Archivio | Senza Categoria RSS feed for this section

Non esiste ascia

14 Apr

Il mondo è dunque più forte di me. Al suo potere non ho altro da opporre che me stesso — il che, d’altra parte, non è poco. Finché infatti non mi lascio sopraffare, sono anch’io una potenza. E la mia potenza è temibile finché ho il potere delle mie parole da opporre a quello del mondo, perché chi costruisce prigioni s’esprime meno bene di chi costruisce la libertà. Ma la mia potenza sarà illimitata il giorno in cui avrò solo il mio silenzio per difendere la mia inviolabilità, perché non esiste ascia capace di intaccare un silenzio vivente.

(Stig Dagerman)

Fotografia del 3 marzo 2019 – 3 marzo, 4 marzo

3 Mar

Sono a casa, a guardare un programma che parla di politica.
Esattamente come un anno fa meno un giorno.
In quest’anno mi è successo praticamente di tutto.

Il 4 marzo 2018 è stata una giornata molto triste, per me e chiaramente non solo per me. La botta è stata forte, di portata storica. Una botta che dal punto di vista politico si rimargina in anni, forse dieci come provavo a spiegare qualche giorno dopo sul mio profilo Facebook. Il primo istinto che ho avuto dopo quella botta è stato ricominciare tutto da capo, fare tutti i passi indietro che si potevano fare. Ascoltare e capire. Per quello mi sono messo in cammino e ho girato decine di circoli del PD e della sinistra tutta. Per raccontare il mio lavoro ma sopratutto per cercare di capire cosa fosse rimasto in mezzo alle macerie. Ho trovato sempre lo stesso scenario, in tutte le Regioni: tristezza ma voglia di fare qualcosa. Tanta voglia. Per questo non sono troppo sorpreso dell’affluenza delle Primarie di oggi. Per questo non ho mai smesso di essere ottimista. C’è un popolo che è più grande del partito, mi spiegarono al PD di Fiesole. Avevano ragione, oggi è evidentissimo.

Non ho partecipato, da lavoratore, alle Primarie del PD dopo aver contribuito alle ultime tre (Bersani 2009, Renzi 2013, Renzi 2017), in forme e in contesti ogni volta diversi. I motivi di questa non-partecipazione sono stati molti, ma sono contento per una volta di essere stato un semplice elettore e un ancor più semplice spettatore. Complimenti a chi ci ha lavorato, a prescindere dai risultati di ciascuna mozione.

Il PD ci ha messo davvero troppo a celebrare questo congresso, ma finalmente è arrivato. Ci arriva ferito ma non morto. Ci arriva dopo un anno in cui si è fatto qualcosa come opposizione ma troppo poco come alternativa, come proposta di paese, come visione della società. Quel popolo, più grande e spesso più lungimirante del partito, ha aspettato per un anno, giustamente sbuffando ma non scomparendo del tutto. Da domani, comunque la si pensi, non si può più stare nel mondo senza aver restituito questa visione agli italiani.

Non ho mai pensato che l’alleanza col M5S fosse la soluzione. Un partito che è stato dentro maggioranze non elettorali per quattro volte di seguito e che era stato punito anche per quello doveva restare fuori. Per (sua) fortuna lo ha fatto. Il quadro politico è allarmante, certo. Il comportamento del M5S ha contribuito al peggioramento del quadro e contemporaneamente ha dimostrato che restare fuori fosse (secondo me) l’unica opzione possibile. Nel frattempo il 2019 sta mostrando che ciò che è successo al PD (e a chi ci ha lavorato) può succedere a chiunque, in qualsiasi momento. Anche a chi è più bravo di me. Oggi è stato lanciato un messaggio anche da quel punto di vista. Non serviva un partito aggrappato al potere pur di non morire. Serviva uno spostamento del suo baricentro. Serviva rimettere in gioco i vecchi arnesi, la sinistra e la destra. Arnesi che (mi siete testimoni) non ho mai smesso di maneggiare. Salvini lo ha fatto senza paura. Ora è il PD, con altrettanta sfrontatezza, a doverlo fare.

È passato un anno dal 4 marzo 2018. Non mi illudo che la giornata di oggi basti. Non dimentico che alle Primarie del Partito Socialista in Francia del gennaio 2017 andarono a votare due milioni di persone, e poi Hamon prese il 6% alle Presidenziali. Sarebbe sbagliato pensare che il difficile è alle spalle. Il difficile è tutto attorno. Ma oggi è stato fatto un passo importante. Ieri, con la forte e colorata piazza di Milano, ne è stato fatto un altro. E per qualche ora è giusto goderselo.

Fin qui il lato parzialmente pubblico.

Per una strana beffa della sorte, il 4 marzo 2018 è stato però anche il primo giorno in cui ho vissuto da solo. Non lo avevo mai fatto. Non era previsto. Ma è successo. La prima cosa che ho fatto una volta tornato qui a casa è stata proprio scontrarmi con il voto politico del 2018. Dopo un anno la casa non è andata in fiamme, e tutto sommato non è andata neanche a pezzi. Ho imparato le cose essenziali. Non ho stinto neanche una t-shirt, non ho dovuto rilavare neanche una felpa perché puzzava di umido, mi hanno anche insegnato a fare la lavastoviglie ma già non mi ricordo come si fa perché avrò cucinato sì e no 7 volte in un anno (e in un centinaio di volte neanche ho dormito a casa mia). La casa è umida, come lo è sempre stato (un piano terra a 50 metri dal mare), ed è un po’ spoglia. Dietro di me in questo momento c’è un quadro con una grande foto della protesta di Piazza Tienanmen. Un singolo uomo che blocca i carrarmati. Chi mi conosce un po’ e conosce il mio carattere sa perfettamente perché ho deciso di montare questo quadro pochi giorni dopo l’inizio della mia vita solitaria. Di fronte a me c’è un quadro con una foto di due sconosciuti che si baciano. È un regalo per questo mio capodanno anomalo. È un simbolo che viene dal futuro. A sinistra, sopra la tv, c’è Amy Winehouse. A destra c’è una libreria. Non ci sono gatti, purtroppo, ma soffrirei a lasciarli soli per tanto tempo. La casa è un po’ spoglia, per mia pigrizia, per minimalismo. E perché ho provato a comprarla ma non ci sono riuscito. Ve l’ho detto che è stato un anno in cui è successo praticamente di tutto…

E poi c’è stata la vita privata, che rimarrà privata. Anche quella, fin troppo movimentata. Ma anche qui, come per tutto ciò che vi ho raccontato, le cose si stanno rimettendo al loro posto.

Arrivo al 4 marzo 2019 forte di una consapevolezza: nessuna ferita della testa e del cuore è inutile. Forse è la stessa consapevolezza che potrà avere il popolo (ben più largo di ciò che i sondaggi possono attualmente rilevare) del centrosinistra dopo questo weekend.

In bocca al lupo al PD. In bocca al lupo all’Italia. E in bocca al lupo anche a me.

Non ho più voglia di sentire storie

13 Gen

Non ho più voglia di sentire storie. Vorrei che ognuno mi parlasse della sua verità, quella verità che non abbiamo paura di rivelare a uno sconosciuto il cui giudizio non ci interessa. Vorrei che la gente mi parlasse come se non contassi niente. Tutti noi ci portiamo dentro i dolori più ancestrali del mondo, abbiamo tutti sepolta nell’animo la storia del mondo. E questo mondo, lo soffochiamo con le chiacchiere. Abbiamo tutti in noi un silenzio assordante che pure dice più di tutto quello che ci possiamo raccontare. Sono parole purificate dalle nostre verità quelle che spero di sentire un giorno. Io desidero una cosa sola, che le parole si purifichino fino al silenzio.

(David Thomas)

I migliori 20 singoli del 2018: posizioni dalla 10 alla 1

2 Gen

Ciao a tutte e tutti.
Ricordo i criteri di selezione che hanno portato a questa classifica, che sono gli stessi degli anni precedenti.

1. Solo singoli
2. Pubblicati su Youtube dal primo gennaio a oggi

La prima parte della classifica è stata pubblicata qui, sempre su questo blog.

Ho preparato una playlist Spotify apposita dal nome ‘Singoli del 2018’, che è pubblica (la trovate qui) e che ora contiene tutti e i miei 20 singoli preferiti dell’anno appena finito.

Buon ascolto!

10. Middle Kids – Mistake

You’re standing out in the rain tonight
Like you got something to say to God
And you got a debt to pay back
For something you did way back
You wanna make it okay

 

9. Kendrick Lamar + Sza – All The Stars

Tell me what you gon’ do to me
Confrontation ain’t nothin’ new to me
You can bring a bullet, bring a sword
Bring a morgue, but you can’t bring the truth to me
Fuck you and all your expectations
I don’t even want your congratulations
I recognize your false confidence and calculated promises all in your conversation

 

 

8. Bicep – Opal (Four Tet Remix)

 

 

7. Maggie Rogers – Fallingwater

I never loved you fully in the way I could
I fought the current running just the way you would
And now I’m in the creek
And it’s getting harder
I’m like falling water

 

 

6. Jorja Smith – The One

There’s choosers, there’s takers
There’s beggin’, heartbreakers
I don’t wanna be that way

 

 

5. Christine And The Queens – The Walker

I am out for a walk
And I will not be back ‘til they’re staining my skin
This is how I chose to talk
With some violent hits, violent blossoms akin
Every night I do walk
And if they’re looking down I’m offering my chin
This is how I chose to talk
With some violent hits, violent blossoms akin

 

 

4. Hozier feat. Mavis Staples – Nina Cried Power

It’s not the shade we should be cast in
It’s the light and it’s the obstacle that casts it
It’s the heat that drives the light
It’s the fire it ignites
It’s not the wakin’, it’s the risin’

 

 

3. Arctic Monkeys – Four Out Of Five

All the nights that never happened
And the days that don’t exist
At the information action ratio
Only time that we stop laughing
Is to breathe or steal a kiss
I can get you on the list for all the clubs
I can lift you up another semitone

 

2. Florence + The Machine – Hunger

I thought that love was in the drugs
But the more I took, the more it took away
And I could never get enough
I thought that love was on the stage
You give yourself to strangers
You don’t have to be afraid
And then it tries to find a home with people, oh, and I’m alone
Picking it apart and staring at your phone

 

1. Calvin Harris + Dua Lipa – One Kiss

I just wanna feel your skin on mine
Feel your eyes do the exploring
Passion in the message when you smile
Take my time

L’occhio che guarda il male

20 Nov

I narratori dovrebbero realizzare l’unica etica che appartiene a loro, l’etica del racconto. Potrà apparire cinica, tragica, disperata. Ma l’occhio che guarda il male è più prezioso di quello che si chiude.

(Giuseppe Pontiggia)

Governi e giornali

9 Ott

Se dovessi scegliere tra un governo senza giornali e giornali senza un governo, non esiterei un istante a scegliere la seconda opzione.

 

(Thomas Jefferson)

Fotografia del 7 agosto 2018 – Risorse scarse e risorse abbondanti

7 Ago

Every day has its challenges
I just never know what day it is

Oggi è l’ultimo giorno di scuola, almeno formalmente. Domani l’ufficio chiude per ferie per due settimane, io temo che dovrò essere reperibile nello spazio-tempo praticamente sempre, ma non mi fascio la testa prima di cadere.

Sono in treno, sono sveglio da due ore (vi scrivo alle 7 e 10 del mattino) e oggi, solo oggi, prima della campanella di fine stagione, vi dico che è stato un anno difficile.

Ho lasciato la persona con cui convivevo pur essendone innamorato.
Ho fatto parte della squadra di lavoro che ha subito la più clamorosa sconfitta della sinistra a livello nazionale in Italia.
Ho scoperto (definitivamente) che le persone non cambiano più, una volta diventate adulte. Possono smussare o affilare i propri angoli, ma non cambiano.
Ho scoperto che si può entrare e uscire dalla vita delle persone senza dare spiegazioni. Ho scoperto che lo fanno in tanti. Ho scoperto che non voglio farlo. Ho scoperto che mi fa male.
Ho provato a comprare la casa nella quale convivevo e attualmente vivo. Ho firmato il compromesso. Il giorno dopo mi hanno trovato un abuso edilizio ed è saltato tutto.
Sono stato tamponato da un SUV e (non chiedetemi il perché, non l’ho ancora capito per bene) ho avuto il 100% di torto.

Spero non vi siate accorti di (quasi) nulla. Lo spero perché in questi mesi, e nei prossimi, sto coltivando un tratto della mia disciplina: non essere mai affamato e non essere mai sazio. È un equilibrio praticamente impossibile. Mi è venuto in mente proprio leggendovi tutti i giorni: la rabbia è una risorsa abbondante, la gioia è una risorsa scarsa. O almeno, questo è quello che percepisco. Per questo motivo provo a immettere positività in ciò che faccio digitalmente (al netto dei miei pipponi del mattino, che non sempre sono un distillato di entusiasmo). Per questo, oltre che per la mia proverbiale riservatezza, tratto caratteriale riservato a sua volta (chi mi conosce poco pensa di sapere tanto di me proprio a causa della mia esposizione; chi mi conosce molto sa che questo non è vero), vi ho raccontato le cose che funzionavano e ho lasciato perdere quelle che proprio non sono andate. Non è stato difficile. Le cose che funzionano continuano a essere tante.

Ho imparato i rudimenti del vivere da solo.
So fare una lavatrice, so tenere un’abitazione più o meno in ordine senza farla esplodere.
Ho ricominciato a scrivere, per la gioia di alcuni ma sopratutto per la mia. Spero di non dover smettere mai più.
Ho incontrato centinaia di persone, migliaia oserei dire, in questo giro per l’Italia per capire cosa è successo alla sinistra. E sono tornato tutte le volte con un’energia addosso per la quale dovrei ringraziarvi tutti uno a uno. Di persona.
Sono riuscito a prolungare la permanenza nella casa in campagna nonostante tutto sembrasse indirizzato a lasciar perdere, grazie al cuore di chi da anni ci ospita. Quell’atto di generosità è probabilmente ciò che più mi ha sconvolto in positivo in questa stagione.
Sono socio di un’agenzia sana. Sono figlio di una famiglia meravigliosa. Mi alzo al mattino e voglio ancora spaccare il mondo.

Non tutte le giornate sono belle. Nessuna giornata è però davvero brutta.
Mai sazio. Mai affamato. Mai dipendente. Mai eremita.
Ci provo. È il mio unico obiettivo per i prossimi dodici mesi, è difficilissimo, non voglio nient’altro. E lo voglio applicare a tutto: lavoro, amicizia, vita privata, gioco, riposo.

(grazie per chi è arrivato fin qui. Scrivere è una grande forma di terapia per me, e mettere in fila le cose che quest’anno non hanno funzionato equivale a sputare fuori un po’ di veleno. Da oggi starò ancora meglio. Da domani, anzi, da adesso, tornerò a parlare di ciò che lì fuori è bello)

Fotografia del 25 luglio 2018 – Dieci anni a Proforma

25 Lug

LinkedIn mi ha ricordato una cosa che non riuscivo a localizzare bene nel tempo, e che non sono neanche sicuro sia localizzata correttamente: oggi compio dieci anni di servizio a Proforma.

La storia nasce ancora prima, con un tirocinio pre-laurea sul comportamento di voto dei 18enni. Un anno di lavoro, quattro focus group condotti e analizzati in prima persona, un blog e un forum (nel 2007). La chiamavano tesi super-sperimentale. Poi arrivò Facebook e la rese immediatamente OLD.

Dopo il tirocinio, che fu possibile anche grazie a qualche buona referenza, sono rimasto qui e non sono più andato via. Ho fatto tutta la trafila: precario, assunto a tempo indeterminato e poi socio, oramai da tre anni e mezzo. Sono la prova, nel mio piccolissimo, che si può essere realizzati sul lavoro anche al Sud Italia, senza genitori potenti e senza perdere l’integrità (su quest’ultimo punto magari qualcuno la penserà diversamente, io in ogni caso sono soddisfatto dei miei sì ma soprattutto dei miei no. Ciò detto, devo migliorare ancora).

Oggi, devo dirvi la verità, è più emozionante del solito.

Essere imprenditore non era e non rimane il mio sogno nel cassetto (il mio sogno nel cassetto resta comunque il poter vivere di scrittura, un po’ isolato dal mondo e un po’ no), non sono affatto sicuro sul mio destino da qui a dieci anni, ma l’esperienza in sé è comunque esaltante, sfidante, piena di sorrisi e di parolacce, di pigrizia e di entusiasmo, e sono contento di aver deciso di farlo, rinunciando a un altro sogno (dottorato) in nome di una scelta tremendamente razionale.

Pagare gli stipendi (e i premi) dei collaboratori con regolarità e puntualità, aver contribuito a un altro piccolo aumento lo scorso settembre grazie al lavoro di tutti e alle decisioni prese insieme rimane la cosa più di sinistra che abbia mai fatto in vita mia.

Dieci anni fa, inutile sottolinearlo, avevo molta più energia di adesso. Ora non c’è più il caffè, c’è l’anemia mediterranea, sopratutto non c’è quell’incoscienza che ti portava a far tardi tutte le sere. Quando scopri che l’unico limite alla dipendenza da lavoro è la tua disciplina, e che non arriverà mai un giorno più leggero se tu non vuoi che lo sia, capisci che bisogna imparare a vivere per non essere travolto. E così ho imparato a dormire sul divano per 15 minuti, a uscire da qui prima e continuare da casa, quando è proprio necessario. Sono meno robot di quando ho iniziato; resto un secchione, ma con le priorità rimesse in ordine. Laddove non arrivo con la quantità, provo ad arrivare con la qualità, il mestiere, qualche levataccia, qualche treno usato come scusa per recuperare gli arretrati, qualche sbirciata alle mail nel fine settimana.

Ciò non toglie che le giornate da 13-14 ore esistono e credo, persino spero che esistano sempre, a condizione che non siano l’unica condizione di vita possibile. Ieri ho chiuso tutto alle 23. La gavetta è un processo che tende all’infinito, se non ci si monta la testa. Spero di non arrivare mai al punto di poter pensare di dover lavorare meno degli altri solo perché sono il capo. A quel punto smetterei di esserlo, prima di tutto dal punto di vista morale.

Chiudo coi doverosi ringraziamenti (la gratitudine, dopo l’empatia, è il sentimento più bello del mondo. Almeno secondo me).

Ringrazio la mia famiglia, che mi ha reso quel che sono. Pregi e difetti. Mi ha insegnato ad avere fame, mi ha insegnato a essere disciplinato. Mi ha insegnato a essere curioso. Mi ha insegnato a non aspettarmi nulla da nessuno come fatto acquisito, che tutto si deve conquistare. Allo stesso tempo mi ha insegnato che è sbagliato diffidare del prossimo e che i rapporti iniziano meglio se le braccia sono aperte, non conserte.

Ringrazio i miei insegnanti, dalle scuole elementari fino all’Università, per avermi permesso di tenere insieme due lati apparentemente inconciliabili del carattere: quello secchione, appunto, e quello che è autorizzato a mettere in discussione lo status quo. Quello rompipalle, per farla breve. Quello insubordinato. Senza questo tratto mi annoierei, non sarei qui, non ce la potrei fare.

Ringrazio i miei soci, 15 anni più grandi di me, per aver pensato che io potessi aggiungere qualcosa al centro decisionale dell’agenzia. Li ringrazio perché sono diversi, siamo diversi, l’uno dall’altro, e perché pur frequentandoci poco fuori dal lavoro (almeno io con loro tre), ci siamo sempre l’uno per l’altro. E perché pur avendo caratteri molto diversi e pur discutendo a volte animatamente, non ci siamo mai fatti del male apposta. Anzi.

E ringrazio i miei collaboratori, che mi hanno accolto dieci anni fa, che hanno accettato che il più piccolo della squadra diventasse uno dei loro capi, e che questo non abbia cambiato nulla del cuore del nostro rapporto. Siamo e restiamo una piccola bottega artigiana di provincia dove il sorriso prevale sulla coercizione. Non siamo proprio un modello organizzativo che si studia nelle scuole di business. Ma forse, tornando a casa, siamo tutti più o meno sereni.

Separarsi dalle vecchie

25 Giu

La difficoltà non è tanto quella di sviluppare nuove idee, quanto quella di separarsi dalle vecchie.

(John Maynard Keynes)

Fotografia del 16 gennaio 2017 – Senza dirsi una parola

16 Gen

[Premessa: mia sorella da ieri si è trasferita a Roma. Mi ha scritto una lettera bellissima, di carta. Non sapendo quando la rivedrò, le ho chiesto se potessi risponderle pubblicamente, dato che avevo già in mente di scriverle qualcosa per salutare questo importante passo in avanti, o se piuttosto preferisse una risposta privata. Lei ha detto che in pubblico va benissimo, e allora eccomi]

Ciao Francesca.
In queste due settimane in cui le nostre vite, per motivi completamente diversi, stanno cambiando, non ci siamo detti una parola. Eppure avremmo potuto, dato che ci siamo visti molto più del solito.

Ma noi non siamo fatti per usare la voce, nonostante la meravigliosa mamma che ci ritroviamo. Abbiamo usato la voce in pubblico e continueremo a farlo perché la vita – per fortuna – ci ha chiamato a farlo. Ma se dipendesse da noi, probabilmente resteremmo muti tutto il tempo a cercare di fare cose utili al computer. Non so se mamma e papà ci hanno cresciuti volontariamente così timidi e riservati, eppure è successo.

Siamo fatti per scrivere, per scriverci. Per viaggiare insieme. E per condividere passioni. La musica, che ci ha già portato in capo al mondo e che ci porterà ancora più lontano. La psicologia, che ci ha unito in questo strano destino per cui due figli di un professore di agraria hanno scelto una facoltà che nulla (ma proprio nulla!) aveva a che vedere con la sua parabola.

Essere fratello maggiore è una delle più clamorose botte di culo che possano capitare a una persona, soprattutto quando scopri che l’esserlo genera effetti positivi. Vederti finalmente felice dopo mesi in cui il tuo talento era stato messo in discussione dalle solite, insopportabili questioni di precarietà in cui la tua generazione (e anche un po’ la mia) è imbrigliata conta per me molto più delle mie soddisfazioni personali. Pensare che abbia avuto un impatto anche minimo (tu esageri coi complimenti verso di me, te lo dico pubblicamente. Ma non smettere mai di esagerare) sulla tua felicità è impagabile.

In un post di un mesetto fa scrivevo che non odio nessuno ma ho due avversari: l’ipocrisia e la retorica. Per questo mi piace fare a meno della retorica anche oggi. Non mi mancherai. Non mi mancherai perché non sentirò mai la tua mancanza, perché so che non me la farai mai sentire, così come io non la farò mai sentire a te. Continueremo a non dirci una parola, ma a volerci bene in modo puro e disperato. Continueremo a trovare sempre cinque minuti per scriverci un rigo su Whatsapp, per mandarci un link da studiare insieme, per studiare la prossima capitale europea e il prossimo prato fangoso da aggredire per ascoltare i nostri musicisti preferiti, mangiando cibo messicano e facendo la pipì dove capita.

Fammi essere fratello maggiore anche questa mattina, e permettimi di darti qualche consiglio (da non prendere troppo sul serio, mi raccomando) sulla tua nuova esperienza. Punto primo: la notte è la tua migliore amica. Quando una giornata va male, e le giornate di merda saranno tante sul tuo cammino, vai a dormire prima. Lascia che il cervello sistemi i tuoi problemi al posto tuo. Corollario del punto primo: fai in modo che le giornate meravigliose siano molte di più delle giornate di merda. Non è troppo difficile. Punto secondo (collegato al primo, e in particolare sulla costruzione di giornate meravigliose): essere secchioni non è incompatibile con il restare umani. Ma quando il primo profilo prevale sul secondo, datti tregua. La vita dovrebbe servire a essere felici, non a essere bravi. Punto terzo: non fidarti mai completamente di nessuno, ma ancora più importante, non diffidare mai completamente di nessuno. Tutti meritano una possibilità, quasi tutti ne meritano una seconda, quasi nessuno una terza. Punto quarto: la storia del cogliere l’attimo, dei treni che passano una volta sola, dei rimpianti e dei rimorsi è abbastanza vera. Meglio accorgersene prima che dopo. Punto quinto: il lavoro è la misura di tutte le cose. È possibile che avrai meno di quanto meriti, così com’è possibile che avrai di più o il giusto. In tutti i casi, il trucco che io ho scelto per vivere dignitosamente è dare tutto me stesso, cercare di accettare il minor numero di compromessi possibili, di isolare le questioni caratteriali, le simpatie e le antipatie, e di badare all’osso: chi sei, quanto vali, quanto sei simile a ciò che dici. Se valuterai il prossimo così, e farai in modo che il prossimo ti valuti così, andrai a dormire serena e ti guarderai allo specchio serena praticamente ogni giorno della tua vita.

Buon dottorato Fra. Non escludo un giorno di seguire il tuo esempio e di farlo anche io, questo benedetto dottorato. Perché è vero, non ci diciamo una parola, ma ci ispiriamo a vicenda. Sorella minore solo all’anagrafe, sei capace anche di questo.