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Come un raccoglitore di frutta

6 Mag

Ecco: io sono un pendolare. Vado dove c’è del lavoro, come un raccoglitore di frutta. Tutto ciò di cui ho bisogno sono un sorriso d’incoraggiamento ed una proposta, ed arrivo subito, col primo aereo.

(Orson Welles)

Eterogenesi di Fini

24 Lug

Nulla è più facile che illudersi. Perché l’uomo crede vero ciò che desidera.

 

(Demostene)

Restare o andare? Resistere o fuggire?

24 Mag

Ieri ho scritto un post sul Fatto, “i pericoli della retorica del fuggismo” – http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/23/i-pericoli-della-retorica-del-fuggismo e sono stato attaccato da chiunque, a partire già dal titolo.

Non mi aspettavo niente di diverso: ho uno spazio autorevole su un giornale nazionale e non posso che utilizzarlo come uno strumento di provocazione continua. Il dibattito serve alla democrazia e poco importa se il prezzo da pagare è l’insulto personale, l’attacco a me e non ai miei argomenti, le allusioni su come ho fatto “carriera” (vorrei tanto che la gente che mi ha criticato vedesse una mia giornata di lavoro e il mio percorso professionale negli anni, prima di dire qualsiasi cosa).

Ho tra l’altro scelto volontariamente il momento più scomodo per scrivere questo post, la sera dopo una scioccante puntata di Report sulla distanza siderale tra le politiche (giovanili) del lavoro in Italia e quelle nel resto d’Europa e la mattina in cui l’ISTAT ci diceva che la nostra economia è ferma da dieci anni. Dopo due schiaffi del genere, scrivere che bisogna restare e chi se ne va pur avendo la possibilità di restare è un egoista rappresenta chiaramente una provocazione,  forte e non necessariamente accettabile.

Leggendo i commenti parrebbe un bagno di sangue, ma ci sono anche tanti ‘mi piace’ in giro per la Rete, oltre che manifestazioni di approvazione spesso private. Sapevo di avere opinioni divisive e sono contento di com’è andata, insulti compresi.

Devo però realizzare che la reazione che il post ha generato conferma, tristemente, la mia teoria di partenza. Provo a illustrare le mie sensazioni dopo aver letto tutti i commenti sul Fatto e su Facebook.

Ma prima vorrei fare una premessa.

a. La libertà di mobilità lavorativa è un valore. Lo è all’interno della stessa nazione, dello stesso continente (siamo nell’Europa in cui non ci sono frontiere) e anche tra continenti (siamo in piena globalizzazione). In condizioni normali tutto sarebbe regolare e non muoverebbe alcuna riflessione. Se l’Italia marciasse come gli altri paesi europei, se io (come voi) non notassi alcuna anomalia, alcuna crisi sistemica della mia generazione, viaggerei anche io senza problemi cercando la mia strada personale, senza pensare che andando via a inseguire la mia strada, i miei sogni, lascio qui dei poveretti a farsi massacrare dall’attuale classe politica (che conosco, lavorandoci saltuariamente, dunque sto imparando a soppesarne vizi e virtù).

Ma io ritengo che l’Italia non sia in una condizione normale e sono le vostre storie a testimoniarlo: l’emigrazione è troppo spesso una fuga disperata e quasi mai una scelta volontaria. Ecco perché ritengo che chi ne ha le possibilità deve restare in Italia a resistere e a combattere perché tutti gli altri non debbano fuggire. Io posso scegliere tra restare e andare e resto, per motivi egoistici (al 49.9%, a Bari sto bene ed è una mia scelta volontari) ma soprattutto (al 50.1%) per un senso di responsabilità che non pretendo sia condiviso ma che volevo mettere sul tavolo. Questo era il senso del mio post, qualcuno l’ha capito, qualcun’altro ha preferito sentirsi ferito nell’orgoglio.

Mi sorprende fortemente che la gran parte dei commenti critichi la politica ma poi si aspetti qualcosa da chi non merita fiducia. Se non vi fidate della politica (e a mio avviso, fate bene), come potete pensare che si prenderà cura di voi? Che interesse avrà la politica nel trattenervi, quando andando via fate esattamente il loro gioco, cioè ridurre le possibilità di discontinuità?

1. Avevo espressamente scritto che l’oggetto delle mie attenzioni (mai giudizi, anche perché non conosco le storie individuali di alcuno dunque non potrei permettermi un lusso del genere) non erano le persone che avevano lasciato l’Italia per necessità, perché il mondo del lavoro era bloccato e incapace di assorbire il loro talento e le loro competenze, perché avevano famiglie da tenere in piedi o perché avevano perso il lavoro. Mi rivolgevo criticamente a quel gruppo di italiani (a mio avviso una minoranza molto piccola ma assai qualificata) che pur potendo sopravvivere in Italia, seppure a fatica, decidono di andar via. Questa mi sembra un’azione egoistica e dunque noncurante di ciò che si lascia alle spalle, in questo caso l’Italia. Mi pare un sentimento assolutamente comprensibile e legittimo. Ma, per cortesia, chi va via per queste ragioni non venga poi a fare la morale a quanto fa cacare l’Italia e quanto fa cacare chi ci vive.

2. Le risposte, invece, sono arrivate dalle altre categorie che io avevo escluso dalla mia critica e che per me fanno bene a fare ciò che fanno: chi va via per disperazione e lo sa sperando di poter tornare alla prima occasione utile per poter dare una mano al Paese, chi lo fa perché altrimenti muore di fame; chi lo fa perché il mercato del lavoro non ha spazio per la propria competenza. Ribadisco: chi è partito per questi motivi ha fatto bene e non deve sentirsi nè in colpa verso l’Italia, nè giudicato da me o da chiunque altro. A loro però chiedo: siete partiti pensando all’Italia o siete partiti e basta? A me interessa molto di più parlare coi primi, i secondi fanno scelte individuali che rispetto, ma non è con loro che questo Paese può ripartire in questo momento difficile. Serve gente motivata a fare del bene alla collettività, non a perseguire i propri (legittimi, ribadisco) interessi personali. La fuga è un atto individuale, la resistenza è una scelta collettiva;

3. La gran parte delle risposte segue un format molto simile:

a. ma come ti permetti di scrivere una cosa del genere? (e/o insulti personali o richieste di scusa/rettifica/integrazione e/o frasi sul fatto che abbia usato luoghi comuni, qualunquismo, retorica)

b. racconto della storia personale, rigorosamente in prima persona singolare. Poco importa che le storie raccontate non abbiano nulla a che vedere con la categoria che io volevo colpire, che non a caso non si è palesata. Non ho letto un solo commento di chi mi ha detto “sì, in Italia guadagnavo 800€ al mese, in UK ne guadagno 2000€, me ne sono andato per quello, dell’Italia non me ne può fregare di meno”, ma è proprio con loro che me la prendo, non con gli altri che mi hanno attaccato;

c. dubbi sul mio curriculum, dell’opportunità che io abbia un blog sul Fatto, sull’opportunità che io esprima pareri personali con attacchi sparsi alla mia età, al culo scaldato da mamma e papà, sul fatto che viva a Bari o che faccia campagne elettorali. E io, per ogni insulto che leggevo mi son chiesto: ma se la mia tesi è così debole, perché c’è bisogno di attaccare me e non ciò che ho detto?

Questi tre punti confermano le mie ipotesi iniziali: in Italia si è smarrito il senso di comunità, il capitale sociale. Non si ragiona più pensando al bene di una generazione, perché la fame ci porta a badare a noi stessi. Più ci impoveriscono e più il darwinismo sociale ha la meglio su ogni riflessione politica collettiva. Noi agiamo individualmente (e guai a mettere in discussione questa libertà) però chiediamo alla politica di tutelarci collettivamente. Rileggete tutti i commenti: quanti ‘noi’ avete letto? Quanti ragionamenti che andassero oltre la propria biografia sono emersi? Se ognuno pensa a sè, perché qualcun’altro dovrebbe prendersi cura di noi, che sia un amico, un datore di lavoro, un ministro o un familiare?

Chiudo facendo una domanda a tutti voi: in molti hanno detto che sbaglio e mi hanno raccontato la loro esperienza personale come controprova. A tutti voi, però, chiedo: perché nessuno di voi ha fatto una controproposta? Perché nessuno ha parlato di come tirare fuori l’Italia dalla merda, di come possiamo tutti noi offrire più opportunità alla nostra generazione?

La mia proposta, che per alcuni è stata semplicistica, era però chiara: chi può e ha talento resti in Italia a fare le barricate e a combattere fin quando non si vince. Voi avete proposte migliori?

p.s. molti, per criticarmi, si sono appoggiati sulla mia ultima frase: “Se poi ho detto un mucchio di fesserie retoriche, comode e qualunquiste, poco importa.”

Ma la mia frase finiva con “Io resto. Fino a quando non deciderete di restare anche voi.”. Quando tornerete vuol dire che l’Italia sarà un posto migliore. Quando tornerete mi sentirò libero di andarmene. E vi dirò cosa mi sto perdendo.

L’estate dei cornuti e dei mazziati

11 Nov

Si deve dire con chiarezza che chi ha una condizione di reddito migliore, perché non ha figli o è single, deve pagare qualcosa di più per permettere agli altri di pagare di meno.

 

(Gianni Alemanno)