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Done is better than perfect

2 Lug

Una cosa fatta è meglio di una cosa perfetta.

 

(Scott Allen)

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Il leaderismo sta finendo? (articolo per il Corriere del Mezzogiorno)

3 Mar

La Primavera Pugliese è finita? Esiste un popolo di centrosinistra? E se esiste, dov’è? Che fa? Cosa vuole? Sono domande davvero interessanti ma che non raccontano ciò che accade ogni giorno nelle vite dei cittadini, degli elettori. Sono domane preziose e prestigiose, ma che rimangono confinate all’interno delle elite della politica. Non riguardano le persone che la sinistra (per come storicamente si racconta) intende rappresentare, ma fanno parte di un ragionamento piuttosto statico sui modi e gli stili del governare. Se restiamo fermi a queste domande, dimostriamo di non (voler) conoscere le persone a cui ci rivogliamo.

Immaginatevi in un bar, in una piazza, in un’agenzia per il lavoro interinale. La Primavera pugliese è finita? Ti guarderebbero come se fossi un alieno. E farebbero bene. Esiste un popolo di centrosinistra? Se esistesse, bisognerebbe preoccuparsi di saper rispondere alle loro domande, più che farle.

Proviamo a cambiare il paradigma di partenza: Emiliano e Vendola sono stati amministratori meritevoli? Bari e la Puglia sono posti migliori dove vivere rispetto a sette, otto anni fa? Meglio loro o i loro predecessori? Meglio questa sinistra o quella nazionale? Meglio la coppia Emiliano-Vendola o quella Berlusconi-Fitto?

Senza buon governo i politici crollano. Soprattutto se sono politici di sinistra in una terra di destra. Tutte le analisi successive sono, per l’appunto, un corollario, seppur nobilissimo.

Un ragionamento su come migliorare la qualità della vita democratica della Regione non può che partire da un’analisi serena di ciò che ha funzionato e di ciò che invece, non funziona e continua a non funzionare. Rimuovere selettivamente uno dei due aspetti (il buono e il cattivo) vuol dire ricadere nel solito vecchio difetto della politica ‘tifata’ che in Italia ha spesso coinciso con l’antiberlusconismo (come l’antiemilianismo e l’antivendolismo su scala locale).

Per questo ritengo utile partire da qualche indicatore oggettivo. Cito due dati che per me rappresentano una buona mappa per una migliore comprensione della politica in Italia oggi: la fiducia nei partiti è al 4% (sondaggio Demos, gennaio 2012); la fiducia in Mario Monti è al 60% (sondaggio Ipsos, febbraio 2012).

Come interpretare questi numeri? In primo luogo gli italiani ritengono che l’attuale organizzazione partitica, a prescindere dalla sua effettiva efficacia, sia inaffidabile. Non ho mai creduto che si possa fare politica senza organizzazione. Allo stesso tempo ciò non può più essere l’alibi con cui i partiti autogiustificano la loro fissità e rimandano all’infinito le proprie riforme interne. L’inaffidabilità nasce dal convincimento che la partecipazione nei partiti sia inutile: i luoghi della decisione non sono i circoli e le assemblee pubbliche, i decisori non sono gli iscritti. Anche il sacro paradigma ‘una testa un voto’, l’essenza della democrazia, affonda sotto i colpi dei congressi parzialmente truccati e dei ‘signori delle tessere’ sempre esistiti e sempre, gravemente, tollerati, soprattutto al momento della composizione delle liste.

La naturale conseguenza è il convincimento che in fondo sia più utile rispondere a un commento sulla pagina Facebook di Emiliano, o mandare una mail agli staff dei politici per ottenere ascolto e risposte politiche, attività a cui i partiti hanno mostrato un progressivo disinteresse nel tempo. Meglio affidarsi all’ascolto casuale del leader in seguito a un’azione di comunicazione poco impegnativa che perdere ore a parlare di azioni e scelte che poi non trovano mai alcuna conseguenza nei fatti.

Per queste ragioni non bisogna dare il leaderismo per spacciato. È certamente finito il modello del ‘ghe pensi mi’, quello delle promesse senza controprove, quello della comunicazione senza politica. Ma l’uomo solo al comando, quello preparato, che prende decisioni (dopo aver ascoltato) e si assume le responsabilità per ciò che dice e fa, piace e piace molto. Monti, con il suo stile di governo capace di mandare in soffitta un altro alibi storico della politica, ossia che la politica che prende ‘decisioni impopolari’ perde certamente consenso, lo dimostra.

Il leaderismo non ha spazio se esistono luoghi della partecipazione che funzionano, dunque chi ritiene che le leadership ingombranti facciano male alla politica dovrebbe occuparsi di dare una risposta a chi oggi vuole partecipare anche in forme meno impegnative. Più che prendersela con i leader, dovrebbe fare domande a chi ha lasciato loro tutto quello spazio. La domanda di partecipazione è molto cresciuta rispetto al passato (al referendum hanno partecipato cinque milioni di nuovi ‘attivisti leggeri’, secondo una ricerca Demos di giugno 2011), ma ha nuove regole e nuove liturgie che i partiti non soddisfano più. Chi vuole la democrazia la deve pretendere e ricostruire nei partiti, rendendo sensata prima la loro esistenza e poi riattivandone la vita interna. Chi vuole ridare fiducia alla politica deve mostrare che ad azione segue reazione, che a partecipazione segue decisione, che a voto segue scelta, che a Primarie segue candidato condiviso e che a malefatta segue punizione. Senza capacità di autoregolazione, ogni essere vivente muore.

(articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, 3 marzo 2012)

Governo tecnico

19 Nov

Oggi il calciatore ha una vita facile: finisce l’allenamento e si mette su Facebook.

 

(Zdenek Zeman)

Fotografia del 31 ottobre 2011 – Scrivere, scrivere, scrivere. O forse no

31 Ott

Scrivere è facile. Scrivere bene è difficile. Scrivere qualcosa di utile è difficilissimo. Avere l’umiltà di leggere quando si sa scrivere è praticamente impossibile.

Due mesi fa avrei voluto scrivere una fotografia sulla mia ritrovata passione per la scrittura. Ho passato agosto a pubblicare post dovunque, a studiarmi la crisi finanziaria, a pontificare su qualsiasi cosa mi emozionasse. Ora mi sento molto distante da quello stato d’animo.

Pensavo che scrivere tanto fosse prima di tutto un atto ‘di servizio’: serve raccontare anche ciò che è già stato detto, magari provare a dirlo meglio, a più persone. Con l’estate, poi, è emerso un tipico tratto difettoso del mio carattere, un mix di superomismo e carattere del panchinaro. Sono tutti in ferie, pensavo io; qualcuno dovrà pur raccontare ciò che accade. Potevo farlo, perché non ero isolato né mentalmente né dagli strumenti di comuniczione, e l’ho fatto. E forse lo rifarò pure l’anno prossimo. E lo rifarò tutte le volte in cui gli altri sono altrove, perché penso che sia utile ai lettori.

Quell’agosto mi ha restituito la mirabile qualifica di ‘grafomane’. Una qualifica che disturba anche i sonni di qualcuno: sabato sera un noto giornalista pugliese di carta stampata mi ha raccontato di avermi sognato. Di aver sognato di uccidermi. Ma non in modo violento, piuttosto sadico: ha immaginato di vedermi soffocato sotto i miei post di Facebook, trasformati in fogli di carta. Un foglio per post, uno spaventoso muro di stupidaggini che tolgono l’aria.

Il giornalista della carta stampata potrà smettere di sognarmi. Sto provando a scrivere di meno e a leggere di più. Meno Facebook e più Twitter. Meno pulpito e più condivisione, meno pianificazione dei post, più testi scritti di getto. Unica eccezione: quando qualcuno ritiene che io debba dire qualcosa su un qualsiasi argomento e io me la sento, non dico di no.

Meno quantità, più qualità. Sempre che sia in grado.

Perché i giornalisti sono indispensabili

26 Ago

È questo il nostro mestiere: il senso e il valore di andare sui luoghi, anche nel tempo di Twitter e Facebook, per dare ancora spazio “all’arrogante volontà di capire e raccontare”.

 

(Mario Calabresi)

Qualche risposta alle critiche al mio articolo su Chiesa, Ici e proteste

23 Ago

“Gentile redazione, vorrei protestare riguardo l’articolo “La Chiesa, le polemiche, i soldi e l’Italia”, di Dino Amenduni, letto oggi 22 agosto 2011.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/22/la-chiesa-le-polemiche-i-soldi-e-litalia/152779

Trovo questo articolo non degno del Fatto quotidiano, sia per la posizione generale dell’opinione, sia per la sua qualità giornalistica, cioè i fatti riportati e i ragionamenti espressi.

Riguardo l’opinione: l’articolo mi risulta una semplice presa di posizione contro un dibattito civile di prima importanza in Italia, quello tra l’Italia – popolazione e Stato – e la Chiesa cattolica, squalificandolo addirittura come “aggressione”.

Riguardo gli argomenti emessi, e la qualità giornalistica del pezzo: per esempio, criticare che questo movimento chiederebbe al Vaticano di pagare l’intera manovra, mentre è chiaro che chiede solo l’abolizione dei privilegi.

Secondo me un articolo su questo caso, anche se doveva solo esprimere l’opinione del giornalista o della redazione, e anche se voleva difendere il Vaticano, doveva almeno commentare le 100.000 adesioni alla pagina facebook, le tensioni civili tra istituzioni e i vari componenti della società civile in un contesto di crisi economica.

Non capisco quindi come il Fatto quotidiano, giornale peraltro di qualità al quale mi sono abbonato per avere una stampa di qualità, possa pubblicare un articolo così scarso.

A maggior ragione, vederlo firmato da un giornalista che si occupa presso voi di “relazione nuovi media”, che però squalifica un dibattito civile che si svolge in rete, mi fa tristezza. Aspetto un punto di vista della redazione a questo proposito.

Grazie in anticipo. (amicobelga1210)

Caro lettore amicobelga1210, ti ringrazio per avermi scritto questo commento e per aver manifestato il tuo disappunto alla redazione del Fatto Quotidiano. Nel risponderti, colgo l’occasione anche per rispondere ad alcuni commenti che sono giunti in risposta al post.

Parto da un presupposto, e cioè la pubblicabilità dell’articolo. Prima di tutto io sono blogger del Fatto Quotidiano e dunque non sono un giornalista della redazione. I blogger hanno piena libertà di scrivere e di sostenere posizioni personali,  anche quando queste ultime dovessero risultare difformi rispetto alla linea editoriale. Non è infrequente, inoltre, trovare blogger tra loro in disaccordo sullo stesso argomento. Questo, a mio avviso, è una ricchezza. Ogni fonte di informazione che sfugge alla tentazione del pensiero unico dovrebbe essere preferita perché permette di mettere a confronto idee diverse e, dunque, di riflettere.

La tolleranza passa anche da queste scelte: ci sono teorie insostenibili (penso al negazionismo), ma per tutte le altre è giusto che ci sia spazio. A me sta molto a cuore Voltaire, “non condivido ciò che dici ma morirei affinché tu possa dirlo” e credo che questa sia la linea editoriale ideale.

Il mio articolo non ha mai discusso del dibattito sui rapporti tra Stato e Chiesa, ma del difetto di strategia politica e di comunicazione di chi sta protestando.

L’obiettivo ultimo della mobilitazione, infatti, non è ancora chiaro. Il movimento nasce per chiedere alla Chiesa di pagare l’Ici? Di rinunciare a tutti i privilegi? Chiede allo Stato di sospendere il Concordato con la Chiesa cattolica? Chiede al Parlamento di esprimersi sull’emendamento dei radicali? Critica le istituzioni cattoliche? Il Papa? I cattolici? La dottrina tutta?

Probabilmente tra i 100mila iscritti alla fanpage “Vaticano pagaci tu la manovra” ci sono tutte queste istanze. La confusione delle richieste permette così una libera interpretazione della protesta. Se ci si fosse limitati a chiedere l’abolizione delle esenzioni fiscali nelle attività commerciali gestite dalla Chiesa (così come da emendamento radicale) ci sarebbe stata invece una richiesta chiara, di natura fiscale, legata alla crisi economica, in cui moltissimi cattolici si sarebbero potuti riconoscere.

Un fronte di protesta ‘trasversale’, che comprendesse tutti, laici e cattolici, avrebbe messo la Chiesa in estrema difficoltà: non reagire avrebbe significato ignorare la volontà dei credenti. Citare Don Paolo Farinella nel mio post è certamente un tributo alla qualità della persona, ma è anche la prova che se il tema fosse stato affrontato in modo preciso e puntuale (la protesta è nata così, oppure le esenzioni fiscali sono solo un pretesto per attaccare la Chiesa?) sarebbero stati i cattolici a guidare il movimento d’opinione e avremmo avuto la speranza di ottenere ciò per cui ci stiamo mobilitando.

Alzare la posta, in questa sede e con questi presupposti, è stato invece un errore. I contrari, in politica come nelle istituzioni religiose così come nei giornali vicini alla Chiesa, si sono nascosti dietro il paravento dell’anticlericalismo dei proponenti; i cattolici hanno preferito difendere la quotidiana attività della Chiesa e dunque la loro identità. L’aggressività non sempre paga, anche (anzi, soprattutto), quando si ha ragione.

In merito alla fanpage e alla discussione generata, mi ha molto colpito il commento di chi mi ritiene “pentito del web 2.0”. Il mio post ha in realtà lo scopo opposto, e cioè quello di mettere in guardia la Rete dagli effetti distorsivi di certe pratiche.

Prima di tutto ritengo che se una campagna ha un nome, e la pagina ha un titolo, chi arriva a conoscerla dovrebbe sapere precisamente di cosa si tratta. Mi sembra abbastanza evidente che se si creasse una pagina con il titolo “Cancelliamo il debito pubblico italiano”, le adesioni sarebbero numerose ed entusiastiche. Ma sarebbe una campagna ingannevole, perché nessuna mobilitazione popolare potrebbe ottenere questo risultato. Se si utilizzasse un titolo simile per ottenere consenso su una richiesta ben più limitata, si tratterebbe comunque di un inganno, che garantirebbe quell’effetto quantitativo (numero di iscritti) necessario a finire sui giornali.

La mia preoccupazione in merito alla pagina Facebook è in realtà una preoccupazione di ordine generale, che è valsa in egual modo anche per “I segreti della Casta di Montecitorio” (pagina che non ha mai pubblicato contenuti inediti, dunque segreti): per ottenere visibilità sui media tradizionali bisogna ingannare gli utenti e i lettori? Bisogna alzare la voce? Non bisogna dire la verità?

In secondo luogo, ravviso la violazione di un patto tacito tra amministratori e iscritti alla pagina. Se gli iscritti, cliccando su ‘mi piace’, mettono nome, cognome e faccia a sostegno di una campagna, perché chi la promuove non fa lo stesso con gli scritti? Perché SpiderTruman è ancora anonimo? E chi sa chi è l’animatore di Vaticano Pagaci tu? Di sicuro si tratta di professionisti della comunicazione, vista la perizia con cui hanno curato le strategie di comunicazione sul web: non si tratta dunque né di stagisti di Montecitorio (altra menzogna, era necessaria?) né di movimenti di attivazione spontanea.

Caro amicobelga, se ti avessero detto che Vaticano Pagaci Tu fosse amministrata da persone vicino ai frondisti del Pdl, tu ti saresti iscritto? Se dietro ci fosse un partito, o un’associazione, o un qualsiasi gruppo con proprie finalità, pensi che ci sarebbero stati comunque tutti quegli iscritti?

Se le attivazioni del web ci vengono raccontate solo in questi casi, pieni tra l’altro di punti oscuri, che credibilità avremo tutti noi, alla lunga, agli occhi dell’opinione pubblica? Che credibilità avrà la voce dei cittadini in Rete, se non si sa nemmeno da chi sono guidati (paradosso inaccettabile dei tempi di Facebook)? Il rischio è che i social media siano squalificati a ricettacolo di trucchi, truffe, spam e manovre di marketing poco chiare, quando sappiamo entrambi che non è così. Dobbiamo difenderci dalle strumentalizzazioni. C’è una pagina, ad esempio, che si chiama “Laicità dello Stato”(https://www.facebook.com/laicitadellostato): idealmente è il punto di arrivo della nostra mobilitazione. Conta 470mila fan: ne hai mai sentito parlare sui giornali o in televisione?

Da addetto ai lavori, inoltre, ti invito a diffidare dell’analisi puramente quantitative dei fenomeni della Rete. I dati grezzi possono essere interpretati in tanti modi. Qualcuno potrebbe sostenere che a 100mila iscritti alla fanpage, ce ne sono 19 milioni e mezzo che non lo hanno fatto (gli utenti Facebook, in Italia, sono circa 20 milioni), dunque che solo lo 0.5% degli italiani sarebbe favorevole all’abolizione dei privilegi. Ancora, qualcuno potrebbe dire che siccome SpiderTruman ha 400mila fan, allora quell’istanza è quattro volte più sentita rispetto a quella delle esenzioni fiscali alla Chiesa. O, ancora, io potrei sostenere che siccome il mio post conta più di 1000 mi piace a fronte di una cinquantina di commenti negativi, allora il tuo parere è assai marginale. Tutte e tre le teorie sono totalmente prive di fondamento.

Sul web contano i numeri, certo, ma conta anche il numero di feedback e di commenti nel tempo: se una pagina aggrega decine di migliaia di persone in un mese (anche grazie a titoli fortemente di impatto) e poi muore poche settimane dopo, non è un’esperienza di mobilitazione di successo.

Chiudo rispondendo a una domanda: tu cosa avresti fatto?

1. Avrei creato una fanpage, a nome dei proponenti (non anonima, dunque) con il titolo: “La Chiesa rinunci alle esenzioni fiscali in questo momento difficile per l’Italia”;

2. In questa pagina avrei scritto l’emendamento dei radicali, chiedendo al Parlamento di votare e alla Chiesa di valutare in autonomia se rinunciare alle esenzioni. Avrei inolto raccolto interviste, articoli di giornale, testimonianze laiche e cattoliche su questo punto, spiegando perché è importante ottenere questo risultato. Avrei inoltre chiesto alle forze politiche un’adesione formale alla campagna.

3. Avrei atteso il voto del Parlamento o una dichiarazione ufficiale della Chiesa per verificare se la mobilitazione ha raggiunto l’obettivo.

4. A quel punto, ma solo a quel punto (e a prescindere dal risultato della mobilitazione), avrei discusso dell’opportunità di rivedere del tutto o in parte il Concordato Stato-Chiesa e avrei creato una nuova mobilitazione, con nuove parole d’ordine, nuove strategie (legge di iniziativa popolare, emendamento, referendum) e un nuovo, più chiaro, contesto politico e sociale di riferimento.

Spero che la mia risposta possa aver chiarito i tuoi dubbi. Un abbraccio.

p.s. sono agnostico.

 

 

La pagina FB di Berlusconi si contraddice da sola

8 Lug