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La periferia estrema

3 Lug

Bari all’epoca per me è stato davvero un posto in cui poter fare esperienza. Come ogni città degna di questo nome dovrebbe essere, sin dai tempi di Baudelaire e di Hugo. Era un luogo insomma che ne conteneva molti altri: oltre un centro molto opulento e fighetto, si apriva la città alternativa, un posto pieno di sale prova e di musica e di idee strampalate e vitali e a volte anche struggenti dove i miti si cucivano addosso a personaggi come Ian Curtis o Morrissey o Lydia Lunch allo stesso modo con cui indifferentemente (e settimanalmente) venivano incarnati da ragazze e ragazzi del posto di cui nessuno fuori dai confini cittadini ha mai saputo niente. E ancora, oltre la Bari alternativa si apriva la periferia estrema, quella del CEP e di Japigia, che al tempo era appunto tra le altre cose un supermarket d’eroina a cielo aperto funzionante 24 ore al giorno. La città – come accadeva del resto in tanti altri agglomerati urbani d’Europa – era popolata anche dai tossici, i quali rappresentavano uno scandalo vivente, la conferma che (al di là della frivolezza da vuoto pneumatico che pervadeva l’etere) tra le strade strisciava anche un malessere che io trovavo assolutamente giustificato, tenendo conto di cosa stava diventando l’Italia. Quei tossici, quei musicisti, quelle ragazze e quei ragazzi che poi erano il vero cuore della città, fanno oggi parte di una generazione (la mia) per adesso sconfitta e messa alle corde. Se la Storia la scrivono i vincitori, però, la letteratura e il cinema e l’arte in generale spesso si occupano di vinti. Ed ecco, come ogni generazione anche noi abbiamo sviluppato un modo unico e irripetibile di amare, perderci per strada, tradire, essere ironici o comici o disperati, scoprirci addosso inaspettati momenti di viltà e di coraggio.

(Nicola Lagioia)

Il calcio

12 Giu

Il calcio è la cosa più importante delle cose non importanti.

(Arrigo Sacchi)

Fotografia del 26 febbraio 2013 – Errori che spero di non ripetere nella prossima legislatura

26 Feb

(nb. scrivo questo post a prescindere dal risultato finale delle elezioni: sono mesi che volevo scriverlo, ho aspettato la fine della campagna elettorale per rispettare il silenzio da conflitto di interessi)

Durante questa legislatura mi sono impegnato politicamente in prima persona. Bene, ho fallito. Le cose non sono andate come avrei voluto. Politicamente ho perso. Le responsabilità sono multiple, ma non amo cercare alibi. Io ero lì, io ne rispondo.

Ho cercato di avvicinare la mia generazione (nella mia città) alla politica. Ci ho messo la faccia, e forse anche qualcosa di più. Queste persone si sono fidate di me. Mentre fallivo io, fallivano le cose che dicevo, e dunque falliva anche la fiducia in me. Queste persone oggi sono altrove. Non sono più qui, non sono più in Italia. Non sono più dalle parti del centrosinistra. Votano Grillo, o sono ritornati a casa.

Penso quasi ogni giorno a quanto io possa aver deluso tutte loro, e non me ne capacito, sebbene abbia già provato più volte a spiegarmi, e a chiedere scusa. Forse non basteranno mai le parole, forse c’è bisogno di tempo, forse me ne devo fare una ragione. Di sicuro ho perso un sacco di amici, e la stima di un sacco di gente. Ed è ragionevole pensare che serviranno ancora anni, e nuovi banchi di prova per rimettere a posto un po’ di cocci (ammesso che ci sia la voglia di farlo da parte delle persone che si sono sentite prese in giro).

A 24 anni ci sta di essere ingenui. Non ci sta di essere arroganti come lo sono stato io. A 24 anni pensavo di poter cambiare il mondo da solo o quasi, solo perché ero convinto che le buone idee, in quanto tali, vincessero sempre. La vita è molto più complessa. Ho fallito perché la combinazione ingenuità+arroganza è punita, è giustamente punita, soprattutto in politica.

Penso che quando in politica si perde, bisogna lasciare campo libero agli altri. Dimettersi, o almeno saltare un giro. Non scappare, ma restare in seconda o in terza linea. Ecco, se io fossi una persona libera, non parteciperei alle prossime campagne elettorali, soprattutto nella mia terra. Ho perso, avanti gli altri. Ma io non sono una persona del tutto libera, non faccio un lavoro del tutto indipendente da tutto questo, dunque svolgerò il mio compito con la solita dedizione e la solita passione (anzi, forse anche mettendoci qualcosa in più).

Questa riflessione è più recente. Ce n’è un’altra, più antica e sedimentata nel tempo, che dà ulteriore forza a ciò che vi ho appena scritto. In questi mesi, in questi anni, ho letto con interesse ogni addebito che è stato mosso al mio lavoro, al lavoro della mia agenzia, alle mie incrinature caratteriali. Ho letto accuse passibili di querela, analisi sacrosante, punture di spillo. Soprattutto, ho sentito un invito unico, compatto nella sostanza ma assai colorato nelle forme: “fatti i cazzi tuoi”.

Ci sono due modi per dire a una persona di stare alla larga dalla politica.

Il primo è dividere un comune campo di gioco in due parti e costruire la propria narrazione sulla contesa all’avversario interno. In questi anni c’è chi ha fatto politica sostenendo che il leaderismo fosse finito e che i social media non contano un cazzo, che servono i corpi intermedi e le organizzazioni politiche. Nel frattempo, in Puglia, il Movimento5Stelle arrivava sugli stessi numeri del centrosinistra, a sua volta indietro di diversi punti rispetto al centrodestra in una regione che prima del voto non era considerata neanche in bilico.

Sono certo che chi mi ha caldamente invitato a stare alla larga sia consapevole di ciò che dice e di ciò che fa, così come sono certo che chiunque, in questi anni, ha contestato il mio modo di fare politica abbia ricette migliori e più adatte ai tempi e ai luoghi di quelle proposte da me. Insomma, dato che non c’è aiuto peggiore di quello non richiesto, tolgo felicemente il disturbo. Ci sono persone migliori di me, non hanno fatto altro che ripetermelo, e dunque a loro posso affidarmi con fiducia per i prossimi decenni.

Il secondo modo è cercare di imbrigliarti dentro il “siamo tutti uguali”. Un esercizio assai semplice quanto distruttivo. Tutti portiamo in seno contraddizioni, nella vita si cerca di star bene con la coscienza in primo luogo, e in secondo di perseguire il più alto tasso di coerenza col profilo etico: due variabili del tutto soggettive. “Nessuno è del tutto nobile, né del tutto degno, né del tutto coerente” (Herbert George Wells).

Durante la campagna elettorale per le politiche, l’agenzia per cui lavoro è stata chiamata da un cliente in cui non mi riconosco politicamente. Avevo detto in più momenti e luoghi (pubblici) che per me la comunicazione politica funziona solo se è di parte, solo se la fai nella tua parte di mondo, perché è molto difficile “vendere idee” in cui non credi. Continuo fermamente a pensarlo. Sono stato invitato a non mettermi più “al di sopra delle parti”. Trovo l’invito assolutamente pertinente, per due ragioni. La prima è che sono un dipendente di questa agenzia, dunque le decisioni le prende il management e questo di certo non incide né sulle ore di lavoro, né sullo stipendio, entrambi regolati da un contratto che prescinde dalle caratteristiche, Ma può incidere sulla mia libertà personale*.

La seconda è legata al motivo per cui mi è stato dato questo accorato consiglio: in passato mi sono permesso di considerare poco opportuno il passaggio da un lavoro gratuito per una parte a un lavoro retribuito contro quella stessa parte (e nella stessa terra) nel giro di pochi mesi. Ho sbagliato a dire pubblicamente quelle cose e dunque me ne scuso: certe scelte, che sono perfettamente inserite in una logica di mercato e sottoposte alle severe valutazioni dell’opinione pubblica locale, non hanno bisogno di ulteriori sottolineature morali, men che meno da me: si commentano da sole.

Insomma, ammesso che fossi ancora al centro della vita politica della mia città e della mia Regione (mi pare del tutto evidente il contrario), mi ritiro anche formalmente. Mi ritiro perché ho fallito. Mi ritiro perché sono stato accompagnato alla porta dalla futura classe dirigente. Mi ritiro perché la comunicazione politica è incompatibile con la politica attiva. Mi ritiro perché non è giusto che i miei colleghi debbano pagare personalmente le conseguenze di un ego strabordante** come il mio. Chi vuole attaccare me, lo faccia anche pubblicamente. Ha tutti gli strumenti per farlo. Ma lasciate in pace i miei colleghi e lasciate in pace il luogo dove lavoro, per favore.

Mi concedo un solo atto politico. Restare qui. Restare in una città in cui non sono più particolarmente stimato. Restare in una città che non amo più, ma che paradossalmente rende ancora più forte questo mio istinto. Restare in una città del Sud, periferia dell’impero, pur sapendo che andando a Roma o a Milano sarebbe tutto più facile: sarei più stimato, lavorerei meno, lavorerei meglio, guadagnerei di più.

Resto, resto oggi più che mai. Nelle ultime 24 ore ho ricevuto cinque mail dal contenuto pressoché identico: “Tu insisti tanto sul restare: dopo queste elezioni, perché non dovrei andarmene?”. Risponderò a questa domanda scrivendone appena ho un po’ di tempo. In ogni caso le mie parole hanno un peso molto inferiore rispetto alla scelta, l’esempio vale più dell’opinione. Resto, dunque, per rispondere. Resto perché ogni tanto qualche pugliese fuggito via (e anche qualche italiano stabilmente al Nord) mi dice che la mia ostinazione è una fiammella di speranza che resta accesa, e che per loro è importante.

Voglio restare, e voglio evitare tutti gli errori fatti in questi cinque anni. Questo è il mio modesto sogno per la prossima legislatura.

Una cosa mi è stata negata, vivere per gli altri, per far del bene agli altri.

Vorrei vivere senza conflitti, avendo tanti amici,

e ci sono riuscito solo vivendo fuori del mondo. (Carlo Bordini)

* Voglio ringraziare i miei datori di lavoro che in quelle difficilissime 72 ore di bombardamento mi hanno ascoltato, hanno valutato tutte le mie richieste e proposte, e mi hanno lasciato un margine di libertà di coscienza che non è assolutamente ovvio. Proprio in quelle 72 ore ho scoperto di poter fare e di poter non fare delle cose. Ve ne avrei parlato pubblicamente, ma non ce n’è stato il bisogno perché poi lo scenario si è chiarito. Gestirò questa enorme libertà con la massima attenzione, cercando di non abusarne. Voglio inoltre ringraziare quelle due, massimo tre persone su 200, che invece di farmi la domanda sul come sarei riuscito a salvarmi la faccia, mi hanno semplicemente chiesto: “Come stai?”. Non dimenticherò mai.

**Voglio chiedere scusa a tutti, in particolare ai miei colleghi, per le sfarfallate del mio ego. Spero che questo post rappresenti una piccola espiazione. Prometto di lavorarci ogni giorno fino a quando non ne sarò soddisfatto.

La sera dell’asta

31 Ago

L’uomo nasce libero, la vita lo rende stopper.

 

(scritta su un muro del quartiere Japigia di Bari)

Fotografia del 21 febbraio – perché non farò carriera

21 Feb

Qualche giorno fa ho visto l’eccezionale documentario di Paolo Virzì su Bobo Rondelli, “L’uomo che aveva picchiato la testa.”

Per me è stata una visione pedagogica e anche medica. Mi è servita tantissimo perché ha accelerato di colpo processi che già sedimentano da mesi nella mia testa.

Bobo Rondelli è un cantautore di Livorno bravo, bravissimo, unico. Ma non ha mai sfondato. Il documentario, di fatto, cerca di indagarne le ragioni all’interno del racconto biografico.

Mi sono riconosciuto più di una volta con il percorso di vita di Bobo pur avendo un milionesimo del suo talento e della sua vita avventurosa. Ma mi è bastato per capire.

Proprio il fatto che una persona con un talento di un milione più grande del mio non sia riuscito a sfondare e forse non abbia davvero voluto mi ha fatto capire che i limiti caratteriali sono decisivi per il (mancato) successo.

I miei limiti sono grandi. Troppo grandi. Così grandi da farmi pensare che arriverò a breve a una soglia, non molto alta, e non riuscirò ad andare oltre. Certe volte penso che sia già arrivato al picco, al massimo mi manterrò su questi livelli, curerò i dettagli. Anche perché quello che per gli altri è limite, per me è spesso un motivo di orgoglio.

Non farò carriera perché:

– mi rendo conto di avere dei limiti. Di solito quando uno si rende conto di una cosa del genere lavora per superarli, specie se li ritiene disadattivi. Però se ci penso, penso che in fondo io non li percepisco come limiti. Anzi, per me sono conquiste costruite negli anni in cui piano piano ho imparato ad ascoltarmi e a rispettarmi di più.

– Tra le mie conquiste ritengo ci possa essere la progressiva rinuncia alla diplomazia nelle relazioni. Sto imparando a non tenermi più niente. Ecco: per il mondo questo è un limite, un evidente limite relazionale. E probabilmente il mondo ha ragione a pensarla così. Io però mi sento meglio, sempre meglio, sempre più libero. Mi sento me stesso. E allora penso: perché dovrei cambiare? Nel frattempo il mondo gira nella direzione opposta.

– Ne discende che non riesco più ad accettare formule di compromesso, soprattutto per ciò che riguarda la mia vita professionale, i valori, ciò in cui credo. Ma senza compromesso il mondo è rabbioso, riottoso, confuso. Alla domanda: “Perché non fai politica?” rispondo parlando sempre di questo mio limite. Perché penso di non essere in grado di sedermi a un tavolo e accettare ciò che mi dicono tutte le volte. Altro motivo per cui non posso fare passi in avanti, al massimo posso solo curare l’estetica di ciò che ho già conquistato. Tra l’altro questa del non-compromesso è una doppia trappola, un altro motivo per cui sono destinato a rimanere bloccato, perché ostentare una cosa del genere vuol dire che al primo errore sei fottuto. Ed essendo umano, posso sbagliare. Anzi, sbaglierò di sicuro. Farò qualche scelta di comodo, per coccolare l’ego o perché guarderò la pagliuzza invece di guardare la trave. Perché non saprò valutare. A quel punto sarò doppiamente ipocrita agli occhi di chi mi guarda.

– A proposito di ipocrisia, non la sopporto più. Mi incazzo proprio. Non dovrei. Il mondo si regge sull’ipocrisia, che in molti casi è persino un valore. Senza i sorrisi di circostanza molte relazioni umane e professionali sarebbero già naufragate, con esiti disastrosi per la vita quotidiana delle persone, delle comunità, delle società. Però preferisco sparire che sorridere a chi non mi fa sorridere e soprattutto a chi non mi stima. Non voglio obbligare nessuno a essere ipocrita con me. E così mi isolo e rinuncio alle strette di mano, alle birre, alle pacche sulle spalle che magari mi farebbero andare avanti molto più di ciò che posso ottenere con il lavoro. Sia chiaro, grandissima stima a chi ha la faccia da culo: è giusto che loro vadano avanti nella vita e io no.

– Ho deciso di restare qui a Bari. E ci sto anche oggi che ha molto meno senso di tre, due, un anno fa. Vivo in una città che non sento più mia da tempo (con la certezza di essere ricambiato) ma alla fine penso che non potrei che stare qui. Voglio provare a far qualcosa, a generare un qualche processo di cambiamento, anche se credo sempre di meno di essere all’altezza. Mi basta un computer e una connessione a Internet, poi posso stare qua per tutta la vita. Però la vita vera non è qui, è a Roma, a Milano, all’estero. Sono un ragazzotto di provincia. E mi piace tantissimo.

– Mi piace prendere posizione su ciò che mi accade, su ciò che vedo, su ciò che sento. Non mi tiro indietro. Su Facebook e su Twitter lo hanno capito e spesso mi coinvolgono. Potrò imparare mille tecniche per non espormi, ma i social media sono implacabili: c’è il mio nome e il mio cognome. Se si parla di politica, di economia, di creatività, delle cose che faccio di mestiere e si fa tutti i giorni fatalmente si scriverà qualcosa che fa incazzare qualcuno, che porta a disistimarti, o semplicemente a non voler lavorare con te. Anche se sei bravo, anche se te lo dovessi meritare. Tecnicamente, sali sul cazzo a tutti, invece di farti apprezzare da tutti per il coraggio.

– e soprattutto, non farò carriera perché scrivo post del genere.

p.s. non ho scritto per farmi dire “No Dino, non è così, tu sei bravo, ci riuscirai”. Anche perché non c’è alcuna parola che possa convincermi del contrario. Sto bene così, non ho bisogno di conforto.

 

 

Le radici ca tieni

20 Feb

Se ti occupi di cocreazione e vuoi essere concreto, devi essere iperlocale.

 

(Jay Rogers)

Tre giornate di squalifica

7 Feb

Puoi togliere il ragazzo dal ghetto, ma mai il ghetto dal ragazzo.

 

(Zlatan Ibrahimovic)

Cafonal

7 Set

Puoi togliere una ragazza dalla provincia ma non puoi togliere la provincia da una ragazza.

 

(Stephen King)

La Milano del Sud

7 Set

Fionder – Bari

La Bicamerale

5 Set

A vent’anni stavo in barca con D’Alema, a trenta dormivo a casa di Berlusconi.

 

(Giampaolo Tarantini)