troppo) idealista alla piena libertà, in particolare di espressione. Allo stesso tempo rifarei tutto, perché è stato giusto, per la mia reputazione di professionista e la mia dignità di persona.

Ma rifarei tutto soprattutto per un motivo. Molto spesso, pochi minuti dopo aver deciso di non condividere le mie emozioni e i miei pensieri con il mondo, pensavo tra me e me: “Ma chi ti caca?” “Ma che tono hai?” “Ma non pensi che a furia di pontificare diventerai insopportabile?”. Se mi posso permettere un consiglio di gestione dei propri spazi sui social media, direi che tutto ciò che può indurre di voi stessi a pensare: “Hai rotto il cazzo” può essere tranquillamente cestinato.

Parallelamente, ho ripensato a tutto ciò che ho scritto, detto, analizzato, discusso, riflettuto, elaborato, e ho ripensato a tutto il lavoro di scrittura, pensiero, analisi, discussione, riflessione che ogni giorno, a ogni ora, è prodotto in Italia da autorevoli menti e da uomini della strada di ogni forma e dignità. Poi ho riflettuto sul rapporto tra l’elaborazione e la realtà e ho pensato che ci siamo detti tante cose, ma che tutto quello che ci siamo detti ha inciso veramente molto poco sul presente e sul futuro dell’Italia, o comunque dei posti dove siamo, viviamo, cerchiamo la felicità.
Dunque, parallelamente a “Hai rotto il cazzo” è emerso un altro elemento di autoregolazione: “Ma a che serve dirlo?”. Se la risposta è “a niente”, come la stragrande maggioranza delle cose che diciamo, forse sarà il caso di fare meno rumore.

Eccoci qua. Il mio proposito del 2014 è fare meno rumore. Esserci meno. Non esserci proprio. In teoria dovrei fare il contrario: il 2013 è stato un anno eccellente dal punto di vista professionale, dovrei insistere, dovrei battere il ferro. In fondo arrivo a 30 anni, è ora che mi gioco la carriera, che devo porre le basi per costruire il resto della mia vita. E invece no, proprio non mi viene. Non so dirvi se è semplice stanchezza (e consapevolezza che il 2014 sarà tosto almeno come il 2013. Bisogna risparmiare la gamba, come nelle maratone), se è disillusione, se sono cambiate le priorità, se è l’inizio di una crisi depressiva, se è crescita fisiologica, se è consapevolezza dei propri limiti. Ma questo sono io ora, e questo voglio essere io, almeno per il prossimo anno.

Fallirò in parte o del tutto, come è ovvio. Alla fine scriverò, perché senza scrivere sto meno bene. Prenderò posizione quando posso, perché fare il terzista non mi riesce proprio. Ma cercherò di amare e non rompere il cazzo (citando una meravigliosa frase incrociata quest’anno) nel migliore dei modi possibili.

Chiedo anticipatamente scusa a chi non condivide, a chi mi troverà (ancora) più noioso, a chi pensa che io non me lo possa permettere. E chiedo scusa in ritardo a chi mi conosce e pensa da tempo che avrei dovuto prendere questa strada. Dai che ci sono arrivato, quasi da solo.

Buon 2014. Enjoy the silence.

Fotografia del 3 settembre 2013 – 276 giorni

3 Set

Due settembre 2013. Otto giugno 2014.

L’anno scorso, di questi tempi, non potevo immaginare ciò che mi aspettava, perché non conoscevamo le scadenze, le date, gli impegni di lavoro, non sapevo quando sarei andato negli Stati Uniti. Non sapevo che avrei avuto tantissimo lavoro da smazzare. E quindi iniziavo con uno spirito molto diverso da quello di quest’anno.

Questa volta ho una data di inizio e una data di fine. E la consapevolezza, la certezza che lungo questi nove mesi e sei giorni sarò sempre in campagna elettorale. Anzi, in campagne elettorali. Bari, Europa, amministrative, Regionali, PD, forse congresso, forse politiche. Non so ancora cosa farò e se farò tutto, non so ancora quanto sarò dentro queste macchine, ma ho la certezza che qualcosa succederà.

L’agenda dice già che da qui a fine 2013 ho solo tre weekend liberi. Questa è la musica. E non è troppo diversa da quella della scorsa stagione. Non mi aspetto di viverla più facilmente, non ci sono i presupposti. In agenda non ci sono ancora viaggi all’estero: mi piacerebbe farne almeno uno (per lavoro, of course), ma se non dovesse accadere vorrà dire che gestirò le mie energie un pochino meglio.

Quando hai date certe puoi immaginare l’inizio e la fine. Puoi organizzare meglio il tuo tempo. Anche se è poco. Anche se non sai cosa ci sarà dentro. Anche se non conosci il percorso. Quindi sono contento di sapere che la prospettiva è questa. Sarà faticosa, ma non importa. Lavorare, di questi tempi, è sempre qualcosa che ti deve portare ad avere un atteggiamento positivo verso il mondo.

Metto su l’abito mentale del maratoneta. Serve salvare la gamba, serve regolarità. Niente eroismi, né cercati né involontari. Niente sforzi che non si possono reggere. Un altro anno come quello passato non lo reggo. Non lo reggo perché fisicamente non ce la faccio, perché mentalmente mi devo dare tregua.

Cambierò atteggiamento: basta prove di fatica. Serve fare un passo alla volta. Non esiste più l’angolo del riposo assoluto, non è mai esistito e ora ne sono perfettamente cosciente. Ecco perché, come già scrivevo ieri in questo blog, la mia testa deve provare a prendersi dieci minuti di ferie al giorno, tutti i giorni.

L’anno scorso, di questi tempi, scrivevo il mio buono proposito per la stagione 2012-2013: conservare quello che avevo. Restare fermi mentre il mondo (l’Italia in particolare) arretrava mi sembrava già un traguardo enorme. È andata meglio del previsto. Ho fatto un po’ di passi in avanti verso la mia utopia: vivere scrivendo, e scrivendo sereno, consapevole del fatto che le mie parole non causeranno danni a nessuno, se non (eventualmente) a me stesso. La chiamo utopia perché non credo di essere in grado di arrivarci, ma mi piace avere questa prospettiva di vita. Sono ancora molto lontano dall’obiettivo, ma sono un po’ più vicino rispetto a dodici mesi fa.

Proprio perché l’anno scorso è andata meglio di come immaginassi, voglio confermare il proposito: sarei molto contento di essere qui, fra un anno, nella stessa situazione di oggi. Niente di più e niente di meno. Coltivando la felicità nelle piccole cose piuttosto che cercando il grande numero, che forse non fa più nemmeno parte delle mie corde umane e professionali.

Ma se mi fermassi qui, a questo pacifico andare come ambizione, non vi racconterei tutta la verità. La verità è anche un’altra: a marzo arrivo a 30 anni. Quel tre mi fa abbastanza girare i coglioni. Farò pure la vita di un quarantenne (difficile smentirlo), ma dentro coltivo ancora l’ambizione di essere un ragazzo, di vivere da ragazzo. Quel tre ti inchioda. Ti costringe a guardarti allo specchio. Attorno a me si sposano, fanno figli, accendono mutui o sognano di fare tutto questo. Da queste parti si continua a parlare di massimi sistemi e si continua (sobriamente, come i tempi impongono) a sognare di lasciare un segno vero in questo mondo, di fare qualcosa di utile, davvero utile, nell’unica vita che ho: questa.

Ed è per questo che la stagione 2013-2014 mi vedrà in perenne tensione (niente di grave, è una tensione assai piacevole): da un lato, la ricerca disperata della normalità, la volontà immutata di fare il mio percorso verso quell’utopia, anche se non la dovessi raggiungere mai. Dall’altro, la consapevolezza che a 30 anni sei davvero diventato grande, o almeno questo è quello che pensa chi ti sta intorno.

Il secondo giorno di questa maratona sta per finire. Me ne mancano solo 274. Almeno 274.

Chiudo con Seamus Heaney, poeta e scrittore nordirlandese morto il 30 agosto. Non lo conoscevo fino a quando non ho letto che non c’era più. In questi giorni ho letto un po’ di sue poesie, la sua storia, l’importanza del suo pensiero per la sua Irlanda. E ho trovato una frase perfetta, soprattutto per questo tipo di post, di flussi di coscienza, che sono uno dei più profondi atti di egoismo che abbia mai concesso a me stesso.

“Ho sempre associato il momento dello scrivere con un momento di sollievo, di gioia, di inaspettata ricompensa.” 

Fotografia del 2 settembre 2013 – Dieci fotografie che riporto a casa dopo l’estate

2 Set

1. Cade definitivamente un grande mito con cui ho cercato di giustificare alcuni miei strappi lavorativi: “tanto ad agosto mi riposo, dormo, recupero”. La mia fantastica vita e il mio fantastico lavoro non prevedono momenti di tregua, fino a quando sarò così determinato a coltivare l’ambizione di far bene ciò che faccio. In fondo lo sapevo, l’estate scorsa avevo avuto le prime inequivocabili avvisaglie, ho voluto ignorarle da inguaribile ottimista. Non funziona. Ora è davvero ufficiale. Alzo bandiera bianca, con serena rassegnazione (più serena che rassegnazione) fino a nuove disposizioni.

2. Il punto 1 non poteva che essere in cima alla lista perché ha portato una serie di riflessioni a cascata. A differenza degli ultimi agosti, in cui andavo a cercare risposte esistenziali su me stesso, su quello che volessi fare da grande, sulle priorità della vita (sfruttando uno dei grandi lussi dell’estate: poter pensare), questa volta mi sono avvicinato alle vacanze con ambizioni molto più modeste: volevo stare bene con le persone giuste. Obiettivo raggiunto. Nel frattempo però ho realizzato cos’è, per me, il significato della parola “vacanza”. Contrariamente ai teorici del “stacco”, “spengo il cervello”, “non tocco Facebook per tre settimane” (ma perché, vi costringono durante il resto dell’anno?), le mie vacanze sono quei momenti, quelle ore, quei giorni in cui posso decidere liberamente come passare il mio tempo. Senza dover dar conto a nulla e a nessuno. Poter scegliere: queste sono le mie ferie. E dunque devo rimodulare la mia vita, cercando di andare in ferie qualche minuto al giorno, tutti i giorni della mia vita, evitando di confidare in qualche presunta ancora di salvezza temporalmente definita in momenti dell’anno in cui, peraltro, si suda da fermi.

3. Ma passiamo alle cose serie. Dopo almeno cinque anni ho fatto un bagno al mare con mamma e papà e mi sono divertito tantissimo. La cosa più bella, così bella che quasi mi metto a piangere qui davanti allo schermo nel raccontarvela, è che si sono messi a parlare di un libro che ho comprato e che non ho ancora iniziato a leggere. Si chiama “Dio non è grande”, di Christopher Hitchens. Papà non crede, io nemmeno, mamma sì. Ne è venuto fuori un dibattito stupendo, con papà che sottolineava la durezza degli argomenti di Hitch e mamma che ribadiva quanto quel libro fosse illuminante sulle grandi truffe delle religioni nel mondo, e quanto allo stesso tempo quella lettura così distruttiva rinforzasse la sua fede, invece che indebolirla. So di essere tremendamente fortunato ad avere una famiglia così e chiedo scusa se ogni tanto lo faccio emergere così tanto.

4. Non ho toccato la Playstation neanche quest’anno. Che merda. Autoinganno la mia deriva anzianoide pensando al videoproiettore a Villa Frisola per i Mondiali di calcio 2014 (sì, abbiamo rinnovato l’affitto fino al 31 agosto 2014. E io ho passato molte ore a spiegare a tutti gli ospiti quanto questo affitto mi abbia migliorato la vita)

5. Lo sport ufficiale dell’estate 2013? Le bocce, senza dubbio. Giocateci senza indugio. Pare che in Francia sia molto cool. E poi “la bocciofila” è “la casalinga di Voghera” di sinistra. (noi siamo stati post-ideologici e abbiamo comprato sia Chi che Vanity Fair, tutte le settimane). Se ci sono singoli o squadre che hanno paura a rivelare le loro passioni per il gioco delle bocce, sappiate che qui trovate massima apertura e condivisione affettiva.

6. Il volto degli ospiti, specie se extra-Puglia, che vengono da noi a pranzo o a cena e vengono letteralmente invasi di cibo esageratamente buono vale, da solo, la prospettiva di rifarlo con uguale passione e uguale mole inumana di antipasti anche nel 2014. A tal proposito, essendo io capace solo di mangiare e di guidare in direzione del supermercato, ringrazio vivamente tutti i miei coinquilini che hanno preparato la brace, lavato i piatti, sfornato muffin e pancake, fritto melanzane per la parmigiana, scelto con piacere l’Amaro dei Trulli come digestivo.

7. A tal proposito, certifico la vera nota dolente della stagione 2012-2013: ho preso tra i cinque e i sei chili, superando gli 80 chili per la prima volta nella mia vita. E la certifico mentre mangio taralli seduto alla scrivania, dopo aver saltato il pranzo. In questa descrizione c’è sia la domanda che la risposta, e persino un accenno di soluzione del problema. Servirà tanta disciplina.

8. Senza fare troppi giri di parole: il maestrale ha rotto il cazzo.

9. C’è una cosa positiva dell’essere tornati in città: oggi ho ascoltato la BBC in streaming e ho visto qualche video su Youtube senza avere l’ansia che i giga di traffico mensili del cellulare mi lasciassero a piedi da un momento all’altro.

10. Per chiudere: se mi dicessero che esiste un lavoro in cui si deve stare al computer, possibilmente a scrivere (e a studiare, sennò si scrivono cose stupidi o, peggio ancora, inutili), e si può fare in campagna per cinque mesi l’anno (diciamo maggio-ottobre), in cui si può non rispondere mai al telefono (in cambio della garanzia della risposta immediata alle mail), e in cui ci si può svegliare e andare a dormire quando si ha voglia (garantendo in cambio un carico di lavoro tra le 40 e le 50 ore settimanali) stringerei la mano a chi può farlo, complimentandosi con lui per l’ottima scelta.

Clic

19 Lug

La fotografia non sa mentire, ma i bugiardi sanno fotografare.

(Lewis Hine)

Fotografia del 15 marzo 2013 – Fedora

15 Mar

fedora

 

Ieri sera sono tornato a casa a tutta velocità. Era successo anche due e tre sere fa.

Andavo forte, ma mai così forte quanto Pelè, il nostro gatto nero di casa, alla vista di un boxer con il volto da cucciola e le fattezze di un cane che iniziava a diventare grande. Scese dalla rampa di scale della nostra casa di Valenzano, in cui ci eravamo trasferiti da pochi mesi.

Era la primavera del 2003, papà aveva coronato il suo sogno di lasciare il centro città, andare lontano, nel silenzio, in uno spazio più grande e con il suo giardino. E ne stava coronando un altro: un Boxer. Fedora, sette mesi, la sua solita faccia da schiaffi e la coda che non si fermava mai, scese di corsa. Il gatto, terrorizzato, iniziò a saltare da una parte all’altra della tavernetta e poi scappò via.

Il volto di un boxer, all’inizio, ti disorienta. Non è bello in senso assoluto, per certi versi è persino minaccioso. Ma Fedora ci mise davvero poco a farsi amare, da noi come da Pelè. E noi ci mettemmo pochissimo a trovarla bellissima. Ho scoperto poi che i boxer (e Fedora non ha fatto eccezione) hanno spesso un carattere splendido, e lo hanno potuto scoprire tutte le persone che sono passate da me in questi anni.

Nel frattempo gli anni sono passati. Pelè è caduto durante una delle battaglie con gli altri gatti del circondario, dopo anni di felici scorribande. È seguito Romeo, morto avvelenato sempre al termine di qualche avventura fuori casa, poi Tequila, l’attuale gatto di casa Amenduni. Fedora ha dormito insieme a loro tante volte. Ha giocato, ci ha sporcato di fango, ha corso con me sotto la pioggia per pulirsi le zampette prima di rientrare.

Ha fatto numeri indimenticabili. Il più memorabile fu la scomparsa di un’orata, intera, coperta da un contenitore Tupperware. Il giorno dopo c’era tutto ed era tutto al suo posto. Mancava il pesce, mancavano le lische, mancava ogni traccia. Ci mettemmo dodici ore almeno prima di realizzare che era stata lei a compiere il furto perfetto. Ha masticato (per fortuna non ingoiato) un mio telefono cellulare, ha fatto tante volte la pipì in casa per protesta quando la famiglia Amenduni era fuori per più tempo di quanto lei potesse sopportare.

I boxer sono cani splendidi, ma con una sfortuna grande grande: hanno un’aspettativa di vita più bassa rispetto agli altri canni. Tra i 7 e i 9 anni. Fedora è invecchiata con calma, continuando a giocare fino all’ultimo, con i peli del volto che diventavano via via più bianchi, ha continuato a scappare da casa nostra per andare dai nonni a cercare i biscotti, ha continuato a buttarsi al sole per ore intere, soprattutto durante la primavera, ha continuato ad abbaiare quando sentiva il rumore del citofono (e a scodinzolare tutte le volte, tradendo le sue vere emozioni e smontando subito la sua immagine da cane arrabbiato). E ha continuato a chiedere di uscire ogni volta che mi vedeva. Ero la persona con cui trasgrediva le regole: quando c’ero io, lei sapeva che si poteva uscire più del solito a far la passeggiata fuori.

Nelle ultime 72 ore le sue condizioni fisiche erano precipitate. Non riusciva più ad alzarsi dalla cuccia, il respiro sempre più affannoso. Papà l’ha portata dal veterinario che gli ha detto quello che noi già sapevamo: Fedora stava per morire di vecchiaia. Non ha malattie traumatiche, ma non ha più molto tempo. Abbiamo rifiutato di sopprimerla ed è rimasta in casa, con noi, fino alla fine.

Ieri sera sono tornato a casa a tutta velocità. Appena sono arrivato ho buttato a terra lo zaino e sono sceso di corsa a vedere le sue condizioni. E il caso ha voluto che fossi lì, proprio lì, mentre succedeva. Immobile o quasi, Fedora ha iniziato a fare la pipì addosso. Ho chiamato di corsa mamma e papà per avvisarli. Ci siamo messi tutti e tre lì, a vegliare. Io sarei rimasto lì per tutta la notte se fosse stato necessario. L’agonia, però, è durata pochi minuti. Fedora è morta poco dopo, perdendo sangue dalla bocca. Io e papà l’abbiamo spostata e abbiamo portato il corpo su in giardino. Oggi la seppeliranno, non so bene dove. E poi ci siamo fatti, tutti e tre, (mi scuso per l’espressione dialettale, ma non ne trovo una più efficace) una capa di pianti.

Una capa di pianti per fortuna serena. Fedora è morta naturalmente, di vecchiaia. E abbiamo anche sorriso pensando alla sua ultima scorribanda. 400 grammi di formaggio, rubati dal frigorifero nemmeno una settimana fa, con la complicità del gatto.

Fedora è andata via lasciandomi un unico cruccio: il suo tremendo mal d’auto (vomitava dopo 100 metri di viaggio, sempre) mi ha impedito di camminare con lei per le vie di Bari. Io avrei tanto voluto, perché ero tanto contento che Fedora fosse nella mia vita. Ciao piccola mia.