Fotografia del 5 maggio 2013 – Io, tre settimane dopo

5 Mag

Ad alcuni di voi potrà sembrare assurdo, ma la domanda più ricorrente che mi sono posto durante queste tre settimane americane è stata la seguente: “E se fosse stato il punto più alto della mia carriera professionale? E se non raggiungessi più questi livelli?”

Oggi, a caldo, vi risponderei che sì, io penso che potrebbe essere. E provo a spiegarvi il perché.

Ho vissuto questa enorme opportunità come l’ultimo “premio” per una fase della mia vita che di fatto si è conclusa qualche mese fa. Fra qualche mese si voterà alle amministrative a Bari. Cinque anni fa, proprio da quella campagna elettorale, iniziava una stagione irripetibile della mia vita. Una stagione di sogni, di gioventù, di grandi colpi, di incoscienza. Queste quattro parole non mi appartengono più, o comunque non come allora.

(si parla di questioni professionali, eh)

Alcuni sogni, per fortuna, si sono realizzati: per tutti gli altri tendo a pensare che o non sono in grado di raggiungerli per miei limiti, o che non è il momento di pensarci troppo visto che oggi, attorno a me, si fa fatica semplicemente a continuare ad avere ciò che si ha, o che alcuni di questi sogni in realtà hanno ben poco con l’aspetto onirico: bisogna solo farsi nel mazzo.

Sulla gioventù il discorso è più complicato. A marzo compio 30 anni: continuerò a indossare i bermuda e le t-shirt cretine e nel limite del possibile difenderò il mio diritto di farlo (è una libertà che può sembrare effimera, e probabilmente lo è davvero, ma io ci tengo molto), ma non posso nascondere a me stesso che più passa il tempo, più questo lato da cazzone (simbolo di una mia tendenza generale alla strafottenza) sarà sempre meno tollerato, perché sarà ritenuto sempre più fuori luogo nei luoghi di lavoro e di socializzazione.

Questo non vuol dire che mi vedrete improvvisamente impeccabile (anche perché mi scoccio), ma devo aspettarmi che qualcuno mi faccia notare, prima o poi, che la festa è finita. O che comunque qualcuno potrebbe giudicarmi per gli abiti e non per le idee (se non è già successo). Sarà un caso, ma questo viaggio in America è stato il primo con la cravatta, a prova che ci sono certe aspettative sociali da cui non so fino a quando potrò sfuggire (finché potrò, di sicuro, lo farò). E comunque, per quanto possa essere ancora giovane per il mio Paese, sono adulto in tutto il resto del mondo, e in ogni caso sono fatalmente molto meno giovane rispetto a 5 anni fa.

Come dice qualcuno, e non si sbaglia, sono già vecchio dentro.

I grandi colpi del mio lavoro non saranno più grandi come in passato, non perché non meritano di essere considerati tali, ma perché non sono più novità. Avendo contribuito alla vittoria in qualche campagna elettorale, avendo ottenuto qualche buon successo professionale, sono passato alla fase in cui la notizia è il fallimento, non il successo. Come per le squadre abituate a vincere nello sport, mantenere questo ritmo è solo il minimo indispensabile, è comunque ciò che gli altri si aspettano da me. Ciò non toglie che ci siano brividi di gioia enormi (mi sono goduto la vittoria di Debora Serracchiani direttamente nel Minnesota, ed è stata una gioia purissima, come raramente mi è capitato di provarne, viste le difficoltà in cui abbiamo lavorato), ma non ho più il vantaggio di essere percepito come un outsider, per quanto mi senta sempre più un battitore libero (sebbene mi sia chiesto di fare il percorso esattamente opposto).

Incoscienza: non me la posso più permettere. Ho imparato, ho preso mazzate, ho fatto errori, ho fatto danni. Essere adulti vuol dire anche non poter sbagliare più, o poter sbagliare sempre meno. Ogni tanto penso ai 13500 follower che ho su Twitter, più tutta la gente che mi segue su Facebook, sul blog, agli eventi, ovunque. Tutto questo non mi rende più figo, ma mi obbliga a un rigore sempre crescente, perché se sbagli una virgola non hai scampo, te lo fanno giustamente notare. Se c’è una parola che non mi appartiene più, questa è sicuramente “incoscienza”.

Ma si può arrivare dove sono arrivato avendo trasformato il sogno in razionalità, senza la freschezza della gioventù, senza il lusso dei grandi colpi, senza incoscienza? Io dico di no. Ed è per questo che penso stia iniziando un altro periodo della mia vita, non meno nobile, ma con un altro tono.

Mi sento come un passista del ciclismo, un tipo di atleta che non a caso mi è sempre piaciuto. Va piano in salita, sulle grandi montagne, ma sa pedalare da solo per lunghi tratti di pianura. Ha regolarità e spirito di sacrificio.

Gli Stati Uniti sono stati il mio Mortirolo (mitica montagna del Giro d’Italia). Il periodo più importante del mio anno lavorativo, forse persino della mia vita lavorativa, ma adesso le montagne sono finite, c’è da pedalare controvento, spesso in solitudine, e c’è da continuare con la gavetta.

La mia gavetta è ancora nel pieno e durerà fino a quando non raggiungerò il mio sogno (perché uno continuo ad averlo): vivere scrivendo, e scrivendo quello che mi pare (ammesso che interessi a qualcuno). Baratterei volentieri il successo con la libertà, il denaro con l’indipendenza. Ma è un percorso lungo, difficile, e non luccica come un viaggio in America.

p.s. ringrazio Jamie, il professionista che a Denver è venuto da noi a fare una riunione in hotel alle 7 del mattino. L’ho enormemente ammirato per la dedizione, ma soprattutto mi ha dato una lezione di vita. Io non so se farei mai una cosa del genere, se la farò mai nella vita, non so se ho quella voglia, quell’energia. Non so se voglio dormire solo tre ore a notte. Probabilmente il successo è quella cosa lì, è la vita di Jamie. E non è la mia. Io ho deciso che voglio provare a essere felice, e la felicità non coincide col successo (per quanto viviamo in un mondo che tenta in tutti i modi di costringerci a questa equazione). La mia felicità sono le cose che mi sono mancate mentre ero negli Stati Uniti: la vita ritirata in città, la vita serena in campagna, il mare, gli spaghetti con le cozze, il caffè al mattino con papà, impegnarmi per rendere felici le persone che amo. Il resto mi interessa sempre meno.

Una Risposta to “Fotografia del 5 maggio 2013 – Io, tre settimane dopo”

  1. Giorgio 5 Mag 2013 a 14:57 #

    Mi piace la tua riflessione. Ti invidio per tutto. Tu a 30 anni hai forse raggiunto la vetta, o una di queste, io devo ancora trovare un lavoro. Saluti.

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