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La gavetta

21 Feb

È scomparso il merito e la gavetta è considerata inessenziale. È un peccato perché è ancora imprescindibile. Ai pochi giovani che ho in redazione dico che bisogna essere concentratissimi e umili nel fare tutto. Dal titolo alla didascalia. Il tipico giornalista di mezza tacca di oggi è quello che non essendo più l’ultimo della fila, si monta la testa, storce il naso e si rifiuta di fare ciò che improvvisamente considera sminuente.

(Enrico Mentana)

Me cojoni

12 Feb

Un titolo è riuscito se, quando lo senti, ti fa esclamare “Me cojoni!”.

Un titolo non riuscito, invece, ti fa cadere su “E sti cazzi…”

(Enzo G.Castellari)

Il mio pezzo per il Corriere del Mezzogiorno, versione originale

9 Gen

n.b. ho scritto una lettera al Corriere del Mezzogiorno. Voleva essere un appello al dialogo tra politici e giovani generazioni. Basta poco per cambiare il senso di un buon proposito. I miei amici mi avevano sconsigliato di scrivere questa lettera, in molti la definivano un’operazione ‘rischiosa’ o addirittura ‘inutile’. Francamente non mi dispiace correre dei rischi in cambio della creazione di una possibilità di confronto all’interno dell’opinione pubblica.

Ci sono state alcune cose che, però, sono cambiate dalla mia pubblicazione all’articolo finito sul giornale cartaceo l’8 gennaio 2011. Mi dicono che i titoli sono decisi dai titolisti e non da chi scrive. Mi sembra assurdo, ma è così, a quanto pare non ho ricevuto un “trattamento di favore”, è la prassi.

Ma la cosa che più mi ha lasciato sconcertato è una parentesi che è stata aggiunta nell’articolo, oltre a un box con un commento che non avevo allegato. Tutto questo è avvenuto rigorosamente senza alcun preavviso.

Probabilmente questo post di blog mi renderà ancora più antipatico e mi inimicherà la redazione del CorMez, ma, come sopra, si deve correre qualche rischio personale per progredire.

Titolo originale: “Politici, non recidete il legame con i giovani”

Titolo del Corriere del Mezzogiorno: “Delusi e disillusi se Emiliano e Vendola lasciano i loro ruoli”

La Puglia si avvia a un gigantesco effetto domino elettorale. I pugliesi non ne sono troppo contenti, ed è assolutamente comprensibile. Bari, il suo capoluogo, ha scelto il suo sindaco diciotto mesi fa. Le elezioni regionali si sono tenute a marzo 2010. Allo stesso tempo ritengo legittime le aspirazioni di Nichi Vendola e, a cascata, di Michele Emiliano. Se la Puglia ha saputo esprimere leader di caratura nazionale, questo non dovrebbe farci arrabbiare ma inorgoglirci. E, con un briciolo di lucidità, dovremmo valutare le rispettive deleghe di istituzioni nazionali ed enti locali e porci le domande: “Si fa più bene alla Puglia da Premier o da Presidente della Regione?” e “Si fa più bene a Bari da Presidente della Regione o da sindaco?”. Forse le risposte potranno non piacerci e ci sembreranno incoerenti rispetto al mandato per cui abbiamo espresso il nostro voto, ma appaiono abbastanza inconfutabili.

C’è però un grandissimo rischio, che da osservatore privilegiato sento di voler denunciare sia per parlare ai “miei”, ossia a quella imprendibile categoria sociologica che solitamente viene definita ‘giovani’, sia alla classe politica che prende le decisioni in merito alle nostre vite e al nostro futuro: la fine definitiva di un rapporto, complicato ma virtuoso, tra gli under 35 e le istituzioni. Lo stile di leadership del sindaco di Bari e del Presidente della Regione (nel campo nel centrosinistra, ma sarà così anche in quello del centrodestra – parentesi aggiunta dal giornale) hanno favorito meccanismi di attivazione spontanea a sostegno delle loro candidature; le fresche campagne elettorali del 2009 e del 2010 sono considerate ‘casi eccezionali’ nel resto d’Italia per il livello di attivismo di una generazione percepita come storicamente distante da queste questioni. Ciò è stato possibile grazie a una promessa, a un sogno che molti miei coetanei (e il sottoscritto) hanno spiegato ad amici e conoscenti chiedendo un investimento di fiducia sul progetto politico e, dunque, sulla credibilità di chi “reclutava”, cioè noi stessi. Ci abbiamo messo la faccia, come si dice in questi casi.
Se, come sembra, tutto finirà entro pochi mesi, ci sarà una conseguenza devastante: la fine, forse definitiva, di un rapporto genuino e disinteressato tra le istituzioni e i ragazzi che hanno creduto in questo sogno. Ci sarà un altro effetto domino: i ragazzi che si sono impegnati in prima persona dovranno spiegare perché certe cose non sono accadute e rischieranno di rimetterci la faccia e i rapporti personali costruiti negli anni; noi stessi non avremo argomenti per impegnarci nuovamente in politica, perché il rapporto fiduciario sarà stato reciso dal mancato rispetto degli impegni presi con i cittadini; se ci verrà chiesto se vale la pena di aiutare un politico in campagna elettorale, non avremo la forza di consigliare alcun tipo di impegno volontario; le competizioni elettorali non saranno più delle occasioni di confronto e di crescita dei territori ma un rituale stanco, basato sulla forza economica, delle clientele e delle promesse più o meno utopiche.

A parte alcune naturali eccezioni (l’arrivismo è una caratteristica trasversale), questa generazione che a vario titolo si è impegnata per aiutare la politica chiedeva semplicemente occasioni per la democrazia. Non voleva soldi per sé, ma per la comunità: non voleva potere personale, ma condividerlo con il popolo. Voleva, forse un po’ ingenuamente, un mondo migliore. Se tutto dovesse finire così, il laboratorio pugliese ne uscirà fuori azzoppato perché mancheranno gli elementi cruciali della rivoluzione pugliese: la motivazione, l’entusiasmo, l’orgoglio di appartenenza. Pensiamoci, pensateci, finché siamo in tempo.