Restare o andare? Resistere o fuggire?

24 Mag

Ieri ho scritto un post sul Fatto, “i pericoli della retorica del fuggismo” – http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/23/i-pericoli-della-retorica-del-fuggismo e sono stato attaccato da chiunque, a partire già dal titolo.

Non mi aspettavo niente di diverso: ho uno spazio autorevole su un giornale nazionale e non posso che utilizzarlo come uno strumento di provocazione continua. Il dibattito serve alla democrazia e poco importa se il prezzo da pagare è l’insulto personale, l’attacco a me e non ai miei argomenti, le allusioni su come ho fatto “carriera” (vorrei tanto che la gente che mi ha criticato vedesse una mia giornata di lavoro e il mio percorso professionale negli anni, prima di dire qualsiasi cosa).

Ho tra l’altro scelto volontariamente il momento più scomodo per scrivere questo post, la sera dopo una scioccante puntata di Report sulla distanza siderale tra le politiche (giovanili) del lavoro in Italia e quelle nel resto d’Europa e la mattina in cui l’ISTAT ci diceva che la nostra economia è ferma da dieci anni. Dopo due schiaffi del genere, scrivere che bisogna restare e chi se ne va pur avendo la possibilità di restare è un egoista rappresenta chiaramente una provocazione,  forte e non necessariamente accettabile.

Leggendo i commenti parrebbe un bagno di sangue, ma ci sono anche tanti ‘mi piace’ in giro per la Rete, oltre che manifestazioni di approvazione spesso private. Sapevo di avere opinioni divisive e sono contento di com’è andata, insulti compresi.

Devo però realizzare che la reazione che il post ha generato conferma, tristemente, la mia teoria di partenza. Provo a illustrare le mie sensazioni dopo aver letto tutti i commenti sul Fatto e su Facebook.

Ma prima vorrei fare una premessa.

a. La libertà di mobilità lavorativa è un valore. Lo è all’interno della stessa nazione, dello stesso continente (siamo nell’Europa in cui non ci sono frontiere) e anche tra continenti (siamo in piena globalizzazione). In condizioni normali tutto sarebbe regolare e non muoverebbe alcuna riflessione. Se l’Italia marciasse come gli altri paesi europei, se io (come voi) non notassi alcuna anomalia, alcuna crisi sistemica della mia generazione, viaggerei anche io senza problemi cercando la mia strada personale, senza pensare che andando via a inseguire la mia strada, i miei sogni, lascio qui dei poveretti a farsi massacrare dall’attuale classe politica (che conosco, lavorandoci saltuariamente, dunque sto imparando a soppesarne vizi e virtù).

Ma io ritengo che l’Italia non sia in una condizione normale e sono le vostre storie a testimoniarlo: l’emigrazione è troppo spesso una fuga disperata e quasi mai una scelta volontaria. Ecco perché ritengo che chi ne ha le possibilità deve restare in Italia a resistere e a combattere perché tutti gli altri non debbano fuggire. Io posso scegliere tra restare e andare e resto, per motivi egoistici (al 49.9%, a Bari sto bene ed è una mia scelta volontari) ma soprattutto (al 50.1%) per un senso di responsabilità che non pretendo sia condiviso ma che volevo mettere sul tavolo. Questo era il senso del mio post, qualcuno l’ha capito, qualcun’altro ha preferito sentirsi ferito nell’orgoglio.

Mi sorprende fortemente che la gran parte dei commenti critichi la politica ma poi si aspetti qualcosa da chi non merita fiducia. Se non vi fidate della politica (e a mio avviso, fate bene), come potete pensare che si prenderà cura di voi? Che interesse avrà la politica nel trattenervi, quando andando via fate esattamente il loro gioco, cioè ridurre le possibilità di discontinuità?

1. Avevo espressamente scritto che l’oggetto delle mie attenzioni (mai giudizi, anche perché non conosco le storie individuali di alcuno dunque non potrei permettermi un lusso del genere) non erano le persone che avevano lasciato l’Italia per necessità, perché il mondo del lavoro era bloccato e incapace di assorbire il loro talento e le loro competenze, perché avevano famiglie da tenere in piedi o perché avevano perso il lavoro. Mi rivolgevo criticamente a quel gruppo di italiani (a mio avviso una minoranza molto piccola ma assai qualificata) che pur potendo sopravvivere in Italia, seppure a fatica, decidono di andar via. Questa mi sembra un’azione egoistica e dunque noncurante di ciò che si lascia alle spalle, in questo caso l’Italia. Mi pare un sentimento assolutamente comprensibile e legittimo. Ma, per cortesia, chi va via per queste ragioni non venga poi a fare la morale a quanto fa cacare l’Italia e quanto fa cacare chi ci vive.

2. Le risposte, invece, sono arrivate dalle altre categorie che io avevo escluso dalla mia critica e che per me fanno bene a fare ciò che fanno: chi va via per disperazione e lo sa sperando di poter tornare alla prima occasione utile per poter dare una mano al Paese, chi lo fa perché altrimenti muore di fame; chi lo fa perché il mercato del lavoro non ha spazio per la propria competenza. Ribadisco: chi è partito per questi motivi ha fatto bene e non deve sentirsi nè in colpa verso l’Italia, nè giudicato da me o da chiunque altro. A loro però chiedo: siete partiti pensando all’Italia o siete partiti e basta? A me interessa molto di più parlare coi primi, i secondi fanno scelte individuali che rispetto, ma non è con loro che questo Paese può ripartire in questo momento difficile. Serve gente motivata a fare del bene alla collettività, non a perseguire i propri (legittimi, ribadisco) interessi personali. La fuga è un atto individuale, la resistenza è una scelta collettiva;

3. La gran parte delle risposte segue un format molto simile:

a. ma come ti permetti di scrivere una cosa del genere? (e/o insulti personali o richieste di scusa/rettifica/integrazione e/o frasi sul fatto che abbia usato luoghi comuni, qualunquismo, retorica)

b. racconto della storia personale, rigorosamente in prima persona singolare. Poco importa che le storie raccontate non abbiano nulla a che vedere con la categoria che io volevo colpire, che non a caso non si è palesata. Non ho letto un solo commento di chi mi ha detto “sì, in Italia guadagnavo 800€ al mese, in UK ne guadagno 2000€, me ne sono andato per quello, dell’Italia non me ne può fregare di meno”, ma è proprio con loro che me la prendo, non con gli altri che mi hanno attaccato;

c. dubbi sul mio curriculum, dell’opportunità che io abbia un blog sul Fatto, sull’opportunità che io esprima pareri personali con attacchi sparsi alla mia età, al culo scaldato da mamma e papà, sul fatto che viva a Bari o che faccia campagne elettorali. E io, per ogni insulto che leggevo mi son chiesto: ma se la mia tesi è così debole, perché c’è bisogno di attaccare me e non ciò che ho detto?

Questi tre punti confermano le mie ipotesi iniziali: in Italia si è smarrito il senso di comunità, il capitale sociale. Non si ragiona più pensando al bene di una generazione, perché la fame ci porta a badare a noi stessi. Più ci impoveriscono e più il darwinismo sociale ha la meglio su ogni riflessione politica collettiva. Noi agiamo individualmente (e guai a mettere in discussione questa libertà) però chiediamo alla politica di tutelarci collettivamente. Rileggete tutti i commenti: quanti ‘noi’ avete letto? Quanti ragionamenti che andassero oltre la propria biografia sono emersi? Se ognuno pensa a sè, perché qualcun’altro dovrebbe prendersi cura di noi, che sia un amico, un datore di lavoro, un ministro o un familiare?

Chiudo facendo una domanda a tutti voi: in molti hanno detto che sbaglio e mi hanno raccontato la loro esperienza personale come controprova. A tutti voi, però, chiedo: perché nessuno di voi ha fatto una controproposta? Perché nessuno ha parlato di come tirare fuori l’Italia dalla merda, di come possiamo tutti noi offrire più opportunità alla nostra generazione?

La mia proposta, che per alcuni è stata semplicistica, era però chiara: chi può e ha talento resti in Italia a fare le barricate e a combattere fin quando non si vince. Voi avete proposte migliori?

p.s. molti, per criticarmi, si sono appoggiati sulla mia ultima frase: “Se poi ho detto un mucchio di fesserie retoriche, comode e qualunquiste, poco importa.”

Ma la mia frase finiva con “Io resto. Fino a quando non deciderete di restare anche voi.”. Quando tornerete vuol dire che l’Italia sarà un posto migliore. Quando tornerete mi sentirò libero di andarmene. E vi dirò cosa mi sto perdendo.

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46 Risposte to “Restare o andare? Resistere o fuggire?”

  1. lecoincidenzenonesistono 24 maggio 2011 a 13:06 #

    Io questo lo pubblicherei sul Fatto.
    Come ti ho già detto in privato, grazie per aver avuto il coraggio di fare questa provocazione!
    Che poi per me, tanto provocazione alla fine non è. Più verità, forse.

    Stefano

  2. Gigifionder 24 maggio 2011 a 13:11 #

    La gente ha preso il peggio dall’esperienza berlusconiana. L’Italia è diventata sempre più a stelle e strisce. L’individualismo ha vinto sul resto e la gente preferisce potare l’albero piuttosto che dare una mano alla salute delle radici.

    Se parlassi della mia esperienza personale abbasserebbero la cresta un sacco di egotici accecati dalla voglia di successo personale a scapito dell’interesse collettivo.
    Successo personale che la vince sempre più sullo star bene con i propri cari, con le proprie radici, con i propri valori, con la propria terra. Un modo di vivere che porta alla disillusione (e non il contrario) e a un vuoto non colmabile se non in quei famosi 20-30 anni.

    Un abbraccio

  3. silvio berlusconi 24 maggio 2011 a 13:22 #

    Verissimo che le idee non dipendono da chi le porta.
    Ma mi farebbe molto piacere vedere un tuo CV dettagliato, per capire chi mi parla.

    Se Berlusconi mi propone una ottima legge contro la prostituzione, io voto per la legge ma capisco molto anche di Berlusconi.

    Grazie

  4. six 24 maggio 2011 a 14:00 #

    No non é questo il punto per cui molti ti hanno risposto indignati:

    1) É il tono saccente per cui sembra che andare all’estero sia comunque la decisione piú facile, bé non lo é e ondate di Italiani che ci provano per tornare poi a casa senza successo lo dimostrano.

    2) Pensare che emigrare sia un lusso per benestanti col sedere parato, vedisi “Chi parte ha una famiglia solida alle spalle o è ricco di suo, altrimenti non si hanno neanche i soldi per stare due settimane fuori di casa”. Questa affermazione non é solo superficiale, ma sbagliata, visto che in realtá molto piú spesso rimangono solo coloro che hanno il sedere al comodo.

    3) Non tutti quelli che restano lo fanno per “spirito civico”, anzi, nella maggior parte dei casi é solo la paura al cambiamento o il fatto che in fin dei conti a casa con mamma e papá ci si sta bene. Il rimanere in Italia non é di per se il modo in cui magicamente l’Italia diventerá un posto migliore.

    4) L’assunzione che le persone non ci abbiano provato a “costruirsi un lavoro in Italia” é assolutamente superficiale. Tu ci sei riuscito? Buon per te, é sicuramente un mix in cui la fortuna ha giocato un suo ruolo.

    5) Farsi sfruttare ad un call centre o il lavoretto di turno con una laurea in tasca, pagata col sacrificio proprio o dei genitori, pensi seriamente che aiuti la societá Italiana a migliorare? Per la serie, rimani a casa a prosciugare i risparmi dei genitori e a far fare la muffa alle tue competenze che nel mentre perdi. Mi sfugge ancora come questo dovrebbe aiutare la malata societá Italiana.

    Secondo me invece partire é l’unica soluzione possibile, solo quando mancherá una generazione, il paese si renderá conto di cosa hanno fatto e qualcuno premerá per cambiare. Finché il problema sara solo cosa é successo al grande fratello o il fatto che non si possono comprare l’iCoso di moda, niente cambierá.

  5. Francesca Cavallo 24 maggio 2011 a 14:25 #

    Ciao Dino, così come non ci sono solo due categorie di persone che partono, non ci sono solo 3 generi di obiezioni che ti sono state mosse. Le più rilevanti, secondo me, sono quelle che ti contestano un modo di impostare il problema. Sono quelle che tu non citi nemmeno nella tua risposta. Mi interesserebbe capire perché.
    Le obiezioni più rilevanti (e per quanto ho letto io, anche parecchio numerose) riguardano il fatto che non ha senso rivendicare con orgoglio il sacrificio per la patria: se il futuro dell’Italia passerà da un modo di ragionare così vecchio, secondo me, staremo freschi. Io mi augurero fortemente che il mio futuro non dipenda da questo modo di pensare. Ma che barricate scusa? Ma in che paese vivi? E soprattutto in che tempo? E poi: la mobilità lavorativa è un valore ma solo per alcuni paesi. E per quali? Rientra il Mali? L’Irak? L’India? Forse potremmo scrivere una lista dei paesi in cui la mobilità lavorativa è un valore e di quelli in cui, invece, non lo è.

  6. duniduni 24 maggio 2011 a 14:32 #

    @Stefano: ho pubblicato il link a questo articolo in coda al post originale :) http://www.ilfattoquotidiano.it/2011/05/23/i-pericoli-della-retorica-del-fuggismo/

    @Silvio Berlusconi: caro, dove te lo mando il CV? E soprattutto, perché ti nascondi dietro uno pseudonimo (e poi comunque mi chiedi dati personali?)

    @Six non sono d’accordo: se ve ne andate governa chi resta. È come l’astensione: se non voti deciderà la maggioranza per te. E potrai non votare come protesta o andartene per lanciare un segnale alla classe politica, ma dimmi tu se negli ultimi 15 anni gli astensionisti hanno deciso qualcosa in questo Paese o se la fuga dei cervelli ha mai modificato le strategie politiche dei governanti. In ogni caso, se hai una contro-strategia sarei lieto di chiederla, l’ho già chiesta: la mia potrà essere limitata e saccente, ma l’ho messa sul piatto e ognuno di voi può pesarla, giudicarla (oltre a pesare e giudicare il sottoscritto).

    @Francesca: qua tutti dicono che c’è un’emergenza occupazionale, e mi pare vero. Se c’è un’emergenza si risolve con metodi emergenziali. Se invece non c’è una crisi così devastante (e magari non andiamo in piazza e non siamo l’Egitto proprio per quello), allora è chiaro che il mio post è da cestinare integralmente, insieme a tutti i commenti. Anche da te mi aspetto una controproposta per salvare l’Italia :)

  7. Alessandro 24 maggio 2011 a 14:42 #

    siamo chiamati alla “morale della resistenza”, lo dice anche Augé.
    Dino, io la penso come te. (Ma forse anche a me direbbero che sono “fortunato” o chissà quale altra amenità).

  8. duniduni 24 maggio 2011 a 14:44 #

    Raccomandati Ale, tutti e due :)

  9. sinigagl 24 maggio 2011 a 14:49 #

    A mio avviso le risposte segnalano anche l’incapacità di comprendere fino in fondo un articolo o un qualsiasi scritto.
    Anche questo è una conseguenza della situazione italiana, perchè la scuola funziona male (e questa classe politica di destra ha tutto l’interesse a che funzioni sempre peggio) e perchè la radicalizzazione che si vede in TV viene subito riproposta in qualunque ambito della vita.
    Ovvero chi risponde in questo modo sta facendo il gioco di chi li vuole disperati e senza scelte.

  10. Francesca Cavallo 24 maggio 2011 a 14:57 #

    La trovi qui formalizzata http://amezzogiorno.wordpress.com per il resto, dovrei mandarti il cv anch’io. Ma tutto questo si risolverebbe in un giro di cv e non mi pare il caso :-)

  11. duniduni 24 maggio 2011 a 14:58 #

    Avevo già letto ieri, uscendo dal cinema. Dunque la soluzione è andarsene tutti?

  12. Carlo 24 maggio 2011 a 15:00 #

    Premessa: seguo i post di Dino sul sito del Fatto perché mi sembra FONDAMENTALE in Italia la questione della comunicazione: su le mani chi pensa che senza 5 televisoni B.sarebbe ancora dov’è. Da esperto di comunicazione, i suoi articoli mi sembrano autorevoli. Punto. Non è la Bibbia e non capisco tanta acredine: sembra quando B. Dice qualcosa che tutti o si incazzano o applaudono esagitati (qui, onestamente, sn di più quelli che si incazzano). Detto questo troverei anche più interessante studiare le reazioni dell’opinione pubblica a queste notizie (puntata di report e relazione dell’istat). Infatti già da un po’ penso che fondamentalmente questo regime si basi sull’ignoranza, che se tutti fossero semplicemente informati le cose non sarebbero come sono.

  13. Alberto 24 maggio 2011 a 15:00 #

    Guarda non mi pare che il mio commento sia rimasto sul Fatto quindi te lo ripropongo per sommi capi:
    Non hai la minima idea di quello di cui stai parlando.
    Non hai idea della sofferenza, dei sacrifici, delle lacrime, dei rospi da deglutire, dell’umiliazione, della melanconia, delle amicizie che non avrai mai piu’, degli amori che decidi di sacrificare.
    La mia rivoluzione personale sono state due figlie… cosa avrei dovuto fare? Farle stare qui a viversi la cultura del bunga bunga per amore di patria? Beh, vediamo quanto questa nuova “onda” riuscira’ a cambiare le cose. Io di aspettare 10 anni, 10 anni fa quando me ne andai, proprio non ne avevo voglia. Di far subire alle mie figlie la pigrizia, il “lassa sta’” dei miei languidi concittadini…proprio no.
    Che adesso uno che per sua ammissione personale e’ un po viziato mi venga a criticare…beh…
    Ah, gia’ scusa…mi escludevi…perche’ ho “legittimi” interessi personali, mentre tu sacrifichi tutto all’amor di patria.
    Beh ti dico che andare via non e’ questione di prendere un biglietto aereo. E’ questione di pagare personalmente prezzi stratossferici per un po di liberta’. L’avessero fatto piu’ miei ex concittadini forse non me ne sarei andato. Ma no, i miei concittadini sulla propria liberta’ ci hanno pisciato sopra.

  14. Alberto 24 maggio 2011 a 15:10 #

    Ah vuoi una controproposta?
    beh dall’alto di tutta la merda che mi sono dovuto mangiare per anni, di tutti i pericoli cui sono andato incontro, di tutti i rischi che mi sono preso? Prendeteli a sassate!
    Mandate a fanculo la democrazia dove il voto del primo conformista di merda conta quanto quello di una persona intelligente e riprendetevi il paese.

  15. silvio berlusconi 24 maggio 2011 a 15:11 #

    @duniduni

    Ripeto, le idee non dipendono dal nome e dal cognome. Vale per te e vale per me.

    Ma sei tu che scrivi sul fatto, non io. Io e gli altri commentatori lo leggono. Vogliamo sapere chi ci parla cosí. E io vivo in Italia eh!

    Il tuo post, secondo me, non stava né in cielo né in terra.
    L’Italia non ha bisogno di provocazioni riguardanti le vicende personali di molta gente. Tantomeno da chi ha vissuto sempre in una piccola città, col posto di lavoro nella tanto vituperata politica, che per sua stessa ammissione non sa cosa è il precariato. Chi emigra o chi lavora in un call center non ha bisogno di provocazioni.

    Vorrei leggere il tuo CV per sapere se posso ancora continuare a leggerti, per favore.

  16. duniduni 24 maggio 2011 a 15:12 #

    E alla democrazia quale forma di governo sostituiamo?

    p.s. percorsi come il tuo, l’ho già detto, non hanno nulla a che vedere con la mia analisi. Me la prendo con chi poteva restare e ha deciso comunque di andarsene. Non so più come e dove scriverlo :(

  17. Stefano Amato 24 maggio 2011 a 15:40 #

    Caro Dino,

    Parto dicendo che mi trovo perfettamente d’accordo con six nel suo commento precedente al mio.

    Non voglio insultarti e mi spiace che, con il tuo commento, mi hai privato del piacere e della funzionalita’ del racconto della mia esperienza personale. Voglio farti notare che l’utilizzo della prima persona singolare e’ abbondantemente presente anche nei tuoi post, insieme a brillanti escamotages letterari che anticipano furbescamente ogni possibile risposta o protesta, annullandone l’effetto.
    Immaginando che tu abbia gia’ ricevuto, come dici, numerose risposte, non voglio rischiare di ripetere concetti che altri hanno gia’ espresso. Dato che parlare della mia esperienza sembra non interessarti, ti dico solo che credi di far parte per il 49,9% al gruppo a cui ti rivolgi e per il 50,1% al gruppo che non ha prospettive nel mercato del lavoro italiano considerato quello che VORREI fare e non faccio ancora. Saro’ lieto di spiegare cosa voglio dire se sciogliessi la riserva sul racconto della propria esperienza.

    Quello che “noi” stiamo facendo: insieme a una paio di amici (un po’ piu’ di un paio, per la verita’) abbiamo teorizzato una piattaforma, un forum, una tavola rotonda (ancora allo stato embrionale… stiamo raccogliendo le idee per dare alla creatura la forma piu’ giusta) attraverso la quale abbiamo intenzione di fornire un aiuto pratico a chiunque abbia l’impulso di lasciare l’Italia. Sul perché la persona in questione voglia lasciare l’Italia non indagheremo. Il motto (ma questa e’ una mia idea personale) sara’ “svuotiamo l’Italia”. L’idea di base e’ di lasciare l’Italia a chi la vuole cosi’, liberandola dalla scomoda minoranza un po’ naif che continua a infastidire con intellettualismi e speranze in rivoluzioni che non sono nel nostro DNA.
    Non esistendo ancora la creatura, non posso parlare a nome del ristretto gruppo di ragazzi (tutti via dall’Italia, per adesso), per cui da adesso (mi spiace) non posso che parlare a titolo personale, cercando di spiegare la mia motivazione verso questa iniziativa.
    Io trovo che il concetto “amore per la patrio” dovrebbe essere biunivoco. La patria dovrebbe amare il cittadino. Io so che oggi, in Italia, essere un cittadino onesto e’ difficile e origina risibilita’. Io so che c’e’ una maggiornaza di italiani che non vede quello che vedo io e che mi impone, secondo la dinamica democratica, dei governanti che io non voglio. E mi riferisco non solo al livello nazionale, ma anche al livello locale. Io so che in Italia le istituzioni sono asservite alle dinamiche clientelari (salvo che in piccole comunita’, poche e piccole isole e oasi felici, sempre sull’orlo del baratro e della solitudine cosmica). Io sento che l’Italia non ha speranze. Ho profondo e sincero rispetto per la tua scelta di restare. Lo trovo un sacrificio (per chi resta soffrendo) inutile. L’Italia, purtroppo, e’ una cacata e non verra’ salvata da te o da chiunque altro guidato da nobili principi e pensieri come quelli che guidano te. Questa, almeno, e’ la mia opinione. Tu hai la tua.
    Il modo di salvare l’Italia, per come la vedo io, e’ fare in modo che sia costretta a guardarsi allo specchio: lasciarla in mano a chi la vuole cosi’ come oggi e’… andando via, cercando lidi che ti permettano di porre le basi per un percorso verso i tuoi desideri o, comunque, di non ammazzare le tue speranze (come e’ successo di recente alla vedova di una scorta di un famoso giudice ammazzato dalla “mafia” quasi due decenni fa). L’Italia di oggi e’ una cacata ed e’ colpa degli italiani o, per lo meno, della sua maggioranza. Io voglio provare ad aiutare chiunque si senta come me, fuori dalla logica di “patria” a diventare cittadino del mondo, accrescendo il proprio bagaglio personale, qualsiasi esso sia. Mi associo a six quando scrive che e’ un po’ semplicistico dire che non puo’ andarsene chiunque… con le giuste informazioni e con l’aiuto della rete, chiunque puo’ iniziare un percorso fatto di una dimensione mondiale e non piu’ comunale. Il gruppetto di ragazzi di cui parlavo prima vuole mettere su un sistema che fornisca, sulla base di molti “io” (esperienze personali reali), le dritte migliori per permettere a chiunque, almeno, di non abbandonare la speranza di una vita funzionale ai propri interessi, desideri e sogni.

    Il sacrificio e’ ammirevole solo quando non e’ inutile.
    E l’Italia ha gia’ richiesto fin troppo a ragazze e ragazzi, donne e uomini che sono diventati eroi loro malgrado… persone comuni che facevano e fanno solo il loro lavoro e cercano di vivere onestamente. Da noi diventano eroi. Inutili, per altro. Perche’ il sacrificio di queste persone e’ costato e costa molto ogni giorno, ma di risultati neanche l’ombra.

    E io non voglio essere un eroe.

    Saluti,

    Stefano

  18. six 24 maggio 2011 a 15:55 #

    @duniduni

    “se ve ne andate governa chi resta”

    no, che me ne vada o meno governa sempre la stessa gente. Chi li scalzerá? Sará Grillo? Gli Italiani faranno una rivoluzione di piazza? Non credo.

    Molti pensano che l’Italia non si meriti questa classe dirigente, invece io penso che la classe politica Italiana non sia nient’altro che lo specchio del paese. Ci sono delle eccezioni? Si, ovviamente, ma questo sono: eccezioni. Secondo me buona parte del problema attuale é cominciato quando l’Italia ha smesso di fare imprenditoria e si é data alla finanza, con buona pace di intellettuali e professori compiacenti.

    Inoltre non credo che la cosa cambi cosí drasticamente con la vittoria di una o dell’altra parte politica, che fanno tante sceneggiate, ma poi si accordano su tutto. Io dopo anni di lotte me ne lavo le mani. Pensi che la soluzione sia trasformarsi in una schiera di don Chisciotte? Io no, e onestamente credo che dopo questo dialogo comunque rimarremo nelle nostre posizioni.

    Per me gli Italiani hanno scelto questa rovina nonostante tutto e non mi importa se poi col tempo se ne sono pentiti, io i vecchi discorsi delle stesse persone me li ricordo e di questa situazione non volevo piú esserne complice.

    @Stefano Amato

    Si la penso esattamente come te, tanti auguri a chi decide di rimanere, ma lo trovo un sacrificio inutile.

  19. Alberto 24 maggio 2011 a 16:16 #

    Domanda da 4 soldi quella sulla democrazia.
    Dittatura dell’ intelligenza? Guarda, non e’ un problema formale ma sostanziale. Se non vi fate classe dirigente sulle barricate “pedo papi” il posto non ve lo lascera’ mai. Se non prendete il controllo delle vostre madri che votano il pedofilo perche’ e’ un bell’uomo (cito mia madre) beh… il mondo diventa sempre piu’ piccolo ogni giorno che passa.

    Riguardo al fatto che non mi tocchi, te lo ripeto: non esiste la categoria che tu additi. Non si va via per comodo e non c’e’ niente di comodo nell’andarsene. A patto che i tuoi non abbiano un sacco di soldi, tu non abbia gia’ esperienze di vita all’estero e non abbia un’altro passaporto oltre a quello italiano. Statisticamente irrilevante. Tutti gli altri sono destinati a pagare dei prezzi personali non da poco.

    Vediamo cosa riuscite a fare voi ma…ho gia’ visto sconfitte multiple in questi anni. O decidete di pagare come generazione gli stessi prezzi che ho pagato io come individuo o siete destinati alla sconfitta.
    Certo, Berlusconi un’elezione qui e li la puo’ perdere. Ma poi? Se non dimostrate la loro stessa determinazione a prendere il potere… Cristo loro si fottono le regole dappertutto e io vedo solo un sacco di gente che e’ capace solo di lamentarsi (Ecco il ministro li, la deputata la, il bunga bunga su)! Tirate fuori le palle, pagateli con la stessa moneta e fregatevene dei deliri di napolitano o delle minchiate sullo stato di diritto! Quanto ci passera’ prima che capirete che e’ un gioco sporco anche per voi?

  20. Alberto 24 maggio 2011 a 16:24 #

    Insomma…per cambiuare le cose sul serio l’esempio non e’ napolitano con i suoi moniti vivi e vibranti (geez).
    L’esempio e’ l’Egitto e la Libia.
    Non e’ sedersi in piazza a gridare “Se non ora quando”…ecco appunto…”Se non ora quando”? Sempre li a “testimoniare”… a “manifestare” ….quando a nessuno gli frega una cippa delle vostre testimoniane e manifestazioni. Come se non fosse che la maggior parte delle famiglie italiane e’ a diretta persosnale conoscenza del dramma assurdo che il nostro paese sta vivendo.
    Non arriveranno soluzioni dall’alto. E nessuno si intenerira’ mai di voi (pedo bear manco si intenerisce per una povera creatura come Eluana Englaro, figurati che gli frega dei precari, ma che si fottessero tutti).
    Insomma…un po di azione. Barricate vere.

  21. Alberto 24 maggio 2011 a 17:02 #

    Anzi…mi dilungo sulle proposte: in diverse fasi prima Prodi (la Fabbrica del Programma) poi Vendola, poi Grillo hanno messo in piedi dei forum dove la gente poteva dire la loro sul programma della coalizione di turno. Io ho partecipato alla fabbrica del programma. Ho letto pagine bellissime con idee sul che fare, che andavano dall PA, alla sanita’, alla riforma del mercato del lavoro alla scuola. Io mi sono dilungato sulle riforme costituzionali (referendum, abrogativo, legislativo, elezioni di mid term, firme elettroniche e voto elettronico su quesiti referendari). Poi il governo Prodi che fece? beh…manco riusci’ a votare il conflitto d’interessi. Se non vi decidete a riprendervi il paese che la casta perda un’elezione conta poco. Vinceranno quella successiva.

  22. francesco 24 maggio 2011 a 17:11 #

    Ho letto il tou articolo sul fatto, e molti dei commenti.
    Vivo anche io all estero e forse mi sono accorto di una cosa forse trascurata da te e dagli altri commentatori.
    Molti tedeschi, francesi, spagnoli, portoghesi etc etc vivono all estero per lavoro/scelta/esperienza professionale ma questi paesi attraggono molti immigranti di alto livello, con lauree, phd e quant´altro. Il che vuol dire che al netto il paese cresce perché nonostante perde alcuni dei cervelli ha contributi di immigrati che lo fanno progredire.

    Questa cosa non accade assolutamente in italia. Gli immigrati (ricchi) che arrivano da noi sono pensionati alla ricerca del Chiantishire. Mai visto un dottorando straniero, un professore, un ingegnere che lavori a Roma che nn sia italiano. Ci saranno, ma sono sicuramente meno di quelli presenti a Barcellona, Lisbona, Berlino (per nominare cittá con prospettive lavorative medio-basse).

    Il punto vero é che l´Italia é ormai un paese in via di sottosviluppo sebbene produca ancora (per poco) persone preparate. Che sono consapevoli e vanno via.

    Salut
    Francesco

  23. Rascia Darwish 24 maggio 2011 a 17:26 #

    non mi stupisce il tono delle risposte che hai avuto, a te sì, veramente? più che un incoraggiamento ad una riflessione comune, trovo che il tuo intervento sia una provocazione. Non priva di toni moralistici e di giudizi valori che trovo siano poco. scegliere di andare non è un privilegio è, appunto, una scelta. e in quanto tale comporta dei sacrifici,esclude delle possibilità. fai un ritratto di quelli che, seguendo il tuo vocabolario, possiamo chiamare fuggitivi limitato e pesante.non trovo uno stimolo di riflessione nelle tue parole. anzi, mi sembra abbiano il tono generale di questo nostro tempo italiano, certo da un altro punto di vista. e tanto della nostra italia cattolica c’è anche in questa visione da martire in base a cui si può sospendere la propria vita per il bene del paese. se questa è la tua scelta, ma poco ha del martire quel 49.9% che ti spinge a rimanere, va bene. ma perché gettare un’ombra lunga di colpa e poca responsabilità su chi ha deciso altrimenti? scegliere di andare altrove significa anche confrontarsi con altri sguardi sulla realtà, comprendere altri mondi, capire che non esiste solo un modo, non solo e non sempre guadagnare di più. quella che vuoi tu è una collettività mortificata che trova un valore nel resistere per resistere. quella che voglio io è una comunità fatta di individui consapevoli, forti di esperienze, di errori anche, che hanno cercato al di là delle parole, al di là della retorica e sono andati oltre al giudizio.
    La tua proposta era una proposta concreta? Chiara lo era di sicuro e partiva dall’esperienza personale di chi ha compiuto una scelta.
    Su tutto trovo che la prima grande responsabilità sia quella di essere individui in un mondo, sennò collettività diventa un ricovero per non pensanti o, peggio, un pretesto per giustificare la propria pochezza.
    Rascia Darwish

  24. Lucia 24 maggio 2011 a 17:28 #

    Io faccio parte della categoria di persone oggetto dell’attacco, e non ho nessun problema a palesarmi.
    In Italia guadagnavo 800 Euro al mese, niente ferie, contratto a progetto, solita storia, insomma.
    Ho trovato lavoro all’estero, pur non venendo da una famiglia benestante (perchè il 90% dei lavori all’estero si trovano dall’Italia, e sono poi le aziende straniere a pagare per il viaggio/colloquio etc…niente emigranti con valigia di cartone o cercatori di lavoro da resort..), dove guadagno circa 4 volte tanto. Preciso, facendo esattamente lo stesso lavoro che facevo in Italia, ma qui le mie competenze, i titoli di studio, la professionalità viene riconosciuta.

    L’offerta è stata allettante fin da subito ma questo non rende la decisione di partire meno difficile: ci sono i legami, le abitudini, la propria lingua che restano spesso alle spalle e qualcosa di incerto da costruire.
    E soprattutto, partire, anche se per realizzarsi professionalmente, senza una necessità impellente, NON è assolutamente sinonimo di ignorare, o fregarsene dell’Italia.
    Forse tu (sono poco più grande di te, mi permetto di darti del tu) non sai quanto siamo attivi noi italiani qui all’estero: torniamo per votare, ci impegniamo a tenerci aggiornati, manifestiamo, spesso anche più che in Italia, e cerchiamo di attirare l’attenzione delle istituzioni locali sull’anomalia italiana. Penserai che sia inutile, ma non più che stare in Italia a resistere passivamente.

    Facciamo quello che possiamo, perchè siamo comunque Italiani, e ci dispiace vedere il nostro Paese ridotto in questo modo, ma la mia domanda è questa: siamo sicuri che affondare insieme alla barca (perchè fino a che tutta l’opposizione sarà resistere semplicemente restando non vedo come possa differire dal capitano che va a fondo con la nave) sia molto più utile che realizzarsi all’estero mantenendo comunque l’attenzione e l’impegno per il nostro paese d’origine?

    Lucia, emigrante per scelta :)

  25. duniduni 24 maggio 2011 a 17:33 #

    Oh, finalmente qualcuno che fa outing! Ciao Lucia e grazie di esserti palesata :) le tue obiezioni sono interessanti, penso semplicemente che bisogna avere fame per poter avere voglia di cambiare le cose. Non ho mai visto sommovimenti popolari fatti con la pancia piena. Diciamo che un po’ di fame indotta può far bene all’Italia ed è anche per questo che resto al Sud.

    Anche se non è detto che faremo mai “la rivoluzione”, è certamente vero che fin quando vivo delle condizioni di disagio, di ingiustizia sociale, di squilibrio, non sarò mai passivo né mi sentirò a posto con la coscienza.

    Grazie!

  26. vrij 24 maggio 2011 a 18:00 #

    Dino, dimmi di quanto mi sbaglio:

    Tu hai il merito e la fortuna di essere preparato e brillante. Hai un lavoro che ti piace (che, per quanto faticoso, non è in miniera), hai successo, la stima del tuo ambiente, prospettive rosee, un network eccellente, amici, famiglia, il mare, il sole, le orecchiette alle cime di rapa.

    Certo, l’idea di un’espereinza all’estero ti affascina. Ma la paura di non farcela è più forte della voglia di andare. Allora ti ripeti che se resti è perché vuoi resistere e combattere per il cambiamento, e ti senti meglio. Ti dici che, sì, potresti andare, ma non lo fai per senso di responsabilità e spirito di sacrificio. Un partigiano in bermuda, con un iPhone per fucile tra le colline dei social media, che dà un valore morale ad una scelta di comodo.

    Forte di ciò, ti senti autorizzato ad interdire una specifica (e ipotetica, aggiungo) categoria di italiani all’estero dal “fare la morale a quanto fa cacare l’Italia e quanto fa cacare chi ci vive”, di fatto togliendogli cittadinanza e diritto d’opinione.

    E non ti rendi conto di quanto sei lontano dal profilo dell’emigrante. E dal suo stato d’animo. Pensi di capire. Pensi che ci sia chi lo fa solo per avidità, o per egoismo (quando è proprio per l’avidità e l’egoismo di chi non se ne andrà mai che la nostra Italia è stata rasa al suolo). Semplifichi per analizzare, quando in realtà è sempre molto più complesso di così.

    Allora, mi sbaglio così tanto?

  27. duniduni 24 maggio 2011 a 18:11 #

    Sì, ti sbagli. Ho un contratto da precario (ma ce l’ho, il privilegio è questo), ho orari da minatore (ma non lavoro in miniera e il privilegio è questo) e faccio molte cose fuori dal contesto lavorativo, gratis, per un indefinito prossimo, che sia il mio vicino di casa, chi mi legge sul web o la mia città o la mia nazione. Il mondo bucolico che dipingi parlando di me (ed è evidente che un poco mi conosci) finisce qui.

    In fondo, potrei anche starmene tranquillo a non dire nulla, a non espormi e a non prendere insulti solo perché ho detto ciò che penso, tanto, a quello che dici tu, ho il futuro certo e roseo. Dovrei solo costruirmi il mio orticello, magari partire, arricchirmi e andare al mare nel weekend.

    E invece voglio provare a smuovere un po’, anche a costo di giocarmi provocazioni per molti insopportabili, per alcuni inaccettabili, per altri ispiranti.

    Semplifico perché non sto scrivendo un trattato (ed è abbastanza evidente che ne sappia meno di molti di coloro i quali hanno partecipato al dibattito – se però non avessi scritto nulla non avrei imparato nulla) e perché semplificando riesco a generare un dibattito sul tema, con la differenza sostanziale che io una proposta ho provato a farla, pur discutibile, mentre dall’altra parte salvo alcune qualificate eccezioni, ho sentito solo un continuo attacco personale da persone che non conosco e che spesso si firmano con uno pseudonimo.

    Potevo farmi i cazzi miei, molti avrebbero certamente apprezzato, molti al posto mio lo fanno, ma non lo faccio.

    Più leggo i commenti, più mi sembra che lo sbarcare il lunario a casa propria sia una stimmate insopportabile alla maggior parte dei miei lettori.

    Per il resto, con rispetto, continuo a darmi da fare qui, tanto quello che pensa che lo faccio per chissà quale tornaconto personale ci sarà sempre, a lui darl sempre spiegazioni quando me le chiederà, sapendo che in realtà non vuole ascoltarmi, vuole solo ricordarmi quanto sia merda.

  28. PincoPallino1969 24 maggio 2011 a 18:35 #

    Ho già scritto un commento sul sito del fatto alle tue affermazioni, senza dilungarmi per ragioni di spazio, ma ora voglio aggiungere qualcosa in più. Tu dici che noi non proponiamo soluzioni e qual è la tua ? Rimanere e combattere ? Come ? Disegnando Bersani che si tira su le maniche ? Anche mio nonnno è in grado di parlare per slogan. Ti elencherò brevemente i successi del tuo PD (in teoria il meno peggio, in realtà siete anche peggio).
    1) precarizzazione del lavoro ( legge Treu)
    2) mancata legge sul conflitto di interessi
    3) quasi distruzione della telecom ( industrai strategica per il paese)
    4) privatizzazione becera delle ex industrie di stato ( si poteva privatizzare , ma non di certo così) da parte di quell’incompetente di Prodi & co.
    5) finanziamenti alla scuola privata( ebbene sì avete iniziato voi)
    6) manacta cancellazione delle leggi porcata di Berlusconi ( si vede che faccevani comodo anche al PD)
    Mi fermo qui per carità di patria ma potrei andare avanti per ore. Si può combattere quando almeno una delle due parti politiche offre almeno un vago senso dello stato, altrimenti è tempo perso. Ragione per cui non c’è alcuna soluzione almeno per ora. Per quanto riguarda l’indivudualismo degli italiani dovresti sapere che l?italia è una pura entità geografica da sempre , non ci sono gli italiani mentre esistono veneti , piemontesi , lombardi , ecc ( vedi Lega). La conclusione è che secondo me se il meglio che riesci a fare è disegnare Bersani che si rimbocca le maniche e scrivere stronzate sui blog è meglio che cambi mestiere e mi raccomando rimani pure a Bari. Il posto ti si addice.

  29. Francesco Furno 24 maggio 2011 a 18:54 #

    Premetto, non sono mai d’accordo con chi insulta a livello personale o mette in dubbio il tuo percorso lavorativo o peggio ancora chiede di chiudere il tuo spazio sul sito del Fatto. Per quanto certe idee possano non rispecchiare le mie, sono sempre a favore del pluralismo e della libertà di espressione di ognuno di noi. Leggerti mi fa riflettere su delle cose, anche quando uno generalizza.

    Detto questo: una persona, molto spesso, va all’estero perché sa di trovare un terreno fertile dove può coltivare delle speranze, sentirsi parte di una comunità e compiere degli sforzi che saranno premiati. In Italia questo non avviene perché non c’è un’ambiente circostante adeguato (meritocrazia). Quindi, per rimanere nel Bel Paese, ti devi creare prima le condizioni e poi sforzarti per arare il tuo orticello.
    Sai quante volte ho provato ad essere parte attiva in Italia? Sai quante volte le persone passive che non fanno un caz*zo dalla mattina alla sera si sono arrogate il diritto di mettermi i bastoni tra le ruote o di credere che quello che facevo era per un interesse recondito e squisitamente personale? È esasperazione? Sí!
    È l’esasperazione di chi sa che o inizi ad aprire un lager dove metti tutti i passivi, inetti, intrallazzini, mafiosi; o spingi per portare avanti un’idea di cambiamento che duri almeno 25 anni, per poi poter vedere dei risultati positivi.
    Ovviamente, il lager, per quanto rapido, non sarebbe una soluzione umanamente ideale! :)
    Io sono più per la seconda ipotesi, più complessa, difficile, ma che ti porta a costruire una società di persone consapevoli. Come? Dicendo no alle raccomandazioni, aumentando il livello culturale delle persone, facendo in modo che si diventi meno ricattabili. Ovviamente con un appoggio delle istituzioni (perché lo Stato siamo noi!) che faccia sentire una persona sicura e protetta contro gli abusi.
    Adesso, per quello che ho vissuto in Italia, non penso sia una cosa che porti a risultati concreti, per diverse ragioni:
    1. siamo molto accattoni e leccaculo,
    2. cambiamo idea ogni 2 secondi,
    3. siamo servili o dispotici (dipende a che gradino della gerarchia apparteniamo),
    4. siamo omertosi come pochi,
    5. il sapere in Italia è gerarchico e non trasversale. (continuiamo a pensare che puoi dire la tua solo dopo gli anta).
    in una parola siamo incolti e poco consapevoli. La politica in generale ci ha sempre voluti incapaci di scegliere. Esempio eclatante prima di B., lo è stato Giolitti, poi Mussolini, la DC, Craxi…

    Chiudo con un dettaglio spagnolo:
    La mattina alle 8.30, quando prendo la metro per andare a lavorare, la prima immagine che ho davanti agli occhi sono i vagoni stracolmi di gente. Non ci crederai, ma il 70% eppiù sta leggendo o un libro o un giornale. Rivoluzionario? No! È la cosa più normale in questa città. La gente si informa di più, è più critica e, quando ci sono le elezioni, se un politico ha fatto un mare di cazz*ate viene penalizzato con il potere del voto.

  30. Matteo 24 maggio 2011 a 19:01 #

    Ciao,
    mi permetto anche io di dare del tu. Così come Lucia sono andato all’estero per scelta, poiché mi si sono offerte prospettive, responsabilità ed uno stipendio 3 volte superiore ad un’età, 28 anni, in cui in Italia sei ancora un giovane appena laureato che mediamente deve trovarsi un posto di lavoro ed una dimensione, perché appunto sei giovane ed il nostro è un paese dove purtroppo vige il diritto di anzianità, a proposito ed a sproposito, prescindendo da eventuali meriti/capacità/potenzialità sviluppabili. La cosa ancor più buffa è che il lavoro non me lo sono andato a cercare, ma la proposta di colloquio mi è arrivata a casa! Servizio a domicilio!
    Nonostante ciò ci ho pensato su 2 mesi prima di accettare il lavoro, poiché allontanarsi dalla propria città e dalle proprie radici, seppure non di molto (vivo in Svizzera), vuol dire perdere inevitabilmente parte degli affetti e delle amicizie. Citando Lucia “l’offerta è stata allettante fin da subito ma questo non rende la decisione di partire meno difficile: ci sono i legami, le abitudini, la propria lingua che restano spesso alle spalle e qualcosa di incerto da costruire”. Non si parte perché si è benestanti di famiglia o di mezzi propri, come hai lasciato intendere: perché affaticarsi tanto se puoi vivere più che bene rimanendo in Italia?
    Non è per comodità che qualcuno si trasferisce all’estero, per risentimento verso il proprio paese natale o solo “per guadagnare di più, per realizzare le proprie aspirazioni più velocemente senza preoccuparsi mai di cosa si lascia alle spalle: amici, conoscenti, comunità, paese, Paese, patria.” Sarebbe stato più facile turarmi il naso di fronte ai miasmi che costantemente spirano dalla televisione e dalla maggior parte dei giornali, tenermi il lavoro (fisso e da 1300€ al mese, sic!) a 40-43 ore settimanali contro le attuali 50-60, tenermi quella che era e che è in parte ancora la mia vita.
    Con gli amici ed i conoscenti sono rimasto in contatto il più possibile; gli stessi che fin dal 1994, dopo essermi adeguatamente documentato sulla “nuova” personalità politica che stava “scendendo in campo”, ho avvertito e con i quali ho discusso riguardo l’ineleggibilità legale e morale di tale personaggio.
    Ancora citando Lucia “noi italiani qui all’estero torniamo per votare, ci impegniamo a tenerci aggiornati, manifestiamo, spesso anche più che in Italia, e cerchiamo di attirare l’attenzione delle istituzioni locali sull’anomalia italiana”.
    Ti dirò di più: all’estero sei l’italiano, quello del paese di Berlusconi. Quando sei ad un pranzo di lavoro ed un cliente per ridere ti chiede di Berlusconi e di come l’Italia possa avere un tale figuro quale Presidente del Consiglio, rispondi educatamente che non ne hai idea e che nemmeno tu te ne capaciti.
    Dall’estero la visione è molto più chiara e l’informazione più libera; non sono dati millantati, controllate la classifica di Reporters sans Frontières. Quando vengo in Italia, quando vedo i TG italiani (ossia molto spesso), si sente il bisogno di prendere una boccata d’aria.
    Ho discusso a lungo con un amico fraterno riguardo il rimanere per migliorare l’Italia: in Italia ho studiato, mi sono laureato, ho lavorato nei miei primi 28 anni, ma ho visto solo un costante peggioramento; mi sono sentito spesso dire che ero troppo ingenuo, attaccato alle regole, all’idea di giustizia a scapito di quella di convenienza. Mi sono sentito dare dello svizzero molto tempo prima di trasferirmici :D
    Sia chiaro, qui non è il paradiso e non ho mai pensato potesse esserlo: semplicemente hai una probabilità TERRIBILMENTE maggiore che ti venga data la possibilità di dimostrare se e quanto vali.
    E’ egoismo coglierla?
    Ti presento la mia breve carriera lavorativa.
    Ho lavorato per un anno (8h al giorno) come stagista in un’azienda mentre preparavo la tesi di laurea; DOPO la laurea l’azienda si è pregiata di offrirmi un contratto di formazione a tempo determinato. Mi formi dopo un anno di lavoro? Dopo che mi sono laureato mi offri un altro contratto a tempo determinato? Mi sono cercato un altro lavoro, trovato nell’arco di un mese.
    Secondo posto di lavoro: nulla da dire, mi sono trovato bene. Azienda strettamente familiare dove se lavori i meriti vengono riconosciuti, tempo indeterminato e per l’Italia stipendio discreto; ero in ogni caso già al massimo della carriera lavorativa cui avrei potuto aspirare là.
    Dopo 2 anni e mezzo di lavoro presso quest’ultima ditta mi è arrivata una proposta; dopo il colloquio sono stato a lungo combattuto su quale scelta prendere, ed ancor prima di decidere ne ho parlato con i miei datori di lavoro. Loro stessi mi hanno detto che, nonostante il dispiacere se me ne fossi andato e la riorganizzazione che per loro ne sarebbe derivata, non avrebbero potuto farmi alcuna controproposta paragonabile e si sarebbero molto stupiti se avessi deciso di non accettare l’offerta. Mi sono reso conto che tra gli altri motivi erano anche la paura del cambiamento ed un certo senzo di pigra inerzia che mi ostacolava nella scelta.
    Buttare al vento possibilità che ti vengono offerte per un senso di lealtà ad un paese che per la maggior parte amoreggia in posizione a mio parere passiva, sottomessa e stolta con un’imbonitore capace solo di seguire maldestramente e goffamente il Piano di Rinascita Democratica di Licio Gelli, e di distruggere l’Italia ad una velocità incredibilmente maggiore dei governi che l’hanno preceduto, non è scelta logica, saggia né giusta secondo me. A chi giova?
    Rimane mio dovere informarmi, votare ed informare chi essendo in Italia è bombardato da notizie spesso distorte o addirittura false. Questo è il mio punto di vista.

    D’altra parte non biasimo neppure chi pensasse: “l’Italia non mi offre ciò che desidero, che sento di meritare e per cui voglio lottare, me ne vado e tanti saluti”. Dipende da quanto ti senti Italiano.
    Personalmente vedendo ciò che accade, mi capita di vergognarmi di essere Italiano, ma non di non sentirmi tale.

    Matteo

    PS: chiedo perdono per la lunghezza del post :)

  31. Stefano 24 maggio 2011 a 22:20 #

    Buongiorno.

    Vorrei offrire una prospettiva diversa, quella del viaggio dell’Eroe (The Hero’s Journey). Secondo questa impostazione, comune a molte tradizioni e divulgata da J. Campbell, a tutti noi e’ offerta la possibilita’ di compiere un percorso. Questo consiste essenzialmente nell’accogliere una chiamata, superare la resistenza a muoversi, lasciare il villaggio ed intraprendere un viaggio verso l’ignoto che di solito comprende infilzare un drago e trovare un tesoro. Questa esperienza fortificante permette di tornare al villaggio, sfidare e vincere il vecchio capo tribu’ e creare condizioni verso il progresso.

    Io sono all’estero da sei anni, per scelta, per aver avuto il coraggio di accettare la mia chiamata. Spesso mi capita di interrogarmi sul mio rapporto con l’Italia e constato che stare lontano ha fatto bene alla relazione con il luogo dove sono nato. In Italia non avevo problemi di lavoro, anzi avevo il posto fisso all’Universita’ (qualcosa per cui in Italia si vende la madre). Ma stavo di merda e mi sentivo asfissiare, quindi ho lasciato perdere e mi sono fatto un bel culo per cercare cio’ che volevo veramente. Secondo il tuo pensiero, sarei dovuto restare e questo avrebbe giovato al bene comune. Trovo la tua tesi bizzarra.

    Quando ho iniziato a pensare di partire tutti dicevano: “ma sei matto, ma chi te lo fa fare, non stai bene qui?” Quando sono partito tutti dicevano: “bravo, partirei anche io ma come faccio…” Questo si commenta da se’. Io non so di preciso quale sia la tua esperienza di vita ma a meno che tu abbia vissuto all’estero, trovo discutibile che tu esprima giudizi in astratto su temi rispetto ai quali non hai un’esperienza diretta. Se ti interessa discutere questo tema, forse potresti chiedere e provare a capire invece di stabilire in partenza categorie di buoni e cattivi.

    Io non credo sia necessario lasciare l’Italia per fare il proprio viaggio dell’eroe. Conosco alcune persone che fanno il loro percorso stando in Italia. Sono poche e a loro va il mio rispetto, ma non il mio senso di colpa. Certe volte penso che un giorno tornero’ e che la mia esperienza potra’ essere di aiuto. Mi interessa combattere il capo tribu’ e aprire la strada al progresso. Non so quando succedera’ e potrebbe anche non succedere. Se succedera’, succedera’ quando saro’ pronto, non in nome della “resistenza”.

    Quando penso di tornare vedo di fronte a me due tipi di Italiani: i berlusconidi, che sono pronti a fottere la collettivita’ in nome del bene individuale; e quelli come te, che sono pronti a fottere il bene individuale in nome della “collettivita’”. Mi fate orrore entrambi.

    Una cosa che ho imparato e’ che non e’ possibile essere di servizio (being of service) agli altri finche’ non ci si e’ presa cura di se’ stessi. Sogno un giorno di poter conoscere, anche in Italia, persone interessate a creare le condizioni perche’ ciascuno possa realizzare se’ stesso e nello stesso tempo il bene comune. Al momento, ne conosco poche. Quelle che conosco, hanno fatto qualcosa di simile al viaggio dell’eroe, reale o figurato.

    Puo’ darsi che sia possibile affrontare i problemi di cui parli restando a Bari (reale o figurato). Io non ci credo.

    Cari saluti,

    Stefano

  32. lavinia iovino 25 maggio 2011 a 03:04 #

    Da quando ti ho conosciuto ti leggo spesso e sempre con molto piacere, ma stavolta penso tu abbia toppato di brutto!!! Hai dato giudizi affrettati generalizzando e sminuendo un tema che tra l’altro sembra non appartenerti per niente!!! Eroi che restano, egoisti borghesi che se ne vanno per guadagnare di più e avere il weekend libero?! Ma di che stai parlando??? Nulla di tutto ciò rispecchia la realtà delle cose; la questione è ben diversa.
    L’Italia non è un paese arretrato solo economicamente e tecnologicamente, l’Italia è un paese che ha una mentalità arretrata, il vero problema dell’Italia non sta nel politico di turno al potere ma nell’Italiano stesso che lo vota e che ha una mentalità chiusa e bigotta! Non è una questione puramente economica, è questione di mentalità. Tante volte l’italiano che va via lo fa per ritrovare se stesso, per capire chi è in realtà, e poterlo mostrare al mondo senza dover aver paura delle persone come te che danno giudizi senza avere la più pallida idea di ciò di cui stiano parlando! Il nostro è un paese in cui si ostentano valori che in realtà non ci sono più, un paese in cui il materialismo ha avuto il sopravvento su tutto, siamo fermi e siamo fermi su tante cose, e quelli fermi non sono i nostri genitori o la vecchia classe dirigente, quelli fermi sono i tuoi e i miei coetanei, fossilizzati su la macchina bella, il vestito griffato e il tronista di turno da Maria De Filippi o i 10 idioti chiusi nella casa del GF.
    Di persone che pensano e riflettono sul serio ce ne sono pochissime, di persone che vogliono cambiare le cose perché si rendono conto che tutto va a rotoli ancora meno e quelle, poi, che hanno ancora la convinzione/illusione di poterlo fare, come te (e non nascondo che un po’ ti invidio per questo), penso si contino sulle dita di una mano! Ho visto persone venir via perché nel paesino in cui vivevano non potevano mostrare la loro identità sessuale (e nonostante fuori vivano la loro sessualità nel modo più naturale possibile, com’è giusto che sia, quando tornano a casa sono ancora costretti a nascondersi), ho visto persone venir via per il gusto di avere un confronto col mondo, per potersi confrontare con persone diverse, per potersi aprire intellettualmente, certo ci sono persone che vengono via perché in Italia non guadagnano ciò che gli spetta e non sono considerate come dovrebbero essere, magari perché non sono figli o nipoti di… e come biasimarle? Chi sei tu per dire che è sbagliato pretendere ciò per cui si è studiato o lavorato tanto?
    Andar via secondo te è la scelta più facile??? Ci vuole coraggio a rimanere??? Io ti dico che ci vogliono le pa**e ad andare!!! Dici che guadagneresti di più stando a Milano o Roma? Penso tu lo dica solo perché non lo hai fatto! Sai quanto costano gli affitti? Ovviamente no perche tu sei comodo a casa tua! Io ne ho di amici a Roma e a Milano che fanno il tuo mestiere, e sono lì già da anni, ma ti dico che, pur facendo i salti mortali, se non fosse per i genitori, che ancora gli danno una mano, dovrebbero rimettere tutto in valigia e tornare a casa! Parli di egoismo, di “guadagnare di più, di realizzare le proprie ambizioni personali: lavoro, casa, famiglia, successo più velocemente senza preoccuparsi mai di cosa si ci lascia alle spalle: amici, conoscenti, comunità, paese, Paese, patria.” Beh io ti dico che nessun posto è come CASA, che nessun amico, per quanto bello il rapporto che ci instauri possa essere, sarà mai come quelli con cui sei cresciuto, e che per quanto si cerchino surrogati e si ci appoggi ad altre persone la tua famiglia ti mancherà in ogni istante della tua giornata e così la tua comunità, persino la vicina pettegola che si affaccia quando torni per vedere con chi sei, o per essere melanconici, l’odore del ragù della nonna la domenica, i rintocchi del campanile del paese ai quali sei così abituato che senza non riesci più ad addormentarti… quando sei via le cose belle come quelle brutte ti mancano da morire! Per quanto riguarda il guadagnare di più, o il raggiungere una “posizione” con meno sforzo forse fino a 5 o 6 anni fa potevi aver ragione ma ti assicuro che la crisi è stata globale e il precariato ora esiste ovunque! Giuseppe è venuto via da Lecce 10 anni fa, si è laureato a Londra perché qui, lavorando da cameriere e studiando, con l’aiuto dello stato inglese poteva farlo (sottolineo 10 anni fa perché oggi non puoi nemmeno qui), in Italia no! Dopo la laurea ha fatto uno stage in banca e da allora sono 4 anni che gli fanno solo contratti a tempo determinato e ogni volta non sa come e se lo riassumeranno e nei mesi di buco tra un contratto e l’altro continua a fare il cameriere, ha 34 anni e vorrebbe sposarsi ma, hanno da poco licenziato la sua fidanzata, e pur vivendo all’estero non può permetterselo.
    Ciò che l’estero ti dà e l’Italia no non è certo il weekend libero e/o lo stipendio o la posizione più alta; i Paesi esteri ti danno la possibilità, che in Italia non hai, di essere chi sei, di confrontarti con gli altri e di dimostrare cosa puoi diventare… all’estero non ci sono pregiudizi e soprattutto c’è la meritocrazia. Ed è questo più di tutto ciò che elenchi tu che una persona con un po’ di cervello cerca.
    A me a casa non mancava niente, potevo restare lì comoda, senza pagare affitto, con mamma che lavava, cucinava e stirava, papà che mi riempiva il portafogli e esaudiva ogni mio desiderio e un posto assicurato nell’azienda di famiglia o altrove perché per amicizia e conoscenza puoi arrivare ovunque… ma ho avuto la fortuna/sfortuna di aver sviluppato una mente critica e tutto ciò non mi è stato bene. A quindici anni covavo in me l’utopia di poter cambiare il mondo, a venti ho realizzato che il mondo non si cambia perché io da sola non posso farlo e le cento persone che come me e come te vogliono farlo sono poche gocce in un oceano fatto di gente che invece non è capace di pensare, o che crede essere migliore degli altri perché pensa e quindi si lamenta! Ora te le faccio io le categorie, in Italia ci sono 2 tipi di persone: quelle che vivono sotto la campana di vetro creata dal nostro presidente e quelle che invece si rendono conto che le cose non vanno ma invece di agire si lamentano. Stanca di tutto ciò sono stata “egoista” per dirla alla te, e a 20anni ho lasciato i miei amici, la mia famiglia, i miei affetti, le mie cose, il mio Paese, e le mie carte di credito e sono partita… ho condiviso casa e un solo bagno con 9 persone, ho cercato lavoro nei ristoranti perché non avevo una conoscenza della lingua sufficiente a fare altro, ma siccome nemmeno la cameriera ero ancora capace di fare (non avendo mai dovuto lavorare a casa mia) per i primi 3 mesi ho lavato bagni e asciugato bicchieri, lavoravo fino alle 2 di notte, tornavo a casa e mi addormentavo piangendo e con la mia paga riuscivo a malapena a pagarmi da mangiare e l’affitto di una stanza condivisa, poi man mano sono passata di livello ma non ricordo di aver mai avuto un weekend libero in tre anni di lavoro… poi sono tornata a casa, mi sono laureata e ci ho provato a restarci, avevo persino trovato lavoro, ma sai che c’è?! Preferisco fare la cameriera, senza avere mai un weekend libero e pagata il minimo consentito dallo stato stando in un Paese capace di farti crescere circondata da gente che ti stimola intellettualmente, che restare a casa circondata dalle apparenze, le lamentele, i favoritismi, la futilità e la mediocrità, chiamami egoista ma non osare dire che “fuggire” è più facile… tu resta io non fuggo, vado via, e non vado via dal mio Paese, che amo, ne dai miei affetti, vado via dagli italiani e dalla loro mentalità provinciale, dagli italiani che fin quando resteranno fermi lì e non si confronteranno col resto del mondo sapranno solo dare giudizi a vuoto e non saranno mai capaci di cambiare le cose perché fondamentalmente gli fa comodo restare a lamentarsi.
    Lavinia (fuggitiva)

  33. lavinia iovino 25 maggio 2011 a 03:12 #

    ho appena letto le tue riflessioni di oggi riguardanti i commenti al post sul sito del fatto che io ti ho commentato qui perché avevo scritto troppo e di là non ci stava… ci tengo a precisare che non ho voluto raccontarti la mia storia personale ne quella degli altri per spiegarti che avevo bisogno di andar via, ma semplicemente per farti capire che la vita fuori non è più facile come tu pensi e che non è vero che per la stessa posizione in Italia guadagni 800E mentre in UK 2000£ a limite ne guadagni 1200£ ma in UK cn 1200£ ci fai le stesse cose che in italia fai cn 800E.

  34. ip 25 maggio 2011 a 07:55 #

    Articolo superficiale,
    nobile nelle intenzioni ma poco efficace nel renderle ed argomentarle

  35. Vanessa Lieghio 25 maggio 2011 a 09:34 #

    Ciao Dino, ho letto l’articolo con interesse e mi ha fatto riflettere, come sempre, a notte inoltrata.
    Io sono venuta in Irlanda nel 2006, appena finito il Master all’Universita’. A Settembre, quando sono tornata a “casa” avevo deciso di restare… Sono ripartita con la morte nel cuore, e ho scoperto dopo un mese di essere incinta, quindi io e il mio compagno (che all’epoca viveva ancora in Italia) ci siamo fatti quattro conti e anche lui ha deciso di raggiungermi. E’ arrivato a Novembre, in 30 giorni ha trovato lavoro a tempo indeterminato, nonostante non fosse laureato ancora e non avesse alcuna esperienza. La vita qui e’ piu’ facile, nel senso che abbiamo diritti e doveri ben definiti, che lo stipendio non lo devo chiedere, me lo guadagno e me lo versano sul conto in banca al 26 di ogni mese. Quando il nostro bambino e’ nato eravamo soli, a 2000 km da chiunque avesse a cuore la nostra vita. Nonostante questo, e’ stata un’esperienza fantastica, le infermiere in ospedale mi hanno fatto da madri e suocere, mi hanno insegnato ad allattare e si sono prese cura di me e mio figlio con una dedizione incredibile. A Dicembre ci siamo trovati in Italia, mio figlio e’ stato ricoverato per una reazione allergica, e non riesco a descrivere cosa ho provato nell’Ospedale di Sora (Frosinone)… Carne da macello, dopo una nottata volevo scappare da li’ e piangevo perche’ volevo tornarmene qui… Insomma, io non so se la nostra e’ stata una scelta o una necessita’, non so in quale delle categorie che descrivi noi possiamo ricadere… Pero’ so che qui ci troviamo bene, abbiamo potuto comprare una casa tutta nostra, lottiamo anche noi nel nostro piccolo, per fare si’ che ogni giorno sia migliore di quello prima. Dico sempre al mio compagno che siamo fortunati, ma lui mi risponde che siamo solo stati intelligenti. Non so, ancora una volta, dove sia la verita’.
    Adesso voglio rimettermi a studiare. L’azienda per la quale lavoro, la Apple, tiene dei corsi formativi continuamente, ma se volessi potrei iscrivermi ad un corso di studi fuori da qui e beneficiare di giornate libere pagate prima degli esami.
    Le donne che lavorano nell’asilo di mio figlio sono tutte madri. Nel lavoro che avevo prima, il capo del mio capo era una madre single di 30 anni. Il lavoro qui e’ un valore enorme, l’impiegato, il dipendente, l’immigrato, e’ una ricchezza e non un peso per la societa’. Qui paghiamo le tasse tutti quanti, a sedici anni puoi andare a lavorare per l’estate e avere la busta paga regolare ed i contributi.
    L’Italia mi manca, mi manca la mia famiglia d’origine, mi manca il clima torrido dell’estate e il profumo della campagna quando si fa il fieno. Non posso stare vicino ai miei genitori quando hanno bisogno di me, non posso aiutare la mia sorellina dodicenne con i compiti, non posso dare una mano a mia madre con la mia nonna malata d’Alzheimer. Mi sento le mani legate e soffro, ma apprezzo anche tutto cio’ che questo Paese ci ha dato e che continua a darci.
    Nel nostro vicinato ci sono famiglie fantastiche: Lettoni, Spagnoli, Estoni, Filippini, Nigeriani, Sudanesi, Polacchi, Irlandesi… I nostri figli giocano tutti insieme nel prato davanti a casa e crescono insieme, semplicemente. Il razzismo c’e’, come c’e’ dappertutto, ma le persone si vergognano a farlo vedere. Qui i politici non vanno in TV a dire che gli immigrati sono pericolosi, sporchi, che devono andare fuori dalle palle, che sfruttano gli altri. I richiedenti asilo politico, e ce ne sono parecchi, vengono alloggiati negli alberghi in attesa di sistemazioni migliori, non sulle coste al freddo dell’Oceano.
    Facciamo grandi sacrifici anche noi.
    L’anno scorso pensavo che mio figlio non avra’ i ricordi del tempo passato coi nonni, come invece li abbiamo io e il mio compagno. Questo pensiero mi ha messo una tristezza infinita, perche’ questi ricordi io non li scambierei con nulla al mondo. Allora abbiamo deciso, d’accordo col cucciolo, di fargli passare un po’ di tempo in Italia. Gli ha fatto molto bene, l’asma che lo affligge durante l’inverno e’ quasi del tutto curata. Tra pochi giorni partira’ di nuovo, ed e’ per noi un grande sacrificio questo.

    Insomma tutto cio’ che voglio dire e’ che non si puo’ avere tutto dalla vita, o li’ o qui. E che noi non siamo scappati dall’Italia, ci siamo trovati semplicemente qui, e per questo mi sento fortunata. O intelligente. Non so.

    Un bacio migrante, Vanessa

  36. Lucia 25 maggio 2011 a 13:14 #

    Mi fa piacere leggere che non sono l’unica “fuggitiva” :)

    Capisco le tue obiezioni, Dino, e non dico siano prive di fondamento. Come ogni generalizzazione, le tue come le mie, bisognerebbe considerare che ogni caso, in ogni modo, e’ storia a se’ e non esiste un assioma valido per chi va e chi resta.
    L’unica cosa che vorrei aggiungere, sul fatto di ”avere fame” o ”la pancia piena” e’ che andare via, e magari trovarsi davvero con la pancia piena, non significa comunque dimenticare di quando si aveva fame.
    Io vengo da una famiglia operaia,non siamo mai morti di fame, ma i miei genitori hanno fatto sacrifici, e cosi io (ho lavorato per potremi pagare gli studi etc,) e anche se ora mi trovo benestante, tra il mio passato, gli insegnamenti dei miei genitori ed il loro esempio, non dimentico come si sta quando si ha fame (in senso economico ma anche di soddisfazione personale e realizzazione professionale etc) ne’ di chi ha ancora quella fame che io,almeno per ora, ho un po’ placato. :)

    Ed e’ per questo che io, come tanti altri all’estero, manteniamo vivi i sentimenti e l’impegno per questo nostro paese d’origine disgraziato :):)

  37. Tripluca.com 26 maggio 2011 a 06:30 #

    Secondo me andare via va bene perche’ si riesce a vedere l’Italia da un’altra prospettiva.
    E infatti chi vive all’estero di solito e’ ben piu’ informato e cosciente di chi sta in Italia e non sente nemmeno la puzza del marcio.
    Non mi sorprenderei se l’Italia fosse “salvata” da chi ha avuto il coraggio di partire.
    Tanto e’ tutta gente che parte ma che rimane coinvolta nella vita sociale e nel dibattito collettivo no?

  38. Francesco Caiazza 26 maggio 2011 a 07:06 #

    Mi sembra che la discussione su questo blog sia molto più interessante e costruttiva di quella sul fattoquotidiano, e se questo era lo scopo della tua “provocazione” dovresti esserne felice.
    Non voglio ripetermi, e quello che penso l’ho già scritto dall’altra parte, ma vorrei aggiungere un punto di vista che ancora non è stato preso in considerazione (né da te né dai tanti emigrati commentatori):
    Finora hai sostenuto che chi “scappa” lo fa per comodo, per mancanza di senso civico ecc, e che questo non porta vantaggi alla collettività. Io trovo che questa idea sia profondamente sbagliata. Chi ha il privilegio di vivere fuori dall’Italia per un periodo prolungato può sperimentare sulla propria pelle cosa significa vivere in un paese normale. Ci si ritrova fuori dalla mentalità marcia che imputridisce l’Italia e chi ci vive dentro. Dall’esterno si ha una visione più obiettiva e lucida di ciò che succede in patria. Spesso per questo motivo (e per gli affetti lasciati a distanza, ma non alle spalle) si diventa più appassionati alle vicende nazionali, più interessati alla res publica, si comincia a sentire la necessità di portare in Italia quel cambiamento che si è trovato uscendone. Le persone che sono all’estero sono una risorsa preziosissima per l’Italia e per il suo futuro. Perché, riprendendo il concetto del viaggio dell’eroe esposto da Stefano, sono persone che quando rientreranno potranno portare il loro punto di vista nuovo, le loro esperienze di vita “normale”, di civiltà, e tentare di implementarle nel nostro paese.
    Al contrario chi resta deve fare molta più fatica per combattere un sistema nel quale è immerso, spesso dando per scontate e normali cose che sono invece anomalie, avarie del sistema.
    La soluzione non è obbligare la gente a restare in Italia. Al contrario bisogna spingere più gente possibile ad uscire, a toccare con mano cosa c’è fuori, ad “aprire gli occhi”, e poi lavorare duro per creare le condizione affinchè questa gente rientri, per dare un contributo alla rinascita.
    Restando e basta non si ottiene nulla.
    E la dimostrazione ce l’hai davanti agli occhi ogni giorno: sei rimasto a Bari, vivi la tua vita credendo di fare la differenza (e probabilmente nel tuo piccolo la fai), ma a livello concreto cosa è cambiato negli ultimi 20 anni? Che contributo hanno dato al paese le migliaia di persone che pur potendo partire non lo hanno fatto?
    Ecco, vorrei una risposta a questa domanda.
    Io non credo onestamente che avrei potuto far molto restando. Ora, dopo anni di esperienza all’estero, sono convinto che quando rientrerò avrò molti più assi nella manica.

    Cordialmente,
    Francesco

  39. Gaia 26 maggio 2011 a 09:37 #

    Lo so, arrivo in ritardo ma… sono sempre in viaggio! Ho provato qualche volta a scrivere, ma il mio commento scompare: faccio qualcosa di sbagliato? Trovi la risposta per intero sul mio blog. Intanto complimenti per il dibattito.

    Quando vivevo a Parigi non potevo sopportare gli italiani che non facevano altro che lamentarsi dell’Italia e come te mi dicevo che se avevano tanto da lamentarsi, avrebbero fatto meglio a restare e cercare di cambiare le cose perché altri non dovessero partire incattiviti come loro.

    Il tuo discorso però mi sembra tanto riduttivo quanto mi sembrava il loro.

    Particolarmente riduttivo (e anche un bel po’ nazionalista) definirci in base alla nazionalità, addirittura campanilista attaccarsi alla nostra città d’origine, per cui se sei di Bari, il tuo dovere è di restare a Bari, finché Bari non sarà un posto migliore.

    Perché l’”italianità” dovrebbe pesare di più di tutto il resto? Perché si ha ancora il bisogno di definirsi tramite le nazionalità?

    Sostenere che restare in Italia è mia responsabilità di giovane italiana significa negare o mettere in secondo piano ogni altro aspetto di me, di noi. Significa negare la nostra responsabilità di medici, ingegneri, giornalisti, ricercatori, di donne, genitori, europei, adulti.

    Non vedo perché coloro che come te e me credono di poter cambiare le cose debbano farlo “da casa”, pena essere tacciati di egoismo.

    Ad esempio io talvolta penso che sia una mia responsabilità di donna contrastare le ineguaglianze di genere. Magari miglioro l’Italia mostrando (e non sono la sola) che ci sono giovani donne italiane che non aspirano a farsi mantenere da un vecchio ricco amante.

    Hai ragione, abbiamo il diritto di provare a cambiare in meglio (o talvolta a non contribuire a peggiorare) la società per tutti, ma non vedo perché sia meglio farlo da Agrate Brianza né perché il mio impegno debba concentrarsi sull’Italia, invece che su altri Paesi, su altri temi, su altri diritti, sull’Europa. Sono egoista per questo?

    Chi parte è costretto dalle circostanze o egoista.
    Potrei risponderti che dal mio punto di vista la maggioranza si lamenta, poi va ad abitare a due metri da mamma e papà che li sollevano dagli oneri del quotidiano e se la prende con chi se ne va.

    Scrivo in transito fra l”Inghilterra e la Germania, domani e dopodomani lavorerò a Southampton, la settimana prossima invece a Milano. Quando mi chiedono dove abito rispondo: questo mese a Londra (Lipsia/Parigi o altrove). Mannaggia: sono una delle peggiori fuggitive, anche perché mi posso permettere di viaggiare comoda.

    Eppure io non mi sento in fuga. Sono in partenza. Non sono scappata da niente, non sono neanche andata in cerca di un futuro migliore che credo avrei avuto anche restando in Italia.
    Perché come te credo che sia possibile restare e costruirselo quel futuro. Ma semplicemente non è il mio.
    Per te andare a Roma è un viaggio, vivere a Milano è emigrare. Per me andare a Lipsia, Londra, Parigi, Milano è tornare a casa.

    I miei figli potranno avere tre passaporti e magari nasceranno in un Paese quarto: sarà un bel problema spiegare loro dove dovranno restare. In Europa, potrei abbozzare, eppure non avrei nulla da dire se decidessero di migliorare il mondo partendo dal Venezuela.

    La tua scelta è valida e anche la mia, non giochiamo a chi è più bravo: uniamo le forze.

  40. Francesco Cannizzo 26 maggio 2011 a 15:49 #

    So che non pubblicherai questo commento, ma non importa: Sei molto provinciale, sei mai uscito dall’Italia in vita tua? Al massimo sarai stato a fare il gioco aperitivo a bordo piscina in un villaggio Valtour.
    In Italia rimarranno solo quelli come te, gli italiani medi.
    Siete un paese di morti viventi… raccomandati e servi. Sguazzate bene nel fango in cui siete nati. Vorreste che i migliori rimangano per salvarvi il culo. E invece no, dovrete sprofondare nella vostra stessa immondizia, in senso letterale. Quando quelli come te saranno finalmente al loro posto, cioè fuori dalle università, dalla politica, dai ruoli di responsabilità, quelli come me torneranno per ricostruire l’Italia. Hai capito? Ora vai a studiare.

  41. duniduni 1 giugno 2011 a 20:11 #

    Scusatemi il ritardo e l’eventuale brevità delle risposte, ma sono stato fuori per lavoro in questi giorni e oggi si preannuncia una lunga serata (mentre magari, se fossi in un altro Paese o mi facessi i cazzi miei, ora sarei in giro a bermi una birra :)).

    @PincoPallino: non ho tessere di partito, dunque non ho tessere neanche del PD. Anche a me fanno molto incazzare le cose che dici. Non ho lavorato sulla campagna di Bersani che citi e in ogni caso io non posso commentare il tuo lavoro, perché non ti nascondo e ti nascondi dietro uno pseudonimo. Forse non lo commmenterei comunque, perché secondo me il lavoro è sacro e va rispettato sempre, salvo quando si rinuncia ai propri ideali per soldi. Una domanda: se sei così sicuro delle tue argomentazioni, perché hai concluso il commento con attacchi alla mia persona?

    @Lavinia: se tutti gli italiani migliori facessero il tuo percorso (e il percorso di molte eccellenze italiane che hanno dedicato il loro tempo a scrivermi mail lunghe, belle, anche piene di insulti: ma comunque hanno dedicato del tempo per ragionare e dunque ringrazio tutti indistintamente), qui non rimarrebbe più nessuno e l’Italia non si rialzerebbe mai più. Questo è il mio ragionamento. Resto per questo. Sbaglio? Fate bene voi? Tutto è possibile. Ma prima di andarmene voglio aver dato tutto quello che posso dare. Quando e se sarà evidente che non posso fare un cazzo, andrò via e asseconderò le mie aspirazioni. Fino ad allora lotterò con le mie poche risorse, qui dalla periferia dell’impero, e andrò a dormire sempre sereno :)
    p.s. resto a Bari perché è la mia città e penso che il primo cambiamento che devo provare a generare deve essere proprio qui. A casa mia non faccio altro che dormire la notte, e sempre meno notti. L’odore della pasta al forno è sempre meno frequente anche per me. Potrei uscire di casa in qualsiasi momento, pagherei un affitto per un posto letto e la mia vita nella sostanza non cambierebbe. I miei genitori mi hanno chiesto di restare, tra l’altro impiego molto più tempo e soldi a spostarmi da casa al lavoro che affittare una casa vicino all’ufficio. Resto finché questi piccoli sacrifici rendono felici i miei genitori. Spero che tu possa tornare in Italia, che possa essere felice, e spero di fare la mia parte affinché l’Italia torni a essere un posto accogliente. Tu, purtroppo, non te ne preoccuperai perché sei impegnata a vivere, talvolta a sopravvivere, in un altro Paese. Non te ne faccio una colpa, ma ammetterei che è un dato di fatto.

  42. duniduni 1 giugno 2011 a 20:36 #

    @Gaia: uniamo le forze. Perfetto. Era il commento che speravo di leggere, è arrivato in fondo ma è fondamentale :)

  43. manuel 28 giugno 2011 a 14:13 #

    “Il lavoro c’è…basta adattarsi..”, ” vai in fabbrica…alla fine ti bastano 1000 euro….” …ma cosa vai cercando? non puoi permetterti di fare master all’estero…trova un lavoro e restaci fino alla pensione…” “…trova un lavoro e non dar contro al capo….”

    queste sono solo alcune frasi che ho sentito da parenti e conoscenti nel corso degli anni… ancora adesso continuo a lottare contro questi luoghi comuni.

    Non so perché gli altri vogliano partire ma so perché, per ora, io non voglio restare. La mia motivazione non è legata al denaro o al facile successo, ma legata al mondo dell’ agraria, ambito del quale sono molto legato.
    Ho avuto un paio di proposte lavorative “raccomandate” che ho rifiutato perché sono contro i miei principi.

    Di poche cose sono veramente convinto:

    – il volontariato o comunque il servizio agli altri lo si può benissimo fare in ogni luogo, perché è uno stile di vita

    – i miei principi non verranno calpestati, perché credo nelle mie capacità e sono consapevole di poter fare molta più strada con le mie esperienze che non con le “spinte”

    – ho sudato moltissimo per arrivare alla laurea. Se la situazione in cui stiamo gravitando attualmente richiedesse troppo tempo per trovare una soluzione, io diventerei troppo vecchio e la mia possibilità di inserimento lavorativo si azzererebbe

    Di sicuro non sono uno che parla male dell’Italia, anzi, io amo l’Italia.
    Ho combattuto, ho votato, ho partecipato a varie iniziative… ma ora è tempo di lasciarla, anche solo temporaneamente, per poter crescere come uomo e come persona.
    Un giorno, quando tornerò, avrò un bagaglio di esperienze che potranno essere utili anche qui e sicuramente tornerò con un animo più sereno di ora.

    Mi presento,
    ho 27 anni, sono un agronomo che lavora in una coop. soc. di ambulanze. Guadagno, quando va bene, 900 euro al mese.
    In questi giorni, io e i miei colleghi, stiamo per accedere alla cassa integrazione con un guadagno di 720 euro al mese. Il prossimo gennaio saremo tutti in mobilità.

    Se la domanda è ” vuoi scappare dall’Italia?”, la risposta è: no. Non scappo, non sono un ladro!
    Vado a crearmi il futuro che ora qui non posso. Ho voglia di lavorare, non voglio restare un precario a vita in lavori che non sono neanche degni di essere chiamati tali. Restando qui rischierei di mandare a monte tutto il sacrificio fatto in passato.
    Non punto il mio futuro sulla fortuna, ma voglio scommettere sulle mie capacità e se qualche azienda mi darà fiducia, la ripagherò con il mio lavoro e la mia passione.

    Ah, quasi dimenticavo…partirò a fine anno per l’Australia.

    Manuel

  44. adriano capo verde 22 agosto 2013 a 01:15 #

    ha ragione ,è cosi,abbiamo perso la saggezza,cercato tutto senza fare la ricerca, resistere x non morire,,,,conviene sempre, o meglio uscire guardando casa e prepararsi al miglior se possibile rientro,,,,

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