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Fotografia del 15 marzo 2013 – Fedora

15 Mar

fedora

 

Ieri sera sono tornato a casa a tutta velocità. Era successo anche due e tre sere fa.

Andavo forte, ma mai così forte quanto Pelè, il nostro gatto nero di casa, alla vista di un boxer con il volto da cucciola e le fattezze di un cane che iniziava a diventare grande. Scese dalla rampa di scale della nostra casa di Valenzano, in cui ci eravamo trasferiti da pochi mesi.

Era la primavera del 2003, papà aveva coronato il suo sogno di lasciare il centro città, andare lontano, nel silenzio, in uno spazio più grande e con il suo giardino. E ne stava coronando un altro: un Boxer. Fedora, sette mesi, la sua solita faccia da schiaffi e la coda che non si fermava mai, scese di corsa. Il gatto, terrorizzato, iniziò a saltare da una parte all’altra della tavernetta e poi scappò via.

Il volto di un boxer, all’inizio, ti disorienta. Non è bello in senso assoluto, per certi versi è persino minaccioso. Ma Fedora ci mise davvero poco a farsi amare, da noi come da Pelè. E noi ci mettemmo pochissimo a trovarla bellissima. Ho scoperto poi che i boxer (e Fedora non ha fatto eccezione) hanno spesso un carattere splendido, e lo hanno potuto scoprire tutte le persone che sono passate da me in questi anni.

Nel frattempo gli anni sono passati. Pelè è caduto durante una delle battaglie con gli altri gatti del circondario, dopo anni di felici scorribande. È seguito Romeo, morto avvelenato sempre al termine di qualche avventura fuori casa, poi Tequila, l’attuale gatto di casa Amenduni. Fedora ha dormito insieme a loro tante volte. Ha giocato, ci ha sporcato di fango, ha corso con me sotto la pioggia per pulirsi le zampette prima di rientrare.

Ha fatto numeri indimenticabili. Il più memorabile fu la scomparsa di un’orata, intera, coperta da un contenitore Tupperware. Il giorno dopo c’era tutto ed era tutto al suo posto. Mancava il pesce, mancavano le lische, mancava ogni traccia. Ci mettemmo dodici ore almeno prima di realizzare che era stata lei a compiere il furto perfetto. Ha masticato (per fortuna non ingoiato) un mio telefono cellulare, ha fatto tante volte la pipì in casa per protesta quando la famiglia Amenduni era fuori per più tempo di quanto lei potesse sopportare.

I boxer sono cani splendidi, ma con una sfortuna grande grande: hanno un’aspettativa di vita più bassa rispetto agli altri canni. Tra i 7 e i 9 anni. Fedora è invecchiata con calma, continuando a giocare fino all’ultimo, con i peli del volto che diventavano via via più bianchi, ha continuato a scappare da casa nostra per andare dai nonni a cercare i biscotti, ha continuato a buttarsi al sole per ore intere, soprattutto durante la primavera, ha continuato ad abbaiare quando sentiva il rumore del citofono (e a scodinzolare tutte le volte, tradendo le sue vere emozioni e smontando subito la sua immagine da cane arrabbiato). E ha continuato a chiedere di uscire ogni volta che mi vedeva. Ero la persona con cui trasgrediva le regole: quando c’ero io, lei sapeva che si poteva uscire più del solito a far la passeggiata fuori.

Nelle ultime 72 ore le sue condizioni fisiche erano precipitate. Non riusciva più ad alzarsi dalla cuccia, il respiro sempre più affannoso. Papà l’ha portata dal veterinario che gli ha detto quello che noi già sapevamo: Fedora stava per morire di vecchiaia. Non ha malattie traumatiche, ma non ha più molto tempo. Abbiamo rifiutato di sopprimerla ed è rimasta in casa, con noi, fino alla fine.

Ieri sera sono tornato a casa a tutta velocità. Appena sono arrivato ho buttato a terra lo zaino e sono sceso di corsa a vedere le sue condizioni. E il caso ha voluto che fossi lì, proprio lì, mentre succedeva. Immobile o quasi, Fedora ha iniziato a fare la pipì addosso. Ho chiamato di corsa mamma e papà per avvisarli. Ci siamo messi tutti e tre lì, a vegliare. Io sarei rimasto lì per tutta la notte se fosse stato necessario. L’agonia, però, è durata pochi minuti. Fedora è morta poco dopo, perdendo sangue dalla bocca. Io e papà l’abbiamo spostata e abbiamo portato il corpo su in giardino. Oggi la seppeliranno, non so bene dove. E poi ci siamo fatti, tutti e tre, (mi scuso per l’espressione dialettale, ma non ne trovo una più efficace) una capa di pianti.

Una capa di pianti per fortuna serena. Fedora è morta naturalmente, di vecchiaia. E abbiamo anche sorriso pensando alla sua ultima scorribanda. 400 grammi di formaggio, rubati dal frigorifero nemmeno una settimana fa, con la complicità del gatto.

Fedora è andata via lasciandomi un unico cruccio: il suo tremendo mal d’auto (vomitava dopo 100 metri di viaggio, sempre) mi ha impedito di camminare con lei per le vie di Bari. Io avrei tanto voluto, perché ero tanto contento che Fedora fosse nella mia vita. Ciao piccola mia.