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Impossibile non è una regola

7 Dic

Impossibile è solo una parola pronunciata da piccoli uomini che trovano più facile vivere nel mondo che gli è stato dato, piuttosto che cercare di cambiarlo. Impossibile non è un dato di fatto, è un’opinione. Impossibile non è una regola, è una sfida. Impossibile non è uguale per tutti. Impossibile non è per sempre.

(Muhammad Ali)

Un piacere primordiale nel silenzio

6 Lug

Non c’è parola più certa di un’altra.
S’impara a tacere con gli anni,
anche se sembra che parliamo.
Si nasce senza parole
e con tutte le parole distrutte ce ne andiamo.
E tuttavia,
nonostante vivere significhi ammutolire,
esiste un piacere primordiale nel silenzio,
che giustifica tutti i silenzi.

(Roberto Juarroz)

Quindi

11 Nov

I greci ci hanno dato la logica. È Aristotele che ha inventato il grande “quindi” (il principio di casualità aristotelico), come in “non ti amo più, quindi…” o “ti ho trovata a letto con un altro, quindi…”. Usiamo questa parola milioni di volte, per prendere le decisioni più importanti. Dovremmo iniziare a pagarla. Ogni volta che Angela Merkel dice ai greci “Noi vi abbiamo prestato un sacco di soldi, quindi ci dovete pagare, dovrà pagar loro i diritti d’autore”

(Jean Luc Godard)

Il rimedio

4 Ott

Il rimedio non sta certamente nelle buone maniere da educandati; sta piuttosto in un normale e onesto impiego della parola come portatrice di significati reali, che preferisca l’ironia all’insulto, il sarcasmo alla parolaccia, la maestria nel mettere a nudo le contraddizioni dell’avversario all’offesa sterile, che poco dice sui fatti.

(Maria Vittoria Dell’Anna)

Come una pausa

26 Apr

La parola giusta può essere efficace, ma nessuna parola è mai stata efficace come una pausa al momento giusto.

(Mark Twain)

Grimaldello

27 Nov

La parola è una chiave, ma il silenzio è un grimaldello.

(Gesualdo Bufalino)

Soppesare

13 Lug

Soppesare ogni parola con il bilancino dell’orafo.

(Marco Terenzio Varrone)

I sali

15 Set

La parola scritta può avere benefici effetti sulle società malate.

 

(Christopher Hitchens)

Liberale, liberale, liberale

23 Ago

Qualunque cosa potessi sostenere, ero più profondamente attaccato ai concetti liberali di libertà – libertà di parola e di stampa, libertà accademica, indipendenza di giudizio e indipendenza dei giudici – di quanto non lo fossi all’idea di un partito disciplinato in grado di mobilitare le varie forze sociali per creare un ordine che garantisse una libertà più vera per tutti anziché per pochi.

(Cruise O’Brien)

Fotografia del 13 luglio 2012 – La comunicazione è una parola precaria

13 Lug

La comunicazione è una parola precaria.

Lavorare nella comunicazione vuol dire accettare l’idea di convivere con una precarietà ‘esistenziale’. Può essere commerciale, istituzionale o politica: cambia poco. Bisogna avere una buona idea, spesso più di una. In tempi spesso stretti. Non si può dire ‘non lo so fare’, bisogna provarci.

Ogni volta che si è chiamati a fare il proprio lavoro, si entra in una dimensione precaria. A stimolo non sempre corrisponde risposta uguale, e l’incertezza è la porta di accesso privilegiata alla precarietà.

La creatività non è quasi mai una linea retta, soprattutto se si considera che la buona comunicazione non è quella ‘bella’ o memorabile, ma quella che produce cambiamento, qualsiasi cambiamento, dalla cinica attivazione del comportamento d’acquisto all’ideale attivazione sociale per il bene comune.

La buona idea, poi, neanche basta. La buona comunicazione è quella che sa estrarre la creatività da uno spazio chiuso, quello dei dati statistici, degli obiettivi di marketing e delle aspettative del tuo interlocutore. Bisogna sperare che piaccia al cliente e che non cambi idea in corsa. Bisogna essere pronti a cambiare, sempre. Anche controvoglia. E soprattutto bisogna essere pronti ad accettare l’idea di dover rimescolare le carte più e più volte. Perché cambia il contesto, o il mercato, e dunque le idee possono diventare rapidamente, e improvvisamente, vecchie.

I comunicatori sono precari di mestiere, ed è facile immaginare quanto questo possa essere vero nei periodi di crisi economica. Quali sono le prime spese che un’azienda taglia? Quelli (apparentemente) non necessari: la ‘pubblicità’, perché prima ci sono gli stipendi dei dipendenti e i fornitori da pagare. Meno soldi, più ansia, più fretta, più vincoli, più precarietà.

Il comunicatore precario per eccellenza è, però, il comunicatore politico. Si può vincere le elezioni senza alcun merito, se il candidato con cui si lavoro è favorito o se l’avversario è debole. E in quel caso, nessuno ti riconoscerà (giustamente) alcun merito.

Il rovescio della medaglia, però, è che si può perdere senza alcun demerito, magari dopo una rimonta clamorosa che si ferma, però a un passo dal traguardo. E a quel punto la bravura, la buona idea, l’approvazione del politico non bastano. Hai perso. E diventi come gli allenatori che arrivano secondi: precari, se non addirittura disoccupati.

(testo scritto per il libro ‘Senza Paracadute – Diario tragicomico di un giornalista precario’ di Antonio Loconte)