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dammi una spinta – febbraio

16 Gen

Rusko – Cockney Thug: il dubstep imbastardito. Essendo il dubstep un genere bastardo, nel senso migliore del termine, potete immaginare l’impossibilità di fornire una descrizione degna. Nato a Leeds nel 1985, è uno dei dj di punta della scena londinese insieme al suo compagno Caspa. Ma i tempi sembrano maturi per un’emancipazione sia in termini di carriera, sia, soprattutto, musicali. Rusko infatti aggiunge ignoranza (anche qui, nel senso migliore del termine) alla calda paranoia del dubstep, muovendosi su terreni più elettronici, quasi clash, quasi trash. Potrebbe diventare un top-dj di fama mondiale. Italia esclusa, dove nessuno sa chi sono i Crookers. I milanesi Crookers.

Florence and the Machine – Dog days are over: NME ha già deciso che la BBC aveva visto giusto quando aveva deciso. Insomma, hanno deciso, e hanno deciso giusto. Florence Welch è bravissima. Finchè l’Inghilterra continua a sfornare queste strepitose artiste e gli Stati Uniti continuano a sfornare cloni di Beyoncè che è una cover di Alicia che è una cover di Aretha ed Ella, non c’è dubbio su dove sia il centro del mondo musicale. Jack White (po-ppo-po-po-po), bravissimo ma non esattamente un istrione, ha detto che come lei non ce n’è. Prima nel sondaggio della critica su chi sarà l’artista del 2009. Andate sul suo Myspace (www.myspace.com/florenceandthemachinemusic ), chiamate la responsabile del booking e fatela venire a suonare in Puglia. E scusatemi per l’entusiasmo.

Jamelle Monae – Many moons: non vi bastano gli Outkast? Andrè 3000 è bravissimo ma volete pure le tette? Eccovi Jamelle Monae. Lanciata proprio dal lungometraggio del duo di Atlanta, “Idlewild”, e messa rapidamente sotto contratto dalla Bad Boy di Puff Daddy, Jamelle si presenta agli onori della cronaca con un timbro assolutamente unico, con una nomination ai Grammy da perfetta sconosciuta, con il bellissimo video di questo brano, un vero e proprio cortometraggio e con una personalità assai spiccata che di questi tempi non fa male nel mondo della musica. Certo, ora viene il bello: suonare come gli Outkast (Jamelle si è trasferita ad Atlanta da Kansas City, sarà un caso?) o prendere il coraggio a due mani? Il talento c’è, si spera che non ci sia paura.

Fionder – Bari: una scelta di campanile nuda e cruda. Luigi De Michele, nato in Germania ma cresciuto a Bari, canta della sua città con disincanto, azzeccando il campionamento su cui liberare le sue rime e non lesinando siluri a chi governa ma anche a chi vive la città e a chi contribuisce a lasciare aperte ferite culturali sempre dolorose e sanguinanti. Il rap non è un genere facile in Italia, non lo è mai stato e l’attacco del marketing musicale ai Fabrifibra di turno non aiuta a superare quel velo di diffidenza verso una forma di espressione nobilissima. Chissà, si parlasse di Chicago (e a Chicago) avremmo descritto un altro mondo. E invece Fionder è qui, e quando leggerà queste righe sarà a dir poco stupito.

Magistrates – Make this work: il nome del gruppo non porterà troppo bene in Italia, visti i tempi. Ma speriamo che non ci si fermi alle apparenze: date una possibilità al falsetto di Mark, leader del quartetto dell’Essex che si autodefinisce pop e che potrebbe ricordare i Phoenix come Robin Thicke come Prince, ma che può avere potenziale aldilà di facili e ovvi apparentamenti. Certo, dopo i Ministri, anche i Magistrati: quando arriveranno anche i the Veltronis? E che musica faranno? Downtempo?

avanti pop – febbraio

16 Gen

Lily Allen – the Fear: quando nel luglio del 2006 la redazione di Coolclub mi chiese di recensire il primo album della 23enne londinese (Alright Still, voto 6) mi dissero “non puoi farlo che tu, che sei l’anima pop della redazione”. Quel giorno fu una sorta di investitura al contrario, perché prima di allora una come Lily non me la sarei mai filata. Ma in effetti chi meglio di lei, chi è più pop di una cantante che non sa cantare, non è bella, non è magra, ma è su tutte le copertine delle pagine dei giornali di gossip inglesi? In più, aggiungete una dose di coraggio infinita e ottimi collaboratori (il solito, il migliore: Mark Ronson) e vi renderete conto che avete tra le mani uno dei pezzi dell’anno di una delle artiste del decennio (Eresia!).

BPA – Seattle: ed ecco a voi il nuovo singolo di Brighton Port Authority, alias Mighty Dub Katz, alias Pizzaman, alias Fat Boy Slim, alias Norman Cook, alias Quentin Leo Cook (tra la popolarità e l’anagrafe, che cammino tortuoso), ex-bassista degli Housemartins, conosciuto prima come dj, poi come remixer, poi come produttore, fino a diventare squisito artista pop. In questa “Seattle” si accompagna ad Emmy the Great, alias Emma-Lee Moss, nata ad Hong Kong e cresciuta a Londra, prossima all’album d’esordio dopo aver fatto tour con Marta Wainwright, sorella di Rufus Wainright, figli d’arte di Loudon Wainwright III e Kate McCarrigle…basta, salvatemi.

Kerli – Walking on air: Kerli Koiv (classe ’87) è la punta di diamante della nuova tradizione della musica pop estone, ammesso che ne fosse una vecchia. Salita agli onori della cronaca per essere riuscita ad arrivare sino alla colonna sonora del nuovo James Bond (impresa ardua, ad esempio, per Amy Winehouse, giustificata da zio Mark Ronson per problemi di “salute”), biondissima, bellissima, firma per la Def Jam nel 2006 in circostanze abbastanza inspiegabili. Per una volta i discografici ci hanno visto giusto: il singolo funziona anche nelle radio italiane è l’album che segue è molto solido. E’ nato un nuovo genere: il nordic pop (dite Abba? Dite A-Ha? Dite Roxette?)

Amy Macdonald – This is the life: da Glasgow (anche lei classe ’87), l’artista più sottovalutata di questo straordinario filone di giovani cantantesse anglosassoni. Più folk che soul, più normale che maledetta, dichiara, il giorno dell’uscita di “This is the life”, di essere una fan di Justin Timberlake. Elton John dichiara invece di essere fan di quest’altra Amy, che nel frattempo entra nella top ten di tutta Europa, vendendo oltre 2 milioni di copie. Prima in classifica anche nel suo Regno Unito con l’album omonimo, giunge in questi mesi in Italia nel più perfetto anonimato. Noi sì che siamo furbi.

The ting tings – Be the one: su Internet ci sono tante cose belle, ma altrettante fesserie. Al pezzo in cui si parla di “pop raffinato” ho chiuso tutto e ho deciso di abbandonare il politicamente corretto. Questo duo di Manchester copia spudoratamente; “Be the One” è stato preso in sequestro dallo studio di registrazione dei Cure, di indie non c’è una beneamata mazza. Ma sono così piacevoli da ascoltare, così ruffiani, così pop nel loro essere finto-alternativi che si fanno amare da noi, gente raffinata.

Duni @ Coolclub, Dicembre 2008 – Gennaio 2009

6 Dic

Il giornale in versione integrale: http://www.coolclub.it/public/arretrati/coolclub%20dicembre%202008.pdf

I miei articoli:

Puglia vincente (articolo)

C’è crisi, c’è crisi dappertutto, dicono i musicisti e gli analisti, gli economisti e gli uomini della strada. C’è chi professa ottimismo come stile di vita e spera che questo possa, allo stesso tempo, rappresentare una panacea di tutti i mali. C’è chi ha paura, chi legge i dati e si spaventa, chi suona allarmi mai abbastanza rumorosi per essere recepiti

E c’è la Puglia. Una regione che cresce. Cresce a livello di immagine, grazie anche ad alcune fortunate coincidenze che hanno portato valore alle nostre meraviglie. Il caso Salento è un mix di azioni di marketing e capacità di aver saputo cogliere la “moda” in campo turistico: e così ci ritroviamo ad accogliere più turisti, anno dopo anno, mentre il resto d’Italia langue.

La Puglia cresce a livello economico: i dati sul PIL (+1,8% nel 2007, più della Lombardia, più della media delle regioni del Sud Italia) possono non rappresentare un indicatore incontrovertibile, ma paradossalmente acquistano più valore ora che i meno sono ben più frequenti dei più sulle borse e sui bilanci che al momento della loro pubblicazione. E cresce a livello culturale, dove la cultura non è l’etichetta con cui si tende ad annoverare l’insieme di quelle attività che dilettano un certo tipo di pubblico, solitamente di estrazione sociale medio-alta, ma è l’indicatore di una maturata coscienza artistica e sociale.

C’è il Controfestival, un vero e proprio viaggio che ogni anno la città di Bari percorre all’interno della propria produzione musicale. La formula tradizionale prevedeva 48 ore di concerti ininterrotti, 96 band pronte a darsi il cambio sullo stesso palco, per una rassegna aperta al pubblico, sempre, gratuitamente. Ma quest’anno, alla settima edizione, Controradio (organizzatore dell’evento) ha deciso di cambiare registro, mobilitando il centro cittadino con sette giorni di appuntamenti che riguardano non solo la musica ma anche il cinema e la fotografia. Dal 7 al 13 dicembre, dal Fortino al Cube, con eventi di grande prestigio (Puglia Night Parade in primis), Bari verrà piacevolmente stravolta, i performer potranno metterla ala prova grazie all’interazione con un pubblico ben più vasto ed eterogeneo rispetto alle annate precedenti. (www.myspace.com/controradio)

E’ questo il senso della Puglia vincente: la voglia di provarci. E’ quella che ha spinto Silvio Maselli a prendere le redini di Apulia Film Commission (www.apuliafilmcommission.it), è quella che ha spinto la Regione Puglia a investire fondi pubblici per la promozione del cinema nella nostra regione. E’ la razionalizzazione di un’intuizione: la Puglia vince perché ha più di un vantaggio competitivo, il cinema può diventare il principale strumento perché il resto d’Italia (e non solo) ne siano consapevoli. La Puglia vince perché vincono i pugliesi. Ed è proprio questo il grande segreto di questa istituzione: aggiungere valore, e non solo economico. Da “I Galantuomini” di Edoardo Winspeare, mattatore a Roma, a “Il passato è una terra straniera”, film tratto dall’omonimo libro di Gianrico Carofiglio, passando per l’ultimo lavoro di Lina Wertmuller fino ad arrivare a “Maria non gli piace”, produzione italo-tedesca realizzata proprio nella nostra regione grazie al sovvenzionamento della nostra Film Commission, capace in un anno di ridurre fortemente il gap con l’analoga struttura piemontese. E chissà che non possa ambire al ruolo di migliore Commission d’Italia, magari grazie alla realizzazione (in corso) dei cineporti, veri e propri luoghi di accoglienza per le troupe ed elaborazione per scrittori, sceneggiatori, registi ed attori.

La Puglia vince, e vince anche partite difficili, dove l’avversario è scorretto nella migliore delle ipotesi, subdolo, silenzioso e feroce nella peggiore. La Puglia sa portare centomila persone in piazza per dire no alla criminalità organizzata, come ha fatto il 15 marzo 2008, a Bari, in una manifestazione promossa da Libera, organizzazione guidata da Don Luigi Ciotti e nata proprio allo scopo di sollecitare la società civile sui temi della lotta alle mafie. E lo sa fare perché esistono realtà come ALNRC (Agenzia per la Lotta Non Repressiva alla Criminalità). L’obiettivo di questa struttura del Comune di Bari è costruire una strategia stabile, coerente e sistematica di prevenzione dei fenomeni criminosi attraverso misure che proteggano quelle fasce di popolazione maggiormente esposte al rischio di “cooptazione” da parte dei gruppi mafiosi. ALNRC vince perché coordina assistenti sociali e poliziotti, presidi e magistrati, amministrazione comunale e dirigenti delle carceri.

La Puglia vince perché non ha paura. Forse non vince sempre, forse non tutti saranno d’accordo sul fatto che la Puglia è vincente, ma chissà cosa succederebbe se questi tre esempi diventassero un modello e un’ispirazione per tutti noi.

Malika Ayane (recensione)

malika

Malika Ayane – Malika Ayane

Genere: Pop

Etichetta: Sugar

Voto: 9/10 (4,5/5)

Il mondo del lavoro anglosassone si basa su un concetto: reputazione. Solitamente ci si costruisce la reputazione attraverso le raccomandazioni, ma non nell’accezione italiana, tutta clientelare. Le raccomandazioni di Malika Ayane (malììkaiàn è la pronuncia, e lei ci tiene a sottolinearlo sul suo Myspace), cantante milanese di origine marocchina, studentessa di Conservatorio, già voce alla Scala di Milano si chiamano Paolo Conte, Caterina Caselli, Ferdinando Arnò, Pacifico e Giuliano Sangiorgi. L’Avvocato di Asti si è dichiarato addirittura fan di Malika, sciogliendo per una volta quell’aurea di austerità che da sempre ne fa una sua cifra stilistica e umana; Caterina Caselli è diventata la mammasantissima del pop italiano: se lei sceglie, è legge. E lei ha scelto: Malika è entrata in casa Sugar. Ferdinando Arnò è il nome che forse dice meno di tutti, ma è quello che forse conoscete meglio: quando passa un automobile in tv con una bella base di sottofondo, è quasi sempre merito suo. Pacifico è uno dei musicisti italiani più sottovalutati d’Italia. Giuliano Sangiorgi, leader dei Negramaro, mutua con Malika l’investitura della Caselli. Queste raccomandazioni non si fermano sulla carta: Paolo Conte scrive “Fandango”, Caselli e Arnò producono, Pacifico collabora in “Sospesa”, che fa capolino nelle radio da qualche mese, Sangiorgi è l’autore di “Perfetta”, il punto più alto dell’album d’esordio. Con tutte queste raccomandazioni, è quasi lapalissiano dire che stiamo parlando del migliore album pop italiano dell’anno. Ma di gran lunga. Anche perché, ok le raccomandazioni, ma lei canta da dio.

Avanti pop – cinque brani di successo che piacciono a Coolclub

Oasis – I’m outta time: secondo singolo da “Dig Out your soul”, settimo album di studio della miglior band del mondo, almeno a detta del suo nuovo leader, Noel Gallagher, capace di spodestare suo fratello Liam a colpi di solidità tecnica e lirica. Ma c’è proprio la firma di quest’ultimo sul brano più beatlesiano, e quindi più oasisiano, del lavoro meno immediato e forse più prescindibile del quartetto di Manchester. Si dice che siano cresciuti, che siano meno arroganti. A febbraio hanno ben 5 date in Italia: avrete voglia di correre il rischio di andarli a vedere, dopo celebri esibizioni durate venti minuti?

Dido – Don’t believe in love: ed eccola qua, dopo 5 anni dal precedente lavoro e dopo 3 di gestazione. E’ tornata Florian Cloud de Bounevialle Armstrong (ora capisco perché ha scelto un nome d’arte da quattro lettere…), dopo che i suoi brani sono stati tirati a lucido da Brian Eno, ?uestlove (The Roots), suo fratello Rollo (Faithless). E’ tornata Dido, bionda, eterea, britannica come sempre, con un brano furbetto e un ritornello uptempo, per lo meno rispetto al suo solito. Un singolo strategico, buono per le radio ma che lascia la porta socchiusa per qualche esule dalla musica commerciale, tentato ad avventurarsi in “Safe trip home”, il tormentato nuovo album.

The Killers – Human: non prendiamoci in giro, questa “Human” è una delle canzoni più trash della storia del sedicente alternative rock. La band di Las Vegas suona come i Pet Shop Boys reduci da un corso di aggiornamento a casa Scissor Sisters (Brandon Flawers, il leader, mi abbuona i Pet ma li accosta a Johnny Cash tra le sue ispirazioni del periodo: i lettori, ne sono certo, non si bevono questa storia). Non vorremmo mai aspettarci una roba synth-pop da sedicenti quasi-metallari. Eppure, tutti a ballare: la canzone è perfetta nel senso chimico della parola. E’ praticamente impossibile trovarla sgradevole. Anche per chi non è abituato a sedicenti gruppi musicali ed è più avvezzo alla musica da club.

The Rascals – I’ll give you sympathy: prendi gli Arctic Monkeys, innalzali a tuo personale punto di riferimento, diventa il leader di una formazione talentuosa, fatti amico il leader delle Scimmie, crea con lui un duo (i Last Shadow Puppets), fatti accompagnare da un’orchestra di settanta elementi durante i live. E, da-dan, non avrai bisogno di investire una sterlina per la promozione del tuo primo album. Complimenti a Miles Kane, che probabilmente non avrà premeditato ogni singola mossa di questa fantasiosa ricostruzione, ma che ha sicuramente tratto giovamento dalle sue frequentazioni. Se solo fosse nato prima degli Arctic, avremo gridato al miracolo. Invece, ci accontentiamo di un eccellente falso d’autore.

Jason Mraz – Make it Mine – “I’m yours” era quello che un certo tipo di pubblico cerca d’estate per farsi cullare, con la scusa che è una canzone un po’ meno gradita dalle grandi masse. E’ la storia dei tormentoni intelligenti (chi non ricorda l’incredibile ovazione per “My friend” dei Groove Armada?). Era il primo singolo di Jason Mraz, cantante originario della Virginia, che con questa eccellente “Make it mine” dimostra di non essere solo fuffa attraverso un improbabile mix tra surf-pop e french touch. Biarritz music.

Dammi una spinta – cinque artisti che ascolteremo in radio. Forse

Monkey – Monkey Bee: loro non hanno molto bisogno di spinte. Stiamo parlando di Damon Albarn, un genio assoluto, capace di saltellare tra i Blur e i percussionisti del Mali fino a cambiare le regole del pop contemporaneo con il progetto Gorillaz, e Jamie Howlett, che a quel cambiamento di regole ha pesantemente contribuito disegnando una band. Ma disegnandola nel vero senso della parola: chi ha mai visto i veri volti dei Gorillaz, in fondo? Le premesse spiegano già tutto: i due, evidentemente annoiati dal logorio della vita moderna, decidono di riscrivere una novella cinese del sedicesimo secolo e tirar fuori uno spettacolo teatrale ed un album. Rigorosamente in cinese. La BBC decide di lanciarli per gli spot olimpici. Sì, vogliono cambiare un’altra volta le regole del pop contemporaneo.

Black Mountain – Wucan: ci vuole coraggio a chiamare un album “In the future” e lanciarlo con un brano inedito dei Doors. In verità non c’è niente di male nella filologia spinta, quando i livelli della produzione musicale sono così alti: la critica musicale si è spesa per incensare il quintetto canadese protagonista della scena prog del loro paese e noi non possiamo che accodarci e sognare un mondo migliore in cui brani da sei minuti ed un secondo possano trovare cittadinanza in una qualsiasi radio, in barba a tutte le regole, solo perché belli. Estremamente belli.

Milez Benjiman – chop that wood: quando decidi di affidarti a bassi così potenti, o sei un visionario o un pazzo. Potete immaginare quale teoria sposare: il funk del futuro è anche qua, in questo ragazzotto di Chicago che non disdegna affatto l’elettronica ma che anzi, affida ai sintetizzatori la pesante eredità della Motown nel suo percorso artistico. Questa è la vera scommessa del mese: solo 25000 visite sul suo Myspace, nemmeno una paginetta su Wikipedia. Se volete provare a fare i fighi con gli amici, segnatevi questo nome. Nella peggiore delle ipotesi, se ne dimenticheranno.

Red Snapper – the sleepless: scoperti dalla Warp 15 anni fa, che li accolse in scuderia nonostante fossero “an unusual feature” (e questo potrebbe già bastare a capire il perché della segnalazione) i Red Snapper sono un trio che dopo 8 anni di assenza (di cui sei di incomunicabilità tra i componenti) ha deciso di tornare col botto. “Pale Blue Dot”, è questo il titolo del loro album, è l’orgoglioso ritorno al trip-hop delle origini. Un genere morto senza alcuna ragione, che oggi ritorna con forme ortodosse (come questa) o meticce, come il dubstep. Una testimonianza, appunto, di un mai sopito amore degli appassionati di quel genere per le sonorità scure, terrifiche e contemporaneamente caldissime. La loro attesa è stata decisamente premiata.

Daelle – the real flow: Napoli vuole dire la sua sul new-soul, sul cantautorato jazz. E decide che Daelle è l’ambasciatrice giusta. Cresciuta negli ambienti hip-hop del capoluogo campano ed ora approdata verso lidi più sicuri e artisticamente solidi, “The real flow” è l’unica produzione in lingua italiana del suo repertorio in divenire e, sarà per una certa passione per l’esotico al contrario (almeno in questi casi, ovvero quando le sonorità sono molto poco italiane), è decisamente la sua miglior canzone. Scoperta da Alessio Bertallot (Radio Deejay), uno che ha lanciato Amalia Grè nell’immaginario collettivo della musica italiana, Daelle, da brava partenopea, agiterà i suoi portafortuna ogni giorno. E dopo questa rubrica, ne dovrà agitare ancora un altro.