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dipendente, indipendente, interdipendente

16 Feb

Dipendente:

che dipende, che è soggetto ad altri

Indipendente:

che non dipende da altri, autonomo; che non è soggetto a vincoli di alcun genere

Interdipendente:

si dice di fatti o fenomeni che dipendono reciprocamente l’uno dall’altro

Applicate queste categorie del pensiero alle relazioni personali, provo a delineare scenari.

Due o più persone vivono in un regime di dipendenza quando esiste una subalternità. Questa subalternità può essere vissuta in due modi da chi è in posizione di forza. Ignorandola, esacerbando questa dipendenza e rendendola distruttiva. Oppure può essere vissuta provando ad invertire la tendenza, cercando, da posizione di forza, di farsi carico della persona incapace di esprimere una propria autonomia relazionale e tentando di portarlo in una situazione di maggiore autonomia, rischiando anche di perdere qualcosa in termini di controllo e potere.

Due o più persone vivono in un regime di indipendenza quando non esiste alcuna subalternità. Le persone non sentono un reale bisogno di condivisione, al massimo si trovano in situazioni di reciproca convenienza. La spinta all’indipendenza può denotare una fortissima capacità di autogestione o, al contrario, un’incapacità di stabilire relazioni genuine. L’indipendenza può essere una chimera con cui difendersi dallo stare bene, dal mettersi in gioco.

Dopo 24 e 11 mesi di indipendenza quasi cieca, mi sono reso conto che il miglior modello è l’interdipendenza.

Due o più persone interdipendenti vivono in un regime di mutuo coordinamento. Condividono aspettative, paure, ansie, emozioni. L’errato movimento di uno di loro comporta l’errato movimento dell’altro. Questo accresce le comuni e reciproche responsabilità, che tutte le parti possono (devono) esercitare in serenità e nella piena consapevolezza del proprio ruolo. L’interdipendenza assomiglia più all’indipendenza che alla dipendenza, è però qualcosa di più evoluto. E’ scegliere di diventare più della somma delle parti.

E’ la base dei sentimenti assoluti.

E’ la base dell’amore. E dell’amicizia. Se non appartenete a questa categoria e pensate di essere innamorati o di avere amici, siete fuori strada.

Nella mia modestissima opinione.

E quindi, nella mia modestissima opinione, nasco oggi.

99, 100, 101

10 Feb

Oggi (avantieri, sai com’è, le bozze) è la giornata dei numeri.

I multipli di due e la storia che li ha regolati e regalati appartiene a doppia emme, che se la terrà per se a meno che non abbia voglia di condividerla.

Ma in realtà sta emergendo una nuova storia.

Ogni giorno succede qualcosa, ogni giorno sembra racchiudere al suo interno un mese di emozioni.

E insomma, sto bilancio della settimana scorsa scritto di martedì mattina mi viene strano. Dato che in una giornata e mezzo di vita succede qualunque cosa. Dato che già ci sarebbero altri 7 post da scrivere. Per tutto quello che ho visto, vissuto, elaborato. Per i sorrisi, per i denti stretti, per gli esami dati e quelli che non finiscono mai. Per i complimenti travestiti da cazziatoni. O qualcosa del genere.

Provando a tirare le fila su quello che volevo scrivere prima che la bozza fosse interrotta, posso dire che sono riuscito, finalmente e di forza, a dividere lavoro e vita privata. Me ne sono accorto quando non ho potuto che rispondere “sì” alla domanda:

“devi aiutare uno che ti sta sui coglioni, non merita la tua stima, non ci lavoreresti mai insieme, ma ha l’idea giusta per migliorare la città?”

Sì che lo devi aiutare. Non è un lavoro facile, non lo possono fare tutti. Molti non ce la farebbero. La fatica è proprio tenere le sfere divise. Di non dire “io non ci sto se ci sta lui”. Questo non aiuta la nostra idea, non ci tira fuori dall’inedia.

Il dovere è dividere, discernere e non confondere mai quello che è giusto e di quello che ci piace. Quello che va bene sulla scrivania dell’ufficio e quello che va bene solo con la saracinesca abbassata.

Sta storia dei 100 va velocissimo. Molti sono diffidenti per principio. Molti cercheranno la verginità politica dove la politica non c’è. Molti vogliono solo salire sul treno in corsa e sfruttare il nostro lavoro, mesi di elaborazioni, giorni di rinunce, ore di discussioni. Ci verrebbe di di dire no a chi, chiaramente, viene a noi con queste intenzioni.

Ma non ce lo possiamo permettere. Saremmo settari, elitari, gelosi, stronzi (citazioni libere degli ultimi giorni).

E’ questa la sfida. La sfida è tirare il meglio da tutti. Tirare il meglio da questa città. E mantenersi saldi. Come mai nella vita.

Non siamo qua per dire “tu sì e tu no”.

(anche se a volte, quanta voglia avremmo di farlo…)

fammi tremare i polsi

9 Feb

Joe Barbieri – Fammi tremare i polsi

il massimo non è sufficiente

2 Feb

Sto per iniziare una nuova settimana di superlavoro. Affascinante, ma sempre superlavoro è.

Riuscirò a battere il record di settimana scorsa? Supererò le 65 ore settimanali?

Chissà.

Di sicuro è strano lavorare così tanto e sentirsi come se non si è fatto ancora tutto. Chiaramente non può essere colpa di una singola persona se non si è puntuali su tutte le scadenze di una campagna elettorale. Certe scadenze, tra l’altro, vengono fisiologicamente ignorate perchè divengono meno cruciali. Eppure, non basta.

Evidentemente non basta il massimo. E’ un po’ il tema della settimana, declinato su tutti gli aspetti della mia vita.

Mi viene chiesto di più, a voce o indirettamente. Viene chiesto di più al cuore ed al cervello. A volte è una richiesta legittima, altre volte inspiegabile. Ora sta a me.

Come ci si comporta quando senti di aver dato tutto, e scopri che non è sufficiente?

Negli ultimi anni ho deciso di cambiare radicalmente impostazione di vita. L’unico modo per essere sereno e psicologicamente più solido è dare il massimo. Il 110%.

L’unica fonte di azioni che possiamo gestire è la nostra persona. E se ci riusciamo è già un mezzo miracolo, vista la quantità e la qualità di soggetti che, in modo sempre crescente, affiorano nella mia vita sotto forma di bandiere sferzate dal vento.

Nella testa delle persone non posso entrare, per quanto sia comodo cavalcare un certo clichè di “Dino psicologo”, “Dino che analizza”. Solo perchè ascolto, e il più delle volte tento di farmi carico dei problemi altrui. Se la gente che sta bene non prova a prendersi un po’ di marroni, chi lo deve fare? Se tutti stanno male, come ci si aiuta a vicenda?

Ma, aldilà del mio naso, esistono le altre persone. E le mie azioni si trasformano in “semplici” comportamenti da interpretare. Non posso, non voglio cambiare gli schemi mentali di chi mi sta vicino. Ancora di meno, di chi non mi conosce. Se la gente non coglie, fraintende, io non ci potrò comunque fare niente.

E, pensavo, se io do il massimo e gli altri non se ne accorgono, cazzi loro.

Pensavo, e penso ancora. Ma sarebbe miope fermarsi a questa prima, seppur corretta, analisi.

E allora, cosa si fa quando il mondo ti chiede più del tuo massimo?

Si può abdicare. Un passo indietro, una reazione scomposta. Alzare bandiera bianca, far franare il cervello e non rialzarsi più.

Si possono ignorare le richieste dell’esterno. Si possono fare confronti, per uscirne spesso vincitori. E quindi, ritrovare la tranquillità nel confronto, nella comparazione.

Oppure, si può ringraziare chi ti chiede ancora di più. Perchè poi scopri che, se solo diventi un po’ più furbo, quel “più del massimo” è già nelle tue corde.

Lo devi solo far vedere.

venticinque sbarrato

30 Gen

25. Non ho mai amato le catene di Sant’Antonio. In linea teorica mi spetterebbero due vite senza scopare, quattro senza amici, pestilenze e inondazioni per tutto ciò che non ho girato via sms. Con le mail poi, non ne parliamo.

24. Per questo ho deciso di utilizzare uno strumento ibrido, ovvero il gioco senza tag. Perchè sta cosa dei 25 mi piaceva, ma non si può dire.

23. La scrivo dall’ufficio di Via Re David, che chiuderò per l’ennesima volta. Così come la aprirò spesso.

22. Via Re David, appunto. Dino lavora tra le 10 e le 12 ore al giorno, sei giorni su sette. E non tende a lamentarsi.

21. Amo scrivere.

20. Per questo, non do molto peso alle parole.

19. O meglio, do moltissimo peso alle parole, ma solo se sono coerenti a tutto il resto. Altrimenti stridono, infastidiscono.

18. Ho moltissimi difetti, che cerco di combattere rendendoli pubblici. Così, come se li sfidassi.

17. Li rendo pubblici scrivendoli qui, su questo blog, che spesso ha assistito a flussi di coscienza e ad outing spacciati per egotismo. Spesso da persone che non hanno mai scritto su un blog e sopratutto non hanno mai ammesso di avere dei limiti.

16. Non sono bello, e questo è un bene.

15. Sono innamorato, e questo è un bene.

14. Sto mettendo insieme 100 persone di età inferiore ai 30 anni. Obiettivi: 1. prendere in mano Bari, davvero; 2. “fare la migliore campagna elettorale della storia d’Italia” (l’ha detto oggi un ciccione ad una riunione. Quel ciccione, che non è Roccia, di solito è ipercritico)

13. Roccia è ipercritico anche più del ciccione ipercritico.

12. I miei amici si contano sulle dita di una mano, e questo è un bene.

11. I miei nemici hanno contabilità indefinita. E in ogni caso credo sia io loro nemico più che il viceversa, a me odiare non viene troppo bene.

10. Al massimo mi vien bene l’indifferenza. Do tutto alle persone, e lo faccio con pazienza. Fino a un punto di rottura. Quando lo supero, non riesco più a perdonare e tornare indietro.

9. Sono cinico.

8. Sono idealista.

7. Anche se dal punto 9 e dal punto 8 non si direbbe, inizio sempre meno frasi con “sono” e con io”. Inoltre, mi rendo conto che le frasi al punto 9 e al punto 8 sono (terza persona plurale) apparentemente ossimoriche.

6. Ho fiducia nelle persone, nella razza umana.

5. Ho sfiducia in alcune persone, che spesso rovinano il processo creativo che mi fa sperare in cose come quelle della frase numero 6.

4. La mia ragazza si chiama Maruzza, Maria Lucia all’anagrafe. Io mi chiamo Dino, Berardino all’anagrafe. Istintivamente, mi viene da pensare alla parola “prete” (che faccia farebbe?) e alla parola “figlio” (che cazzo di nome finirebbe per avere?)

3. Sono agnostico. Il prete se la prenderà?

2. Sono molto più agnostico da quando ho perso mio cugino, due anni fa. Si è suicidato per amore, a 18 anni. Si è impiccato. Qualcuno mi spiegherà cosa c’entra Dio, Gesù e questi succedanei dell’autocoscienza, con l’uomo.

1. Ho perso mio cugino. Uccidendosi mi, ci ha insegnato tre cose. 1. non lamentarsi mai, perchè c’è sempre qualcuno che sta peggio di te; 2. dai sempre il massimo nella vita, perchè solo così non avrai rimpianti; 3. non dipendere mai da niente e da nessuno.

avanti, senza guardare

19 Gen

Usare l’attualità come bilancio di una settimana non mi era mai capitato. Ma sarebbe stupido non farlo.

Vi scrivo da una scrivania che è stata la mia seconda (forse prima) casa in questi ultimi sei mesi, che mi ha visto evolvermi da un buon esperto di comunicazione online ad aspirante stratega di campagna elettorale, da ultimo arrivato di Proforma  a uomo di Proforma a tutti gli effetti, da sconosciuto a un po’ meno sconosciuto, da lavoratore a lavoratorissimo.

Vi scrivo, forse, per l’ultima volta da questa postazione. Perchè io potrei anche prendere per buona la teoria che fra sei mesi il posto per me è qui, ma tutti sanno come vanno queste cose.

Può andare tutto splendidamente, possiamo vincere le elezioni di 15 punti e io posso diventare una sorta di guru del mondo giovanile. E allora, chissà che fine farò.

Possiamo vincere di due punti e allora avremo fatto “solo” il nostro dovere, con la città in bilico e il rischio di ricadere da un momento all’altro nel passato.

Possiamo perdere di due punti e ritrovarci così, semplicemente disoccupati.

Possiamo perdere di quindici punti e aver chiuso per sempre con questo mondo.

Mi piacerebbe credere che per me ci sarà sempre un posto, ma non è così. Il mondo ha troppe variabili, e sarei stupido se non ci pensassi.

Ed è per questo che, quando ho letto un sms del mio compagno di avventure, quando lui, come me (ma moltiplicato per 9) lasciava la sua scrivania senza nessuna garanzia sul fatto che quel posto sia per sempre lì ad aspettarlo, ho pensato che oggi, 19 gennaio 2009, stiamo vivendo un passaggio fondamentale, un punto di non ritorno.

Abbiamo deciso di gettarci così, senza rete sotto, senza sicurezze. Abbiamo solo un contratto da 6 mesi davanti agli occhi, nessuna garanzia, un muro di lavoro e un fottìo di responsabilità.

Facciamo quello che abbiamo sempre voluto fare, ma il rischio è alto, altissimo. E forse nemmeno ce ne siamo accorti. Perchè, per fortuna, prendiamo sempre tutto con una buona dose di incoscienza. Quella che non ha la stragrande maggioranza di chi ci guarda e talvolta ci invidia.

Sia perchè stiamo dove stiamo, sia perchè non riuscirebbe a fare scelte per passione, ma solo per calcolo.

Ecco, questa è stata la settimana appena finita. L’ultima (forse) settimana a Proforma. E’ stata questo. E’ stata anche questo.

Ma è stata, sopratutto, una settimana in cui ci siamo dimostrati, io e doppia emme, che possiamo essere perfetti quando vogliamo. Cioè sempre.

Senza reti, senza paracadute. Così si vive.

Avanti, non indietro. Se penso che è questo lo slogan di Michele (www.micheleemiliano.it), penso che si è scelto i collaboratori giusti.

2008 di getto, al rallentatore

30 Dic

Sì, prendiamolo così, senza pensarci. Scriviamo cosa viene, parliamo del 2008 senza dare ordine alle cose. Cosa affiora d’istinto è davvero importante.

Sia ben chiaro: il 2008 è stato l’anno più importante della mia vita. E, anche per questo, il più bello.

Laurea

18 febbraio 2008: tra una riunione e l’altra chiudo l’Università. Chi è ancora alle prese con lo studio non può immaginare la sensazione che si può provare una volta chiusa la vita da studente. Non credete a chi malinconicamente vi dirà “da oggi sono disoccupato”: quello che succede alla vita di un ex-studente è impagabile, liberatorio, unico. Qualcosa che non è paragonabile a nulla di ciò che avete provato e che proverete.

Master

30 giugno 2008: Amenduni studente più meritevole del Master in Marketing e Comunicazione. Fatto tra una corsa in radio e un’esame, tra una riunione pre-elettorale e qualche pesante concessione alla mia vita privata. Esperienza cruciale non tanto per quello che ho imparato (pochino, in verità), quanto per la consapevolezza del mio valore, di quello dei miei presunti colleghi, dello stato di salute della città, della comunità. La consapevolezza di ciò che già c’è e che va cercato, stimolato, aiutato. E cosa va invece messo da parte.

PD

14 aprile 2008: io ci credevo davvero. Quel pomeriggio ero in comune, i primi exit-poll ci davano sotto di un punto. Abbiamo immaginato la zingarata, che quella famosa “forbice” stavolta riservasse sorprese strane a nostro vantaggio. Poche ore dopo eravamo alle prese con Ansa da apocalisse. La Lega prende il doppio dei voti di Rifondazione, il 30% in Veneto. La sinistra era morta, stava morendo e noi stavamo preparando i crisantemi. Ovviamente in quei momenti non ne eravamo consapevoli, ma sapevamo che l’Italia voleva Berlusconi, voleva essere coccolata con le bugie. Sono stato coordinatore dello staff della comunicazione. Un’esperienza irripetibile, sia per il fascino e la quantità di cose che ho imparato, sia perchè non la potrei più rifare. Basta coi partiti. Ma mai basta alla politica.

Proforma

12 luglio 2008: iniziano 680 ore di stage. L’esperienza lavorativa definitiva. Entusiasmanti i clienti, i colleghi ( decisamente più talentuosi di me per la gran parte), anche gli orari assurdi mi hanno affascinato. Dopo 5 mesi di lavoro sempre presente ma che mai mi ha scoraggiato e levato il sorriso dal volto, adesso ho le chiavi di un giocattolo molto più grosso. Ma con loro la musica è e sarà sempre diversa. Se tendenzialmente perdo velocemente la motivazione una volta raggiunti i traguardi, con loro non funziona così. Con loro avrò sempre voglia di lavorare, anche gratis, anche di notte.

Radio

13 ottobre 2008: a proposito di traguardi e motivazioni. E’ in quel caldo lunedì d’autunno che realizzo un altro mio sogno: la conduzione di un programma quotidiano in diretta su Controradio, l’emittente che da giovani rappresentava una sorta di modello magico e insuperabile. Dopo 2 mesi e mezzo di galoppata trionfale, di progressivi, costanti e riconosciuti miglioramenti che ci sono valsi la riconferma per la prossima stagione, io mi trovo al bivio. Ho bisogno di sentirmi parte di un progetto che non si esaurisca con il compito a casa, ho bisogno di gente di talento al mio fianco, gente che sputi il sangue per lavorare gratis. Perchè io il sangue l’ho sputato, anche  se non mi è mai davvero pesato. Però è giusto che si sappia. Ora ho bisogno di motivazioni superiori per dare ancora di più. La radio è la mia passione incrollabile, ma non è una passione a tutti i costi. Più niente, in verità, è a tutti i costi.

Mavù

17 maggio 2008: organizzo il mio primo evento nel posto dei sogni. Il luogo più bello della Puglia, dove avevo assistito a concerti strepitosi (Groove Armada su tutti, con un amico che poi si è intrattenuto con una mia ex lungo il 2008. L’eterno ritorno dell’uguale?), a grandi dj-set ma sopratutto a un clima fantastico legato al posto. Un posto che mi permetteva di sognare programmazioni pazzesche, così come il mio accordo con la proprietà prevedeva. Un accordo finito con uno stipendio mai pagato e le mie dimissioni. E con la più grossa  delusione dell’anno, che però ha avuto il vantaggio di mettermi davanti alla verità: qui sono tutti ricottari, per organizzare eventi le strade sono altre. E forse non è nemmeno il mio mestiere.

Maruzza

8 ottobre 2008: mi ha cambiato la vita. Non serve aggiungere altro.

Luci in ombra

Vorrei ringraziare tutti (non più di 5, non mi fate fare i nomi, vi ho tenuti nascosti per proteggervi, non mi va di utilizzarvi come carne da macello o come materiale d’avanspettacolo) quelli che hanno impreziosito la mia vita durante tutto l’anno. Ho combinato veramente di tutto, ma nessuno lo sa. E nessuno lo saprà, se non i diretti interessati. L’orgoglio è quello di non aver mai fatto del male a nessuno, nè direttamente nè indirettamente. Nel fare gli stracazzi miei, ho avuto un’etica rigidissima. Lo devo, lo dovremmo tutti,a tutti.  Il rimpianto è quello di aver deluso qualcuno per non aver dato la sensazione di essere legato a queste persone, per essere stato “quello impegnato”, quando in realtà è mancato qualcosa, sempre qualcosa di diverso, e non solo qualcosa di mio. Siete luci della mia vita e non ve ne andrete via di certo.

2009

Pochi progetti, ma chiari (e già letti se seguite questo blog):

dare più valore al mio tempo e non solo economico;

non lanciarmi su tutti i progetti che mi piacciono;

abbattere la quantità di spettacolo e vita mondana;

avere più coraggio di dire alle persone che sono valide o che non lo sono affatto;

ridurre ancora di più la quantità di compromessi;

Un 2009 con meno Duni sarà un 2009 migliore.

Auguri ragazzi, che possiate avere la gioia che io ho provato in quest’anno.

bilancio pre-bilancio

29 Dic

A due giorni dalla fine del 2008 sarà difficile (e forse inutile) tenere lontano questo post da quello con cui proverò a mettere un punto sull’anno che si sta per chiudere.

Ancora una volta, una settimana densa. Densissima.

Iniziata con la festa di Proforma, non meno di 1000 persone, “una festa strepitosa” (citazione congiunta dei signori Cube-Demodè; non ditelo a nessuno);

proseguita con gocce di mondanità qua e là, con il 24 a pranzo da Nino a Barivecchia a base di panino e birra familiare. Una tradizione tutta barese che ho vissuto per la prima volta;

con la cena di Natale in cui, per la prima volta, i commensali alludono ai nipotini e mamma e papà si girano per indagare sui movimenti dei miei zigomi. Ora vai a capire se è legato a doppia emme, se sono io che sembro diverso per i fatti miei, o se più semplicemente sto per fare 25 anni e sentirmi ancora un adolescente non rimanderà nè la loro voglia di vedermi cresciuto nè l’appuntamento con l’anagrafe;

vincendo l’unica texana a cui ho partecipato (devo recuperare: per fortuna che oramai a poker si gioca tutto l’anno);

andando a vedermi un festival che avrei potuto contribuire ad organizzare, se solo ce la facessi a turarmi tutti i fori disponibili. Andando a farlo senza rabbia, senza invidia, ma consapevole che quella non è più la mia partita, la mia storia, il mio mondo. Per ora.

Ed è così che ci avviciniamo al 2009, coi concerti. Doveva essere l’anno della musica e così è stato.

Ed è stato chiuso con il botto, per certi versi. Ci avviciniamo al 2009, l’anno che in tempi non sospetti avevo definito “del self-marketing”. Dicitura oscura, per non dire brutta.
Diciamo che sarà l’anno della pazienza, della calma, del graduale disinvestimento su alcuni fronti che sono morti nella mia testa, talvolta del ritiro a vita privata. Sarà l’anno della valorizzazione del mio tempo.

Ma (anche) di questo, ne parliamo meglio fra due giorni circa.

Perchè, io valgo?

27 Dic

Che prezzo ha la fedeltà?

Che prezzo ha la lealtà?

Che prezzo ha la coerenza?

Che prezzo ha la volontà di scegliere?

Che prezzo ha decidere?

Che prezzo ha non guardarsi indietro?

Che prezzo ha non sorridere a tutti?

Che prezzo ha l’etica?

Che prezzo ha il rispetto?

Che prezzo ha l’altruismo?

Che prezzo ha l’integrità?

Rallentare non è solo una promessa mancata

22 Dic

Sono mesi che affronto il tema di me che devo mordere il freno, alzare il piede dall’acceleratore, dare più valore al mio tempo, tornare a essere un ragazzo di 24 anni, andare in vacanza, fare tardi la sera, coltivare le sue passioni più o meno sane, più o meno importanti, più o meno condivise e condivisibili.

Ora ce l’ho fatta, finalmente, a trasformare i buoni propositi in realtà.

Ho lasciato la conduzione di Basette. E’ stata una settimana durissima da questo punto di vista. Dire che io non ci sto più vuol dire ammettere che il progetto iniziale non è mai esploso.

Vuol dire che un leader (?) di un gruppo ammette di non essere stato in grado di crearlo, quel gruppo. Da un punto di vista emotivo, di identità, più che pratico (il programma è piaciuto, è stato confermato, lo abbiamo sempre portato a casa.  1 ora e mezza al giorno di diretta per 2 mesi e mezzo, senza che nessuno di noi ricevesse un euro. Questo è un dato di fatto).

Vuol dire che in certi passaggi si è sentito tradito. Che è stato valutato come persona e non come professionista. E questo non si fa, quando si lavora tutti assieme per un presunto scopo comune.

Ho lasciato temporaneamente, perchè non riesco a non sperare  che le  cose migliorino, si evolvano.  Ma ho lasciato, perchè penso che solo così si possa migliorare. Tutti, senza di me, con il potere ed il controllo in mano.

Sto imparando ad avere pazienza, e non quella (in certi casi) straordinaria foga di fare tutto ciò che mi piace. Perchè è solo così, ragionando, riflettendo, negandosi a volte,  che si acquista valore. Si vive meglio, e si fa meglio tutto.

Perchè in fondo so fare discretamente due cose: pensare e scrivere.

Ed entrambe le cose non riescono bene senza riposo, senza calma, senza un clima favorevole attorno a me.

Sarà il mondo a stabilire se una mia parola ha un valore: che sia commerciale, simbolico o profetico, poco importa.

Sarà il mondo a stabilire se qualcuno ha bisogno delle mie idee per far crescere un progetto.

Non sarò io a dirmi pronto, perchè forse non è sempre vero. Anzi: quando sbaglio, sono sempre contento.

Le ferie natalizie sono forse più ferie di quello che speravo. E ho deciso che saranno ferie verie. Non me ne frega niente se non viaggerò, se dovrò aspettare ancora 6 mesi (non potevo immaginare che forse, addirittura, potevo partire). Approfitterò per riposare. Per fare gesti semplici. Per godermi tutto, ogni singola gioia.

Per tutti quelli che pensano che io sia un buon compagno di viaggio, vi dò un consiglio: riposatevi, riposiamoci tutti.

Dal 2 gennaio, scatta l’anno più importante delle nostre vite. E dopo il 2008 strepitoso che ho vissuto, non posso che essere pronto a fare il definitivo salto di qualità.

Ma sempre senza strafare.