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Ho bisogno dei rumori

30 Dic

Spesso mi capita di non sapere se gli esseri umani mi piacciono o no, ma di una cosa sono certo, che mi piacciono i loro rumori. Mi piacciono le loro voci, mi piacciono le loro lingue, il loro gridare e sussurrare. Mi piacciono i rumori che fanno con le mani, con gli attrezzi, i macchinari e persino il suono di un martello pneumatico mi piace di più del silenzio assoluto. Preferisco una stanza d’albergo rumorosa a quella tranquilla che dà su un orribile o – peggio ancora – curato cortile interno. Ho bisogno dei rumori per addormentarmi e ho bisogno dei rumori per svegliarmi.
Ho bisogno dei rumori per lavorare. Sarà per questo che per scrivere i miei elzeviri prendo il treno. Non per viaggiare, ma solo per star seduto e avere nelle orecchie il rumore del viaggiatore. Mi metto in seconda classe che ha un’offerta sonora e vocale più ricca. L’offerta dei ricchi in prima classe è più povera.

(Peter Bichsel)

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Fotografia del 9 giugno 2012 – Truffa in treno

9 Giu

Oggi (sabato 9 giugno) ho assistito a una scena incredibile sul Frecciargento Trenitalia 9355 (carrozza sei, seconda classe) con partenza da Roma alle 14.45 e arrivo a Bari alle 18.48.

Qualche minuto prima della partenza del treno e con i viaggiatori impegnati a sistemarsi nelle carrozze appare un uomo con una cesta di vimini e una grande busta di plastica. Non ha alcuna targhetta di riconoscimento, a differenza degli addetti alla pulizia del treno.

“Panini! Birre! Coca acqua caffè!”

Di fronte a me c’è un ragazzo americano con uno zaino da trekking. La sua compagna di viaggio si è allontanata per qualche minuto. Il venditore, dopo aver rapidamente superato gli altri posti a sedere, lo punta. Prende una birra e la piazza sul braccio del ragazzo, il quale allibito alza gli occhi. Capisce che deve dare una risposta alla domanda implicita: “compri questa birra?”. Dopo qualche secondo, il ragazzo accetta. Il tempo di chiedere il prezzo e il venditore piazza la seconda birra sul tavolino. Lo sguardo del ragazzo è sempre più perplesso.

Quanto costano? Sette euro. “Una quattro euro, due sette euro”. Il prezzo non è proprio dei più popolari. La birra, tra l’altro, proviene da un noto hard discount tedesco. Il ricarico

Il ragazzo accetta. In fondo è in vacanza, e non è detto che negli Stati Uniti il prezzo sia troppo migliore a parità di condizioni. Paga con una dieci euro. Ma non gli arrivano tre euro di resto. Il venditore, infatti, estrae una Pepsi dalla busta e gliela mette sul tavolo insieme a una moneta da un euro. Dello scontrino, inutile dirlo, neanche l’ombra.

Assisto alla scena incredulo. Tutto accade in non più di trenta secondi. Mosso dal senso di colpa per non aver fatto nulla per evitare un comportamento truffaldino, decido di scrivere questo post di getto.

Gli italiani si vantano, spesso a ragione, della loro capacità di accoglienza. Il turismo è una delle poche leve su cui il nostro Paese può puntare per uscire dalla crisi. Scene simili, in questo senso, sono sconfortanti. Trattare un turista straniero (ma in fondo sarebbe lo stesso con un turista italiano o con qualsiasi altro cittadino) come una specie di slot-machine non è proprio il modo più lungimirante per invogliarlo a ritornare qui, o a dire ai suoi amici che vale la pena di visitare l’Italia.  Farlo all’interno di un mezzo pubblico, e senza che nessuno impedisca a una persona (più o meno autorizzata) di farlo violando la legge è un messaggio chiaro e deprimente che arriva ai viaggiatori.

Dopo un’ora il venditore ripassa. Si ferma di nuovo davanti ai turisti americani. Gli piazza la birra sul tavolino. Questa volta il prezzo scende: tre euro. Non accettano, e prima che il venditore vada via sono obbligati a rimettere la birra nella cesta per smettere di essere importunati.

A quel punto gli chiedo: “Ma tu lavori per Trenitalia?”. Mi dice di sì. Gli chiedo un tesserino di riconoscimento, mi dice che sarebbe andato a prenderlo e sarebbe tornato. Mentre va via insisto: “Ma se lavori per Trenitalia perché non fai lo scontrino?” A quel punto si avvicina al mio orecchio e inizia a farfugliare in dialetto che non si può fare, che c’è la crisi, che altrimenti non guadagnerebbe. Dopo qualche secondo si dilegua.

Pochi minuti dopo ci fermiamo per la prima volta, a Caserta. Il venditore scende dal treno.

A questo punto mi piacerebbe sapere se quella persona lavorava per Trenitalia oppure se è un abusivo. E nel secondo caso mi piacerebbe sapere se ha pagato il biglietto per viaggiare oppure no. Il controllore è passato a verificare i nostri biglietti, quindi potrò certamente avere una risposta chiara a questa domanda.

SPQR

28 Set

La cosa più bella di Milano é il treno per Roma.

(Valerio Mastandrea)