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Dino Amenduni, aggiornamento al 7 novembre 2009

7 Nov

(recupererò tutte le classifiche e le top five, promesso. Recupererò anche questo blog, promesso. Non è possibile che non scriva per due mesi, non mi fa bene)

Ricominciamo da qua: Uochi Toki – il cinico.

Se qualcuno pensa di conoscermi, prenda questo tema come prova di verifica.

Quando si parla di tumori, in un dialogo ad esempio,

nasce quasi sempre una contesa tra gli interlocutori:

“io sono più salutista”, “io li prevengo meglio”,

“il fumo non fa male quanto lo fa la tua pessima alimentazione”.

Lo ammetto: molto spesso anche io vengo tirato dentro.

L’unica cosa di cui sono scontento è la pessima qualità della conversazione e del fatto che i malati stessi stanno chiusi in ospedale,

i parenti molto spesso si fanno spessi e non ne vogliono parlare.

Le riviste specializzate sono contraddittorie: pubblicitarie. Se invece chiedo ad un dottore, mi consiglia di mangiare molta frutta fresca.

Mi bastava mi diceste: “non si può ancora sapere”.

Sapete? Io accetto il fatto di morire per la negligenza della scienza o di un dottore.

Conosco quel fenomeno chiamato incompletezza che genera l’imperfezione.

Magari sul momento qualcuno avrà da dire, si potranno risentire, ma la cosa a me non interesserebbe visto che la realtà è questa: non si torna dalla morte. Posso dirlo senza che qualcuno mi sbatta in faccia il paradiso delle torte.

Posso parlare senza dover mettere in ordine dei pixel?

Commetto un crimine se dico che sto bene quando vado in giro con gli amici?

Che non ho problemi ad impegnarmi nel risolvere problemi pur sapendo che ne spunteranno nuovi?

Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri.

Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno.

Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente,

di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili,

così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri,

perdere tempi con le colpe o i meriti.

Posso pensare agli alberi, ma non per alienarmi come gli autistici o combattervi come i pastori di alberi, bensì per un altro motivo, che sia il residuo della mia percentuale di vita o salvezza sotto i ferri di un medico

e questa ve la spiego: se ho il 70% di probabilità di guarire da una malattia che, tra parantesi, non ho ancora contratto, faccio in modo che il restante 30% venga speso facendo passeggiate nel bosco visto che da morto di certo non avrò possibilità.

È una questione di esperienze: la comprensione, intendo. Se guardi la Via Lattea la vedi lontana, ti senti all’esterno, ma è solo perché le distanze tra sistema e sistema non ti consentono la percezione del dentro. È la tua galassia.

È un esempio che non capisci perché abiti in mezzo agli edifici. Il cielo di notte lo vedi arancione. Non dico “trasferisciti”, ma considera i limiti della tua ricerca di aggregazione. In città io ci vengo spesso, resto poco e quando torno corro perché non sopporto il rapporto con l’ambiente, non per il pollice verde o la coscienza ecologica: è solo che sento la mancanza di animali e piante.

Mi tocca simularle diventando silenzioso, argenteo come le betulle oppure schivo e violento come un tasso.

Frusto il mal di testa come i rami di un salice. Come un istrice: non avvicinarti.

Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l’erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia.

Sei legato ad un quartiere da amici o da famiglia e non è un crimine se ne cerchi di migliori, dopotutto il compito dei rami è: allontanarsi dalle radici.

I miei profili preferiti mi accompagnano: le colline. Sono tutte cose che puoi benissimo capire.

Nel frattempo

io continuo.

 

top five – tracce di Italia Wave

23 Lug

Kraftwerk – Radioactivity

Era l’evento più atteso dell’intero festival, e non ha deluso le aspettative. Seguiti da un pubblico incredibilmente eterogeneo, i quattro tedeschi hanno deliziato il loro pubblico con il concerto che i loro fan si aspettavano. Tutti i classici, tutti i video storici a farla da padrona nelle scenografie (con grafiche anni ’80 che evocavano in automatico la Germania del Muro), tutti che si chiedevano se suonavano dal vivo oppure no, cosa diamine fanno durante il loro set, perché smanettano dietro quelle tastiere, se improvvisano, se non si sono un po’ annoiati, cosa faranno in futuro. L’anno prossimo si festeggia il quarantennale dalla loro fondazione. Ma sono sicuramente più di 40 le formazioni che ai Kraftwerk devono molto, quasi tutto. Se non avete mai visto un loro concerto andateci: sembra un collage di suoni di altre band dei giorni nostri. Con quarant’anni di anticipo, appunto.

Uochi Toki – il non illuminato

L’ItaliaWave (ex ArezzoWave) è uno dei festival italiani più longevi ed apprezzati. Quest’anno la crisi ha colpito anche il settore dei concerti, e dopo alcuni anni (e alcune vicissitudini climatiche di troppo), l’Heineken Jammin Festival è saltato, rendendo la quattro giorni toscana ancora più interessante ed attesa. Uno dei punti di forza di questo festival è la capacità degli organizzatori di offrire musica gratis per la stragrande maggioranza degli eventi. Quest’anno si è puntato su una diversificazione spinta di contesti e anche di orari. E così, in una tranquilla e calda domenica livornese, più o meno all’ora di pranzo, i Uochi Toki hanno lanciato le loro invettive sul pubblico inizialmente titubante, ma che poi si è lasciato travolgere da questo duo inopinatamente sconosciuto ai più.

Ricchi e Poveri – sarà perché ti amo

Che confusione. Marina Occhiena ha folgorato le menti edulcorate dei 3000 partecipanti all’Elettrowave, giunti al Palazzetto dello Sport di Livorno per ascoltare il dj-set di Soulwax e di Ellen Allien e impreparati dinanzi alla gloriosa citazione di un tempo che fu. I Ricchi e Poveri compaiono nel bel mezzo del set del duo belga Soulwax (che si trasforma in 2 Many Dj’s quando si tratta di selezioni musicali), con tanto di maxischermo e copertina con su scritto “N.1 en Italie”, a testimonianza dello straordinario successo europeo di questo brano del 1988. E mentre le menti edulcorate provano a riprendersi dallo stordimento, è già tempo di missaggio. E così i genovesi lasciano il posto all’Australia. A Sydney. Agli AC/DC. Sì, dai Ricchi e Poveri all’hard-rock.

Ska-P – intifada

La chiusura del festival livornese è stata affidata all’esplosiva band spagnola che, dopo aver terrorizzato i fan (caldissimi e devotissimi) per circa 2 anni, sono ritornati insieme non più di un anno fa. Chi ha visto un concerto degli Ska-P sa cosa aspettarsi, chi lo rivede sa perfettamente cosa succederà. Tecnicamente bravissimi, non altrettanto brillanti dal punto di vista creativo, forse bloccati da un genere che, pur piacevole, può mostrare qualche limite sulle lunghe distanze. L’ottetto di Madrid è però travolgente soprattutto nell’eloquio tra un brano e l’altro, quando ha l’occasione di arringare la folla con vere e proprie invettive da “sinistra radicale”. Come per questa “Intifada”, il cui titolo lascia ben poco spazio ai dubbi sugli argomenti trattati.

Jovanotti – Punto

Lui, all’ItaliaWave, non c’era, anche se non si suonava troppo lontano dalla sua Cortona. Ma, essendo d’accordo con chi teorizza che il trasferimento è parte integrante della bellezza di un viaggio, e poco importa se questo implica 8 ore (x2) e 800 km (x2) con 20 gradi (x2) e senza aria condizionata, non potevo non citare la canzone che più abbiamo ascoltato durante la traversata tra Puglia, Campania, Lazio e Toscana. Una canzone d’amore. E provate ad indovinare il nome della mia automobile…