Tag Archives: emilab

Move On

7 Mar

La via primaria per costruire la fiducia è combattere per le cose che vogliono le persone. Ogni volta che facciamo qualcosa, ogni volta che mostriamo leadership, la nostra membership verrà fuori.

 

(Ron Boyd, fondatore di MoveOn)

Mercenari d’ingegno

21 Lug

La campagna elettorale di Michele Emiliano è di EmiLab è stata per certi versi gemmatrice.

Nel 2010 abbiamo visto che le campagne di Vendola e di Palese si assomigliavano più di quanto accade solitamente tra campagne di destra e sinistra sul web.

Questo anche a causa del fatto che Palese ha comprato quattro ragazzi di EmiLab.

Ma si è vista la mano del mercenario d’ingegno.

(Stefano Cristante)

ho cresciuto una generazione

7 Mag

Hai creato dei mostri.

(Giovanni Sasso, ascoltando “Non ho le tag”)

gli insospettabili

3 Mar

Questa volta voto Nichi.

Me lo dice Sergio Magliocchi, che sul suo FB dichiara: “visto che la destra si comporta in questo modo, forse facciamo un pensierino a sinistra“.

Sergio mi ha autorizzato alla pubblicazione della conversazione, a condizione che io dicessi anche che la sua idea sull’uomo Simeone Di Cagno Abbrescia non è cambiata.

l’idea di resistenza, aggiornata al 2010

14 Gen

La resistenza al potere si ottiene mediante i medesimi due meccanismi che nella società in rete costituiscono il potere: i programmi delle reti e le commutazioni tra reti.

Così, l’azione collettiva dei movimenti sociali, nelle loro svariate forme, mira a introdurre nuove istruzioni e nuovi codici nei programmi delle reti.

Per esempio, nuove istruzioni per le reti finanziarie globali significano che, in condizioni di estrema povertà, vada abbuonato il debito ad alcuni paesi, come richiesto e in parte ottenuto da Jubilee, il movimento internazionale per la cancellazione del debito.

Riprogrammazioni più radicali vengono da movimenti di resistenza che mirano ad alterare il principio fondamentale di una rete – o il Kernel del sistema operativo, se posso permettermi un parallelo con il linguaggio dell’informatica.

[..]

Il secondo meccanismo di resistenza consiste nel blocco dei commutatori di connessione tra reti, quelli che fanno sì che le reti siano controllate dal metaprogramma di valori [..] comprendono il blocco del collegamento in rete tra le grandi aziende e il sistema politico regolando il finanziamento della campagne elettorali o evidenziando l’incompabilità tra essere vicepresidente e continuare a ricevere compensi dalla propria azienda che che si è aggiudicata appalti militari.

[..]

Una minaccia più radicale ai commutatori riguarda l’infrastruttura materiale della società in rete: gli attacchi materiali e psicologici ai trasporti aerei, alle reti di computer, ai sistemi di informazione e alle reti di strutture da cui dipendono il sostentamento della società nel sistema altamente complesso ed interdipendente che caratterizza il mondo informazionale. La sfida del terrorismo è dichiarata esattamente su questa capacità di prendere a bersaglio commutatori materiali strategici in modo tale che la loro messa fuori uso, o la minaccia di una loro messa fuori uso, scompagini la vita quotidiana della gente e la costringa a vivere in uno stato d’emergenza.

[..]

La resistenza al potere programmato nelle reti si svolge anch’essa mediante e tramite le reti.

Anche queste sono reti di informazione alimentate da tecnologie di informazioni e comunicazione. Quello impropriamente etichettato come movimento antiglobalizzazione è una rete globale-locale organizzata e dibattuta su Internet, e strutturalmente collegata con le reti mediatiche.

Al Qaeda, e le sue organizzazioni correlate, è una rete composta da molteplici nodi, che hanno scarso coordinamento centrale e che mirano anch’essi alla commutazione con le reti mediatiche, attraverso le quali contano di spargere la paura tra gli infedeli e di infondere speranza tra le masse oppresse dei credenti.

[..]

Nella società in rete, il potere viene ridefinito, ma non scompare. Nè svaniscono le lotte sociali. Dominio e resistenza cambiano di carattere in base alla specifica struttura sociale da cui traggono origine e che modificano con la loro azione.

Il potere governa, i contropoteri lottano.

(Manuel Castells, Comunicazione e Potere, 2009)

il rompighiaccio

9 Gen

E’ da quando mi conosco che rompo il ghiaccio.

Ho aperto numerosi fronti. Ho offerto opportunità a gente che nemmeno conoscevo. Leggevo, avevo idee, proponevo, organizzavo riunioni, gruppi di lavoro.

Ho messo su EmiLab, l’anomalia comportamentale della Bari contemporanea.

Ho messo in piedi gioiose macchine da guerra. Ho messo in rete risorse umane, relazionali, talvolta economiche. Ho generato ricchezza.

Eppure, raramente il mio contributo è stato valorizzato, altrimenti non si spiega com’è possibile che tutte le persone che, attraverso il mio lavoro, sono finite in radio, in uffici, in stage, in tesi, in società, ovunque, non si siano degnate nemmeno di ringraziarmi.

Il mio essere propositivo, generoso, folle, idealista ha permesso ad alcune persone di fare cose che, altrimenti, non sarebbero mai successe.

Rompere il ghiaccio vuol dire schierarsi in prima linea. E prendere le mazzate.

Spesso, troppo spesso, vengo valutato, giudicato per le mie idee. Talvolta noto un livello di puntiglio esasperante, logorante.

Toccare le virgole è una condizione accettabile solo se, chi lo fa, è un tuo superiore, o ha la dignità e l’autorevolezza morale di poterlo fare. Se, per meriti acquisiti, è alla pari con te.

Spesso queste valutazioni provengono invece da persone che non hanno ancora capito cosa vogliono dalla loro vita, che non sarebbero mai in grado di avere un’idea propria e che aspettano che qualcuno li salvi dall’inedia.

Bene, io mi sono rotto i coglioni di essere valutato sempre, sopratutto se le valutazioni provengono dall’emisfero dei pavidi.

Noto una certa stanchezza intellettuale attorno a me. Anche a me piace dormire. Anche a me piace dire che una cosa fa cagare, quando fa cagare.

So perfettamente che essere politicamente corretto è talvolta molto più difficile e stancante che esprimere opinioni sprezzanti. E quindi non vedo perchè io dovrei stancarmi più di chi, invece, distrugge cose per il gusto di farlo, forse per non sentirsi mediocre.

Vediamo come va senza rompighiaccio.

EmiLab – mi (s)bilancio

10 Lug

Dovevo scrivere questo post un mese fa.

Poi mi hanno detto che per 700 voti mancanti dovevo lavorare altri 14 giorni. E così ho aspettato.

Poi abbiamo vinto 60 a 40, e festeggiare era importante, troppo importante. E così ho aspettato.

Poi mi sono reso conto che la gestione di una vittoria è ben più complessa della gestione di una sconfitta, in termini di ambizioni, aspettative, desiderio di riconoscimento, depressione post-elettorale, ansia, sindrome da abbandono, paura che siamo stati tutti spremuti, usati, gettati.Una paura che mi è stato chiesto di placare pur non avendone i mezzi.

E così, ho aspettato. Fino ad ora. Consapevole che quello che scrivo potrebbe avere effetti collaterali anche gravi, e che intorno a me non leggo persone influenti sbilanciarsi, e credo che non lo facciano perchè non conviene farlo. Io scrivo lo stesso. Magari divento non influente. Magari mi fanno fuori. E sarebbe anche ora.

Dino

Ho vinto la campagna elettorale.

Emiliano è il primo sindaco in Italia su Facebook. Tutti parlano di EmiLab. Anche Michele, che per mesi non ha mai manifestato il minimo segnale di approvazione per ciò che facevo (“perdi tempo ai pc”, “sei uno scienziato”, “il mondo non si riduce alle comunità virtuali”), ha dovuto ammettere, il giorno in cui quel 60 percento si è manifestato, che “su Internet li abbiamo distrutti”.

Ho guadagnato meno di 3 euro all’ora. Ho dimenticato il sabato e la domenica. Per diversi mesi non sapevo cosa volesse dire dormire 8 ore. Mi è tornato l’amore di casa, dato che casa non so nemmeno più com’è fatta. Ho tenuto duro. Ho subìto attacchi personali. Ho dovuto non contraccambiare. In campagna elettorale non si fa la guerra ai tuoi amici.

Sono riuscito a mettere insieme tanti bravissimi ragazzi, tutti innamorati di una città che non sempre li saprà ricambiare. Ho dato speranza a una generazione che non aveva nemmeno più voglia di sentir parlare di futuro. L’ho fatto senza chiedere niente in cambio. Non mi aspettavo e non mi aspetto posti in Comune, stipendi milionari, favori personali. In verità, non mi aspetto nemmeno un qualche credito di riconoscenza. Ma capisco chi la pensa diversamente da me.

Ho dimostrato a me stesso che non c’è bisogno di andare via da Bari per fare ciò che si sogna. Ho dimostrato alla città di Bari che questo è possibile. Ho dimostrato a chi non vuole che certe cose siano possibili, che adesso converrà che si difendano da un’ondata di gente che non ha poltrone da dover riempire, ha molta fame e non vuole guardare in faccia a nessuno. E che non si commuoverà se dovrete essere travolti.

Ho saldato il mio debito di riconoscenza verso la mia città. Se mai dovessi lasciarla, non sarà per vigliaccheria o per convinzione che Bari non sia in grado di offrirmi ciò che voglio, ma solo per crescere. Voglio invecchiare a Bari. La voglio migliorare. Voglio che quello che sta succedendo in Puglia possa servire a tutta l’Italia. Ci vorranno vent’anni di lavoro, sempre così, sempre sotto lo schiaffo. Di notte, di giorno, dritti, storti.

I soldi non ci saranno quasi mai. Si tratterà di non perdere la testa, di non lavorare per i soldi ma per una comunità, per i nostri sogni. Sì, lo so che è un concetto abusato, lo so che c’è stato il ’68 e mo stanno tutti sulle barche, lo so che dopo Emiliano nel 2004 e Vendola nel 2005 dico cose che sono poco credibili. Lo so. Pensate che mi scoraggi?

Perderò molti amici, altri ne troverò. Difficile che ne ritrovi qualcuno: sarò sempre diffidente verso i cavalli di ritorno. Chi ha deciso che non valevo un cazzo, si dovrà pentire. Chi mi ha tradito, ha già deciso.

Spero che la mia donna possa sempre capirmi, sostenermi, aiutarmi. Spero che la mia donna possa credere che la mia priorità non sarà mai il lavoro, per quanto non ho nessuna intenzione di rinunciare ai miei progetti. Io, però, dovrò sempre meritarmi questo credito di fiducia e dovrò sempre baciare la terra se la mia donna sarà così leale con me.

Sono diventato sociopatico. Le relazioni individuali che ho dovuto gestire sono state troppe. Ora amo i gruppi ristretti, le conversazioni fitte, che non parlino di cose inutili. Mi piace costruire, il gossip mi ha sfasciato i coglioni. Quello su di me non lo immagino nemmeno. Mi sono abituato alla sovraesposizione mediatica, molto meno al fatto che la gente spesso faccia finta di dimenticarsi che ho 25 anni, come loro, che mi guardano, e chiedono. Sempre.

EmiLab è il futuro

Diventerò molto più duro e molto più severo di quanto non lo sia mai stato. Ora conosco Bari in ogni angolo. Conosco la mia generazione. Conosco chi mi sta vicino. Uno ad uno. So il valore di ognuno. So quanto ognuno dei ragazzi vale  oggi, so quanto può valere domani. So come posso motivarli. Conosco le loro paure. Conosco chi cercherà di perdere sempre per paura di vincere. Saprò distinguere chi vende fumo da chi sa lavorare, perchè vi ho guardato, vi ho guardato tutti, negli occhi.

Avrò sempre paura della rabbia delle persone, del sentimento di vendetta, dei comportamenti mossi dalla paura, dell’ingordigia, dell’egoismo, del fatto che non a tutti interessa mettere il gruppo davanti alle proprie motivazioni. Avrò paura dei soldi nella misura in cui i soldi possono dividerci, in cui i soldi diventano il motivo per stare insieme, in cui i soldi ti fanno perdere i treni. Se sto dove sto, è perchè dei soldi me ne sono sempre fottuto. Se volete un insegnamento dal vostro “capo”, prendetevi questo.

Ora sono volontario, come tutti. E mi impegnerò come tutti. Non un briciolo di più. Non voglio comandare, non per tutta la vita, non senza mandato. In questi mesi l’ho fatto perchè era giusto così. Ho imparato a fare il capo, non so se sarò mai un leader, non sono carismatico, non so dare ordini. Temo che a nessuno sia interessato davvero il mio pensiero, ascoltarlo, farne tesoro. Serviva una guida, non un’opinione di un amico. Serviva uno che risolve i problemi, uno che ti da il contatto, che ti gira il lavoro, che sta in ufficio a qualsiasi ora. Dimostratemi che mi stavo sbagliando.

Farò di tutto perchè tutti possano trovare una ragione per stare insieme. Ma non inseguirò nessuno, più nessuno. Voglio che il gruppo si espanda, voglio che abbia il coraggio di mettersi di traverso, voglio che abbia il coraggio di morire di fame, voglio che sappia arricchirsi con furbizia e senza prevaricare nessuno. Voglio la cattiveria nei confronti di chi pensa di poterci sfruttare. Voglio sputtanare tutti quelli che lavorano male. Voglio che EmiLab abbia il coraggio di darsi un nome nuovo ed un volto ancora più nuovo. Voglio essere il primo in Italia a fare qualcosa, ancora una volta, stavolta non da solo.

Voglio che tutti la pensino così. Voglio che chi non la pensa così abbia il coraggio di dirmelo in faccia. Voglio che chi non sta bene con me me lo dica, e che mi mandi a fanculo se è necessario. Voglio sapere se sono un invasato. Voglio che chi lavora decide, e chi non lavora abbia rispetto per il lavoro degli altri e non pontifichi. Voglio che tutti siano riconoscenti con tutti per quello che abbiamo fatto. Perchè se non ci fossimo stati noi, adesso non staremmo nemmeno a parlare di futuro.

Sono tra i più bravi tra i 150-200 ragazzi che con alterne vicende si sono affacciati a questa esperienza. Per alcuni è durata 10 minuti, per altri un mese, per altri 6, per altri durerà per tutta la vita. Troppo spesso ho visto persone togliere il disturbo senza nemmeno dire ciao, senza nemmeno lamentarsi, senza nemmeno spiegare e spiegarsi. Questa è maleducazione, non è essere delusi.

Ho visto troppa gente criticare senza contenuti. Ho visto un gruppo capace di fare cose strepitose in 10 minuti. Ora voglio vedere solo la seconda parte.

Dino ->

Non lavorerò per nessuna persona o azienda che mi vincolerà a sè.

Non sarò socio di nessuna società fino a quando il mio amore per il mondo non farà spazio all’amore per la stabilità, magari per un figlio, per qualcosa che mi porterà a diventare meno nomade mentalmente. Se qualche EmiLabbo vuole fondare corporazioni o gruppi ristretti, non ci sarò mai. Nella misura in cui il gruppo sarà leale con me. E se non sarà leale con me, me ne andrò. Spiegando per filo e per segno.

Non lavorerò in esclusiva per nessuno. Voglio fare 5 o 6 lavori contemporaneamente, e tenermi libero di prendermi un anno sabbatico o di andare a mare di lunedì pomeriggio o di mercoledì, al tramonto, giusto per andare a fare l’amore in qualche caletta mentre le zanzare ti succhiano pure il midollo.

Voglio che la gente rispetti il mio, il nostro lavoro. Voglio i preventivi controfirmati. Voglio sudare e voglio fare tardi la sera. Voglio mangiare in modo irregolare, accontentarmi delle patatine al Gabbiano ma voglio anche finire dentro ad un ristorante stellato Michelin. Voglio tenere i bermuda e le t-shirt anche davanti ai grandi del mondo.

Voglio che la gente torni ad avere speranza, voglio uccidere il qualunquismo, voglio che tutti noi ci rendiamo conto che il mondo, le masse, le grandi questioni che ci regolano, dipendono sempre e solo dalle attitudini psicologiche di ciascuno di noi. E che, quindi, saper gestire il mondo vuol dire saper gestire i sogni di ognuno.

Voglio lavorare gratis per le cose in cui credo, anche per tutta la vita se necessario. I soldi bastano per campare, con una Porsche non credo di poter cambiare il mondo, al massimo posso trascinarmi più velocemente da un posto all’altro.

Mi fanno vomitare i discorsi arrivisti, anche di chi, tra di noi, batte cassa. La gavetta è una cosa seria, amici miei. Lavoro gratis da sempre o quasi, e quando non lavoro gratis lavoro sottopagato. Non mi sono mai lamentato, e non mi lamenterò mai.  Se si vuole cambiare il mondo si dovrebbe ragionare così, se si vuole cambiare solo la propria vita, è giusto lamentarsi.

Ora voglio chiudere qua, ma credo che scriverò ancora. Ho parlato tanto, ma la verità è che sono stato zitto per tutti questi mesi.

Le dieci canzoni della campagna elettorale

6 Giu

10.

AJ Rahman featuring Pussycat Dolls – Jai ho

9.

Vanessa da Mata featuring Ben Harper – Boa Sorte

8.

Barry White – you are my first, my last, my everything

7.

Green Day – know your enemy

6.

Prodigy – warriors dance

5.

Deadmau5 – i remember

4.

La Roux – in for the kill (Skream let’s ravey remix)

3.

Lily Allen – not fair

2.

Florence and the Machine – dog days are over

1.

Fabrizio D’Elia – Lascia che sia

http://www.myspace.com/fabriziodelia – Fabri, mettila su Youtube!

(potrei anche pensare di fare un bootleg, ho lasciato almeno un’altra decina di brani fuori)

(se mi mandate al ballottaggio vi faccio un EP)

sbilancio della settimana

9 Mar

Titolo alternativo: bi-lancio della settimana

E sì, perchè lo scorso appuntamento settimanale l’ho saltato. L’ho saltato perchè mi sono ritrovato al martedì; ancora dovevo parlare della settimana precedente ed ero già infognato con la successiva.

O forse perchè gli ultimi 14 giorni dovevano essere vissuti come un blocco unico.

Passi da essere messo in mezzo su un forum perchè qualcuno, non si sa bene perchè, se per farsi bello (e contemporaneamente, perchè no, mostrare la sua cattiveria), o per ingenuità, rischia di mettere a repentaglio carriera mia e rapporti altrui, ad aver commosso tante persone, solo con un’idea e con il feroce lavoro quotidiano perchè sia vera, tangibile.

Passi dall’essere oggetto di scherno da parte di chi, probabilmente, non ha avuto quello che pensava di meritare e allora è meglio dare del venduto a chi, invece, prova a farcela senza lamentarsi del successo altrui nè biasimando l’insuccesso, a trovare di colpo il senso di tante tue scelte, in generale dei bivi presi, delle strade lasciate, di alcuni no inspiegabili solo apparentemente.

In ogni caso ho messo su il vaccino rapidamente. Quando parlano di te senza conoscerti, bene o male, poco importa, ti rendi conto che in ogni caso salirai sul cazzo a qualcuno senza motivo, o la gente ti vorrà bene (?), sempre senza motivo. E allorà converrà imparare a fottersene molto rapidamente, seppur con il massimo rispetto di tutte le opinioni dissenzienti dalla propria. E mi sono buttato a capofitto sul Giorno.

Il 6 marzo non ce lo leva nessuno.

Non ce lo leverà chi vuole utilizzarlo per tornaconto politico proprio. Chissà quanti diranno che “Emilab l’ho inventato io”. Chissà quanti, invece, mi attribuiranno il ruolo che ho.

Non ce lo leverà chi proverà a metterci dentro beghe personali, o come trampolino per attaccare Emiliano.

Non ce lo toglierà chi vorrebbe essere con noi, ma forse voleva essere chiamato in carta bollata, quando basterebbe presentarsi qua con un filo di umiltà, e sarebbe accolto come un re. Perchè qua stiamo facendo il bene di Bari, prima che il bene di Dino.

Nessuno potrà minimizzare le emozioni di tutti quelli che hanno deciso che a Bari bisogna dare una possibilità, in culo a chi dice che falliremo, che senza un consigliere comunale non siamo nessuno, che alla fine falliremo la battaglia della rappresentanza.

Chi parla senza sapere non merita molto tempo da parte di chi prova a voler bene proprio a quelle persone che parlano senza sapere.

Ma ora viene il bello. Il difficile.

La cosa più complicata, ve lo garantisco, è posare il giocattolo e lasciarlo a chi ne è ora proprietario. Smettere di fare il “boss” (qui c’è una campagna elettorale da vincere, mi perdonerete se per tre mesi mi preoccuperò anche di questo) e imparare a fidarsi ciecamente di chi ci ha messo l’entusiasmo, la testa, il cuore.

Di chi sembrava pronto, ma pronto da sempre. Di chi si aspettava una chiamata, ma senza tessere di partito, senza promesse, senza sognare senza basi. Perchè di quel mondo siamo stanchi un po’ tutti. Di quel mondo in cui la gente ti chiama quasi sempre perchè ha qualcosa da venderti, un favore da chiederti, una solitudine, spesso celata male e celata con rabbia e ansia, da placare.

Ora viene il difficile perchè abbiamo 149 aspettative individuali da intrecciare, da soddisfare. Paure da lenire. Emozioni da condividere, lavoro di gruppo da fare, denti da stringere e da far stringere, cattiverie da schivare, invidie da interpretare, ammirazione smodata da gestire.

Ora viene il difficile perchè ora il futuro non ha un nome e un cognome sicuro, non ha tappe prefissate (se non quelle dei singoli obiettivi da raggiungere). Ora, come non mai, il futuro siamo noi. E questa non è retorica, perchè qui ci sono delle fottute basi metodologiche, teoriche, pratiche, che nessuno mi riconoscerà mai.

Perchè io faccio politica da 30 anni

Perchè tu non hai esperienza

Perchè Emiliano, alla fine, è del PD e ti vuole fottere

Dite pure, fate pure, non avete ancora capito che questo gruppo nasce per bastarsi. Lavora per stare insieme. E basta.

Chiudo questo sfogo romantico rivolgendomi a tutti quelli che, ogni giorno, decidono di lasciare Bari perchè qui non c’è un cazzo da fare, non c’è lavoro, non ci sono prospettive.

E adesso cosa dite? E’ colpa di Bari, o della vostra incapacità di mettervi in gioco?

p.s. ok tutto, ok Bari rivoluzionata da un colpo di testa. Ma in questo momento la mia serata andrà meglio a causa di un SMS. Rassicurante. Scusatemi se ogni tanto uso il blog per farmi i cazzi miei.

Antropologia, ergonomia, autonomia

25 Gen

Antropologia

disciplina che studia l’uomo nei suoi aspetti fisico-organici e razziali (antropologia fisica) o, in stretta correlazione con le scienze umane, le caratteristiche culturali dei vari gruppi (antropologia culturale) | antropologia criminale, scienza medica che studia i tratti somatici e le anomalie fisiche e psichiche che caratterizzano i criminali | antropologia filosofica, studio e descrizione dei tratti essenziali che definiscono la vita e il comportamento umano.

Da martedì mattina ho un nuovo lavoro. Potrei dire che ho una nuova versione di un lavoro che avevo già iniziato circa 3 mesi fa, ma non sarebbe vero. La differenza è qualitativa, oltre che quantitativa.

Mi sono, ci siamo trasferiti in un nuovo palazzo, in un nuovo ufficio, tutto nostro; in un piano di uno stabile, tutto nostro. Le chiavi, la saracinesca, le luci, il pc, il caffè portato da Gino il barista, i fogli attaccati ai muri. Tutto è diverso.

Nella prima settimana del nuovo vecchio lavoro, la cosa che mi ha più affascinato è la formalizzazione di uno status. Sì, sono un capo ora. I rapporti umani con i miei colleghi (ah, che cacata definirli così: ma è vero, sono colleghi), seppur vincolati da rapporti di stima e in alcuni casi di amicizia, dovranno essere ora regolati (anche) da ragionamenti verticali. Io dico, loro fanno. Io delego, loro eseguono.

A dirlo, a scriverlo, a rileggerlo, mi fa paura. Cazzo, ho 24 anni. Non so manco se so starci, in un gruppo di lavoro. Se lo so creare, un gruppo di lavoro. E qua invece mi devo sbrigare a imparare a fare il capo. A fare il leader, che è molto più difficile. Non a caso, la psicologia del lavoro si interroga da decenni su chi è un buon leader, se leader si nasce e si diventa, se capo e leader sono la stessa cosa.

Ecco, io sono felicissimo dei miei studi, ma in questo caso mi regalano solo paranoie supplementari.

Non basta guidare un gruppo, nel nostro caso. Bisogna saper capire le persone, le loro emozioni, diffidenze, paure, stanchezze, bisogni. Sapere quando puoi lasciarli tranquilli e quando, proprio no, bisogna essere impopolari, cattivi. Come una medicina necessaria.

Bisogna essere bravi capi, ma mai dimenticare che qua ci sono dei rapporti personali, dei legami profondi, che valgono di più, molto di più, del lavoro. Difficile, difficilissimo.

Ergonomia

scienza che studia il rapporto uomo-macchina-ambiente per ottenere il migliore mutuo adattamento.

Il nostro nuovo ufficio è abbastanza costipato. Questo è l’unico difetto. E’ in fondo alla struttura, ancora in divenire. Ci sono tavoloni vecchi che aspettano di essere fatti volare. Per il resto è tutto molto bello.

Ho una scrivania grande e già disordinata, e non poteva essere diversamente. Il pc è veloce, forse anche più veloce di quello da cui vi sto scrivendo. Ho messo Skype per le conference call, ho tutto quello che serve. Fra un po’ arriva il server e così sembreremo un gruppo davvero figo, che mette i propri documenti in condivisione e se li passa da una parte all’altra. Ogni luogo ha una sua storia, e credo che lì riuscirò a lavorare molto bene.

Ho Lino di fronte, Gettone è un po’ il libero, Vittorio e Gemma di là. A pensare che siamo un laboratorio di ricerca, quasi mi vien da sorridere.

Autonomia:

1 il governarsi da sé, sulla base di leggi proprie, liberamente sancite: l’autonomia dei popoli, degli stati ‘ (filos.) in Kant, capacità della ragione di darsi da sé stessa la legge morale (si contrappone a eteronomia) | (dir.) facoltà di autogoverno riconosciuta dallo stato agli enti amministrativi territoriali (regioni, province, comuni) in materie di interesse specifico delle comunità amministrate
2 indipendenza, libertà di pensare, d’agire
3 tendenza politica di estrema sinistra, sorta in Italia negli anni ’70, che negava radicalmente le istituzioni politico-sociali tradizionali:
l’area di autonomia
4 detto di macchine, motori, mezzi di trasporto, la durata di funzionamento (o la distanza da loro percorribile) senza essere riforniti d’energia, di carburante o di combustibile:
l’autonomia di volo di un aeroplano.

Devo aprire anche la saracinesca. Non è oliata, è durissima. Ogni volta che ci provo ho paura che mi venga un’ernia. Dovrei anche mettere quella lastra di ferro anti-pioggia, fondamentale visto che il centro connessione, da quanto ci ha detto lu tecnicu (è di San Vito dei Normanni, non sono io che sono razzista),  è sensibile all’umidità.

Sì, siamo un gruppo di lavoro coi reumatismi.

Però, vuoi mettere. Apri quando vuoi, chiudi quando vuoi, mangi quando vuoi, vai in pausa caffè quando vuoi. E quanto vuoi. Gli orari li fai tu, i tempi anche. Il luogo dove stare pure. E’ casa tua, più casa tua di casa tua. Puoi passare l’intera giornata a lavorare con la tua donna, se non ti fissano riunioni. Manca solo qualche sgamo di quelli che piacciono a me.  Ma anche in quel caso, “il capo sono io”.

E proprio per questo, posso fare una figura di merda ancora più gloriosa. Non vedo l’ora.