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A cosa serve l’utopia

14 Lug

A cosa serve l’utopia? A produrre del senso.

(Roland Barthes)

Fotografia del 3 settembre 2013 – 276 giorni

3 Set

Due settembre 2013. Otto giugno 2014.

L’anno scorso, di questi tempi, non potevo immaginare ciò che mi aspettava, perché non conoscevamo le scadenze, le date, gli impegni di lavoro, non sapevo quando sarei andato negli Stati Uniti. Non sapevo che avrei avuto tantissimo lavoro da smazzare. E quindi iniziavo con uno spirito molto diverso da quello di quest’anno.

Questa volta ho una data di inizio e una data di fine. E la consapevolezza, la certezza che lungo questi nove mesi e sei giorni sarò sempre in campagna elettorale. Anzi, in campagne elettorali. Bari, Europa, amministrative, Regionali, PD, forse congresso, forse politiche. Non so ancora cosa farò e se farò tutto, non so ancora quanto sarò dentro queste macchine, ma ho la certezza che qualcosa succederà.

L’agenda dice già che da qui a fine 2013 ho solo tre weekend liberi. Questa è la musica. E non è troppo diversa da quella della scorsa stagione. Non mi aspetto di viverla più facilmente, non ci sono i presupposti. In agenda non ci sono ancora viaggi all’estero: mi piacerebbe farne almeno uno (per lavoro, of course), ma se non dovesse accadere vorrà dire che gestirò le mie energie un pochino meglio.

Quando hai date certe puoi immaginare l’inizio e la fine. Puoi organizzare meglio il tuo tempo. Anche se è poco. Anche se non sai cosa ci sarà dentro. Anche se non conosci il percorso. Quindi sono contento di sapere che la prospettiva è questa. Sarà faticosa, ma non importa. Lavorare, di questi tempi, è sempre qualcosa che ti deve portare ad avere un atteggiamento positivo verso il mondo.

Metto su l’abito mentale del maratoneta. Serve salvare la gamba, serve regolarità. Niente eroismi, né cercati né involontari. Niente sforzi che non si possono reggere. Un altro anno come quello passato non lo reggo. Non lo reggo perché fisicamente non ce la faccio, perché mentalmente mi devo dare tregua.

Cambierò atteggiamento: basta prove di fatica. Serve fare un passo alla volta. Non esiste più l’angolo del riposo assoluto, non è mai esistito e ora ne sono perfettamente cosciente. Ecco perché, come già scrivevo ieri in questo blog, la mia testa deve provare a prendersi dieci minuti di ferie al giorno, tutti i giorni.

L’anno scorso, di questi tempi, scrivevo il mio buono proposito per la stagione 2012-2013: conservare quello che avevo. Restare fermi mentre il mondo (l’Italia in particolare) arretrava mi sembrava già un traguardo enorme. È andata meglio del previsto. Ho fatto un po’ di passi in avanti verso la mia utopia: vivere scrivendo, e scrivendo sereno, consapevole del fatto che le mie parole non causeranno danni a nessuno, se non (eventualmente) a me stesso. La chiamo utopia perché non credo di essere in grado di arrivarci, ma mi piace avere questa prospettiva di vita. Sono ancora molto lontano dall’obiettivo, ma sono un po’ più vicino rispetto a dodici mesi fa.

Proprio perché l’anno scorso è andata meglio di come immaginassi, voglio confermare il proposito: sarei molto contento di essere qui, fra un anno, nella stessa situazione di oggi. Niente di più e niente di meno. Coltivando la felicità nelle piccole cose piuttosto che cercando il grande numero, che forse non fa più nemmeno parte delle mie corde umane e professionali.

Ma se mi fermassi qui, a questo pacifico andare come ambizione, non vi racconterei tutta la verità. La verità è anche un’altra: a marzo arrivo a 30 anni. Quel tre mi fa abbastanza girare i coglioni. Farò pure la vita di un quarantenne (difficile smentirlo), ma dentro coltivo ancora l’ambizione di essere un ragazzo, di vivere da ragazzo. Quel tre ti inchioda. Ti costringe a guardarti allo specchio. Attorno a me si sposano, fanno figli, accendono mutui o sognano di fare tutto questo. Da queste parti si continua a parlare di massimi sistemi e si continua (sobriamente, come i tempi impongono) a sognare di lasciare un segno vero in questo mondo, di fare qualcosa di utile, davvero utile, nell’unica vita che ho: questa.

Ed è per questo che la stagione 2013-2014 mi vedrà in perenne tensione (niente di grave, è una tensione assai piacevole): da un lato, la ricerca disperata della normalità, la volontà immutata di fare il mio percorso verso quell’utopia, anche se non la dovessi raggiungere mai. Dall’altro, la consapevolezza che a 30 anni sei davvero diventato grande, o almeno questo è quello che pensa chi ti sta intorno.

Il secondo giorno di questa maratona sta per finire. Me ne mancano solo 274. Almeno 274.

Chiudo con Seamus Heaney, poeta e scrittore nordirlandese morto il 30 agosto. Non lo conoscevo fino a quando non ho letto che non c’era più. In questi giorni ho letto un po’ di sue poesie, la sua storia, l’importanza del suo pensiero per la sua Irlanda. E ho trovato una frase perfetta, soprattutto per questo tipo di post, di flussi di coscienza, che sono uno dei più profondi atti di egoismo che abbia mai concesso a me stesso.

“Ho sempre associato il momento dello scrivere con un momento di sollievo, di gioia, di inaspettata ricompensa.” 

Due passi dieci passi

4 Mar

L’utopia è come l’orizzonte, fai due passi e si allontana di due passi, ne fai dieci e si allontana di dieci. Ma allora a che cosa serve?

A camminare.

(Eduardo Galeano)