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La scorciatoia per entrare in te e in me

22 Dic

Mi permetto un ultimo gesto. Da ora, partita chiusa.

L’altra notte mentre uscivo fuori dalla discoteca

mi è passata a quattro metri la mia vita

Camminava col bicchiere e un vestito nero

mi ha guardato, ma non mi ha cagato

La conosco bene, è in collera con me,

mi rimprovera le cose che non ho potuto fare

Mi rimprovera parole che non ho potuto dire,

che mi avrebbero cambiato in meglio insieme a lei

Ho rivisto il corpo morto di mio padre con i baffi neri

diventati bianchi in un’ora o poco piu’

Ho rivisto quelle estati infinite con il mio amico Gigi,

con il sole che ci amava e ci baciava i piedi scalzi

Ho rivisto mio fratello e le sue mani buone

quelle mani adulte che solo io non avrò mai

Ho rivisto quelle città che non mi sono appartenute

i miei anni come ombrelloni chiusi in piena estate

I cavalli, le farfalle e le mie fate

diventano un giorno cani a quattro teste

porte chiuse a chiave e finestre

galleggiare in un mare di fotografie

E’ la mia vita la scorciatoia per entrare in te e in me

Che difendo con le unghie e poi la perdo

Come un anello ai piedi non è ieri è oggi

su di giri, fuorigiri

16 Dic

Partiamo dalla fine. Sono in pigiama a quest’ora. In teoria, niente di eclatante.

Ma visti i tempi lo è.

Ogni giorno è vissuto intensamente, pericolosamente. Al limite, oltre il limite.

Parto carico a casa, torno a casa altrettanto carico, ma svuotato di energie, sopratutto emotive. Troppe responsabilità. Il problema è che le responsabilità mi piacciono assai.

Qualche ora di sonno (sempre meno, in verità) e si riparte, più convinti di prima.

Andare più forte delle proprie possibilità, andare oltre i giri che il motore ti consentirebbe, è di per sè una scarica di adrenalina continua.

Andare oltre ciò che la combinazione corpo-testa ti consentirebbe, andare avanti con la forza dei nervi, è un’esperienza alla lunga logorante. E questo me lo insegna la seppur piccola esperienza che ho.

Sto andando fuorigiri, ma so perfettamente cosa vuol dire, quando mi devo fermare e perchè lo devo fare. Quasi a farlo apposta, sembra che il primo Gennaio rappresenti il perfetto scollinamento della mia vita presente.

Dal primo del 2009 dovrebbe essere tutto più facile. Perchè le scelte stanno venendo su da sole, perchè è impossibile essere tutto ciò che sono in modo qualitativamente significativo.

E’ impossibile essere lavoratore, pensatore, blogger, speaker, fidanzato, figlio, giornalista, consulente, tutto bene.

E così, quasi in una sorta di selezione naturale, sta emergendo la lista delle priorità.

E un sano egoismo.

Anche questa settimana mi è stato chiesto un bagno di umiltà. Ogni settimana c’è qualcuno che mi dà dell’egoista, dell’egocentrico, del megalomane, dell’arrogante. Clichè, almeno per come la vedo io. Clichè, aiutati dal fatto che scrivo qua, che qui ne parlo, che qui metto alla prova me stesso e i miei difetti. Mai un’autocritica da chi mi giudica.

Mi sono sinceramente stancato.

Quello che chiamano mancanza di umiltà, io la chiamerei ambizione. Smodata. Fastidiosa forse. Ai più, che non sfondano per tanti motivi. E si incazzano con me perchè dovrebbero incazzarsi con loro stessi.

Spesso divento rabbioso, perchè la gente non va alla mia velocità. Io commetto un errore nel non lamentarmi, lasciar crescere la mia delusione silenziosamente. Ma forse lo faccio perchè so che, in fondo non posso chiedere di più. Proprio perchè mi sono reso conto che, per ora, vado più forte.

La mia rabbia si riversa sui gruppi, sulle persone che mi stanno vicino, perchè con loro vorrei proseguire. E non ci riesco. E non mi faccio sempre capire.

Questa affermazione mi renderà ancora più megalomane e meno umile di prima ai vostri occhi: vado semplicemente più forte. E mi arrabbio con chi non va alla mia velocità. E faccio malissimo.

Ho un ritmo diverso, e devo arrendermi. Devo fare le cose per i fatti miei. Solo così non mi avveleno, solo così non dò la sensazione di volermi imporre. Solo con l’egoismo smetterò di sembrare egoista. Solo facendomi i fatti miei sembrerà che non voglio comandare su tutto.

Ma i giri sballati hanno tanti significati. Hanno il senso di chi, un paio di volte questa settimana, è stato incapace di gestire i propri impegni, isolato ora dalle antenne dei cellulari inesistenti, ora da spostamenti di riunioni di sabato, con ritardi (e delusioni scatenate) a cascata: io, fallimentare come non mai.

I giri sballati hanno il senso di chi si è reso conto, in quell’isolamento, in quelle grida, in quelle lacrime da me causate che rallentare è un dovere, oltre che un diritto.

Che si può andare fuorigiri, ma non così tanto.

Che ci si dovrebbe preoccupare di spingere sul tachimetro, ma in altre direzioni. Ad esempio regalandosi un weekend come quello appena finito.

O regalando simboli. E disegnando il futuro. Senza fretta.

Il mio 11 dicembre 2008

12 Dic

00.10: sono a Roma, allo St’à, alla festa di Proforma. All’interno del locale il cellulare non prende. Vado fuori a fare una telefonata. Inizia a piovere. Non ha ancora smesso. Non ha mai piovuto così tanto negli ultimi 100 anni a Roma.

02.00: io e Danilo ci rendiamo conto che non possiamo raggiungere chi ci avrebbe ospitato.

02.04: decidiamo di imboscarci nell’albergo.

02.31: usciamo dallo St’a, diluvia. Abbiamo con noi 2 ombrelli, siamo 10. Dobbiamo portarci dietro anche gli allestimenti. Ho una cartina su un foglio di carta. Dura 10 secondi. Per fortuna bastano a orientarci.

02.41: fradici, ci cambiamo. Inizio a scrivere sms a chi dovevo avvisare. Il cellulare non prende, li lascio in coda. Li manderà durante la notte, penso io. E se non li manderà chi mi chiamerà avrà l’attesa lunga e capirà che sono in un posto dove non prende.

09.15: gli sms non sono mai partiti. Inizio a realizzare che ho fatto il danno.

09.21: dopo varie ricognizioni, compresa la veranda interna, dichiaro ufficialmente di essere isolato dal mondo.

10.15: Magliocca mi avvisa che è partito un giro di telefonate, alcune molto preoccupate, per cercare di individuarmi. Nel frattempo, a Roma, una donna muore annegata. Nella sua automobile.

10.21: inizia il mio giro di telefonate.

10.33: prendo un cazziatone spaventoso.

11.11: partiamo con il Ducato per ritornare a casa.

11.48: la via Salaria è chiusa al traffico, così come parte della Nomentana.

12.32: ci perdiamo a Palombara, ridente cittadina alle porte della Capitale.

13.01: entriamo nel Grande Raccordo Anulare.

14.23: ci fermiamo per pranzo. Davanti a un autogrill c’è una Volvo adibita a macchina mortuaria. La bara è all’interno, circondata da lumi. Del conducente, neanche l’ombra.

19.22: arrivo a Bari. Ho una partita di calcio di lì a 38 minuti, devo tornare a casa, cambiarmi, prendere la macchina e tornare indietro.

19.40: prendo il bus da Largo Ciaia. Sono atteso in campo 20 minuti dopo.

20.16: metto piede a casa. Ho già 16 minuti di ritardo.

20.21: scopro di non avere magliette bianche a maniche lunghe pulite. Opto per le maniche corte, fuori ci sono 7 gradi.

20.40: arrivo al campo. La partita è già abbondantemente inizata. Inizia a piovere forte, lo spogliatoio è chiuso e non posso mettermi le scarpe in campo nè portarmi borsoni o cose del genere, dato che se lo avessi  fatto avrei riportato a casa poltiglia liquamosa. Così, decido di non cambiarmi, di lasciare tutto in macchina e di giocare con le scarpe da ginnastica.

20.44: al secondo scatto, scopro di non avere assolutamente trazione. Aumenta la pioggia. Sulla mia fascia c’è Remo, il più veloce dei 14 in campo.

21.45: la partita finisce, corro verso la macchina. Le scarpe sono inutilizzabili perchè sporche e zuppe. Me le tolgo, guido scalzo, in maniche corte, completamente fradicio. Il piede sinistro ha ancora una frattura del primo metatarso che urla vendetta.

21.59: sono a casa.

22.35: esco di casa.

Scegliete voi quando commentare “è pazzo”. Io lo farei quelle 4 o 5 volte.

Permettetemi, glielo devo

10 Dic

Parto dal presupposto che, dopo stanotte, ho la conferma che non riuscirò mai a scrivere come la mia donna. Quell’intensità mi appartiene, ma non nella forma scritta. E anche se ce l’avessi, in ogni caso, non riesco (per ora, dopo stanotte sono molto più spronato) a lanciarmi qui.

Per questo, mi limito a tributarle pubblicamente la mia profondissima ammirazione (per usare un eufemismo) per la sua stupefacente capacità di cogliere il senso delle nostre parole, delle mie perplessità, e trasformarle in amore.

Anche da questo punto di vista, sei meglio di me.

Corse, sgami e vibrazioni

7 Dic

Ho come la sensazione che nemmeno questo piacevole rituale di arrivare al weekend e provare a digerire gli stimoli della settimana e trasformarli in una sorta di punto di arrivo che riesce anche ad essere punto di partenza per la settimana successiva,  possa oramai bastare.

Sì, perchè mi sono ritrovato a fissare lo schermo per dieci minuti a cercare di stabilire da dove iniziare.

Anche questo paradosso è tipico: quando c’è tanto, tanto da dire o tanto da fare, spesso si rimane bloccati a perdere tempo a riordinare le idee.

Potrei raccontarvi di lunedì: 6 ore di treno, 6 di lavoro, 1 e mezza di radio e due di Dr.Why (tra l’altro la peggiore performance della nostra storia, io e Pippo ci siamo imborghesiti e siamo sempre più riluttanti a rischiare. E’ colpa nostra, suggeritrici dell’hinterland)

O di martedì, quando ti hanno detto che anche questo weekend sarebbe stato “sporcato” dagli impegni, e quando hai dovuto prima di tutto badare alla delusione che causavi nella persona che ti ama, prima di poterti preoccupare di quanto ti sentissi fregato tu. E in ogni caso ti sei sentito in colpa come un ladro, anche se sai perfettamente che non è colpa tua. Un sentimento da un lato ingabbiante, dall’altro tremendamente bello, perchè ti sei reso conto che le tue priorità sono cambiate davvero, al di là della frase “le mie priorità sono cambiate” che mi piace ripetere.

O di mercoledì, quando mi son preso lo sgamo più grosso e divertente della mia storia. Col senno di poi, chiaramente. (strano che l’evento-cardine mi abbia preso solo un rigo. Sarà che ci sono cose che il pubblico non deve sapere)

O del giovedì successivo, quando ho lavorato (e presenziato alle riunioni anche con clienti esterni) con un asciugamano sulle gambe, per quanta acqua ero riuscito a portare dentro i miei vestiti. Un giovedì in cui dovevi sbirciare ogni linguaggio del corpo di chi, forse, ti aveva sgamato il giorno prima, e tu pregavi che la tua fosse ritenuta una semplice goliardata. E poi è finita bene, benissimo, come fin troppo spesso accade in questi giorni.

O del venerdì in cui finalmente si è fatto un briciolo di chiarezza sui prossimi mesi (anni?), una chiarezza di cui ho bisogno più per capire quando uscire di casa che per reale cruccio mio. In cui sono intervenuto ad una radio argentina. E così, nella provincia di Buenos Aires, qualcuno ha dovuto ascoltare la mia voce nasale senza lamentarsi poi troppo della cadenza che qui in terra natìa, giustamente, mi rimproverano. E che, se non correggerò, mi impedirà di sfruttare al meglio i miglioramenti nella parlantina di questi mesi.

O del sabato di lavoro full-time (ma proprio full! Ho chiuso Proforma alle 21.30, non prima dell’addictive brunch del Komodo. E’ un’ottima scusa per andare a lavorare pure a inizio weekend), poi coronato dalla mia prima serata danzante in compagnia della donna. Una roba indescrivilmente bella. Un ulteriore segnale fortissimo.

O di questa domenica di sonno un po’ recuperato, ma buono solo a darmi le energie per proiettarmi alla serata, con Sampdoria-Genoa, la partita per me più attesa dell’anno, un’attesa quest’anno fastidiosamente velata di pessimismo. Di questi miei sms mai scritti prima. Di questa domenica di Controfestival, di questo secondo anno di Controfestival.

Ecco, prendiamo il Controfestival ad esempio. Come collante tra la prima e la seconda fase del concetto.

Vedendola così, ti rendi conto che è sbagliato analizzare questi sette giorni con fare modulare. Sarebbe meglio descriverli con una sola idea.

Potentissima.

Più di una volta, questa settimana, mi sono sentito un autentico privilegiato. Sto avendo troppo culo, diciamocelo. Mi sto già preparando a stare meno bene. E in verità non so nemmeno se questo sia l’atteggiamento corretto. Se, piuttosto, non devo fottermene e godermela finchè dura.

Fatto sta che ogni giorno, per un motivo o per un altro, mi son detto che non so se è giusto tutto questo, non so se lo riesco a gestire, non so se me lo merito, non so se lo so spiegare, non so se è fortuna o inizio di raccolto dopo tanto seminato, non so se è una mia attitudine (magari le stesse cose, mesi fa, mi sarebbero sembrate punizioni) o se veramente è cambiato tutto.

Di sicuro ho il privilegio (l’ennesimo!) di vivere il momento dello scatto di questa fotografia che racconta del cambiamento. Un cambiamento fatto di gesti rapidissimi, ma che sto vivendo in una sorta di rallenty. Mi rendo conto di ogni singolo miracolo.

Non so se sono bravo a gratificare chi sta contribuendo a questo orgasmo della vita che oramai dura da mesi.

Noi uomini non siamo abituati ad orgasmi così lunghi e così totalizzanti.

L’evoluzione della specie

5 Dic

Erano mesi che puntavo al grande passo. Ed è arrivato così, inaspettato, in un venerdì di dicembre in cui in teoria dovrei stare a lavorare e in realtà, complice un documento word che non si trovava, ho fatto il grande passo.

Vedremo se l’ergonomia di WordPress mi indurrà a cazzate ben più corpose del caro, vecchio, amato blogspot.

Per ora, non ci ho capito moltissimo. Vorrei però che la mia barra destra tornasse piena di schifezze. Per il resto, ho scelto il template più semplice del mondo, non voglio complicazioni che non siano legate al mio eloquio ermetico.

(Google, ti ho tradito, è vero.)