Fotografia del 27 luglio 2012 – Gli spaghetti con le cozze

27 Lug

Ore 1.45 AM: mode on

Sono in ufficio dalle 9.30. Ho fatto una pausa pranzo più lunga per infilarci una riunione. Domani sveglia alle 8, si va di corsa a un dibattito, e soprattutto si va di corsa da un amico. Prima di andar via, però, volevo scrivere una cosa.

In questi giorni tutti sballati, tra la revisione dell’auto, le tasse da pagare e soprattutto le riunioni necessarie a capire quanti e quali slot dell’agenda e del cervello devono essere ancora riempiti per la stagione 2012-2013 (la risposta è: pochi, molto pochi), si inizia in modo quasi automatico a fare un bilancio di ciò che è stato e soprattutto a misurare te stesso nelle aspettative di ciò che sarà.

Chi legge questo blog sa che ho fatto un piccolo percorso personale che a un certo punto mi ha portato a sostenere pubblicamente che il mio carattere e il mio modo di vivere sono incompatibili con quasi tutte le tradizionali aspirazioni di carriera. Insomma, il rischio (o il privilegio) è di rimanere per tutta la vita in provincia a combattere.

La prospettiva, per molti, rappresenta un elemento di terrore ma soprattutto una spia di un presunto fallimento esistenziale. Siamo così tanto impegnati a definire la nostra identità dentro il reddito, lo status, il come ci vestiamo, il cosa compriamo da aver dimenticato perché viviamo, qual è il senso, o l’obiettivo, della vita degli esseri umani.

So di essere ipersemplificativo, ma credo che ognuno di noi dovrebbe vivere per essere felice. Con la parola ‘felicità’, in realtà, ho un rapporto abbastanza conflittuale (così come con la parola ‘amico’, che prima ho usato con una naturalezza che dovrebbe farmi riflettere). Per me la felicità è un modo ragionevole di definire quei momenti (molto, molto brevi) che nella vita di ciascuno di noi possono accadere, che spesso suggellano il punto di arrivo di un percorso o il punto di partenza verso un nuovo orizzonte.

Non è difficile comprendere che lavoro, potere, denaro, realizzazione personale siano componenti che concorrono al raggiungimento della felicità. Il corto circuito, però, avviene se si fa coincidere la felicità esclusivamente con il raggiungimento di traguardi all’interno di questa sfera di priorità.

Da settimane rifletto su come conciliare la scoperta dei miei limiti (dentro questo sistema) con il naturale perseguimento del proprio obiettivo di vita, cioè la felicità. In sintesi mi sto ponendo questo interrogativo: se so già che farò molta fatica a raggiungere certi traguardi, come farò a essere felice?

Alla risposta (provvisoria, come tutte le conclusioni a cui si arriva nella vita e nel ragionamento attorno a essa) ci sono arrivato per negazione. Ho modificato la domanda e ho ragionato in negativo: senza cosa non sarei felice?

In cima alla lista, oggi, c’è un piatto di spaghetti con le cozze. Un piatto di spaghetti per due persone, preparato in casa, costa 2.3€. La felicità è a soli due euro e trenta di distanza. Almeno per me.

Questa consapevolezza, per me potentissima, mi ha liberato da un’infinità di strutture: la necessità di guadagnare sempre di più, la necessità di fare cose ‘fighe’, la necessità di accettare compromessi inaccettabili pur di star dentro le prime due necessità. Lo spaghetto, per certi versi, mi sta aiutando con il processo progressivo di emancipazione insieme a Hitchens, al sonno che mi fa prendere decisioni migliori e, perché no, a questo blog.

Ho continuato a ragionare per negazione. Non sarei felice se non potessi dire la mia, sempre. Non sarei felice se non potessi vedere il mare. Non sarei felice se non potessi continuare a fare il cazzone durante le fasi serie della mia vita. Non sarei felice se i miei dovessero vergognarsi di me. Non sarei felice se diventassi inaccessibile. Non sarei felice se mi impedissero di scrivere. Non sarei felice se una volta ogni tanto non potessi fare nottata in ufficio. Non sarei felice se non potessi guidare, se non potessi leggere, se non potessi ascoltare musica.

Adesso posso guardare in faccia la realtà con quella giusta dose di strafottenza (ah, quanto mi piace questa parola) necessaria a non prendersi troppo sul serio, a guardare alla vita con serenità, tenendo a mente la differenza tra la felicità e il successo. Una differenza che, troppo spesso, ignoriamo.

Adesso posso guardare in faccia la realtà. Con il mio piatto di spaghetti tra le mani.

Ore 2.08 AM: mode off

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