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La settimana di Bukowski #3

12 Lug

Quello che non mi andava è che mi venisse negato il diritto di restarmene in una stanzetta a morir di fame e a bere vino cattivo e a stravolgermi il cervello come e quanto mi pareva. Non volevo dormire in caserma con un mucchio di ragazzi americani che scoppiavano di salute e di voglie, che andavano matti per il football, ragazzi ipernutriti cazzari segaioli carini terrorizzati scorreggioni bianchi e rosa figli di mamma modesti dilettanti di pallacanestro, con i quali sarei stato costretto a essere gentile, a sbronzarmi in libera uscita, a restar sdraiato gomito a gomito ad ascoltare raffiche di barzellette sporche, cretine e ovvie. Non volevo le loro coperte rozze e le loro uniformi rozze e la loro umanità rozza. Non volevo cacare con loro o pisciare con loro o dividere le puttane con loro. Non volevo vedergli le unghie dei piedi e leggergli le lettere da casa.

(Charles Bukoswki)

Fotografia del 13 luglio 2012 – La comunicazione è una parola precaria

13 Lug

La comunicazione è una parola precaria.

Lavorare nella comunicazione vuol dire accettare l’idea di convivere con una precarietà ‘esistenziale’. Può essere commerciale, istituzionale o politica: cambia poco. Bisogna avere una buona idea, spesso più di una. In tempi spesso stretti. Non si può dire ‘non lo so fare’, bisogna provarci.

Ogni volta che si è chiamati a fare il proprio lavoro, si entra in una dimensione precaria. A stimolo non sempre corrisponde risposta uguale, e l’incertezza è la porta di accesso privilegiata alla precarietà.

La creatività non è quasi mai una linea retta, soprattutto se si considera che la buona comunicazione non è quella ‘bella’ o memorabile, ma quella che produce cambiamento, qualsiasi cambiamento, dalla cinica attivazione del comportamento d’acquisto all’ideale attivazione sociale per il bene comune.

La buona idea, poi, neanche basta. La buona comunicazione è quella che sa estrarre la creatività da uno spazio chiuso, quello dei dati statistici, degli obiettivi di marketing e delle aspettative del tuo interlocutore. Bisogna sperare che piaccia al cliente e che non cambi idea in corsa. Bisogna essere pronti a cambiare, sempre. Anche controvoglia. E soprattutto bisogna essere pronti ad accettare l’idea di dover rimescolare le carte più e più volte. Perché cambia il contesto, o il mercato, e dunque le idee possono diventare rapidamente, e improvvisamente, vecchie.

I comunicatori sono precari di mestiere, ed è facile immaginare quanto questo possa essere vero nei periodi di crisi economica. Quali sono le prime spese che un’azienda taglia? Quelli (apparentemente) non necessari: la ‘pubblicità’, perché prima ci sono gli stipendi dei dipendenti e i fornitori da pagare. Meno soldi, più ansia, più fretta, più vincoli, più precarietà.

Il comunicatore precario per eccellenza è, però, il comunicatore politico. Si può vincere le elezioni senza alcun merito, se il candidato con cui si lavoro è favorito o se l’avversario è debole. E in quel caso, nessuno ti riconoscerà (giustamente) alcun merito.

Il rovescio della medaglia, però, è che si può perdere senza alcun demerito, magari dopo una rimonta clamorosa che si ferma, però a un passo dal traguardo. E a quel punto la bravura, la buona idea, l’approvazione del politico non bastano. Hai perso. E diventi come gli allenatori che arrivano secondi: precari, se non addirittura disoccupati.

(testo scritto per il libro ‘Senza Paracadute – Diario tragicomico di un giornalista precario’ di Antonio Loconte)