Tag Archives: emilab

Move On

7 Mar

La via primaria per costruire la fiducia è combattere per le cose che vogliono le persone. Ogni volta che facciamo qualcosa, ogni volta che mostriamo leadership, la nostra membership verrà fuori.

 

(Ron Boyd, fondatore di MoveOn)

Annunci

Mercenari d’ingegno

21 Lug

La campagna elettorale di Michele Emiliano è di EmiLab è stata per certi versi gemmatrice.

Nel 2010 abbiamo visto che le campagne di Vendola e di Palese si assomigliavano più di quanto accade solitamente tra campagne di destra e sinistra sul web.

Questo anche a causa del fatto che Palese ha comprato quattro ragazzi di EmiLab.

Ma si è vista la mano del mercenario d’ingegno.

(Stefano Cristante)

ho cresciuto una generazione

7 Mag

Hai creato dei mostri.

(Giovanni Sasso, ascoltando “Non ho le tag”)

gli insospettabili

3 Mar

Questa volta voto Nichi.

Me lo dice Sergio Magliocchi, che sul suo FB dichiara: “visto che la destra si comporta in questo modo, forse facciamo un pensierino a sinistra“.

Sergio mi ha autorizzato alla pubblicazione della conversazione, a condizione che io dicessi anche che la sua idea sull’uomo Simeone Di Cagno Abbrescia non è cambiata.

l’idea di resistenza, aggiornata al 2010

14 Gen

La resistenza al potere si ottiene mediante i medesimi due meccanismi che nella società in rete costituiscono il potere: i programmi delle reti e le commutazioni tra reti.

Così, l’azione collettiva dei movimenti sociali, nelle loro svariate forme, mira a introdurre nuove istruzioni e nuovi codici nei programmi delle reti.

Per esempio, nuove istruzioni per le reti finanziarie globali significano che, in condizioni di estrema povertà, vada abbuonato il debito ad alcuni paesi, come richiesto e in parte ottenuto da Jubilee, il movimento internazionale per la cancellazione del debito.

Riprogrammazioni più radicali vengono da movimenti di resistenza che mirano ad alterare il principio fondamentale di una rete – o il Kernel del sistema operativo, se posso permettermi un parallelo con il linguaggio dell’informatica.

[..]

Il secondo meccanismo di resistenza consiste nel blocco dei commutatori di connessione tra reti, quelli che fanno sì che le reti siano controllate dal metaprogramma di valori [..] comprendono il blocco del collegamento in rete tra le grandi aziende e il sistema politico regolando il finanziamento della campagne elettorali o evidenziando l’incompabilità tra essere vicepresidente e continuare a ricevere compensi dalla propria azienda che che si è aggiudicata appalti militari.

[..]

Una minaccia più radicale ai commutatori riguarda l’infrastruttura materiale della società in rete: gli attacchi materiali e psicologici ai trasporti aerei, alle reti di computer, ai sistemi di informazione e alle reti di strutture da cui dipendono il sostentamento della società nel sistema altamente complesso ed interdipendente che caratterizza il mondo informazionale. La sfida del terrorismo è dichiarata esattamente su questa capacità di prendere a bersaglio commutatori materiali strategici in modo tale che la loro messa fuori uso, o la minaccia di una loro messa fuori uso, scompagini la vita quotidiana della gente e la costringa a vivere in uno stato d’emergenza.

[..]

La resistenza al potere programmato nelle reti si svolge anch’essa mediante e tramite le reti.

Anche queste sono reti di informazione alimentate da tecnologie di informazioni e comunicazione. Quello impropriamente etichettato come movimento antiglobalizzazione è una rete globale-locale organizzata e dibattuta su Internet, e strutturalmente collegata con le reti mediatiche.

Al Qaeda, e le sue organizzazioni correlate, è una rete composta da molteplici nodi, che hanno scarso coordinamento centrale e che mirano anch’essi alla commutazione con le reti mediatiche, attraverso le quali contano di spargere la paura tra gli infedeli e di infondere speranza tra le masse oppresse dei credenti.

[..]

Nella società in rete, il potere viene ridefinito, ma non scompare. Nè svaniscono le lotte sociali. Dominio e resistenza cambiano di carattere in base alla specifica struttura sociale da cui traggono origine e che modificano con la loro azione.

Il potere governa, i contropoteri lottano.

(Manuel Castells, Comunicazione e Potere, 2009)

il rompighiaccio

9 Gen

E’ da quando mi conosco che rompo il ghiaccio.

Ho aperto numerosi fronti. Ho offerto opportunità a gente che nemmeno conoscevo. Leggevo, avevo idee, proponevo, organizzavo riunioni, gruppi di lavoro.

Ho messo su EmiLab, l’anomalia comportamentale della Bari contemporanea.

Ho messo in piedi gioiose macchine da guerra. Ho messo in rete risorse umane, relazionali, talvolta economiche. Ho generato ricchezza.

Eppure, raramente il mio contributo è stato valorizzato, altrimenti non si spiega com’è possibile che tutte le persone che, attraverso il mio lavoro, sono finite in radio, in uffici, in stage, in tesi, in società, ovunque, non si siano degnate nemmeno di ringraziarmi.

Il mio essere propositivo, generoso, folle, idealista ha permesso ad alcune persone di fare cose che, altrimenti, non sarebbero mai successe.

Rompere il ghiaccio vuol dire schierarsi in prima linea. E prendere le mazzate.

Spesso, troppo spesso, vengo valutato, giudicato per le mie idee. Talvolta noto un livello di puntiglio esasperante, logorante.

Toccare le virgole è una condizione accettabile solo se, chi lo fa, è un tuo superiore, o ha la dignità e l’autorevolezza morale di poterlo fare. Se, per meriti acquisiti, è alla pari con te.

Spesso queste valutazioni provengono invece da persone che non hanno ancora capito cosa vogliono dalla loro vita, che non sarebbero mai in grado di avere un’idea propria e che aspettano che qualcuno li salvi dall’inedia.

Bene, io mi sono rotto i coglioni di essere valutato sempre, sopratutto se le valutazioni provengono dall’emisfero dei pavidi.

Noto una certa stanchezza intellettuale attorno a me. Anche a me piace dormire. Anche a me piace dire che una cosa fa cagare, quando fa cagare.

So perfettamente che essere politicamente corretto è talvolta molto più difficile e stancante che esprimere opinioni sprezzanti. E quindi non vedo perchè io dovrei stancarmi più di chi, invece, distrugge cose per il gusto di farlo, forse per non sentirsi mediocre.

Vediamo come va senza rompighiaccio.

EmiLab – mi (s)bilancio

10 Lug

Dovevo scrivere questo post un mese fa.

Poi mi hanno detto che per 700 voti mancanti dovevo lavorare altri 14 giorni. E così ho aspettato.

Poi abbiamo vinto 60 a 40, e festeggiare era importante, troppo importante. E così ho aspettato.

Poi mi sono reso conto che la gestione di una vittoria è ben più complessa della gestione di una sconfitta, in termini di ambizioni, aspettative, desiderio di riconoscimento, depressione post-elettorale, ansia, sindrome da abbandono, paura che siamo stati tutti spremuti, usati, gettati.Una paura che mi è stato chiesto di placare pur non avendone i mezzi.

E così, ho aspettato. Fino ad ora. Consapevole che quello che scrivo potrebbe avere effetti collaterali anche gravi, e che intorno a me non leggo persone influenti sbilanciarsi, e credo che non lo facciano perchè non conviene farlo. Io scrivo lo stesso. Magari divento non influente. Magari mi fanno fuori. E sarebbe anche ora.

Dino

Ho vinto la campagna elettorale.

Emiliano è il primo sindaco in Italia su Facebook. Tutti parlano di EmiLab. Anche Michele, che per mesi non ha mai manifestato il minimo segnale di approvazione per ciò che facevo (“perdi tempo ai pc”, “sei uno scienziato”, “il mondo non si riduce alle comunità virtuali”), ha dovuto ammettere, il giorno in cui quel 60 percento si è manifestato, che “su Internet li abbiamo distrutti”.

Ho guadagnato meno di 3 euro all’ora. Ho dimenticato il sabato e la domenica. Per diversi mesi non sapevo cosa volesse dire dormire 8 ore. Mi è tornato l’amore di casa, dato che casa non so nemmeno più com’è fatta. Ho tenuto duro. Ho subìto attacchi personali. Ho dovuto non contraccambiare. In campagna elettorale non si fa la guerra ai tuoi amici.

Sono riuscito a mettere insieme tanti bravissimi ragazzi, tutti innamorati di una città che non sempre li saprà ricambiare. Ho dato speranza a una generazione che non aveva nemmeno più voglia di sentir parlare di futuro. L’ho fatto senza chiedere niente in cambio. Non mi aspettavo e non mi aspetto posti in Comune, stipendi milionari, favori personali. In verità, non mi aspetto nemmeno un qualche credito di riconoscenza. Ma capisco chi la pensa diversamente da me.

Ho dimostrato a me stesso che non c’è bisogno di andare via da Bari per fare ciò che si sogna. Ho dimostrato alla città di Bari che questo è possibile. Ho dimostrato a chi non vuole che certe cose siano possibili, che adesso converrà che si difendano da un’ondata di gente che non ha poltrone da dover riempire, ha molta fame e non vuole guardare in faccia a nessuno. E che non si commuoverà se dovrete essere travolti.

Ho saldato il mio debito di riconoscenza verso la mia città. Se mai dovessi lasciarla, non sarà per vigliaccheria o per convinzione che Bari non sia in grado di offrirmi ciò che voglio, ma solo per crescere. Voglio invecchiare a Bari. La voglio migliorare. Voglio che quello che sta succedendo in Puglia possa servire a tutta l’Italia. Ci vorranno vent’anni di lavoro, sempre così, sempre sotto lo schiaffo. Di notte, di giorno, dritti, storti.

I soldi non ci saranno quasi mai. Si tratterà di non perdere la testa, di non lavorare per i soldi ma per una comunità, per i nostri sogni. Sì, lo so che è un concetto abusato, lo so che c’è stato il ’68 e mo stanno tutti sulle barche, lo so che dopo Emiliano nel 2004 e Vendola nel 2005 dico cose che sono poco credibili. Lo so. Pensate che mi scoraggi?

Perderò molti amici, altri ne troverò. Difficile che ne ritrovi qualcuno: sarò sempre diffidente verso i cavalli di ritorno. Chi ha deciso che non valevo un cazzo, si dovrà pentire. Chi mi ha tradito, ha già deciso.

Spero che la mia donna possa sempre capirmi, sostenermi, aiutarmi. Spero che la mia donna possa credere che la mia priorità non sarà mai il lavoro, per quanto non ho nessuna intenzione di rinunciare ai miei progetti. Io, però, dovrò sempre meritarmi questo credito di fiducia e dovrò sempre baciare la terra se la mia donna sarà così leale con me.

Sono diventato sociopatico. Le relazioni individuali che ho dovuto gestire sono state troppe. Ora amo i gruppi ristretti, le conversazioni fitte, che non parlino di cose inutili. Mi piace costruire, il gossip mi ha sfasciato i coglioni. Quello su di me non lo immagino nemmeno. Mi sono abituato alla sovraesposizione mediatica, molto meno al fatto che la gente spesso faccia finta di dimenticarsi che ho 25 anni, come loro, che mi guardano, e chiedono. Sempre.

EmiLab è il futuro

Diventerò molto più duro e molto più severo di quanto non lo sia mai stato. Ora conosco Bari in ogni angolo. Conosco la mia generazione. Conosco chi mi sta vicino. Uno ad uno. So il valore di ognuno. So quanto ognuno dei ragazzi vale  oggi, so quanto può valere domani. So come posso motivarli. Conosco le loro paure. Conosco chi cercherà di perdere sempre per paura di vincere. Saprò distinguere chi vende fumo da chi sa lavorare, perchè vi ho guardato, vi ho guardato tutti, negli occhi.

Avrò sempre paura della rabbia delle persone, del sentimento di vendetta, dei comportamenti mossi dalla paura, dell’ingordigia, dell’egoismo, del fatto che non a tutti interessa mettere il gruppo davanti alle proprie motivazioni. Avrò paura dei soldi nella misura in cui i soldi possono dividerci, in cui i soldi diventano il motivo per stare insieme, in cui i soldi ti fanno perdere i treni. Se sto dove sto, è perchè dei soldi me ne sono sempre fottuto. Se volete un insegnamento dal vostro “capo”, prendetevi questo.

Ora sono volontario, come tutti. E mi impegnerò come tutti. Non un briciolo di più. Non voglio comandare, non per tutta la vita, non senza mandato. In questi mesi l’ho fatto perchè era giusto così. Ho imparato a fare il capo, non so se sarò mai un leader, non sono carismatico, non so dare ordini. Temo che a nessuno sia interessato davvero il mio pensiero, ascoltarlo, farne tesoro. Serviva una guida, non un’opinione di un amico. Serviva uno che risolve i problemi, uno che ti da il contatto, che ti gira il lavoro, che sta in ufficio a qualsiasi ora. Dimostratemi che mi stavo sbagliando.

Farò di tutto perchè tutti possano trovare una ragione per stare insieme. Ma non inseguirò nessuno, più nessuno. Voglio che il gruppo si espanda, voglio che abbia il coraggio di mettersi di traverso, voglio che abbia il coraggio di morire di fame, voglio che sappia arricchirsi con furbizia e senza prevaricare nessuno. Voglio la cattiveria nei confronti di chi pensa di poterci sfruttare. Voglio sputtanare tutti quelli che lavorano male. Voglio che EmiLab abbia il coraggio di darsi un nome nuovo ed un volto ancora più nuovo. Voglio essere il primo in Italia a fare qualcosa, ancora una volta, stavolta non da solo.

Voglio che tutti la pensino così. Voglio che chi non la pensa così abbia il coraggio di dirmelo in faccia. Voglio che chi non sta bene con me me lo dica, e che mi mandi a fanculo se è necessario. Voglio sapere se sono un invasato. Voglio che chi lavora decide, e chi non lavora abbia rispetto per il lavoro degli altri e non pontifichi. Voglio che tutti siano riconoscenti con tutti per quello che abbiamo fatto. Perchè se non ci fossimo stati noi, adesso non staremmo nemmeno a parlare di futuro.

Sono tra i più bravi tra i 150-200 ragazzi che con alterne vicende si sono affacciati a questa esperienza. Per alcuni è durata 10 minuti, per altri un mese, per altri 6, per altri durerà per tutta la vita. Troppo spesso ho visto persone togliere il disturbo senza nemmeno dire ciao, senza nemmeno lamentarsi, senza nemmeno spiegare e spiegarsi. Questa è maleducazione, non è essere delusi.

Ho visto troppa gente criticare senza contenuti. Ho visto un gruppo capace di fare cose strepitose in 10 minuti. Ora voglio vedere solo la seconda parte.

Dino ->

Non lavorerò per nessuna persona o azienda che mi vincolerà a sè.

Non sarò socio di nessuna società fino a quando il mio amore per il mondo non farà spazio all’amore per la stabilità, magari per un figlio, per qualcosa che mi porterà a diventare meno nomade mentalmente. Se qualche EmiLabbo vuole fondare corporazioni o gruppi ristretti, non ci sarò mai. Nella misura in cui il gruppo sarà leale con me. E se non sarà leale con me, me ne andrò. Spiegando per filo e per segno.

Non lavorerò in esclusiva per nessuno. Voglio fare 5 o 6 lavori contemporaneamente, e tenermi libero di prendermi un anno sabbatico o di andare a mare di lunedì pomeriggio o di mercoledì, al tramonto, giusto per andare a fare l’amore in qualche caletta mentre le zanzare ti succhiano pure il midollo.

Voglio che la gente rispetti il mio, il nostro lavoro. Voglio i preventivi controfirmati. Voglio sudare e voglio fare tardi la sera. Voglio mangiare in modo irregolare, accontentarmi delle patatine al Gabbiano ma voglio anche finire dentro ad un ristorante stellato Michelin. Voglio tenere i bermuda e le t-shirt anche davanti ai grandi del mondo.

Voglio che la gente torni ad avere speranza, voglio uccidere il qualunquismo, voglio che tutti noi ci rendiamo conto che il mondo, le masse, le grandi questioni che ci regolano, dipendono sempre e solo dalle attitudini psicologiche di ciascuno di noi. E che, quindi, saper gestire il mondo vuol dire saper gestire i sogni di ognuno.

Voglio lavorare gratis per le cose in cui credo, anche per tutta la vita se necessario. I soldi bastano per campare, con una Porsche non credo di poter cambiare il mondo, al massimo posso trascinarmi più velocemente da un posto all’altro.

Mi fanno vomitare i discorsi arrivisti, anche di chi, tra di noi, batte cassa. La gavetta è una cosa seria, amici miei. Lavoro gratis da sempre o quasi, e quando non lavoro gratis lavoro sottopagato. Non mi sono mai lamentato, e non mi lamenterò mai.  Se si vuole cambiare il mondo si dovrebbe ragionare così, se si vuole cambiare solo la propria vita, è giusto lamentarsi.

Ora voglio chiudere qua, ma credo che scriverò ancora. Ho parlato tanto, ma la verità è che sono stato zitto per tutti questi mesi.