Corse, sgami e vibrazioni

7 Dic

Ho come la sensazione che nemmeno questo piacevole rituale di arrivare al weekend e provare a digerire gli stimoli della settimana e trasformarli in una sorta di punto di arrivo che riesce anche ad essere punto di partenza per la settimana successiva,  possa oramai bastare.

Sì, perchè mi sono ritrovato a fissare lo schermo per dieci minuti a cercare di stabilire da dove iniziare.

Anche questo paradosso è tipico: quando c’è tanto, tanto da dire o tanto da fare, spesso si rimane bloccati a perdere tempo a riordinare le idee.

Potrei raccontarvi di lunedì: 6 ore di treno, 6 di lavoro, 1 e mezza di radio e due di Dr.Why (tra l’altro la peggiore performance della nostra storia, io e Pippo ci siamo imborghesiti e siamo sempre più riluttanti a rischiare. E’ colpa nostra, suggeritrici dell’hinterland)

O di martedì, quando ti hanno detto che anche questo weekend sarebbe stato “sporcato” dagli impegni, e quando hai dovuto prima di tutto badare alla delusione che causavi nella persona che ti ama, prima di poterti preoccupare di quanto ti sentissi fregato tu. E in ogni caso ti sei sentito in colpa come un ladro, anche se sai perfettamente che non è colpa tua. Un sentimento da un lato ingabbiante, dall’altro tremendamente bello, perchè ti sei reso conto che le tue priorità sono cambiate davvero, al di là della frase “le mie priorità sono cambiate” che mi piace ripetere.

O di mercoledì, quando mi son preso lo sgamo più grosso e divertente della mia storia. Col senno di poi, chiaramente. (strano che l’evento-cardine mi abbia preso solo un rigo. Sarà che ci sono cose che il pubblico non deve sapere)

O del giovedì successivo, quando ho lavorato (e presenziato alle riunioni anche con clienti esterni) con un asciugamano sulle gambe, per quanta acqua ero riuscito a portare dentro i miei vestiti. Un giovedì in cui dovevi sbirciare ogni linguaggio del corpo di chi, forse, ti aveva sgamato il giorno prima, e tu pregavi che la tua fosse ritenuta una semplice goliardata. E poi è finita bene, benissimo, come fin troppo spesso accade in questi giorni.

O del venerdì in cui finalmente si è fatto un briciolo di chiarezza sui prossimi mesi (anni?), una chiarezza di cui ho bisogno più per capire quando uscire di casa che per reale cruccio mio. In cui sono intervenuto ad una radio argentina. E così, nella provincia di Buenos Aires, qualcuno ha dovuto ascoltare la mia voce nasale senza lamentarsi poi troppo della cadenza che qui in terra natìa, giustamente, mi rimproverano. E che, se non correggerò, mi impedirà di sfruttare al meglio i miglioramenti nella parlantina di questi mesi.

O del sabato di lavoro full-time (ma proprio full! Ho chiuso Proforma alle 21.30, non prima dell’addictive brunch del Komodo. E’ un’ottima scusa per andare a lavorare pure a inizio weekend), poi coronato dalla mia prima serata danzante in compagnia della donna. Una roba indescrivilmente bella. Un ulteriore segnale fortissimo.

O di questa domenica di sonno un po’ recuperato, ma buono solo a darmi le energie per proiettarmi alla serata, con Sampdoria-Genoa, la partita per me più attesa dell’anno, un’attesa quest’anno fastidiosamente velata di pessimismo. Di questi miei sms mai scritti prima. Di questa domenica di Controfestival, di questo secondo anno di Controfestival.

Ecco, prendiamo il Controfestival ad esempio. Come collante tra la prima e la seconda fase del concetto.

Vedendola così, ti rendi conto che è sbagliato analizzare questi sette giorni con fare modulare. Sarebbe meglio descriverli con una sola idea.

Potentissima.

Più di una volta, questa settimana, mi sono sentito un autentico privilegiato. Sto avendo troppo culo, diciamocelo. Mi sto già preparando a stare meno bene. E in verità non so nemmeno se questo sia l’atteggiamento corretto. Se, piuttosto, non devo fottermene e godermela finchè dura.

Fatto sta che ogni giorno, per un motivo o per un altro, mi son detto che non so se è giusto tutto questo, non so se lo riesco a gestire, non so se me lo merito, non so se lo so spiegare, non so se è fortuna o inizio di raccolto dopo tanto seminato, non so se è una mia attitudine (magari le stesse cose, mesi fa, mi sarebbero sembrate punizioni) o se veramente è cambiato tutto.

Di sicuro ho il privilegio (l’ennesimo!) di vivere il momento dello scatto di questa fotografia che racconta del cambiamento. Un cambiamento fatto di gesti rapidissimi, ma che sto vivendo in una sorta di rallenty. Mi rendo conto di ogni singolo miracolo.

Non so se sono bravo a gratificare chi sta contribuendo a questo orgasmo della vita che oramai dura da mesi.

Noi uomini non siamo abituati ad orgasmi così lunghi e così totalizzanti.

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