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Radio Emilab: i want more

30 Gen

Faithless – i want more

Il colpaccio

24 Gen

Non credo riuscirò mai ad apprezzarlo, ma scommettiamo che con questa raggiunge la consacrazione definitiva?

Il fatto che mi faccia venire in mente Vasco Rossi non è affatto positivo.

Antony and the Johnsons – The Crying Light

19 Gen
Antony and the Johnsons - the crying light

Antony and the Johnsons - the crying light

Antony and the Johnsons – The Crying Light
Etichetta: Rough Trade
Genere: Pop, classica
Voto: 7/10

Now I cry for daylight
Daylight and the sun
Now I cry for daylight
Daylight everyone
Daylight in my heart
Daylight in the trees
Daylight kissing everything

Tagliamo la testa al toro. I giornali vi diranno che è l’album dell’anno, o vi diranno che Antony Hegarty è l’artista dell’anno, con le sue liriche struggenti, la sua sensibilità fuori dal comune, il suo corpo che non lo rappresenta e lo mette in crisi, la sua sessualità ingabbiata. E’ tutto vero ciò che avrete letto, tranne il fatto che queste siano notizie fresche fresche. “The Crying Light” non è un album indimenticabile, non è soprattutto il miglior lavoro di questa non-formazione (i the Johnsons sono “solo” un’adorabile prosecuzione del nome da solista). Andatevi a sentire “I’m a bird now”, appicicateci la psicologia spicciola del critico a cui hanno dato la soffiata e sarete più o meno di attualità. Antony non è l’artista dell’anno, ma è uno dei migliori della sua, della nostra generazione. Sa cantare, e lo sa fare benissimo. Sa scrivere, e non ha mai abbassato la qualità dei suoi testi (melensi? Melodrammatici? Paranoici? Embè?). In questo “The Crying light” marcia, forse un po’ troppo, sui suoi stessi clichè, varia un po’ troppo poco e quando lo fa tocca le punte migliori dell’album (la performance di un capolavoro come “Daylight and the sun” varrebbe un intero concerto). Insomma, preparatevi all’ondata trendy di Antony, ma rispondete subito con l’album vecchio. Questo “The Crying Light”, però, non potete buttarlo mica.

dammi una spinta – febbraio

16 Gen

Rusko – Cockney Thug: il dubstep imbastardito. Essendo il dubstep un genere bastardo, nel senso migliore del termine, potete immaginare l’impossibilità di fornire una descrizione degna. Nato a Leeds nel 1985, è uno dei dj di punta della scena londinese insieme al suo compagno Caspa. Ma i tempi sembrano maturi per un’emancipazione sia in termini di carriera, sia, soprattutto, musicali. Rusko infatti aggiunge ignoranza (anche qui, nel senso migliore del termine) alla calda paranoia del dubstep, muovendosi su terreni più elettronici, quasi clash, quasi trash. Potrebbe diventare un top-dj di fama mondiale. Italia esclusa, dove nessuno sa chi sono i Crookers. I milanesi Crookers.

Florence and the Machine – Dog days are over: NME ha già deciso che la BBC aveva visto giusto quando aveva deciso. Insomma, hanno deciso, e hanno deciso giusto. Florence Welch è bravissima. Finchè l’Inghilterra continua a sfornare queste strepitose artiste e gli Stati Uniti continuano a sfornare cloni di Beyoncè che è una cover di Alicia che è una cover di Aretha ed Ella, non c’è dubbio su dove sia il centro del mondo musicale. Jack White (po-ppo-po-po-po), bravissimo ma non esattamente un istrione, ha detto che come lei non ce n’è. Prima nel sondaggio della critica su chi sarà l’artista del 2009. Andate sul suo Myspace (www.myspace.com/florenceandthemachinemusic ), chiamate la responsabile del booking e fatela venire a suonare in Puglia. E scusatemi per l’entusiasmo.

Jamelle Monae – Many moons: non vi bastano gli Outkast? Andrè 3000 è bravissimo ma volete pure le tette? Eccovi Jamelle Monae. Lanciata proprio dal lungometraggio del duo di Atlanta, “Idlewild”, e messa rapidamente sotto contratto dalla Bad Boy di Puff Daddy, Jamelle si presenta agli onori della cronaca con un timbro assolutamente unico, con una nomination ai Grammy da perfetta sconosciuta, con il bellissimo video di questo brano, un vero e proprio cortometraggio e con una personalità assai spiccata che di questi tempi non fa male nel mondo della musica. Certo, ora viene il bello: suonare come gli Outkast (Jamelle si è trasferita ad Atlanta da Kansas City, sarà un caso?) o prendere il coraggio a due mani? Il talento c’è, si spera che non ci sia paura.

Fionder – Bari: una scelta di campanile nuda e cruda. Luigi De Michele, nato in Germania ma cresciuto a Bari, canta della sua città con disincanto, azzeccando il campionamento su cui liberare le sue rime e non lesinando siluri a chi governa ma anche a chi vive la città e a chi contribuisce a lasciare aperte ferite culturali sempre dolorose e sanguinanti. Il rap non è un genere facile in Italia, non lo è mai stato e l’attacco del marketing musicale ai Fabrifibra di turno non aiuta a superare quel velo di diffidenza verso una forma di espressione nobilissima. Chissà, si parlasse di Chicago (e a Chicago) avremmo descritto un altro mondo. E invece Fionder è qui, e quando leggerà queste righe sarà a dir poco stupito.

Magistrates – Make this work: il nome del gruppo non porterà troppo bene in Italia, visti i tempi. Ma speriamo che non ci si fermi alle apparenze: date una possibilità al falsetto di Mark, leader del quartetto dell’Essex che si autodefinisce pop e che potrebbe ricordare i Phoenix come Robin Thicke come Prince, ma che può avere potenziale aldilà di facili e ovvi apparentamenti. Certo, dopo i Ministri, anche i Magistrati: quando arriveranno anche i the Veltronis? E che musica faranno? Downtempo?

avanti pop – febbraio

16 Gen

Lily Allen – the Fear: quando nel luglio del 2006 la redazione di Coolclub mi chiese di recensire il primo album della 23enne londinese (Alright Still, voto 6) mi dissero “non puoi farlo che tu, che sei l’anima pop della redazione”. Quel giorno fu una sorta di investitura al contrario, perché prima di allora una come Lily non me la sarei mai filata. Ma in effetti chi meglio di lei, chi è più pop di una cantante che non sa cantare, non è bella, non è magra, ma è su tutte le copertine delle pagine dei giornali di gossip inglesi? In più, aggiungete una dose di coraggio infinita e ottimi collaboratori (il solito, il migliore: Mark Ronson) e vi renderete conto che avete tra le mani uno dei pezzi dell’anno di una delle artiste del decennio (Eresia!).

BPA – Seattle: ed ecco a voi il nuovo singolo di Brighton Port Authority, alias Mighty Dub Katz, alias Pizzaman, alias Fat Boy Slim, alias Norman Cook, alias Quentin Leo Cook (tra la popolarità e l’anagrafe, che cammino tortuoso), ex-bassista degli Housemartins, conosciuto prima come dj, poi come remixer, poi come produttore, fino a diventare squisito artista pop. In questa “Seattle” si accompagna ad Emmy the Great, alias Emma-Lee Moss, nata ad Hong Kong e cresciuta a Londra, prossima all’album d’esordio dopo aver fatto tour con Marta Wainwright, sorella di Rufus Wainright, figli d’arte di Loudon Wainwright III e Kate McCarrigle…basta, salvatemi.

Kerli – Walking on air: Kerli Koiv (classe ’87) è la punta di diamante della nuova tradizione della musica pop estone, ammesso che ne fosse una vecchia. Salita agli onori della cronaca per essere riuscita ad arrivare sino alla colonna sonora del nuovo James Bond (impresa ardua, ad esempio, per Amy Winehouse, giustificata da zio Mark Ronson per problemi di “salute”), biondissima, bellissima, firma per la Def Jam nel 2006 in circostanze abbastanza inspiegabili. Per una volta i discografici ci hanno visto giusto: il singolo funziona anche nelle radio italiane è l’album che segue è molto solido. E’ nato un nuovo genere: il nordic pop (dite Abba? Dite A-Ha? Dite Roxette?)

Amy Macdonald – This is the life: da Glasgow (anche lei classe ’87), l’artista più sottovalutata di questo straordinario filone di giovani cantantesse anglosassoni. Più folk che soul, più normale che maledetta, dichiara, il giorno dell’uscita di “This is the life”, di essere una fan di Justin Timberlake. Elton John dichiara invece di essere fan di quest’altra Amy, che nel frattempo entra nella top ten di tutta Europa, vendendo oltre 2 milioni di copie. Prima in classifica anche nel suo Regno Unito con l’album omonimo, giunge in questi mesi in Italia nel più perfetto anonimato. Noi sì che siamo furbi.

The ting tings – Be the one: su Internet ci sono tante cose belle, ma altrettante fesserie. Al pezzo in cui si parla di “pop raffinato” ho chiuso tutto e ho deciso di abbandonare il politicamente corretto. Questo duo di Manchester copia spudoratamente; “Be the One” è stato preso in sequestro dallo studio di registrazione dei Cure, di indie non c’è una beneamata mazza. Ma sono così piacevoli da ascoltare, così ruffiani, così pop nel loro essere finto-alternativi che si fanno amare da noi, gente raffinata.

Take That, tornate insieme

11 Gen

Scommettiamo che Robbie ritorna entro la fine del 2009?

Dopo questa trappoletta musicale, è impossibile che non senta il profumo dei soldi, tanti soldi.

E dopo Britney, ecco a voi un’altra resurrezione impossibile:

Take That – Greatest World

(live @ Amici di Maria de Filippi!!!!!!)

Basta, dopo un post così ho bisogno di andare a vomitare.

Devendra vs. Antony

11 Gen

A me viene di metterli uno vicino all’altro. Forse il meglio che il pop (non abbiate paura a dire questa parola) possa esprimere di sti tempi.

Devendra Banhart

(la traccia numero 1 della mia compilation world)

Antony and the Johnsons

lily è tornata

11 Gen

Si potrà discutere sulla capacità canore,

si potrà discutere sulla qualità delle uscite pubbliche (http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=319495).

Non si può discutere del suo produttore,

non si può discutere della sua influenza sul pop contemporaneo.

la benedizione musicale: chiamarsi Beth

7 Gen

Beth Hirsch

Beth Orton

Beth Gibbons (la Beth per eccellenza)

Beth Ditto

La new-entry: Beth Rowley

buongiorno 2009 – la prima bomba dell’anno

6 Gen

Ben lieto che la bomba venga da Atlanta, Georgia, US.

Janelle Monàe – Many Moons