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Fotografia del 7 agosto 2019 – Cortisolo

7 Ago

Cosa ho fatto in questa stagione? Ho trovato un modo per raccontarvelo in una frase: ho provato a ridurre il cortisolo.

Il cortisolo è l’ormone che le ghiandole surrenali producono quando gli esseri umani si trovano in una situazione di stress, e serve a dare al corpo quel genere di risposte psico-fisiche necessarie ad affrontarlo. La produzione di cortisolo segue, in teoria, i normali bioritmi: al mattino la produzione è maggiore, perché si è più riposati e il ciclo vitale prevede un maggiore impegno da parte dell’organismo. Di sera questa produzione dovrebbe calare, perché il corpo ha bisogno di riposo e le fonti di stress dovrebbero essere state allontanate. Quando questo ciclo naturale viene interrotto, iniziano i problemi: difficoltà a trovare sonno, ipertensione, rischi cardiovascolari, produzione di adrenalina in contesti e in momenti in cui bisognerebbe invece essere rilassati.

Ora che posso guardare gli ultimi 11 mesi sotto forma di bilancio complessivo e non di vita quotidiana, posso dire che avevo involontariamente individuato un filo rosso nelle mie scelte: eliminare qualsiasi forma di stress non richiesto. È una sfida complicatissima, con battaglie vinte e perse tutti i giorni. Non ho una vita banale, non ho un lavoro banale: convivere con lo stress è per buona parte delle mie giornate un obbligo, non una scelta. Per questo motivo è assolutamente fondamentale lavorare su tutto ciò che c’è attorno all’obbligatorio. Lì il cortisolo, banalmente, ci deve essere il meno possibile.

Cosa ho fatto e sto provando a fare? Moltissime cose. Provo a elencarvele, sperando che l’elenco non risulti ansiogeno e risulti di per sé un produttore di cortisolo per chi sta leggendo. Sarebbe veramente un effetto indesiderato. Prima di soffermarmi nell’elenco, perciò, dico due cose: 1. è un aggiustamento lunghissimo e progressivo, in cui bisogna assolutamente evitare la ricerca della perfezione e in cui bisogna essere straordinariamente tolleranti nei confronti degli errori, quelli degli altri ma soprattutto dei propri. Il perfezionismo è probabilmente una delle fonti più naturali di cortisolo. 2. Ognuno ha la sua strada: io racconto la mia senza l’ambizione di essere seguito, ma soprattutto per condividere un’esperienza che, alla fine dei conti, posso definire positiva.

a. Il lavoro sulle emozioni

Quest’anno mi è capitata una quantità di imprevisti legati alla mia vita privata che mi potrebbero bastare per tutta la vita. Alcuni molto brutti, alcuni molto belli. Ho lungamente riflettuto su quello che è successo, anche perché non ho mai amato attribuire tutte le responsabilità dei meriti a me stesso e dei demeriti agli altri. C’è sempre qualche mio errore nelle cose che non funzionano e, ancora più indiscutibile, c’è sempre una grande parte di merito negli altri nelle cose che funzionano (adottare questo approccio, di per sé, mi fa calare la produzione di cortisolo).

Da queste esperienze ho capito quanto fosse impreciso il mio rapporto con le emozioni, e quanto ci dovessi lavorare ancora. L’errore principale che facevo, e che in buona misura continuo a fare, è l’aver tagliato (forse è più corretto dire ‘evitato’) i picchi emotivi molto alti e molto bassi. Ho ancora diversi problemi con la gioia pura e il dolore puro e la mia tendenza a essere una persona calma non sempre è un elemento positivo, ma spesso è un atteggiamento di fuga proprio da quei picchi. Smusso non solo perché sono una persona resistente, ma anche per sbrigarmela prima. Me ne sono reso conto negli ultimi tempi, e scoprire che uno dei tuoi maggiori pregi è in realtà uno dei tuoi peggiori difetti (potenzialmente) è destabilizzante, ma averlo capito è liberatorio e poterci lavorare ancora di più. Ho capito di aver lungamente sbagliato da questo punto di vista, ho capito che la marcia sarà lunga, che scivolerò, inciamperò, avrò paura. E poi ancora. Ma ho capito che non si può vivere bene tagliando selettivamente i due estremi di questa curva.

L’ingresso di Isabella nella mia vita (l’imprevisto più bello che mi potesse capitare) mi sta molto aiutando a comprendere cosa mi sono perso, cosa ho sbagliato, e quanto sia bello, complesso ma assolutamente sano non avere paura delle estremità, dei colori, della pienezza.

b. Il lavoro sullo stress nudo e crudo

Qualche mese fa mi sono iscritto alla newsletter di Medium, la quale insegue i lettori e dà suggerimenti sulla base degli articoli letti il giorno prima. Col tempo mi sono facilmente reso conto che le mie letture ruotavano attorno a tre argomenti: self-improvement, produttività, antropologia nell’accezione più larga del termine (da come Twitter cambia le nostre vite ai racconti di persone affette da patologie invalidanti, saltando qui e là alla ricerca di storie personali che mi dessero ispirazione). La newsletter gratuita di Medium fa però leggere un numero limitato di articoli e quindi, alla fine, dopo lunghi pensieri (che riassumerei più o meno così: ha senso spendere soldi per avere qualcosa in più da leggere, dato che non ho il tempo di leggere tutto?) mi sono abbonato al servizio di lettura illimitata degli articoli.

Spero di non offendere nessuno se dico che questi 50 dollari l’anno, di cui godo saltuariamente – perché, per l’appunto, non riesco a leggere la newsletter tutti i giorni – mi stanno facendo risparmiare sullo psicanalista (da cui comunque, prima o poi, andrò). Una cosa che ho letto in uno di questi articoli, che magari a voi potrà sembrare banale ma che per la qualità della mia vita sta avendo un valore nettamente superiore al costo dell’abbonamento, è cosa fare quando lo stress arriva al punto di buttare per aria la razionalità. Non so cosa succede a voi quando il cortisolo comanda al posto vostro: a me succede che mi si blocca la capacità di prendere decisioni. Non so su che cliente lavorare, a quale mail rispondere, quale priorità è davvero tale. Questo articolo suggeriva di alzarsi dalla sedia, prendersi dieci minuti e ragionare su un punto specifico: qual è l’origine dell’innesco? Qual è la cosa che ti fa stressare di più tra quelle che ti hanno fatto stressare? Una volta focalizzata, affronta prima quella, solo quella, e ignora tutto il resto. Chiusa la valvola, le cose miglioreranno automaticamente. A me sta funzionando esattamente così.

c. Imparare a litigare

Se non avessi usato la frase sul cortisolo avrei riassunto la stagione 2018-2019 così: “ho imparato a litigare”. Apparentemente questa frase è foriera di disastri, ma è assolutamente vero il contrario: basta cambiare il punto d’osservazione. Un altro mio grande difetto (su cui in verità ho fatto molti progressi, anche a causa di ciò che di bello e di brutto mi è successo) è la tendenza a zittirmi quando sono incazzato, e soprattutto a zittirmi con la persona che mi ha fatto incazzare. Ho sempre puntato sul tempo che cura le ferite, e a volte ha funzionato, ma col tempo ho anche scoperto che le ferite non curate lasciano cicatrici e sedimenti, e la cura attraverso il tempo che passa è dunque insufficiente. Mettendo insieme i primi due punti di questo elenco sono giunto alla conclusione più naturale. Una persona ti ha fatto incazzare? Diglielo. Una persona ha fatto una cosa figa? Diglielo uguale. Vuoi bene a una persona e non glielo dici mai? Diglielo uguale. Sei deluso da qualche specifico comportamento? Esternalo. C’è qualcosa che lavora dentro di te e che ti mangia energie che potresti spendere più proficuamente per altro? Parla, scrivi, urla, litiga. Sputa fuori. Questo cambio di atteggiamento porta inevitabilmente a nuovi tipi di stress: manifestare il tuo disappunto a qualcuno può generare una reazione uguale e contraria (se non peggiore). Ma buttare fuori le proprie emozioni negative invece che tenersele in pancia fa produrre molto meno cortisolo rispetto alla gestione di un litigio, chiaramente a condizione che si sappia come litigare. Non so se sono ancora bravo (e il più delle volte mi annoio a farlo), ma penso che litigare bene consista (in sintesi) nel dirsi la verità, non considerare il tuo interlocutore più scemo di te, non pensare che l’altro non possa capire, andare alla ricerca dei punti di unione quando la lite sta allargando troppo le distanze invece di cercare l’escalation, riconoscere le ragioni nei punti degli altri. È faticoso, certo. Ma se si diventa bravi, assomiglia più a un ballo che una lotta.

d. Eccitanti e tranquillanti

Dopo tanta filosofia, una scoperta super-pratica: la curva del cortisolo si può manovrare (per periodi relativamente brevi di tempo) aiutandosi un po’. Cannabis legale quando c’è troppa carne al fuoco, té o Red Bull quando c’è bisogno di far tardi o combattere contro il sonno. Lavoro di più, lavoro meglio. L’importante, come sempre, è non esagerare (ed ecco la zampata del team anziani) e non pensare di essere invincibili. Il corpo lancia segnali inequivocabili e quando lo fa bisogna fermare tutto, e subito.

e. L’eterna lotta tra lo scrivere e il leggere

Questo è un punto su cui sono ancora poco lucido, soprattutto quando sono stanco. So che se non studio sono fottuto, so che se non scrivo sono fottuto uguale. Se non studio sono fottuto perché il mondo va veloce, se non scrivo sono fottuto uguale perché la scrittura è una delle forme più efficaci di liberazione delle tossine e di organizzazione del pensiero. Troppo spesso indugio in modo esclusivo in una delle due modalità, e quando lo faccio mi manca moltissimo l’altra. Trovare un compromesso sarà una delle sfide più urgenti e complicate della prossima stagione.

f. Il sonno, il miglior amico dell’uomo

Per finire: c’è qualcosa di più potente della lettura, della scrittura, dell’abbonamento a Medium, dell’esplorazione dei picchi emotivi, dello sputare fuori ciò che fa girare a vuoto, della ricerca del trigger che paralizza quando si è troppo stressati, del litigare con costrutto, dell’alcol, dei videogiochi, di Netflix, della tv, del divano, degli amici: è il sonno. Non conosco nessun altro stabilizzatore dell’umore altrettanto potente. Ho concluso volontariamente giornate complicate andando a dormire alle 21 e il giorno dopo ero come nuovo. When in trouble, go to bed. Non prima di aver fatto il possibile per ridurre il cortisolo in eccesso, naturalmente, altrimenti col cazzo che si dorme.

La stagione 2018-2019 è finita. Sto meglio di prima. Per certi versi molto meglio. E questa, alla fine, è l’unica cosa che conta. Ci saranno giornate faticose, difficili, di merda. Sbaglierò, non farò nulla delle cose che ho appena detto di aver imparato, gestirò male le emozioni, starò zitto invece di parlare, non scriverò, non leggerò. Ma ora so meglio cosa sbaglio, so meglio dove devo migliorare, so meglio dove andare a cercare le informazioni per continuare a lavorare su me stesso, so meglio cosa è importante e cosa no. Sono pronto a sbagliare producendo sempre meno cortisolo rispetto a prima. Buona estate.

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Fotografia del 10 giugno 2015 – Muscoli e cicatrici 2014-2015 (bilancio semidefinitivo della stagione)

10 Giu

Cinque per cinque.

Cosa ho imparato

1. A modulare la mia autostima: un po’ più bassa per le cose lavorative, un po’ più alta per quelle personali
2. A vivere alla giornata senza pianificare tutto, anche se non mi piace per niente
3. A non scrivere (sempre) di getto. “Quanto più lento sarai nel decidere di mettere per iscritto un’intuizione, tanto più matura essa ti si consegnerà” diceva Walter Benjamin, e mi sa che ha ragione lui
4. A svegliarmi presto la mattina. Devo ancora imparare ad andare a dormire presto la sera
5. A dire qualche no in più

Cosa ho fatto bene a fare

1. Girare meno per stare disciplinatamente in ufficio nei momenti duri
2. Parlare sempre meno con gli altri, scrivere sempre meno per me stesso
3. Non credere più ai complimenti, e in generale avere un atteggiamento prudente nei confronti degli esseri umani (sulla fiducia non cambio idea: voglio continuare ad averla. Semplicemente, aggiungere pragmatismo e realismo quanto basta)
4. Comprare una macchina con il doppio motore benzina-GPL
5. Provare a fare sempre del mio meglio, in qualsiasi situazione, anche quando mi incazzo, facendo sempre il possibile per arrivare al punto di crollare dopo 30 secondi, appena mi metto a letto

Cosa ho sbagliato

1. A non impormi momenti di riposo, e a non prendermeli quando avrei potuto
2. A distrarmi in cose poco utili, sacrificando energie che mi sarebbero servite per avere la voce più squillante quando mi sarebbe servito (ma va comunque meglio di qualche anno fa)
3. A non aver ancora imparato a lavare, stirare, cucinare e mettere i dischi
4. A essere troppo diplomatico quando non serviva, e troppo poco quando invece sarebbe servito
5. A non modulare correttamente il mio appetito sotto stress (per fortuna non sono ingrassato rispetto a 12 mesi fa)

Su cosa devo migliorare

1. Definire meglio gli orari di lavoro per non essere sempre col cervello attivo
2. Dedicare un pochino di tempo in più alle pochissime persone che amo (ma sono già migliorato tanto su questo)
3. Esprimere un’emozione in più, ogni tanto, invece di fare sempre il robot
4. Giocare ai videogiochi (lì serve la pratica)
5. Non cercare di essere sempre il risolutore dei problemi. Questo spirito da crocerossino spesso non è gradito e ancor più spesso restituisce soluzioni inefficaci

Consigli non richiesti

1. Il mondo gira attorno al sole e attorno (e secondo me grazie) a questa frase di David Foster Wallace: “La vostra preoccupazione per ciò che gli altri pensano di voi scompare una volta che capite quanto di rado pensano a voi.”
2. Utilizzate le conversazioni vocali sono quando strettamente necessarie. Prima scrivete, se dall’altra parte non vi rispondono è perché sono impegnati; usare il “ti disturbo?” è un palliativo. (se non va bene come consiglio generale, usatelo almeno col sottoscritto, che quando sta al telefono deve ridurre le attività contemporanee e questo vuol dire perdere tempo)
3. Concedetevi un vizio e un lusso, ogni tanto. Le endorfine tengono in piedi quasi tutto, soprattutto nei momenti di maggiore pressione
4. Non abbiate paura dei vostri limiti, non nascondeteli: tutti sono difettosi, i difetti degli altri aiutano a sentirsi meno imperfetti
5. Al netto delle migliaia di variabili che compongono la vostra vita, e in particolare la vostra soddisfazione/gioia/felicità, provate a tenere sempre il fuoco su una sola grande domanda, e provate a rispondere sempre di sì. La mia grande domanda di questa parte della mia vita è: “Manuela sorride?” La risposta è sì. Quindi anche questo è stato un buon anno.

Fotografia del 26 agosto 2012 – I fagioli (appunti per la stagione 2012-2013)

26 Ago

(post scritto il 13 agosto)

Da quando ho un blog ho sempre fatto iniziare le mie stagioni (sì, stagioni, le intendo calcisticamente: iniziano a fine agosto e finiscono a inizio agosto, se va bene) con una lista di cose che mi sarebbe piaciuto fare, di aspettative e di bisogni. Quest’anno, per la prima volta, non lo farò.

Tutto nasce da una domanda che ci siamo fatti nello splendido e cristallino mare di Gallipoli: “Ma tu saresti pronto a mangiare un piatto di fagioli dallo stesso piatto?*”. È una domanda iperbolica, che rievoca scenari post-bellici, o pre-digitali. Che tira in ballo i genitori, i nonni, la loro umiltà, il loro modo di produrre ricchezza facendo cose che oggi noi riteniamo degradanti.

Sarà pure un’iperbole, ma in questa domanda io ci ho visto una lucidissima e concreta preoccupazione.

È la prima volta in cui la mia ambizione è tutta difensiva. Sarei contento di finire l’anno esattamente nel punto dove lo sto iniziando. Non voglio un briciolo di più. Se avessi qualche briciolo di meno non potrei prenderlo come una sconfitta personale, ma come la risultante di quel segno meno che da oramai un anno cifra i dati della nostra economia.

Ho rinviato di un anno ogni decisione netta (o meglio, ogni riflessione su eventuali decisioni nette: in fondo sono un conservatore quando si parla di me stesso), anche perché l’anno si è già attrezzato per essere faticoso, impegnativo. Servirà la regolarità dei grandi passisti delle classiche delle Fiandre.

La crisi è arrivata alle porte, anche alle mie, anche alle nostre. Bussa. È spesso irrazionale, dunque è difficilmente contrastabile. Se ci fosse una sequenza logica che porta a trovare la soluzione a un problema, sarebbe meno spaventosa. E se bussa anche alla mia, alla nostra porta, che sembrava tutto sommato solida fino a qualche tempo fa, non si può non pensare a quanto rumorosa, chiassosa, invadente, stordente sia nelle case, davanti alle porte, nelle stanze incerte e malconce di tanta Italia, che paga (mi riferisco ai cittadini, ai cittadini cronicamente poveri) un prezzo troppo alto per i suoi demeriti.

Sorrido pensando a tutte le parole meravigliose raccolte in questi anni. Sei bravo, sei bravissimo, sei un grande, farai carriera. Più me le dicono e meno ci credo. Complimenti che oggi suonano beffardi, che soprattutto non valgono niente. Restano atti meravigliosi (soprattutto quelli sinceri), ma non rappresentano un elemento di conforto, al massimo la riprova che certe volte essere efficienti non è più sufficiente. Serve talento, quello vero, quello che risplende, o un calcio in culo. E io non ho certamente il primo, e provo a passare la vita evitando di dover ricorrere al secondo (ammesso che ci sia qualcuno disposto a piazzare la sua suola sul mio deretano obbligandomi a essergli riconoscente per tutta la vita).

Poi può succedere di tutto. La vita può anche dare un colpo di coda positivo, può andare molto meglio di come sembra. O anche molto peggio. Io proseguo facendo l’unica cosa che so fare (credo): lavorare.

A tal proposito. Mamma mi ha sempre detto, scherzando ma mica tanto: “da grande dovevi fare l’idraulico, il meccanico o il carrozziere”. Superata l’ansia da indispensabilità (il mondo va avanti anche senza di me, e ci mancherebbe altro) adesso devo, come tutti i ‘lavoratori della conoscenza’, della ‘creatività’, del ‘terziario avanzato’ e tutte queste formule molto belle da dire, confrontarmi con la non necessità. Un mondo senza pubblicitari, senza scrittori, senza analisi potrebbe ugualmente andare avanti, magari con meno lucidità, meno felicità, meno serenità.

Un mondo senza idraulici o meccanici si fermerebbe. La crisi presenta anche questo genere di conti. Implacabili, giusti, freddi. Vado. Aereo, treno, neuroni, sabato, domenica, lezioni, elezioni. Ad agosto 2013 sarà tutto diverso. O sarà tutto uguale. E saremo di nuovo in difesa. A difenderci da non si capisce bene chi, da non si capisce bene cosa. Mangiando fagioli. E cozze.

*alla domanda ho risposto che sono assolutamente pronto e che ricominciare da zero, nell’eventualità, non mi spaventa per niente. Al contrario.

Fotografia del 28 dicembre 2011 – Bilancio dell’anno dell’understatement

28 Dic

Chiariamoci: io quest’anno non ho concluso un cazzo.

Non ho prodotto cambiamenti, neanche marginali, nell’ambiente che mi circonda. Né a Bari, né in Puglia, né in Italia, né nel mondo. Le poche persone che riesco a far star bene c’erano anche nel 2010 e in molti (per scelta mia, come per scelta loro) non ci sono più, o sono relegati al ruolo di turisti.

Non posso vantare scarti qualitativi evidenti nella mia vita. Sono nella stessa città, nello stesso ufficio, con lo stesso status sociale di dodici mesi fa. La mia vita relazionale è ridotta ai minimi termini, le poche persone importanti continuano a essere al mio fianco con uguale ardore. Il mio reddito complessivo non è cresciuto a sufficienza per potermi permettere scelte di profonda novità. Nè, in verità, ho cercato questo ordine di decisioni.

Al lavoro tutto è proseguito speditamente: tanto impegno, tante novità, nessuna novità. Un filotto di giorni tremendamente intensi, un insieme di storie di 24 ore che hanno ognuna una propria dignità e autonomia rispetto a tutte le altre, ma che combinate fanno un racconto tutto sommato piatto.

La cartina di tornasole è nelle domande semplici. A questioni come: “Novità al lavoro?” “E a parte il lavoro?” rispondo sempre allo stesso modo, stancamente. “No, nessuna novità, tutto uguale, sono una persona noiosa”.

Non mi va di parlare dei cazzi miei, tutto quello che ho da far sapere è pubblico e tutto quello che non voglio far sapere non verrà certamente dichiarato dopo una domanda, seppur diretta.

Tutto questo, tutto sommato non è poi così grave. Anzi, forse è la diretta conseguenza di ciò che volevo davvero. Ogni anno è ‘dedicato’ a qualcosa: il primo gennaio decido di pormi un obiettivo, spesso piuttosto generico e soggettivo nei parametri di valutazione, e provo a perseguirlo. Il 2011, nella mia testa, doveva essere l’anno dell’understatement. Testa bassa e basso profilo, dopo anni al centro della scena, soprattutto a causa delle campagne elettorali della mia terra e alcuni scatti in avanti come la possibilità di scrivere su un quotidiano online nazionale. Ho abbandonato la provincia, non il provincialismo che mi permette di rimanere con i piedi saldamente per terra e che benedico tutti i giorni, insieme alla mia pessima cadenza barese, perché mi ricorda che non sono nessuno.

Mi sento soddisfatto rispetto all’obiettivo: penso di essere stato bravo, di aver effettivamente abbassato il profilo. Ho ridotto la retorica, asciugato i pensieri, rinunciato all’ampollosa diplomazia. La stanchezza mi ha reso più spigoloso, più netto, forse meno educato, ma mi sento migliore.

So che molti dei miei amici, conoscenti e contatti sui social media non sarebbero d’accordo con la disamina. Per un essere umano ‘social’, la sovraesposizione è in realtà una condizione esistenziale. Se comunichi te stesso attraverso i tuoi profili, è difficile che tu non sia percepito come portatore di un ego ingombrante. Piano piano questa dispercezione passerà: quando tutti saremo online e lo saremo in modo maturo e competente, si ripartirà da zero.

Per il momento devo accontentarmi dell’autoanalisi. Del lavoro che quotidianamente faccio su me stesso. Dei commenti cattivi che devo leggere e a cui ho il dovere di rispondere. Delle critiche, talvolta gentili e talvolta ostili, con le quali devo confrontarmi con uguale umiltà. Dei complimenti e degli attestati di stima, privati e pubblici, di gente comune e di grandi pensatori, che valgono solo nell’istante in cui vengono pronunciati, così come la gioia che si può provare in quei momenti.

Ho passato un anno in palestra. A formare la muscolatura. Adesso posso uscire di nuovo. Per fare qualcosa di importante, sempre che il mio carattere totalmente incapace di compromessi sia compatibile col cambiamento.

Mi metto alle spalle il 2011 senza aver lasciato nulla in eredità al futuro. Potrei ritenermi un buon lavoratore, ma il mio lavoro è stato retribuito, la transazione tra me e la società è chiusa così. Nessuno può ringraziarti ulteriormente e io non devo sentirmi mai in credito con nessuno.

Mi metto alle spalle il 2011 con un solo grande orgoglio personale grazie al quale sento di aver raggiunto l’obiettivo del 2011: l’understatement. Sono orgoglioso di non aver mai ostentato le mie emozioni più grandi. Né il dolore, né la gioia.

Ho perso due nonni e uno zio nel giro di tre mesi. Prima di quest’anno avevo tutti e quattro i nonni e tutti gli zii. Mi auguro che nessuno si sia accorto dei miei lutti, perché se così fosse stato mi sentirei ancora più orgoglioso. Ho preso non più di tre ore di permesso per i funerali, per le sveglie alle 5 del mattino, per le fughe in macchina, per stringere la mano dei vivi, per cercare di non dire banalità ai parenti che piangevano, per farmi sentire presente pur non essendolo quasi mai nel corso dell’anno.

Ho passato momenti indimenticabili, tra pomeriggi al mare e dibattiti pubblici, tra piccole felicità familiari e grandi soddisfazioni professionali, tra le righe della vita e i righi della scrittura, tra scambi di abbracci, affetto, complicità, tra urla al cielo e speranze, tra scoperte e rivelazioni. Come nel dolore, allo stesso modo ho ritenuto che la gioia non fosse qualcosa da condividere.

Tutti provano dolore, tutti provano gioia. Pensare di essere più felici o più disperati degli altri, e ritenere che comunicare queste emozioni possa essere utile a qualcuno, o che possa generare automaticamente empatia o condivisione per il solo fatto di averle comunicate, è una delle più sconcertanti (e comuni) forme di arroganza che io conosca.

Io quest’anno non ho concluso un cazzo, ma forse mi conosco un poco meglio. E sono felice così.

Il Governo, alle cinque della sera

12 Ott

Alle cinque della sera.
Eran le cinque in punto della sera.
Un bambino portò il lenzuolo bianco
alle cinque della sera.
Una sporta di calce già pronta
alle cinque della sera.
Il resto era morte e solo morte
alle cinque della sera.

Il vento portò via i cotoni
alle cinque della sera.
E l’ossido seminò cristallo e nichel
alle cinque della sera.
Già combatton la colomba e il leopardo
alle cinque della sera.
E una coscia con un corno desolato
alle cinque della sera.
Cominciarono i suoni di bordone
alle cinque della sera.
Le campane d’arsenico e il fumo
alle cinque della sera.
Negli angoli gruppi di silenzio
alle cinque della sera.
Solo il toro ha il cuore in alto!
alle cinque della sera.
Quando venne il sudore di neve
alle cinque della sera,
quando l’arena si coperse di iodio
alle cinque della sera,
la morte pose le uova nella ferita
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Alle cinque in punto della sera.

Una bara con ruote è il letto
alle cinque della sera.
Ossa e flauti suonano nelle sue orecchie
alle cinque della sera.
Il toro già mugghiava dalla fronte
alle cinque della sera.
La stanza s’iridava d’agonia
alle cinque della sera.
Da lontano già viene la cancrena
alle cinque della sera.
Tromba di giglio per i verdi inguini
alle cinque della sera.
Le ferite bruciavan come soli
alle cinque della sera.
E la folla rompeva le finestre
alle cinque della sera.
Alle cinque della sera.
Ah, che terribili cinque della sera!
Eran le cinque a tutti gli orologi!
Eran le cinque in ombra della sera!

 

(Federico Garcia Lorca)

Fotografia del 28 agosto 2011 – Duemiladieci, duemilaundici, duemiladodici

28 Ago

Cosa ho imparato negli ultimi 12 mesi?

  1. Sto bene solo se posso dire tutto quello che penso. Tanto qualcuno si incazzerà comunque. A questo punto preferisco schiantarmi contro tutti i muri possibili, cambiare muro quando sento troppa ostilità, e andare a dormire la notte tranquillo.
  2. Non sopporto più l’ipocrisia. Forse è vero che l’ipocrisia regge il mondo in piedi ed evita dure contrapposizioni. Ma a me sembra solo un modo pessimo di spendere le proprie energie (anche perché il mondo, a quanto pare, non si regge comunque in piedi)
  3. Se fossi nato 10 anni prima, sarei fuori stagione. Invece questa è la generazione in cui i nerd (o presunti tali) sono indispensabili per il mondo. E dunque me la posso giocare.
  4. Non è male essere disconnessi, sparire, non dare notizie di sè.
  5. Voglio fare le vacanze fuori stagione. Magari senza crisi economica avrei detto qualcosa di diverso, però io ad agosto voglio lavorare. Così mentre tutti sono attenti e a combattere io mi rilasso di più. Mi piace troppo lavorare mentre gli altri non fanno niente. E mi piace poco non fare niente.

Cosa non ho fatto negli scorsi 12 mesi? (come da post – https://www.facebook.com/note.php?note_id=426157333269)

  1. Attraverso il lavoro, rendere l’Italia un posto anche solo un poco migliore di come è adesso. – FALLITO, l’Italia è peggiore di 12 mesi fa. Forse non è colpa mia, ma allora avevo sbagliato a tarare l’obiettivo. E dunque avevo fallito lo stesso.
  2. Far esplodere Quink. – NI, siamo ai livelli dell’anno scorso. Ottimi, ma non siamo saliti.
  3. Far crescere Radio Bari Città Futura – FALLITO, addirittura non ho fatto radio.
  4. Lavorare meglio (avevo scritto “lavorare meno”, ma non ci avrebbe creduto nessuno, me compreso) – RIUSCITO. Anche se il meglio ha portato il di più.
  5. Difendere i weekend di riposo con le unghie e con i denti – NI,  Potevo fare di più, ma mi sono levato qualche soddisfazione.

Cosa voglio fare nei prossimi 12 mesi?

  1. Dormire, pena ricovero in ospedale.
  2. Scrivere, anche se questo confligge col punto 1. Scrivere sul web e avere anche qualche spazio su un giornale di carta, una rubrica. Scrivere di qualsiasi cosa può essere utile scrivere.
  3. Tornare a fare radio. Musica, politica o eventi in diretta, poco importa. Anzi, se ci sono le tre cose insieme sono più contento.
  4. Essere d’ispirazione per qualcuno. Non si può cambiare l’Italia da soli (l’anno scorso scrivevo queste cose, poi mi hanno detto che sono megalomane e così mi sono ridimensionato), però si può farlo insieme.
  5. Fare qualche altro passo in avanti. Non so precisamente cosa voglia dire, però se fra 12 mesi sarò nella stessa posizione in cui sono adesso, avrò fallito.

Cosa tengo nel cassetto?

  1. Un anno sabbatico, prima o poi.
  2. Un Master in Business Administration, entro i prossimi 10 anni.
  3. Qualche anno da giocatore di poker professionista, sempre che abbia il talento.
  4. La mia seconda carriera da dj, sono anni che devo comprare i piatti ma non lo faccio mai. Uno psicologo cercherebbe blocchi nel mio inconscio.
  5. Tre mesi di lavoro coi bambini, mini-club style.

Conferenze stampa di venerdì pomeriggio di agosto

5 Ago

Dove finisce la solitudine, comincia il mercato; e dove comincia il mercato, comincia anche il chiasso dei grandi attori drammatici e il ronzio delle mosche velenose.

 

(F. W. Nietzsche)