Fotografia del 23 novembre 2017 – Un anno un po’ sabbatico

26 Nov

Le principali decisioni della mia vita recente sono state prese svegliandomi al mattino, scoprendo che nella notte è stato spinto un interruttore nel cervello e che lo switch mi ha sbalzato da un’altra parte.
È stato così anche ieri.
Mi sono svegliato e ho deciso che mi prendo (almeno) un anno sabbatico all’insegnamento. Chiudo con le ultime due docenze già fissate (una domattina) nel 2017, poi mi fermo. Per un tempo indefinito.
Le ragioni in verità sono molte, alcune nobili e altre meno; alcune condivisibili e altre meno.

Provando a fare la sintesi più sincera e completa insieme, va più o meno così. Insegno ininterrottamente da 7 anni, insegno una disciplina sfuggente come la comunicazione politica, se non studio invecchio e tanto invecchio in ogni caso (se c’è un limite di mandato per i politici magari è giusto che ci sia un limite di mandato anche per noialtri. Ogni tanto penso a questo paradosso).

Oggi sento il bisogno di imparare più che di insegnare, di scrivere più che di parlare, di interagire più che di girare con le slide. Sento il bisogno di assomigliare alle parole che uso, e la verità è che non sempre ciò che insegni è facile da applicare: la cosa è ancora più faticosa se sei contemporaneranamente potenziale oggetto e potenziale soggetto di ciò che insegni, se sei lo studiante e lo studiato insieme.

Sento anche il bisogno di spazzare il campo dall’ipocrisia (uno dei miei principali avversari del periodo, insieme alla retorica) e quindi è opportuno dire che posso smettere di insegnare anche perché adesso (finalmente! Forse!) me lo posso permettere.
Mi piacerebbe tenere solo una cattedra universitaria, magari ancora a Perugia o dove servo. Per stare coi ventenni, e per difendere il curriculum. Poi basta.

Mi piacerà continuare a girare l’Italia ma senza lezioni. Solo per confrontarmi. Dibattiti, tavole rotonde, presentazioni di libri o simili, Aperidino o simili, sessioni di domande senza rete.
Tutto il resto va via fino a quando non mi sentirò di nuovo pronto. Se mai mi risentirò pronto.

Chiudo semplicemente ringraziando le migliaia di persone che mi hanno dedicato del tempo (e in tanti casi, anche il loro denaro) in questi sette anni. Mi sono divertito, ho dato il massimo; mi fermo prima di diventare banale, mi fermo per migliorare ancora.
(Post scritto sorseggiando Nikka, il mio whisky preferito, al caffè San Marco di Trieste, nella città dei caffè di Joyce e Svevo. A scanso di equivoci: sono sceso coi pantaloni della tuta)

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