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Avanti Pop – febbraio-marzo

14 Mar

Ellie Goulding – lights

 

 

Ellie apriva anche la scorsa cinquina. Vuol dire che sono di parte, certo, ma vuol dire anche che ne becca almeno una ogni bimestre. Da un anno nella classifica degli album inglesi, lì adorata, qui così così, Ellie Goulding ha fatto uscire un EP, “Bright Lights”, che riesce a essere ancora meglio dell’album d’esordio, ora distribuito in disco doppio. Lights è il singolo, Lights è il nome dell’album, Lights sembra il singolo della consacrazione, anche a causa di un video super. È tutto un gioco di luci.

 

I Blame Coco – self machine

 

La figlia di Sting.  Un buon motivo per non ascoltarla. E invece no, Coco Sumner è tanta roba. Ha 20 anni, ha la faccia del papà e anche molte somiglianze nel timbro. Ha anche quarti di sensibilità pop dei Police, anche se c’è ancora tanta piacevole ingenuità. E soprattutto piace molto ai guru dell’elettronica. Self Machine è solo il singolo di lancio, ma tra brani in uscita e remix avete già la scaletta per un dignitoso concerto e gli elementi per superare ogni pregiudizio.

 

Vampire Weekend – the kids don’t stand a chance

 

L’avreste mai detto? Da idoli indie a idoli pop! Ce l’hanno fatta, Ezra Koenig e gli altri. Il loro “Contra” è il primo album da 19 anni a finire primo nella classifica USA senza essere prodotto da una major. I loro singoli sono già finiti in tutte le pubblicità. Vedere questo brano nient’affatto facile in altissima rotazione sui principali network radiofonici fa quasi impressione. Ma c’è anche la spocchiosa gioia che possiamo diffondere dalle pagine di Coolclub: ve l’avevamo detto.

 

Chilly Gonzales – you can dance

 

Il poliedrico e fenomenale Gonzales, canadese trapiantato in Francia, produttore di grido e musicista di buona fama, diventa Chilly (tranquillo, ma non troppo) e si inventa un album che in Inghilterra sta facendo ammattire tutti. Elettronica, pianoforte e quel tocco quasi jazz, sicuramente anarchico. Questo brano, il cui titolo invita al ballo, in realtà obbliga il movimento delle gambe e della testa. Un tormentone intelligente come non ne si sentivano da tempo

 

Kanye West – runaway

 

Sobrio, non è. Bravo, un sacco. Un videoclip di 35 minuti, un vero e proprio medio metraggio. Non si capisce se c’è la volontà di prendere a pernacchie l’altra sobria, Lady Gaga, se è un guanto di sfida ai tempi della televisione e dell’industria culturale moderna o se è semplicemente l’affermazione di un uomo felice, ricco, talentuoso e indipendente. Forse è troppo poco, ma bisogna concederlo un rigo per il singolo che ha lanciato “My beautiful dark twisted fantasy”, ritenuto miglior album da moltissime riviste specializzate. Kanye, vanno bene anche i video di sei ore, se lo ritieni.

Dammi una spinta – gennaio

31 Gen

The Shoes –  stay the same

Provate a cercarli su Internet, non si trovano. Questi The Shoes hanno bisogno di qualcosa di ben più energico di una spinta. Andate su Youtube, c’è una sola versione, live, del tutto fedele all’originale. Le scarpe gireranno l’Europa armati di questo meraviglioso singolo d’esordio, partendo da Reims, Francia. Un indie pop di ceppo Air, con un sacco di suggestioni britanniche. Quando Francia e Inghilterra vanno d’accordo, vincono le guerre.

Adele – rolling out the deep

Non è la prima volta che leggete di Adele su queste pagine. Scrivo da oramai 5 anni su Coolclub, ho scritto tante recensioni e tante rubriche e ho messo un solo 10 in pagella, al suo 19, album d’esordio scritto proprio a 19 anni dall’unica vera rivale di Amy Winehouse nella scena della musica soul contemporanea. Ora siamo a 21, come il nome dell’attesissimo seguito che sarà pubblicato il 24 gennaio 2011. Come scrivono su Youtube, “se l’album è bello la metà di questo singolo, sarà un capolavoro”. Non mi sento proprio di dissentire.

Chromeo feat. Elly Jackson – hot mess

I Chromeo sono matti. Guardate il video di Hot Mess, primo singolo della loro nuova fatica, “Business Casual”. Un delirio che nemmeno gli Ok Go. Se però preferirete la cinestetica, dovrete sapere che rinuncerete alla versione dodici pollici con la voce, oramai inconfondibile, di Elly Jackson, ovvero La Roux, che ha però annunciato di aver chiuso con l’electro-pop. Da un lato c’è da essere felici e curiosi dello sbarco verso nuovi lidi, dall’altro ci si chiede come possa lasciare un’avventura che la vede sguazzare liberamente tra remix e comparsate.

Cassius – i love you so

La Francia non è solo quello che leggete nella rubrica Avanti Pop, è anche Cassius. Il nuovo singolo è quanto di più inatteso ci potesse essere da un duo che ha sempre amato divertirsi. Sembra che abbiano imparato la lezione britannica del dubstep aggiungendo un loro inconfondibile tocco. Escono con Ed Banger, e questo per molti è già una garanzia. Escono con un EP, “The Rawkers”, anche perché erano impegnati a produrre l’album di cui vi ho parlato nella canzone precedente, Chromeo. Neanche a farlo apposta.

Crystal Castles – i’m not in love (feat. Robert Smith)

Il perennemente entusiasta autore di queste rubriche non si è mai lasciato sedurre dai Crystal Castles, amatissimi invece nel mondo alternativo italiano. Un pezzo con la voce di Robert Smith dei Cure non aumentava le mie aspettative, anzi. E invece è un piacere dire che certi pregiudizi crollano molto facilmente e molto gradevolmente. Non cambieranno la storia della musica, però questo ritornello, pieno di sfumature progressive, ce lo ricorderemo a lungo.

Avanti Pop – gennaio 2011

17 Gen

Ellie Goulding – your song

 

 

Sono un grande sostenitore della causa della bionda cantante inglese. L’album d’esordio, “Lights”, ha ricevuto giudizi assai contrastanti. C’è che riteneva che l’iperproduzione di Starsmith avesse restituito un lavoro di plastica, senz’anima, e chi invece ha apprezzato un folk elettronico molto venato di pop e carico di talento (la scuola di pensiero che gli ha assegnato un Brit Award). Nel dubbio, Ellie Goulding prende un supermegaclassico di Elton John, così standard da essere pericolosissimo, canta senza effetti e senza fronzoli e mette il punto esclamativo. Al 99,9%, la canzone di questo inverno.

Martin Solveig – Hello

 

 

La Francia è Daft Punk, la Francia è David Guetta, la Francia è Justice, la Francia è Etienne de Crecy, la Francia è Bob Sinclar, la Francia è Martin Solveig. Negli ultimi dieci anni i cugini transalpini hanno messo su una squadra danzereccia invidiabile e hanno sostanzialmente soppiantato la scuola italiana che negli anni ’90 faceva scuola in tutto il mondo. Il trucco è sempre lo stesso, farsi contaminarsi: chi dalla techno, chi dall’house, chi dal repertorio anni ’70, chi dal pop come in questo brano di Solveig, prodotto da Sinclar, ambientato a Roland Garros, cantato con Dragonette. Allez.

Fabri Fibra – tranne te

 

 

È in grandissima forma. Molto probabilmente non vi piacerà, non è quello degli esordi, è diventato commerciale, si è montato la testa. Non mi interessa. Fibra è un’espressione positiva dell’Italia. Paracula, ipercritica, che usa i soldi e le multinazionali per far passare un messaggio distruttivo verso quel sistema (e non ne è né schiavo né complice). Lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, il video di “Tranne Te”, secondo singolo da “Controcultura”. Dati sull’economia musicale e sugli effetti della Rete sull’industria culturale sparati come se fossimo su Wired. Molto probabilmente non vi piacerà, ma abbiate il suo coraggio.

 

Duck Sauce – Barbra Streisand

 

Questo brano non è per nulla nuovo. Gira da più di sei mesi, e non invecchia mai. Un tormentone di uno che se intende, Armand van Helden, che si trasforma in paperotto ed evoca la regina della musica americana (e vanta innumerevoli tentativi di imitazione: cercate “Duck Sauce – Barbara D’Urso” su Youtube) come feticcio. Il successo di questi brani ben al di là del limite del trash è testimoniato dalla presenza di questo brano, a tutto volume, nelle automobili 50, quelle che puoi guidare anche senza patente (perché la patente, forse non ce l’hai più).

 

Cee-Lo – F*** You

 

 

Lo chiamavano il “filone”. Cee-Lo Green, vecchia volpe del soul americano, caduto nell’anonimato ma salvato da Re Mida Danger Mouse nel progetto Gnarls Barkley e protagonista di un piccolo classico contemporaneo con l’acuto di “Crazy”, torna in auge e sforna un album che è chiaramente un piccolo esperimento in laboratorio. Il primo singolo, con le sue infinite declinazioni (quella clean si chiama “Forget You”, per gli americani delicati di stomaco), è primo in tutto il mondo. Fra tre mesi non ce ne ricorderemo, ma tant’è.

Icone – La musica, la religione e nuovi culti pagani

15 Giu

Cinque lettere bastano a spiegare un fenomeno. La parola icona deriva dal greco eikon: immagine. In particolare, una raffigurazione di eventi o personaggi appartenenti alla sacralità. L’icona è un’icona (scusatemi il gioco di parole) cristiana. Gesù e la Madonna sono i personaggi pop, i più raffigurati in questa speciale forma d’arte.

Ed eccoci al punto di contatto tra culture, storie, mondi che forse sarebbe bene tenere separati, su binari perfettamente paralleli, ma che la blasfemia ci impone di unire.  Icona come la Madonna, icona come Madonna.

Nessuno crede che fra 2000 anni pregheremo su ciò che resta di Louise Veronica Ciccone (ma forse non pregheremo nemmeno sulla Madonna, l’originale), ma oggi come oggi è difficile stabilire quale delle due sia la più vera e quella più oggetto di narrazioni mitiche, quale sia la pop, qual è la più decisiva sull’evoluzione pedagogica della società occidentale.

L’uso della parola icona accanto alla parola pop, o accanto a personaggi del mondo della musica, non può essere certamente frutto di una casualità. I grandissimi hanno saputo attivare meccanismi di fidelizzazione talvolta estremi, al limite della devozione, del dogmatismo, del fondamentalismo. Si arriva a fare di tutto pur di esserci, pur di avere un contatto con l’icona, pur di entrare in simbiosi con lo Spirito.

Questi comportamenti sono difficilmente codificabili, ancor di meno sono inquadrabili in una qualche categoria psicologica: i fan sono persone perfettamente normali, ma si lasciano andare ad un’allucinazione individuale e allo stesso tempo collettiva. C’è chi si fa dell’oppio della religione, chi si fa di copie esclusive del DVD del concerto dal vivo in cui il paladino o la paladina di turno stecca a ripetizione, ma lo fa con grande stile. Sarà un caso, ma le icone della musica pop (e dintorni) non sono mai persone perfettamente a posto.

O hanno sconvolto la storia della musica o si sono sconvolti con droghe e vite dissolute; o hanno abusato del sesso o si sono inventati improbabili percorsi di astinenza ed ascesi; o hanno affrontato profondi stati depressivi o hanno fatto fatica a tenere a bada il proprio ego (o entrambe le cose, peggio per loro); o sono morti molto giovani, o molto poveri, o molto soli. Hanno avuto tutto, e forse non ne hanno avuto idea.

Gesù e la Madonna non fanno eccezione: anche loro hanno avuto una vita decisamente fuori dagli schemi. I loro fan li seguono con immutata devozione da millenni. E in fondo se lo meritano. Non si può dire che le icone della musica pop abbiano avuto la stessa grazia: alcuni musicisti sono ancora amati dopo 40 o 50 anni, ma la tendenza più ricorrente dei tempi è bruciare le giovinette dopo averle sovraesposte.

Certo, niente di così doloroso: in alcuni casi i Santi e i protagonisti dell’iconografia cristiana conosceva le fiamme, senza figure retoriche. Però, proprio per questo, la parola icona rischia di perdere quel significato magico che ha avuto per anni, pur con improbabili traslazioni tra sacro e profano.

Lady Gaga, salvaci tu.

(articolo comparso su CoolClub di giugno/luglio 2010 – PDF consultabile gratuitamente su http://www.coolclub.it)

dammi una spinta – febbraio

16 Gen

Rusko – Cockney Thug: il dubstep imbastardito. Essendo il dubstep un genere bastardo, nel senso migliore del termine, potete immaginare l’impossibilità di fornire una descrizione degna. Nato a Leeds nel 1985, è uno dei dj di punta della scena londinese insieme al suo compagno Caspa. Ma i tempi sembrano maturi per un’emancipazione sia in termini di carriera, sia, soprattutto, musicali. Rusko infatti aggiunge ignoranza (anche qui, nel senso migliore del termine) alla calda paranoia del dubstep, muovendosi su terreni più elettronici, quasi clash, quasi trash. Potrebbe diventare un top-dj di fama mondiale. Italia esclusa, dove nessuno sa chi sono i Crookers. I milanesi Crookers.

Florence and the Machine – Dog days are over: NME ha già deciso che la BBC aveva visto giusto quando aveva deciso. Insomma, hanno deciso, e hanno deciso giusto. Florence Welch è bravissima. Finchè l’Inghilterra continua a sfornare queste strepitose artiste e gli Stati Uniti continuano a sfornare cloni di Beyoncè che è una cover di Alicia che è una cover di Aretha ed Ella, non c’è dubbio su dove sia il centro del mondo musicale. Jack White (po-ppo-po-po-po), bravissimo ma non esattamente un istrione, ha detto che come lei non ce n’è. Prima nel sondaggio della critica su chi sarà l’artista del 2009. Andate sul suo Myspace (www.myspace.com/florenceandthemachinemusic ), chiamate la responsabile del booking e fatela venire a suonare in Puglia. E scusatemi per l’entusiasmo.

Jamelle Monae – Many moons: non vi bastano gli Outkast? Andrè 3000 è bravissimo ma volete pure le tette? Eccovi Jamelle Monae. Lanciata proprio dal lungometraggio del duo di Atlanta, “Idlewild”, e messa rapidamente sotto contratto dalla Bad Boy di Puff Daddy, Jamelle si presenta agli onori della cronaca con un timbro assolutamente unico, con una nomination ai Grammy da perfetta sconosciuta, con il bellissimo video di questo brano, un vero e proprio cortometraggio e con una personalità assai spiccata che di questi tempi non fa male nel mondo della musica. Certo, ora viene il bello: suonare come gli Outkast (Jamelle si è trasferita ad Atlanta da Kansas City, sarà un caso?) o prendere il coraggio a due mani? Il talento c’è, si spera che non ci sia paura.

Fionder – Bari: una scelta di campanile nuda e cruda. Luigi De Michele, nato in Germania ma cresciuto a Bari, canta della sua città con disincanto, azzeccando il campionamento su cui liberare le sue rime e non lesinando siluri a chi governa ma anche a chi vive la città e a chi contribuisce a lasciare aperte ferite culturali sempre dolorose e sanguinanti. Il rap non è un genere facile in Italia, non lo è mai stato e l’attacco del marketing musicale ai Fabrifibra di turno non aiuta a superare quel velo di diffidenza verso una forma di espressione nobilissima. Chissà, si parlasse di Chicago (e a Chicago) avremmo descritto un altro mondo. E invece Fionder è qui, e quando leggerà queste righe sarà a dir poco stupito.

Magistrates – Make this work: il nome del gruppo non porterà troppo bene in Italia, visti i tempi. Ma speriamo che non ci si fermi alle apparenze: date una possibilità al falsetto di Mark, leader del quartetto dell’Essex che si autodefinisce pop e che potrebbe ricordare i Phoenix come Robin Thicke come Prince, ma che può avere potenziale aldilà di facili e ovvi apparentamenti. Certo, dopo i Ministri, anche i Magistrati: quando arriveranno anche i the Veltronis? E che musica faranno? Downtempo?

avanti pop – febbraio

16 Gen

Lily Allen – the Fear: quando nel luglio del 2006 la redazione di Coolclub mi chiese di recensire il primo album della 23enne londinese (Alright Still, voto 6) mi dissero “non puoi farlo che tu, che sei l’anima pop della redazione”. Quel giorno fu una sorta di investitura al contrario, perché prima di allora una come Lily non me la sarei mai filata. Ma in effetti chi meglio di lei, chi è più pop di una cantante che non sa cantare, non è bella, non è magra, ma è su tutte le copertine delle pagine dei giornali di gossip inglesi? In più, aggiungete una dose di coraggio infinita e ottimi collaboratori (il solito, il migliore: Mark Ronson) e vi renderete conto che avete tra le mani uno dei pezzi dell’anno di una delle artiste del decennio (Eresia!).

BPA – Seattle: ed ecco a voi il nuovo singolo di Brighton Port Authority, alias Mighty Dub Katz, alias Pizzaman, alias Fat Boy Slim, alias Norman Cook, alias Quentin Leo Cook (tra la popolarità e l’anagrafe, che cammino tortuoso), ex-bassista degli Housemartins, conosciuto prima come dj, poi come remixer, poi come produttore, fino a diventare squisito artista pop. In questa “Seattle” si accompagna ad Emmy the Great, alias Emma-Lee Moss, nata ad Hong Kong e cresciuta a Londra, prossima all’album d’esordio dopo aver fatto tour con Marta Wainwright, sorella di Rufus Wainright, figli d’arte di Loudon Wainwright III e Kate McCarrigle…basta, salvatemi.

Kerli – Walking on air: Kerli Koiv (classe ’87) è la punta di diamante della nuova tradizione della musica pop estone, ammesso che ne fosse una vecchia. Salita agli onori della cronaca per essere riuscita ad arrivare sino alla colonna sonora del nuovo James Bond (impresa ardua, ad esempio, per Amy Winehouse, giustificata da zio Mark Ronson per problemi di “salute”), biondissima, bellissima, firma per la Def Jam nel 2006 in circostanze abbastanza inspiegabili. Per una volta i discografici ci hanno visto giusto: il singolo funziona anche nelle radio italiane è l’album che segue è molto solido. E’ nato un nuovo genere: il nordic pop (dite Abba? Dite A-Ha? Dite Roxette?)

Amy Macdonald – This is the life: da Glasgow (anche lei classe ’87), l’artista più sottovalutata di questo straordinario filone di giovani cantantesse anglosassoni. Più folk che soul, più normale che maledetta, dichiara, il giorno dell’uscita di “This is the life”, di essere una fan di Justin Timberlake. Elton John dichiara invece di essere fan di quest’altra Amy, che nel frattempo entra nella top ten di tutta Europa, vendendo oltre 2 milioni di copie. Prima in classifica anche nel suo Regno Unito con l’album omonimo, giunge in questi mesi in Italia nel più perfetto anonimato. Noi sì che siamo furbi.

The ting tings – Be the one: su Internet ci sono tante cose belle, ma altrettante fesserie. Al pezzo in cui si parla di “pop raffinato” ho chiuso tutto e ho deciso di abbandonare il politicamente corretto. Questo duo di Manchester copia spudoratamente; “Be the One” è stato preso in sequestro dallo studio di registrazione dei Cure, di indie non c’è una beneamata mazza. Ma sono così piacevoli da ascoltare, così ruffiani, così pop nel loro essere finto-alternativi che si fanno amare da noi, gente raffinata.