Troppe persone sono convinte che il silenzio sia un vuoto da riempire ad ogni costo, anche se non c’è niente di importante da dire.
(Nicholas Sparcks)
(Nicholas Sparcks)
(Marco Paolini)
Interrompo il mio silenzio di scrittore (silenzio legato a tanti motivi, alcuni evidenti altri meno. Silenzio di nostalgia ma anche assai sereno) per raccontarvi un fatto mio.
(a chi non interessa: chiudere subito senza arrivare allo esticazzi finale)
Oggi sono andato a pranzo con mia sorella. Io e lei da soli. Per la prima volta. I due figli unici (come ho sempre definito il nostro rapporto, mediato da otto anni di distanza anagrafica) sono diventati, giorno dopo giorno, fratello e sorella. Spero anche amici.
Quarta. Due volte quarta. La meravigliosa notizia del giorno è che mia sorella può scegliere a che specialistica iscriversi. È stata brava e ha superato entrambe le selezioni per titoli. Sta scegliendo psicologia clinica. Dopo tre anni in comune, i nostri percorsi di studio si separano (io ho scelto psicologia della comunicazione. Chissà cosa penserà il nostro papà, professore ad agraria). L’ho portata a mangiare il sushi, come desiderava. Abbiamo fantasticato di un blitz a casa, da mamma e papà che pregiudizialmente dicono che non mangiano giapponese ma – ne siamo sicuri – capitolerebbero. Lo faremo. E poi un gelato per me e un waffle per lei.
Per la laurea le ho regalato cinque giorni di concerti e dj-set (il Club2Club a Torino). Era felice. Ci siamo sentiti tutti i giorni e mi ha raccontato di serate bellissime. Anche io ci sarei andato (la musica è il nostro vero punto di contatto), prima o poi ce la farò. Le ho regalato anche il libro di Lena Dunham, lo scoprirà nelle prossime ore.
Ci siamo raccontati il futuro. Le paure e le speranze. Ci siamo raccontati le cose belle e quelle meno piacevoli. Abbiamo parlato della nostra famiglia, di ciò che funziona (e che amo raccontarvi) e di ciò che funziona meno (che non vi racconto perché abbiamo già così tanti problemi…usare i social network per vomitarne altri è disattendere le più elementari leggi sulla domanda e sull’offerta). Sono stato bene, benissimo. So che può sembrare stupido ma è così.
Ci siamo dati appuntamento al prossimo pranzo. Forse già domani.
Grazie Fra. Quanto può far bene un’ora di normalità.
(Lao Tze)
(Franco Arminio)
(Paul Valéry)
(Sun Tzu)
(Giuditta Dembech)
(Auguste Rodin)
Chi mi conosce un po’ sa che sono preso molto male per aver compiuto 30 anni.
Niente di grave, sia chiaro. Però mi manda male.
Elenco rapidamente i motivi.
1. Non posso più fare il cazzone vestito coi bermuda a fare docenze, perché ora mi dicono “Ma datti un tono, c’hai 30 anni”
2. Come sopra, con le t-shirt. (Detto questo, ignorerò come sempre le richieste di allineamento, salvo nei posti dove non mi fanno entrare se non mi vesto la cravatta)
2b. Una volta ero vestito elegante e non mi volevano far comunque entrare perché avevo la barba troppo lunga. A sto punto…
3. Avere 30 anni vuol dire anche passare giornate come quella di oggi: 5 ore di riunione fuori sede, due ore di viaggio, due ore dal meccanico della Ciuccia a Fasano (è tornata a Bari con le sue ruote), altre due ore di lavoro qui. Di lunedì. Sono le 10 di sera e vi scrivo dall’ufficio. E devo essere comunque contento ché lì fuori c’è il 43% di disoccupazione giovanile.
4. Avere 30 anni vuol dire passare giornate come quella di oggi e ritrovarmi la meraviglia di centinaia di auguri di persone che conosco bene, di persone che conosco male, di persone che non conosco proprio, di persone che non conosco di persona e che mi stimano più di quelle che mi conoscono (e forse mi stimano di più proprio per questo motivo) e non avere (al momento) il tempo per rispondere di persona, una ad una, come ho sempre fatto. Non so se avrò il tempo di rispondere, lo preannuncio perché sta cosa mi prende molto male. Se ci riesco mi sentirò un essere umano, se non ci riesco mi sentirò un trentenne disumano e per questo mi scuso in anticipo.
5. Avere 30 anni vuol dire che se bevi una birra in più la sera, poi non capisci più niente il giorno dopo.
6. Avere 30 anni vuol dire che non ti puoi più giocare la storia che sei un talento under 30 (ora che ci penso, forse questo è un lato positivo)
7. Avere 30 anni vuol dire che a un certo punto devi scegliere quali cose NON puoi fare per tutta la vita. E vuol dire che se fallisci nella vita non è che ci siano molte altre seconde possibilità.
8. Avere 30 anni vuol dire che i tuoi genitori, alla tua età, ti avevano già ampiamente messo al mondo. (no mamma, c’è da attendere)
9. Avere 30 anni vuol dire avere sonno alle 20 (questo in realtà vale già da quando ne avevo 25, e quando ne avevo 25 all’anagrafe ne avevo già 40 mentalmente).
10. Avere 30 anni vuol dire, soprattutto, avere sempre più responsabilità sulla felicità delle poche persone che ami.
Dai che forse questo 3, visto così, non mi sta proprio antipatico.