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Successo, qualità, destra e sinistra

18 Ago

Debora Billi commenta il mio post di qualche giorno fa sui criteri di misurazione della qualità di un post: (ecco il mio articolo originale)

Approfitto per commentare a mia volta, in particolare di approfondire il mio punto di vista su un paio di passaggi.

“Dino ripropone quella che è una vecchia teoria degli intellettuali di sinistra, ovvero che quando uno spettacolo, un libro o persino un post su Internet hanno un vasto successo ciò indichi bassa qualità.”

In realtà mi chiedevo se esistesse una correlazione tra successo e qualità. Storicamente questa correlazione non è mai stata considerata un indicatore oggettivo, e non mi pare sia una questione limitata al mondo della ‘sinistra’.

“Io ricordo invece il magnifico spettacolo teatrale di Marco Paolini sulla tragedia di Longarone. Trasmesso su RaiDue, ebbe un travolgente successo in termini di share e fu visto da milioni di telespettatori”

Gli spettatori sono stati circa tre milioni e mezzo, per uno share del 15% circa. La metà di una puntata media di Don Matteo, meno della metà dello share di programmi come “L’Arena”. Debora sarebbe pronta a sostenere che questi due programmi sono di qualità doppia rispetto al Vajont di Paolini?

Il mio post serviva comunque a creare un dibattito sulla misurazione della qualità di un contenuto, specie online. Sarebbe bello sapere da Debora se lei è soddisfatta di indicatori esclusivamente quantitativi.

Qualche risposta alle critiche al mio articolo su Chiesa, Ici e proteste

23 Ago

“Gentile redazione, vorrei protestare riguardo l’articolo “La Chiesa, le polemiche, i soldi e l’Italia”, di Dino Amenduni, letto oggi 22 agosto 2011.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/08/22/la-chiesa-le-polemiche-i-soldi-e-litalia/152779

Trovo questo articolo non degno del Fatto quotidiano, sia per la posizione generale dell’opinione, sia per la sua qualità giornalistica, cioè i fatti riportati e i ragionamenti espressi.

Riguardo l’opinione: l’articolo mi risulta una semplice presa di posizione contro un dibattito civile di prima importanza in Italia, quello tra l’Italia – popolazione e Stato – e la Chiesa cattolica, squalificandolo addirittura come “aggressione”.

Riguardo gli argomenti emessi, e la qualità giornalistica del pezzo: per esempio, criticare che questo movimento chiederebbe al Vaticano di pagare l’intera manovra, mentre è chiaro che chiede solo l’abolizione dei privilegi.

Secondo me un articolo su questo caso, anche se doveva solo esprimere l’opinione del giornalista o della redazione, e anche se voleva difendere il Vaticano, doveva almeno commentare le 100.000 adesioni alla pagina facebook, le tensioni civili tra istituzioni e i vari componenti della società civile in un contesto di crisi economica.

Non capisco quindi come il Fatto quotidiano, giornale peraltro di qualità al quale mi sono abbonato per avere una stampa di qualità, possa pubblicare un articolo così scarso.

A maggior ragione, vederlo firmato da un giornalista che si occupa presso voi di “relazione nuovi media”, che però squalifica un dibattito civile che si svolge in rete, mi fa tristezza. Aspetto un punto di vista della redazione a questo proposito.

Grazie in anticipo. (amicobelga1210)

Caro lettore amicobelga1210, ti ringrazio per avermi scritto questo commento e per aver manifestato il tuo disappunto alla redazione del Fatto Quotidiano. Nel risponderti, colgo l’occasione anche per rispondere ad alcuni commenti che sono giunti in risposta al post.

Parto da un presupposto, e cioè la pubblicabilità dell’articolo. Prima di tutto io sono blogger del Fatto Quotidiano e dunque non sono un giornalista della redazione. I blogger hanno piena libertà di scrivere e di sostenere posizioni personali,  anche quando queste ultime dovessero risultare difformi rispetto alla linea editoriale. Non è infrequente, inoltre, trovare blogger tra loro in disaccordo sullo stesso argomento. Questo, a mio avviso, è una ricchezza. Ogni fonte di informazione che sfugge alla tentazione del pensiero unico dovrebbe essere preferita perché permette di mettere a confronto idee diverse e, dunque, di riflettere.

La tolleranza passa anche da queste scelte: ci sono teorie insostenibili (penso al negazionismo), ma per tutte le altre è giusto che ci sia spazio. A me sta molto a cuore Voltaire, “non condivido ciò che dici ma morirei affinché tu possa dirlo” e credo che questa sia la linea editoriale ideale.

Il mio articolo non ha mai discusso del dibattito sui rapporti tra Stato e Chiesa, ma del difetto di strategia politica e di comunicazione di chi sta protestando.

L’obiettivo ultimo della mobilitazione, infatti, non è ancora chiaro. Il movimento nasce per chiedere alla Chiesa di pagare l’Ici? Di rinunciare a tutti i privilegi? Chiede allo Stato di sospendere il Concordato con la Chiesa cattolica? Chiede al Parlamento di esprimersi sull’emendamento dei radicali? Critica le istituzioni cattoliche? Il Papa? I cattolici? La dottrina tutta?

Probabilmente tra i 100mila iscritti alla fanpage “Vaticano pagaci tu la manovra” ci sono tutte queste istanze. La confusione delle richieste permette così una libera interpretazione della protesta. Se ci si fosse limitati a chiedere l’abolizione delle esenzioni fiscali nelle attività commerciali gestite dalla Chiesa (così come da emendamento radicale) ci sarebbe stata invece una richiesta chiara, di natura fiscale, legata alla crisi economica, in cui moltissimi cattolici si sarebbero potuti riconoscere.

Un fronte di protesta ‘trasversale’, che comprendesse tutti, laici e cattolici, avrebbe messo la Chiesa in estrema difficoltà: non reagire avrebbe significato ignorare la volontà dei credenti. Citare Don Paolo Farinella nel mio post è certamente un tributo alla qualità della persona, ma è anche la prova che se il tema fosse stato affrontato in modo preciso e puntuale (la protesta è nata così, oppure le esenzioni fiscali sono solo un pretesto per attaccare la Chiesa?) sarebbero stati i cattolici a guidare il movimento d’opinione e avremmo avuto la speranza di ottenere ciò per cui ci stiamo mobilitando.

Alzare la posta, in questa sede e con questi presupposti, è stato invece un errore. I contrari, in politica come nelle istituzioni religiose così come nei giornali vicini alla Chiesa, si sono nascosti dietro il paravento dell’anticlericalismo dei proponenti; i cattolici hanno preferito difendere la quotidiana attività della Chiesa e dunque la loro identità. L’aggressività non sempre paga, anche (anzi, soprattutto), quando si ha ragione.

In merito alla fanpage e alla discussione generata, mi ha molto colpito il commento di chi mi ritiene “pentito del web 2.0”. Il mio post ha in realtà lo scopo opposto, e cioè quello di mettere in guardia la Rete dagli effetti distorsivi di certe pratiche.

Prima di tutto ritengo che se una campagna ha un nome, e la pagina ha un titolo, chi arriva a conoscerla dovrebbe sapere precisamente di cosa si tratta. Mi sembra abbastanza evidente che se si creasse una pagina con il titolo “Cancelliamo il debito pubblico italiano”, le adesioni sarebbero numerose ed entusiastiche. Ma sarebbe una campagna ingannevole, perché nessuna mobilitazione popolare potrebbe ottenere questo risultato. Se si utilizzasse un titolo simile per ottenere consenso su una richiesta ben più limitata, si tratterebbe comunque di un inganno, che garantirebbe quell’effetto quantitativo (numero di iscritti) necessario a finire sui giornali.

La mia preoccupazione in merito alla pagina Facebook è in realtà una preoccupazione di ordine generale, che è valsa in egual modo anche per “I segreti della Casta di Montecitorio” (pagina che non ha mai pubblicato contenuti inediti, dunque segreti): per ottenere visibilità sui media tradizionali bisogna ingannare gli utenti e i lettori? Bisogna alzare la voce? Non bisogna dire la verità?

In secondo luogo, ravviso la violazione di un patto tacito tra amministratori e iscritti alla pagina. Se gli iscritti, cliccando su ‘mi piace’, mettono nome, cognome e faccia a sostegno di una campagna, perché chi la promuove non fa lo stesso con gli scritti? Perché SpiderTruman è ancora anonimo? E chi sa chi è l’animatore di Vaticano Pagaci tu? Di sicuro si tratta di professionisti della comunicazione, vista la perizia con cui hanno curato le strategie di comunicazione sul web: non si tratta dunque né di stagisti di Montecitorio (altra menzogna, era necessaria?) né di movimenti di attivazione spontanea.

Caro amicobelga, se ti avessero detto che Vaticano Pagaci Tu fosse amministrata da persone vicino ai frondisti del Pdl, tu ti saresti iscritto? Se dietro ci fosse un partito, o un’associazione, o un qualsiasi gruppo con proprie finalità, pensi che ci sarebbero stati comunque tutti quegli iscritti?

Se le attivazioni del web ci vengono raccontate solo in questi casi, pieni tra l’altro di punti oscuri, che credibilità avremo tutti noi, alla lunga, agli occhi dell’opinione pubblica? Che credibilità avrà la voce dei cittadini in Rete, se non si sa nemmeno da chi sono guidati (paradosso inaccettabile dei tempi di Facebook)? Il rischio è che i social media siano squalificati a ricettacolo di trucchi, truffe, spam e manovre di marketing poco chiare, quando sappiamo entrambi che non è così. Dobbiamo difenderci dalle strumentalizzazioni. C’è una pagina, ad esempio, che si chiama “Laicità dello Stato”(https://www.facebook.com/laicitadellostato): idealmente è il punto di arrivo della nostra mobilitazione. Conta 470mila fan: ne hai mai sentito parlare sui giornali o in televisione?

Da addetto ai lavori, inoltre, ti invito a diffidare dell’analisi puramente quantitative dei fenomeni della Rete. I dati grezzi possono essere interpretati in tanti modi. Qualcuno potrebbe sostenere che a 100mila iscritti alla fanpage, ce ne sono 19 milioni e mezzo che non lo hanno fatto (gli utenti Facebook, in Italia, sono circa 20 milioni), dunque che solo lo 0.5% degli italiani sarebbe favorevole all’abolizione dei privilegi. Ancora, qualcuno potrebbe dire che siccome SpiderTruman ha 400mila fan, allora quell’istanza è quattro volte più sentita rispetto a quella delle esenzioni fiscali alla Chiesa. O, ancora, io potrei sostenere che siccome il mio post conta più di 1000 mi piace a fronte di una cinquantina di commenti negativi, allora il tuo parere è assai marginale. Tutte e tre le teorie sono totalmente prive di fondamento.

Sul web contano i numeri, certo, ma conta anche il numero di feedback e di commenti nel tempo: se una pagina aggrega decine di migliaia di persone in un mese (anche grazie a titoli fortemente di impatto) e poi muore poche settimane dopo, non è un’esperienza di mobilitazione di successo.

Chiudo rispondendo a una domanda: tu cosa avresti fatto?

1. Avrei creato una fanpage, a nome dei proponenti (non anonima, dunque) con il titolo: “La Chiesa rinunci alle esenzioni fiscali in questo momento difficile per l’Italia”;

2. In questa pagina avrei scritto l’emendamento dei radicali, chiedendo al Parlamento di votare e alla Chiesa di valutare in autonomia se rinunciare alle esenzioni. Avrei inolto raccolto interviste, articoli di giornale, testimonianze laiche e cattoliche su questo punto, spiegando perché è importante ottenere questo risultato. Avrei inoltre chiesto alle forze politiche un’adesione formale alla campagna.

3. Avrei atteso il voto del Parlamento o una dichiarazione ufficiale della Chiesa per verificare se la mobilitazione ha raggiunto l’obettivo.

4. A quel punto, ma solo a quel punto (e a prescindere dal risultato della mobilitazione), avrei discusso dell’opportunità di rivedere del tutto o in parte il Concordato Stato-Chiesa e avrei creato una nuova mobilitazione, con nuove parole d’ordine, nuove strategie (legge di iniziativa popolare, emendamento, referendum) e un nuovo, più chiaro, contesto politico e sociale di riferimento.

Spero che la mia risposta possa aver chiarito i tuoi dubbi. Un abbraccio.

p.s. sono agnostico.

 

 

Una lettera dalla Norvegia

25 Lug

Vittorio Feltri commenta così la strage di Utoya: http://www.youkioske.com/prensa-europea/il-giornale-25-luglio-2011/

Io ho risposto così, sul Fatto Quotidiano: http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/07/25/vittorio-feltri-i-giovani-laburisti-e-la-norvegia/147607/

Un lettore dello scambio, Marco, mi scrive così:

Buongiorno,
le scrivo riguardo al suo ottimo post in oggetto, che condivido in pieno.

Io vivo in Norvegia da ormai un po’ di anni e sperando di darle qualche utile dettaglio in più, per sua curiosità.

l’isola Utøya come avrà visto è gran parte coperta da un  bosco, e, tenendo conto che i ragazzi si spostavano a piedi dentro vegetazione fitta, abbastanza grande.

Buona parte dei quasi 700 ragazzi presenti non hanno visto l’inizio della sparatoria, ma solo sentita, ed sono iniziati a scappare attraverso il bosco per nascondersi “alla spicciolata”. Molti non sapevano che questo era travestito da poliziotto!

Una a ragazzina sopravissuta raccontava in TV che è rimasta nascosta nel bosco a lungo (la sparatoria è andata avanti un ora!) e quando ha sentito gli spari avicinarsi ha proseguito fino alla costa e insieme ad altri ragazzi si è buttata in mare per raggiungere la terraferma a nuoto. Quando, poco dopo, hanno visto all’improvviso un Poliziotto (o almeno uno vestito come tale) che dice “state tranquilli venite qua”…. hanno tutti fatto marcia indietro e sono andati verso di lui….

questo ripetuto N volte in mille andri dell’isola….

Restare o andare? Resistere o fuggire?

24 Mag

Ieri ho scritto un post sul Fatto, “i pericoli della retorica del fuggismo” – http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/23/i-pericoli-della-retorica-del-fuggismo e sono stato attaccato da chiunque, a partire già dal titolo.

Non mi aspettavo niente di diverso: ho uno spazio autorevole su un giornale nazionale e non posso che utilizzarlo come uno strumento di provocazione continua. Il dibattito serve alla democrazia e poco importa se il prezzo da pagare è l’insulto personale, l’attacco a me e non ai miei argomenti, le allusioni su come ho fatto “carriera” (vorrei tanto che la gente che mi ha criticato vedesse una mia giornata di lavoro e il mio percorso professionale negli anni, prima di dire qualsiasi cosa).

Ho tra l’altro scelto volontariamente il momento più scomodo per scrivere questo post, la sera dopo una scioccante puntata di Report sulla distanza siderale tra le politiche (giovanili) del lavoro in Italia e quelle nel resto d’Europa e la mattina in cui l’ISTAT ci diceva che la nostra economia è ferma da dieci anni. Dopo due schiaffi del genere, scrivere che bisogna restare e chi se ne va pur avendo la possibilità di restare è un egoista rappresenta chiaramente una provocazione,  forte e non necessariamente accettabile.

Leggendo i commenti parrebbe un bagno di sangue, ma ci sono anche tanti ‘mi piace’ in giro per la Rete, oltre che manifestazioni di approvazione spesso private. Sapevo di avere opinioni divisive e sono contento di com’è andata, insulti compresi.

Devo però realizzare che la reazione che il post ha generato conferma, tristemente, la mia teoria di partenza. Provo a illustrare le mie sensazioni dopo aver letto tutti i commenti sul Fatto e su Facebook.

Ma prima vorrei fare una premessa.

a. La libertà di mobilità lavorativa è un valore. Lo è all’interno della stessa nazione, dello stesso continente (siamo nell’Europa in cui non ci sono frontiere) e anche tra continenti (siamo in piena globalizzazione). In condizioni normali tutto sarebbe regolare e non muoverebbe alcuna riflessione. Se l’Italia marciasse come gli altri paesi europei, se io (come voi) non notassi alcuna anomalia, alcuna crisi sistemica della mia generazione, viaggerei anche io senza problemi cercando la mia strada personale, senza pensare che andando via a inseguire la mia strada, i miei sogni, lascio qui dei poveretti a farsi massacrare dall’attuale classe politica (che conosco, lavorandoci saltuariamente, dunque sto imparando a soppesarne vizi e virtù).

Ma io ritengo che l’Italia non sia in una condizione normale e sono le vostre storie a testimoniarlo: l’emigrazione è troppo spesso una fuga disperata e quasi mai una scelta volontaria. Ecco perché ritengo che chi ne ha le possibilità deve restare in Italia a resistere e a combattere perché tutti gli altri non debbano fuggire. Io posso scegliere tra restare e andare e resto, per motivi egoistici (al 49.9%, a Bari sto bene ed è una mia scelta volontari) ma soprattutto (al 50.1%) per un senso di responsabilità che non pretendo sia condiviso ma che volevo mettere sul tavolo. Questo era il senso del mio post, qualcuno l’ha capito, qualcun’altro ha preferito sentirsi ferito nell’orgoglio.

Mi sorprende fortemente che la gran parte dei commenti critichi la politica ma poi si aspetti qualcosa da chi non merita fiducia. Se non vi fidate della politica (e a mio avviso, fate bene), come potete pensare che si prenderà cura di voi? Che interesse avrà la politica nel trattenervi, quando andando via fate esattamente il loro gioco, cioè ridurre le possibilità di discontinuità?

1. Avevo espressamente scritto che l’oggetto delle mie attenzioni (mai giudizi, anche perché non conosco le storie individuali di alcuno dunque non potrei permettermi un lusso del genere) non erano le persone che avevano lasciato l’Italia per necessità, perché il mondo del lavoro era bloccato e incapace di assorbire il loro talento e le loro competenze, perché avevano famiglie da tenere in piedi o perché avevano perso il lavoro. Mi rivolgevo criticamente a quel gruppo di italiani (a mio avviso una minoranza molto piccola ma assai qualificata) che pur potendo sopravvivere in Italia, seppure a fatica, decidono di andar via. Questa mi sembra un’azione egoistica e dunque noncurante di ciò che si lascia alle spalle, in questo caso l’Italia. Mi pare un sentimento assolutamente comprensibile e legittimo. Ma, per cortesia, chi va via per queste ragioni non venga poi a fare la morale a quanto fa cacare l’Italia e quanto fa cacare chi ci vive.

2. Le risposte, invece, sono arrivate dalle altre categorie che io avevo escluso dalla mia critica e che per me fanno bene a fare ciò che fanno: chi va via per disperazione e lo sa sperando di poter tornare alla prima occasione utile per poter dare una mano al Paese, chi lo fa perché altrimenti muore di fame; chi lo fa perché il mercato del lavoro non ha spazio per la propria competenza. Ribadisco: chi è partito per questi motivi ha fatto bene e non deve sentirsi nè in colpa verso l’Italia, nè giudicato da me o da chiunque altro. A loro però chiedo: siete partiti pensando all’Italia o siete partiti e basta? A me interessa molto di più parlare coi primi, i secondi fanno scelte individuali che rispetto, ma non è con loro che questo Paese può ripartire in questo momento difficile. Serve gente motivata a fare del bene alla collettività, non a perseguire i propri (legittimi, ribadisco) interessi personali. La fuga è un atto individuale, la resistenza è una scelta collettiva;

3. La gran parte delle risposte segue un format molto simile:

a. ma come ti permetti di scrivere una cosa del genere? (e/o insulti personali o richieste di scusa/rettifica/integrazione e/o frasi sul fatto che abbia usato luoghi comuni, qualunquismo, retorica)

b. racconto della storia personale, rigorosamente in prima persona singolare. Poco importa che le storie raccontate non abbiano nulla a che vedere con la categoria che io volevo colpire, che non a caso non si è palesata. Non ho letto un solo commento di chi mi ha detto “sì, in Italia guadagnavo 800€ al mese, in UK ne guadagno 2000€, me ne sono andato per quello, dell’Italia non me ne può fregare di meno”, ma è proprio con loro che me la prendo, non con gli altri che mi hanno attaccato;

c. dubbi sul mio curriculum, dell’opportunità che io abbia un blog sul Fatto, sull’opportunità che io esprima pareri personali con attacchi sparsi alla mia età, al culo scaldato da mamma e papà, sul fatto che viva a Bari o che faccia campagne elettorali. E io, per ogni insulto che leggevo mi son chiesto: ma se la mia tesi è così debole, perché c’è bisogno di attaccare me e non ciò che ho detto?

Questi tre punti confermano le mie ipotesi iniziali: in Italia si è smarrito il senso di comunità, il capitale sociale. Non si ragiona più pensando al bene di una generazione, perché la fame ci porta a badare a noi stessi. Più ci impoveriscono e più il darwinismo sociale ha la meglio su ogni riflessione politica collettiva. Noi agiamo individualmente (e guai a mettere in discussione questa libertà) però chiediamo alla politica di tutelarci collettivamente. Rileggete tutti i commenti: quanti ‘noi’ avete letto? Quanti ragionamenti che andassero oltre la propria biografia sono emersi? Se ognuno pensa a sè, perché qualcun’altro dovrebbe prendersi cura di noi, che sia un amico, un datore di lavoro, un ministro o un familiare?

Chiudo facendo una domanda a tutti voi: in molti hanno detto che sbaglio e mi hanno raccontato la loro esperienza personale come controprova. A tutti voi, però, chiedo: perché nessuno di voi ha fatto una controproposta? Perché nessuno ha parlato di come tirare fuori l’Italia dalla merda, di come possiamo tutti noi offrire più opportunità alla nostra generazione?

La mia proposta, che per alcuni è stata semplicistica, era però chiara: chi può e ha talento resti in Italia a fare le barricate e a combattere fin quando non si vince. Voi avete proposte migliori?

p.s. molti, per criticarmi, si sono appoggiati sulla mia ultima frase: “Se poi ho detto un mucchio di fesserie retoriche, comode e qualunquiste, poco importa.”

Ma la mia frase finiva con “Io resto. Fino a quando non deciderete di restare anche voi.”. Quando tornerete vuol dire che l’Italia sarà un posto migliore. Quando tornerete mi sentirò libero di andarmene. E vi dirò cosa mi sto perdendo.

Giornalismo e Perugia #9 – Ovvero? Ovvero?

16 Apr

Festival del Giornalismo 2011 – diario – 15 aprile

(a un certo punto c’è il siparietto con Cruciani)

I miei primi quattro post al Fatto

17 Nov

Visto che probabilmente sei di Ruvo e quindi un quasi paesano (sono andriese) te lo dico in dialetto:

ci cazz ste a doic?

(tale Ambro, commento sulla mia analisi sulle Primarie milanesi: http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/16/primarie-cosa-e-successo-a-milano)

 

Luigi, ti amo

11 Nov

Premetto che questo il mio primo commento a IL FATTO QUOTIDIANO, ottimamente diretto da Peter Gomez.
Mi decido a commentare perché, a mio avviso, questa è la prima analisi politica perfetta che mi è stato dato di leggere su tutta la stampa quotidiana che io consulto online. Splendida la chiusura del post, che propone dubbi ed incertezza mediante una affermazione che è anche una domanda: Bossi e Berlusconi vanno avanti senza farci capire verso cosa, Bossi e Berlusconi non perdono nemmeno un voto. Questo è il dramma dell’Italia di oggi: uno sterminato gregge di pecore che vanno dietro al ‘pifferaio magico’, inconsapevoli, alla cieca. Quanto lontano (o vicino) è il burrone?

(Luigi Morsello, a commento del mio primo post sul Fatto Quotidiano – http://www.ilfattoquotidiano.it/2010/11/10/cosa-ho-capito-del-discorso-di-fini/76195/comment-page-3/#comment-1031724