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Questo branco di segaioli

13 Mag

Questo branco di segaioli. Questi maniaci della pippa. Sono loro che hanno ucciso il Betamax Sony. Che hanno sancito il trionfo del VHS sulla tecnologia Beta. Che si sono portati a casa la prima, costosa generazione di Internet. Che hanno reso possibile l’idea stessa del web. Sono i loro soldi malinconici ad aver pagato per i server. Sono stati i loro acquisti di pornografia online a far crescere le tecnologie di compravendita, tutti i firewall e i sistemi di sicurezza che permettono a eBay e Amazon di esistere. Sono stati questi segaioli solitari che, votando a colpi di cazzo, hanno fatto vincere il Blu-ray sull’HD nella lotta per la tecnologia di alta definizione dominante a livello mondiale. “Early Adopters” li chiama l’industria dell’elettronica di consumo.
Loro e il loro patologico isolamento. La loro incapacità di costruire legami emotivi.
È la verità.
Questi segaioli, questi malati di pippa, sono loro ad aprire il cammino per noialtri. Quello che li fa sborrare deciderà quello che un milione di vostri figli vorranno il prossimo Natale.

(Chuck Palahniuk)

Perchè il porno non tira più (la mia sul 2.0, per Coolclub)

1 Mar

Semplice: il porno non tira più perché c’è YouPorn.

In realtà questa sacrosanta analisi è solo l’evidenza di un fenomeno dalla complessità inimmaginabile, soprattutto per chi la determina, ovvero gli utenti della rete, gli stakanovisti di Facebook, i taggatori a tradimento. Ogni click, ogni scelta, ogni “mi piace”, ogni commento, ogni link (la vera moneta di scambio della nostra era) determina una trasmissione di autorevolezza. Se 10 persone inseriscono un link sul proprio blog, sarà più facile trovarlo su Google, che vive proprio di questo principio. Se tra quelle 10 persone c’è un opinion leader, una persona ritenuta autorevole dall’opinione pubblica, quel link assumerà un peso ben più grande.

Sarà dunque più autorevole. Questo continuo e solo apparentemente disordinato scambiarsi l’autorevolezza, il determinare socialmente il valore di un pensiero, di un prodotto, di un bene e di un servizio su Internet ridisegna il mondo  e manda al tappeto ogni teoria di marketing consolidata. Negli Stati Uniti questo meccanismo è stato analizzato e reso teoria economica che pian piano sta diventando paradigma anche per i pochissimi addetti ai lavori italiani (se ve lo racconto, un motivo ci sarà): è la teoria della “Coda Lunga” (illustrata in un libro omonimo anche nel nostro paese – il sito ufficiale è http://www.longtail.com), scritta nel 2004 da Chris Anderson, direttore di Wired, mensile su “persone e tecnologie che stanno cambiando il mondo”, così come cita il roboante sito italiano (www.wired.it),  che lancia la versione italiana di questa bibbia degli smanettoni. Secondo questa teoria, adatta a spiegare soprattutto l’utilizzo di beni immateriali sulla Rete, sono gli utenti a stabilire se un prodotto è buono, e a determinare il successo dei mercati di qualsiasi forma e dimensione.

Se fino a 5 anni fa dovevo spendere una fortuna per un manga giapponese, adesso posso spulciare tra siti e forum nipponici e andare a pescare ciò che preferisco. Il mercato si trasforma da promotore di “hit”, in cui pochi prodotti adeguatamente drogati da una strategia di distribuzione e comunicazione giungono al consumatore che deve scegliere tra poche alternative,  a promotore di nicchie, in cui esistono milioni di micromercati che prima dell’avvento di Internet e del web 2.0 non avevano ragione di esistere perché non avevano un’economia sostenibile e che adesso, a causa del costo nullo dell’interazione produttore-consumatore (una dicotomia oramai superata: oggi si parla di prosumer, perché tutti pubblichiamo video su Youtube, oltre a guardarli) producono guadagni minimi ma costanti per chi produce e gratificazione massima per chi consuma, perché può scegliere esattamente ciò che vuole.

La teoria della coda lunga trova proprio in questo la sua massima ispirazione, poichè dimostra che le economie generate dai milioni di nicchie è superiore da quelle generate da poche hit milionarie. Di conseguenza, un mondo senza hit non solo è migliore, ma è anche più redditizio.

A questa rivoluzione nemmeno troppo silenziosa non si sono rivelati pronti due corporazioni su tutte: quella musicale, e quella, appunto, del porno. Superato (con Youtube, Myspace, YouPorn) il sottile confine tra la legalità e l’illegalità nella fruizione di brani e di donnine accalorate, e mandato a quel paese il senso di colpa, l’utente della Rete può impunemente scegliere ciò che davvero preferisce, e farlo a costo zero. Non esistono più motivazioni reali per l’acquisto di questo genere di beni. Le grandi multinazionali sono corse ai ripari con video e canali “ufficiali” di altissima qualità, studiati a tavolino, che tentano di imitare la gioiosa autodeterminazione degli utenti con risultati ancora tutti da dimostrare. E così su Youtube vediamo più video musicali, e su Youporn più spezzoni di film porno e meno casalinghe alle prese con l’idraulico.

Il prossimo salto concettuale? Difficile, difficilissimo: pensare ai beni immateriali non più come un prodotto, ma come un servizio. Il brano non è più un’espressione artistica, ma una componente di un immaginario fatto di merchandising, concerti, storie, relazioni con i fan.

E qui mi fermo, perché so che rischio il linciaggio. Al prossimo numero.