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Nel 2010 farò l’operaio specializzato

4 Gen

Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo.

(Alan Kay)

Nero su bianco Natale 2009

23 Dic
Il post natalizio della coppia Amenduni-Masciopinto. Inverto l’ordine dei colori della consorte (il suo post è su http://mursie.wordpress.com/2009/12/23/nero-su-bianco-natale-2009/). Il risultato, invece, non cambia :)

Non sembro felice.

Stanno provando a levarci anche il Natale, a buttarlo in caciara.
So che sto scrivendo a un pubblico, ma prima di tutto parlo con Te, con la persona che più di tante altre ha a cuore il valore di questa festa e che soffre nel vedere la corsa al regalo, al consumismo, al lavaggio collettivo del senso di colpa.

Alla tradizione post-fordista e pre-psicotica del Dicembre occidentale, quest’anno si aggiunge anche una sorta di catarsi al negativo.
Attorno a noi vedo un altro delirio, quello dell’attualità. E penso.

Penso che dovrei iniziare a preoccuparmi, perché, volendo banalizzare, “ci stanno togliendo tutto”. Le energie, la voglia di aiutare gli altri, il futuro, la coscienza, la decisione. Anche le illusioni.
Tutto.

E’ vero, forse ci stanno togliendo tutto, ci stanno dicendo di farci i cazzi nostri, di essere individualisti. E ce lo stanno dicendo in tanti. I politici, i nostri simili, i genitori, i professori, gli amici, i nemici.
Tutti ci dicono tutto. Non si capisce più niente.

E invece lo sono.

Nella pratica, invece, quella catarsi negativa è energia che si libera, che finalmente confluisce e va nel posto dove deve stare.

Ci stiamo riappropriando di una dimensione nostra, solo nostra. Ci stiamo impegnando nella costruzione di una casa, di un focolare, di un progetto.

Sto imparando a dire no. A farmi rispettare, e quindi a rispettare te. A riconoscere la cattiveria, e a dividerla dal resto dei sentimenti umani.
Sto scoprendo quanto piccolo e fragile io possa essere.

Nello svalutare il prossimo, lo sto rivalutando. Nello scoprire quanto merda è, capisco anche che è furbo molto più di me.

E’ vero, forse ci stanno togliendo tutto. Ma ci stanno togliendo le cose inutili. Quelle zavorre che ci portavamo addosso, che ci appesantivano il cammino in cambio di un’illusione di inattaccabilità.

Ora sono nudo, bagnato, debole. Rischio. Ma se sono attaccato, ora posso correre. Non perdo tempo in cose stupide. Riuscirò ad imparare a godermi il sole, il vento, la noia. Sentimenti umani e splendidi, che temevo di non saper più riconoscere.

Non ci sarà mai più un anno così, perché questo ha avuto elementi irripetibili.

E se questo finale potrebbe essere l’inizio della fine di mondi paralleli, a noi così vicini quanto irrimediabilmente in allontanamento, a me puzza tanto di miracolo finale, che lo completa e lo consegna alla nostra, meravigliosa, storia.

È passato un anno da Nero su bianco Natale 2008. Avevamo parlato ognuno della propria percezione di questa festività, di questo periodo, di questo stato dell’anima.

Ora è cambiato tutto. Tu puoi parlare del mio Natale, io posso parlare del tuo e siamo certi di non sbagliare, conosciamo esattamente i sentimenti che non appartengono a noi stessi ma al Noi nell’altro.

Parafrasando il tema della puntata natalizia di Cose dell’altro mondo (si, perché quest’anno Noi abbiamo un progetto nostro, un microfono e due cuffie) nel 2009 la terra è stata piatta: nessun  grande evento nel mondo, nessuno sconvolgimento, nessuna scoperta, niente di eclatante ed emozionante che coinvolgesse almeno un quinto degli abitanti di questo pianeta.

Quest’anno passato la terra ci è sembrata, piuttosto, Italiacentrica, Baricentrica magari.

Una sfida enorme, l’appuntamento elettorale. La tua, la vostra determinazione. La mia passionalità sempre di traverso. La vittoria, la tua soddisfazione, quella di tutti. E poi

i successi personali, i successi del gruppo, i giornali, le interviste, le foto, i servizi tv, gli opinion leaders, gli opinion makers, le pizze e i caffè, le cene e i concerti, le offerte di lavoro, le scelte importanti, gli esami che non finiscono mai, il mare, le ore in macchina, i concerti, il mare, gli amici che contano. Il successo.

Nel bilancio dei sentimenti e delle sensazioni, non si sa perché, ci siamo scambiati il ruolo. Io mi porto dentro cartoline meravigliose, colorate e che profumano di pizza ben cotta. Tu insegnamenti per il futuro.

La magia che tu chiami miracolo è che insieme abbiamo raccolto il meglio da quest’anno, persino da questi giorni di inculate e indecisioni, smentite e proclami. Indifferenti, stiano tranquilli ai piani alti, non lo saremo mai, al massimo diventeremo più prudenti. Sicuramente più forti.

I mattoncini crescono in numero e un cartone animato ci canta che non importa quello che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno. Buon Natale, qualsiasi cosa sia, Signor D.

Non c’è più fila davanti a Vuitton e ne sono intristita.

Dino Amenduni, aggiornamento al 7 novembre 2009

7 Nov

(recupererò tutte le classifiche e le top five, promesso. Recupererò anche questo blog, promesso. Non è possibile che non scriva per due mesi, non mi fa bene)

Ricominciamo da qua: Uochi Toki – il cinico.

Se qualcuno pensa di conoscermi, prenda questo tema come prova di verifica.

Quando si parla di tumori, in un dialogo ad esempio,

nasce quasi sempre una contesa tra gli interlocutori:

“io sono più salutista”, “io li prevengo meglio”,

“il fumo non fa male quanto lo fa la tua pessima alimentazione”.

Lo ammetto: molto spesso anche io vengo tirato dentro.

L’unica cosa di cui sono scontento è la pessima qualità della conversazione e del fatto che i malati stessi stanno chiusi in ospedale,

i parenti molto spesso si fanno spessi e non ne vogliono parlare.

Le riviste specializzate sono contraddittorie: pubblicitarie. Se invece chiedo ad un dottore, mi consiglia di mangiare molta frutta fresca.

Mi bastava mi diceste: “non si può ancora sapere”.

Sapete? Io accetto il fatto di morire per la negligenza della scienza o di un dottore.

Conosco quel fenomeno chiamato incompletezza che genera l’imperfezione.

Magari sul momento qualcuno avrà da dire, si potranno risentire, ma la cosa a me non interesserebbe visto che la realtà è questa: non si torna dalla morte. Posso dirlo senza che qualcuno mi sbatta in faccia il paradiso delle torte.

Posso parlare senza dover mettere in ordine dei pixel?

Commetto un crimine se dico che sto bene quando vado in giro con gli amici?

Che non ho problemi ad impegnarmi nel risolvere problemi pur sapendo che ne spunteranno nuovi?

Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri.

Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno.

Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente,

di ricordarmi che sono piccolo così anche i miei problemi sono piccoli e risolvibili,

così non devo lanciare a tutti i costi lanciare accuse a me o ad altri,

perdere tempi con le colpe o i meriti.

Posso pensare agli alberi, ma non per alienarmi come gli autistici o combattervi come i pastori di alberi, bensì per un altro motivo, che sia il residuo della mia percentuale di vita o salvezza sotto i ferri di un medico

e questa ve la spiego: se ho il 70% di probabilità di guarire da una malattia che, tra parantesi, non ho ancora contratto, faccio in modo che il restante 30% venga speso facendo passeggiate nel bosco visto che da morto di certo non avrò possibilità.

È una questione di esperienze: la comprensione, intendo. Se guardi la Via Lattea la vedi lontana, ti senti all’esterno, ma è solo perché le distanze tra sistema e sistema non ti consentono la percezione del dentro. È la tua galassia.

È un esempio che non capisci perché abiti in mezzo agli edifici. Il cielo di notte lo vedi arancione. Non dico “trasferisciti”, ma considera i limiti della tua ricerca di aggregazione. In città io ci vengo spesso, resto poco e quando torno corro perché non sopporto il rapporto con l’ambiente, non per il pollice verde o la coscienza ecologica: è solo che sento la mancanza di animali e piante.

Mi tocca simularle diventando silenzioso, argenteo come le betulle oppure schivo e violento come un tasso.

Frusto il mal di testa come i rami di un salice. Come un istrice: non avvicinarti.

Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l’erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia.

Sei legato ad un quartiere da amici o da famiglia e non è un crimine se ne cerchi di migliori, dopotutto il compito dei rami è: allontanarsi dalle radici.

I miei profili preferiti mi accompagnano: le colline. Sono tutte cose che puoi benissimo capire.

Nel frattempo

io continuo.

 

il passato è una terra straniera

16 Ago

(speriamo che il titolo del post non lo rovini)

Sono appena tornato a casa dopo la mia unica settimana di vacanza negli ultimi 18 mesi. E me la devo far bastare per un altro bel po’ di tempo. Per quanto sia oramai sicuro e determinato nel voler staccare la spina più volte, anche per poco tempo, durante il rutilante accavallarsi di emozioni quotidiane.

Domattina alle 8 la sveglia suonerà e non avrà particolare ritegno nei miei confronti, così come ci si deve attendere da una sveglia che sia professionale nel fare il suo mestiere. E io sarò pronto, sbadiglione, a inforcare gli occhiali e riprendere a marciare con il messaggio di buongiorno al mio amore, il caffè freddo, la rassegna stampa giornaliera, Via Fanelli in macchina.

Ma i punti di contatto finiscono qui.

Inizia una nuova pagina della mia vita, sicuramente più vicina a quelle che sono le mie corde, le mie professionalità. La inizio con l’ottimismo, forse irrealistico, di chi è sereno, quasi divertito all’idea di ricominciare con un fottìo di sfide diverse. Con l’ottimismo sicuramente irrealistico di chi è convinto di lavorare di meno o comunque in modo meno stressante. E di divertirsi ancora di più di quanto il suo mestiere e la sua vita da privilegiato mi abbiano già consentito.

Ma prima di ricominciare a ballare sento il dovere di dedicare il mio spazio pubblico a Maruzza. La chiamerò sempre per esteso, senza diminutivi nè orpelli, perchè è giusto che lei entri definitivamente nell’immaginario di tutti i miei lettori e conoscenti. Anche se (e ne sono convinto, Maruzza un po’ meno) ritengo che lei sia ampiamente entrata nell’immaginario di tutti, e che tutti non riescono più a immaginare Dino senza Maruzza.

Sento di doverle dire in pubblico determinate cose. Inizialmente ero un po’ titubante, pensavo fosse una bambinata, avanspettacolo. Continuo a pensare che la vita privata debba essere tale, come mi suggerisce l’aggettivo che la connota. Proprio per questo, Maruzza (e ora ti do del tu), spero che ti possa godere ogni parola di ciò che scrivo e che tu possa immaginare i miei occhi mentre guardano ciò che la testa riferisce alle mani.

Amore mio,

sono consapevole di non essere un fidanzato normale. Quando stai con una persona di 25 anni ti aspetti il ragazzo che ti porti fuori tutte le sere, che non debba uscire dall’ufficio dopo le 19 ogni volta, che non abbia riunioni notturne, che possa essere reperibile quasi sempre anche per fare shopping, che non ti debba obbligare a prendere un automobile o i mezzi pubblici perchè sia possibile vedersi, che non utilizzi quel poco tempo libero che ha per andare a giocare a pallone. Ti aspetti una persona potenzialmente sempre pronta per un’uscita a 2. Per portarti sul mare, a cena in posti sconosciuti, a prendere l’aperitivo anche prima di pranzo, anche senza preavviso, anche senza stare lì a trattare sulla mezzora in più o in meno di lavoro da strappare o di sonno da perdere.

Sono consapevole di non avere ritmi facili, di caricarmi di responsabilità più di quanto forse ne dovrei (e vorresti), ma allo stesso tempo sai quanto mi piaccia il mio lavoro e sai anche che quando lavoro penso sempre a una casa, a una veranda, a un cane, a un bambino. E che penso ai soldi sono in quest’ottica. Perchè a me piace lavorare per idee, per ideali, non per carriera. E so che questo ti piace molto di me.

So perfettamente che tu non riesci a goderti questi pensieri, i sogni che condividiamo, perchè pensi che io abbia già fatto questi discorsi alle mie ex. In alcuni casi è successo davvero: ho immaginato i nomi dei bambini, ho detto “ti amo”. L’ho fatto, come tutti quelli che prima di amare la donna della propria vita hanno amato e basta. O meglio, si erano illusi di essere innamorati (illusi, sì. Altrimenti le storie non sarebbero finite).

So con altrettanta certezza che qualsiasi traccia del mio passato ti ha fatto male e ti fa male ancora. Perchè le vecchie compilation nel porta-cd? Perchè i vecchi peluche in camera mia? Perchè la gente che ti sta in giro continua a parlare di persone con cui sono andato a letto? Perchè  compilation in cui ci sono canzoni che hai già usato per altre?

Sono queste le domande che ti poni. E io ti rispondo che certe cose succedono perchè il passato non conta più, non emoziona più, la sua vista non mi cambia le giornate, il suo suono non mi conduce a loro. Perchè non c’è suono. E se ci fosse, mi porterebbe a te. Non ho sentito il bisogno di fare epurazioni di feticci perchè il mio passato era silenzioso. Nè piacevole nè doloroso. Era passato. E’ passato. Non esiste più. Senza che ci sia bisogno di fare rimozioni massicce per completare l’opera. Anche la musica, l’aspetto su cui sono più colpevole, non ha più lo stesso suono. Ogni cosa che ho fatto per te ha un senso logico, un significato, non era un collage ma un progetto. Una cosa viva, pulsante, che ti avrei potuto raccontare come fosse una storia, una fiaba.

E questo accade perchè le cose sono diverse, sono diverse da quasi un anno, oramai.

Sono diverse per tanti motivi. Alcuni sono evidenti ai più, altri risiedono nelle pieghe delle nostre parole, in quei momenti in cui torno ad essere un fidanzato normale (e non sono pochi, fidati). So di doverti molto, perchè hai sfidato le difficoltà della tua vita per essermi vicino e so anche di averti fatto soffrire semplicemente esistendo, senza volontà, solo perchè la mia vita è fatta in questa maniera, perchè mi può succedere di dover fare riunioni improvvisate con il Sindaco sul bagnasciuga di Rosa Marina nel nostro ultimo giorno di vacanza mentre tu hai fame e proprio non hai voglia di pranzare da sola.

So in cosa sono in debito, e so cosa ti ho dato. Non voglio più meriti e meno colpe di quelle che ho. Ma non voglio nemmeno meno meriti e più colpe.

Questo sono io. Dritto o storto. Quel bagnasciuga che oggi hai odiato può darti la speranza che i nostri sogni possano avverarsi, e che questo possa essere possibile ancora prima di quanto tu avresti potuto desiderare per te.

Perchè ora non devo sognare nel vuoto, ora posso lavorare sulle fondamenta. E questa è una cosa nuova. Meravigliosa, diresti tu. Ed è un aspetto che divide noi dal resto del mondo, e te dal mio passato. Il fatto che i nostri sogni non sono solo rituali obbligati di due persone che stanno insieme e che non possono che cadere sui clichè delle coppie che stanno insieme per un po’ di tempo, ma progetti che hanno solidissimi motivi per essere veri.

Amore mio, qui è tutto diverso. E migliore.

Il passato, in confronto a oggi, a te, mi fa veramente schifo.

Ti amo. E grazie.

“ci risentiamo per settembre”

23 Lug

E’ la frase dell’estate. Incomprensibile.

Sarà che non mi piace l’estate, che non mi è mai piaciuta l’estate, una stagione di enorme caldo, di riposo collettivo telecomandato e di apparente sospensione delle leggi morali, umane, civiche, gastriche.

Sarà che l’estate mi è sempre sembrato il momento in cui masse informi di persone (specie i miei coetanei) sfogavano tutto quello che le rigidità dell’inverno non avevano fanno sfogare loro.

Sarà che mi piace partire fuori stagione.

Sarà che mi piace lavorare mentre gli altri dormono, cazzeggiano, si divertono.

Sarà che il mondo è in crisi, l’Italia è in crisi e che in teoria non ci sarebbe nè il tempo nè i soldi nè il senso per spegnere tutto. A meno che non sia la crisi stessa a mandarti in vacanza. Ma quella, si sa, non è vacanza, è riposo forzato.

Proprio non capisco. Non capisco perchè ci si debba fermare tutti, e tutti insieme. Non capisco perchè chi è messo peggio degli altri (meno possibilità, meno soldi, meno età, meno esperienza) non debba sfruttare l’estate per recuperare quel gap. Per mettersi a lavorare. Per ragionare. Per costruire. E andare in vacanza ad ottobre, novembre, dicembre, mentre tutti sgomitano per arrivare in ufficio, mentre le città assumono le sembianze di città e non di parco divertimenti per turisti.E invece si sgomita ora, per seguire il flusso, per non spezzare le consuetudini, vero e grande freno al progresso (noi italiani, in questo, siamo particolarmente all’avanguardia).

Non capisco perchè si debba perdere un dodicesimo abbondante del potenziale di una nazione che paga la tredicesima e la quattordicesima ai più “meritevoli”.

Si parla tanto di partenze intelligenti, ma perchè siamo così stupidi nel gestire il nostro tempo, noi stessi?

Detto questo, dato che tutti mi vogliono risentire a settembre, io sorrido, saluto, me ne vado. Vado a mare, come tutti. Vado in vacanza, meno di tutti, ma spero più pienamente, regalandomi qualche immagine indelebile.

Ne ho bisogno come mai ne ho avuto in vita mia. La distanza tra energia fisica e mentale è giunta a livelli insostenibili, e in effetti saranno 2 anni circa che non mi fermo per davvero. Ho bisogno di dormire, di farmi delle botte da 12 ore, delle giornate da 20. In cui saluto, sbadiglio, pranzo, ceno, mi lavo i denti, e dormo. In continuazione.

Anche io ho bisogno di vacanza, se non lo ammettessi il mio ragionamento cadrebbe malamente nella categoria “fondamentalista”. Ma ne ho bisogno adesso perchè mi sono distrutto prima, non perchè è luglio, non perchè è agosto, non perchè è estate.

Ma non cambio vita, non spengo il cervello. Mi porto i libri dietro, insieme alle riviste minchione. Leggo Internazionale e il calcio-mercato. Lavoricchio, studiacchio, vivacchio, sbevucchio, mangiucchio. Distruggo la lingua italiana, se continuo con queste parole senza senso.

Non mollo di un centimetro. Va bene a tutti. Tanto voi non vi offendete, prima di settembre non avete intenzione di mettervi a parlare di cose serie.

avete una buona idea e vi ostacolano? Buon segno

23 Lug

Premessa: è un periodo rivoluzionario della nostra vita di baresi, di giovani, di italiani, di cittadini del mondo. O almeno, io ne fiuto l’aria.

Se siete d’accordo con la premessa, mi permetto di riportarvi integralmente un estratto dal libro di Clay Shirky, “uno per uno, tutti per tutti” – http://www.ibs.it/code/9788875781248/shirky-clay/per-uno-tutti.

L’autoconsapevolezza e l’autodifesa dei professionisti, qualità così preziose normalmente , diventano uno svantaggio nei periodi di grandi rivoluzioni, perchè i professionisti tendono a preoccuparsi di ciò che li minaccia. Nella maggior parte dei casi, tali minacce si estendono alla società: nessuno desidererebbe un abbassamento degli standard per diventare chirurgo o pilota.

Ma in alcuni casi il cambiamento che minaccia una professione va a beneficio della società, esattamente com’è accaduto con la stampa: anche in queste situazioni, tuttavia, i professionisti impostano una strategia di risposta più sull’autodifesa che sul progresso. E quel che era nato come servizio diventa un handicap.

La maggior parte delle organizzazioni è convinta di avere molta più libertà di azione e capacità di cambiare il futuro di quelle di cui in realtà dispone; poste di fronte a un sistema che cambia in modi che non possono controllare sono colte dall’ansia, anche se il cambiamento è un beneficio per l’intera società.

Perciò, quando vi sentite ostacolati senza motivo, vuol dire che state andando bene. Continuate, senza pietà :)

EmiLab – mi (s)bilancio

10 Lug

Dovevo scrivere questo post un mese fa.

Poi mi hanno detto che per 700 voti mancanti dovevo lavorare altri 14 giorni. E così ho aspettato.

Poi abbiamo vinto 60 a 40, e festeggiare era importante, troppo importante. E così ho aspettato.

Poi mi sono reso conto che la gestione di una vittoria è ben più complessa della gestione di una sconfitta, in termini di ambizioni, aspettative, desiderio di riconoscimento, depressione post-elettorale, ansia, sindrome da abbandono, paura che siamo stati tutti spremuti, usati, gettati.Una paura che mi è stato chiesto di placare pur non avendone i mezzi.

E così, ho aspettato. Fino ad ora. Consapevole che quello che scrivo potrebbe avere effetti collaterali anche gravi, e che intorno a me non leggo persone influenti sbilanciarsi, e credo che non lo facciano perchè non conviene farlo. Io scrivo lo stesso. Magari divento non influente. Magari mi fanno fuori. E sarebbe anche ora.

Dino

Ho vinto la campagna elettorale.

Emiliano è il primo sindaco in Italia su Facebook. Tutti parlano di EmiLab. Anche Michele, che per mesi non ha mai manifestato il minimo segnale di approvazione per ciò che facevo (“perdi tempo ai pc”, “sei uno scienziato”, “il mondo non si riduce alle comunità virtuali”), ha dovuto ammettere, il giorno in cui quel 60 percento si è manifestato, che “su Internet li abbiamo distrutti”.

Ho guadagnato meno di 3 euro all’ora. Ho dimenticato il sabato e la domenica. Per diversi mesi non sapevo cosa volesse dire dormire 8 ore. Mi è tornato l’amore di casa, dato che casa non so nemmeno più com’è fatta. Ho tenuto duro. Ho subìto attacchi personali. Ho dovuto non contraccambiare. In campagna elettorale non si fa la guerra ai tuoi amici.

Sono riuscito a mettere insieme tanti bravissimi ragazzi, tutti innamorati di una città che non sempre li saprà ricambiare. Ho dato speranza a una generazione che non aveva nemmeno più voglia di sentir parlare di futuro. L’ho fatto senza chiedere niente in cambio. Non mi aspettavo e non mi aspetto posti in Comune, stipendi milionari, favori personali. In verità, non mi aspetto nemmeno un qualche credito di riconoscenza. Ma capisco chi la pensa diversamente da me.

Ho dimostrato a me stesso che non c’è bisogno di andare via da Bari per fare ciò che si sogna. Ho dimostrato alla città di Bari che questo è possibile. Ho dimostrato a chi non vuole che certe cose siano possibili, che adesso converrà che si difendano da un’ondata di gente che non ha poltrone da dover riempire, ha molta fame e non vuole guardare in faccia a nessuno. E che non si commuoverà se dovrete essere travolti.

Ho saldato il mio debito di riconoscenza verso la mia città. Se mai dovessi lasciarla, non sarà per vigliaccheria o per convinzione che Bari non sia in grado di offrirmi ciò che voglio, ma solo per crescere. Voglio invecchiare a Bari. La voglio migliorare. Voglio che quello che sta succedendo in Puglia possa servire a tutta l’Italia. Ci vorranno vent’anni di lavoro, sempre così, sempre sotto lo schiaffo. Di notte, di giorno, dritti, storti.

I soldi non ci saranno quasi mai. Si tratterà di non perdere la testa, di non lavorare per i soldi ma per una comunità, per i nostri sogni. Sì, lo so che è un concetto abusato, lo so che c’è stato il ’68 e mo stanno tutti sulle barche, lo so che dopo Emiliano nel 2004 e Vendola nel 2005 dico cose che sono poco credibili. Lo so. Pensate che mi scoraggi?

Perderò molti amici, altri ne troverò. Difficile che ne ritrovi qualcuno: sarò sempre diffidente verso i cavalli di ritorno. Chi ha deciso che non valevo un cazzo, si dovrà pentire. Chi mi ha tradito, ha già deciso.

Spero che la mia donna possa sempre capirmi, sostenermi, aiutarmi. Spero che la mia donna possa credere che la mia priorità non sarà mai il lavoro, per quanto non ho nessuna intenzione di rinunciare ai miei progetti. Io, però, dovrò sempre meritarmi questo credito di fiducia e dovrò sempre baciare la terra se la mia donna sarà così leale con me.

Sono diventato sociopatico. Le relazioni individuali che ho dovuto gestire sono state troppe. Ora amo i gruppi ristretti, le conversazioni fitte, che non parlino di cose inutili. Mi piace costruire, il gossip mi ha sfasciato i coglioni. Quello su di me non lo immagino nemmeno. Mi sono abituato alla sovraesposizione mediatica, molto meno al fatto che la gente spesso faccia finta di dimenticarsi che ho 25 anni, come loro, che mi guardano, e chiedono. Sempre.

EmiLab è il futuro

Diventerò molto più duro e molto più severo di quanto non lo sia mai stato. Ora conosco Bari in ogni angolo. Conosco la mia generazione. Conosco chi mi sta vicino. Uno ad uno. So il valore di ognuno. So quanto ognuno dei ragazzi vale  oggi, so quanto può valere domani. So come posso motivarli. Conosco le loro paure. Conosco chi cercherà di perdere sempre per paura di vincere. Saprò distinguere chi vende fumo da chi sa lavorare, perchè vi ho guardato, vi ho guardato tutti, negli occhi.

Avrò sempre paura della rabbia delle persone, del sentimento di vendetta, dei comportamenti mossi dalla paura, dell’ingordigia, dell’egoismo, del fatto che non a tutti interessa mettere il gruppo davanti alle proprie motivazioni. Avrò paura dei soldi nella misura in cui i soldi possono dividerci, in cui i soldi diventano il motivo per stare insieme, in cui i soldi ti fanno perdere i treni. Se sto dove sto, è perchè dei soldi me ne sono sempre fottuto. Se volete un insegnamento dal vostro “capo”, prendetevi questo.

Ora sono volontario, come tutti. E mi impegnerò come tutti. Non un briciolo di più. Non voglio comandare, non per tutta la vita, non senza mandato. In questi mesi l’ho fatto perchè era giusto così. Ho imparato a fare il capo, non so se sarò mai un leader, non sono carismatico, non so dare ordini. Temo che a nessuno sia interessato davvero il mio pensiero, ascoltarlo, farne tesoro. Serviva una guida, non un’opinione di un amico. Serviva uno che risolve i problemi, uno che ti da il contatto, che ti gira il lavoro, che sta in ufficio a qualsiasi ora. Dimostratemi che mi stavo sbagliando.

Farò di tutto perchè tutti possano trovare una ragione per stare insieme. Ma non inseguirò nessuno, più nessuno. Voglio che il gruppo si espanda, voglio che abbia il coraggio di mettersi di traverso, voglio che abbia il coraggio di morire di fame, voglio che sappia arricchirsi con furbizia e senza prevaricare nessuno. Voglio la cattiveria nei confronti di chi pensa di poterci sfruttare. Voglio sputtanare tutti quelli che lavorano male. Voglio che EmiLab abbia il coraggio di darsi un nome nuovo ed un volto ancora più nuovo. Voglio essere il primo in Italia a fare qualcosa, ancora una volta, stavolta non da solo.

Voglio che tutti la pensino così. Voglio che chi non la pensa così abbia il coraggio di dirmelo in faccia. Voglio che chi non sta bene con me me lo dica, e che mi mandi a fanculo se è necessario. Voglio sapere se sono un invasato. Voglio che chi lavora decide, e chi non lavora abbia rispetto per il lavoro degli altri e non pontifichi. Voglio che tutti siano riconoscenti con tutti per quello che abbiamo fatto. Perchè se non ci fossimo stati noi, adesso non staremmo nemmeno a parlare di futuro.

Sono tra i più bravi tra i 150-200 ragazzi che con alterne vicende si sono affacciati a questa esperienza. Per alcuni è durata 10 minuti, per altri un mese, per altri 6, per altri durerà per tutta la vita. Troppo spesso ho visto persone togliere il disturbo senza nemmeno dire ciao, senza nemmeno lamentarsi, senza nemmeno spiegare e spiegarsi. Questa è maleducazione, non è essere delusi.

Ho visto troppa gente criticare senza contenuti. Ho visto un gruppo capace di fare cose strepitose in 10 minuti. Ora voglio vedere solo la seconda parte.

Dino ->

Non lavorerò per nessuna persona o azienda che mi vincolerà a sè.

Non sarò socio di nessuna società fino a quando il mio amore per il mondo non farà spazio all’amore per la stabilità, magari per un figlio, per qualcosa che mi porterà a diventare meno nomade mentalmente. Se qualche EmiLabbo vuole fondare corporazioni o gruppi ristretti, non ci sarò mai. Nella misura in cui il gruppo sarà leale con me. E se non sarà leale con me, me ne andrò. Spiegando per filo e per segno.

Non lavorerò in esclusiva per nessuno. Voglio fare 5 o 6 lavori contemporaneamente, e tenermi libero di prendermi un anno sabbatico o di andare a mare di lunedì pomeriggio o di mercoledì, al tramonto, giusto per andare a fare l’amore in qualche caletta mentre le zanzare ti succhiano pure il midollo.

Voglio che la gente rispetti il mio, il nostro lavoro. Voglio i preventivi controfirmati. Voglio sudare e voglio fare tardi la sera. Voglio mangiare in modo irregolare, accontentarmi delle patatine al Gabbiano ma voglio anche finire dentro ad un ristorante stellato Michelin. Voglio tenere i bermuda e le t-shirt anche davanti ai grandi del mondo.

Voglio che la gente torni ad avere speranza, voglio uccidere il qualunquismo, voglio che tutti noi ci rendiamo conto che il mondo, le masse, le grandi questioni che ci regolano, dipendono sempre e solo dalle attitudini psicologiche di ciascuno di noi. E che, quindi, saper gestire il mondo vuol dire saper gestire i sogni di ognuno.

Voglio lavorare gratis per le cose in cui credo, anche per tutta la vita se necessario. I soldi bastano per campare, con una Porsche non credo di poter cambiare il mondo, al massimo posso trascinarmi più velocemente da un posto all’altro.

Mi fanno vomitare i discorsi arrivisti, anche di chi, tra di noi, batte cassa. La gavetta è una cosa seria, amici miei. Lavoro gratis da sempre o quasi, e quando non lavoro gratis lavoro sottopagato. Non mi sono mai lamentato, e non mi lamenterò mai.  Se si vuole cambiare il mondo si dovrebbe ragionare così, se si vuole cambiare solo la propria vita, è giusto lamentarsi.

Ora voglio chiudere qua, ma credo che scriverò ancora. Ho parlato tanto, ma la verità è che sono stato zitto per tutti questi mesi.

#51 (dopo 10 giorni ho un motivo ancora migliore per scrivere qua)

25 Mar

Ho aperto il tuo cartoncino d’auguri in cui vengo dipinto come un Paperino che esce da una torta con un numero imponente e suggestivo, 25.

E ho letto qualcosa di cui avevo bisogno.

Quelle parole parlano di futuro. E io ho molto bisogno di proiettarmi oltre.

Sai quanta fatica io possa fare a scriverti questa cosa pubblicamente, non sono tipo da grandi romanticherie pubbliche, sono un po’ pudìco e un po’ stronzo. E un bel po’ orso.

Anche per questo, anche per mettermi nelle condizioni di sfidare i miei limiti,

grazie.

Angus e Julia Stone – Just a boy

Con permesso, torno a scrivere in privato.

è successo

15 Mar

Ho scoperto tanto tempo fa che Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman soffrivano di depressione.

Questa scoperta mi ha cambiato la vita.

Mi chiedevo come fosse possibile che i due attori più bravi, affascinanti, ammirati, pagati, richiesti d’Italia fossero depressi. Depressione clinica, non quella con cui ora siamo abituati a confrontarci, quella del “che hai oggi?” “Sono depresso”.

Quando sei depresso le tue relazioni umane più prossime sono fottute. Non hai l’energia per alzarti dal letto, non hai sentimenti, non riesci a farti coinvolgere da nulla.

E’ una roba durissima. E più la durezza è chiara, più la depressione è profonda, più la storia di Gassman e Tognazzi non mi quadrava.

Bè, io non sarò mai nemmeno il 5% di Gassman e Tognazzi, ma credo che dopo questa settimana sia evidente a tutti che EmiLab è un fatto molto grosso, forse più di quanto noi stessi abbiamo consapevolezza. Lo dico perchè c’è gente che viene a studiarci, a conoscerci. Gente di successo, gente che non ha bisogno di noi per avere una vita di successo.

Ma che evidentemente ha fiutato qualcosa. L’alba di una nuova classe dirigente, una buona idea organizzativa, un uso scientifico dei social network, nuove leve politiche, qualcuno a cui vendere (illudersi di vendere, meglio), qualcosa.

Così come Emilab, sale la mia popolarità (non ho detto stima, ho detto popolarità). Sempre più persone ci conoscono, sanno che io sono Dino Amenduni, sanno che ho quelle idee, quegli orari di lavoro, quelle abitudini alimentari, quella pizza. Che sono simpatico, antipatico, disponibile, un clamoroso stronzo, un arrivista e un sognatore. Uno sottopagato, uno con lo stipendio altissimo, uno che fa politica, uno che non è politico, un professionista, un inesperto. Un comunista, un fascista, uno figo, uno sfigato.

La popolarità (e non necessariamente la stima) è un indicatore di successo. Ecco, Dino Amenduni sta avendo successo nelle cose che fa. Come Tognazzi e Gassman, che forse avevano più stima addosso rispetto a me. Ancora più stima. Ma che non li ha salvati dalla depressione.

Perchè erano depressi? Semplice, perchè il successo, la popolarità, la stima, hanno svuotato la loro identità. Non potevano più essere Ugo e Vittorio, erano l’attore Ugo Tognazzi e l’attore Vittorio Gassman. Vivi finchè attori.

Poi, a casa loro, nel loro letto, si saranno sentiti nullità. Nessuno. Incapaci di aver prodotto una relazione umana pura. Consapevoli che tutti coloro che interagivano con loro non interagivano con la persona, ma con l’etichetta.

Questa scoperta mi cambierà la vita. Perchè ci sarà un livello di successo che non mi supererà mai, perchè il potere, la gloria, i soldi non mi rovineranno il cervello e la vita.

Perchè preferirò una vita modesta, senza eccessi, senza fretta, senza prendere tutto, senza mangiarmi il tempo che ho. Preferirò prendermi cura delle poche persone che se lo meritano. Proverò ad essere un bravo fidanzato, a prendermi cura di Maru. Cercherò di essere un amico affidabile, un collega di lavoro non assetato di status.

Forse non esploderò mai.

Ma sarò felice.

sbilancio della settimana

9 Mar

Titolo alternativo: bi-lancio della settimana

E sì, perchè lo scorso appuntamento settimanale l’ho saltato. L’ho saltato perchè mi sono ritrovato al martedì; ancora dovevo parlare della settimana precedente ed ero già infognato con la successiva.

O forse perchè gli ultimi 14 giorni dovevano essere vissuti come un blocco unico.

Passi da essere messo in mezzo su un forum perchè qualcuno, non si sa bene perchè, se per farsi bello (e contemporaneamente, perchè no, mostrare la sua cattiveria), o per ingenuità, rischia di mettere a repentaglio carriera mia e rapporti altrui, ad aver commosso tante persone, solo con un’idea e con il feroce lavoro quotidiano perchè sia vera, tangibile.

Passi dall’essere oggetto di scherno da parte di chi, probabilmente, non ha avuto quello che pensava di meritare e allora è meglio dare del venduto a chi, invece, prova a farcela senza lamentarsi del successo altrui nè biasimando l’insuccesso, a trovare di colpo il senso di tante tue scelte, in generale dei bivi presi, delle strade lasciate, di alcuni no inspiegabili solo apparentemente.

In ogni caso ho messo su il vaccino rapidamente. Quando parlano di te senza conoscerti, bene o male, poco importa, ti rendi conto che in ogni caso salirai sul cazzo a qualcuno senza motivo, o la gente ti vorrà bene (?), sempre senza motivo. E allorà converrà imparare a fottersene molto rapidamente, seppur con il massimo rispetto di tutte le opinioni dissenzienti dalla propria. E mi sono buttato a capofitto sul Giorno.

Il 6 marzo non ce lo leva nessuno.

Non ce lo leverà chi vuole utilizzarlo per tornaconto politico proprio. Chissà quanti diranno che “Emilab l’ho inventato io”. Chissà quanti, invece, mi attribuiranno il ruolo che ho.

Non ce lo leverà chi proverà a metterci dentro beghe personali, o come trampolino per attaccare Emiliano.

Non ce lo toglierà chi vorrebbe essere con noi, ma forse voleva essere chiamato in carta bollata, quando basterebbe presentarsi qua con un filo di umiltà, e sarebbe accolto come un re. Perchè qua stiamo facendo il bene di Bari, prima che il bene di Dino.

Nessuno potrà minimizzare le emozioni di tutti quelli che hanno deciso che a Bari bisogna dare una possibilità, in culo a chi dice che falliremo, che senza un consigliere comunale non siamo nessuno, che alla fine falliremo la battaglia della rappresentanza.

Chi parla senza sapere non merita molto tempo da parte di chi prova a voler bene proprio a quelle persone che parlano senza sapere.

Ma ora viene il bello. Il difficile.

La cosa più complicata, ve lo garantisco, è posare il giocattolo e lasciarlo a chi ne è ora proprietario. Smettere di fare il “boss” (qui c’è una campagna elettorale da vincere, mi perdonerete se per tre mesi mi preoccuperò anche di questo) e imparare a fidarsi ciecamente di chi ci ha messo l’entusiasmo, la testa, il cuore.

Di chi sembrava pronto, ma pronto da sempre. Di chi si aspettava una chiamata, ma senza tessere di partito, senza promesse, senza sognare senza basi. Perchè di quel mondo siamo stanchi un po’ tutti. Di quel mondo in cui la gente ti chiama quasi sempre perchè ha qualcosa da venderti, un favore da chiederti, una solitudine, spesso celata male e celata con rabbia e ansia, da placare.

Ora viene il difficile perchè abbiamo 149 aspettative individuali da intrecciare, da soddisfare. Paure da lenire. Emozioni da condividere, lavoro di gruppo da fare, denti da stringere e da far stringere, cattiverie da schivare, invidie da interpretare, ammirazione smodata da gestire.

Ora viene il difficile perchè ora il futuro non ha un nome e un cognome sicuro, non ha tappe prefissate (se non quelle dei singoli obiettivi da raggiungere). Ora, come non mai, il futuro siamo noi. E questa non è retorica, perchè qui ci sono delle fottute basi metodologiche, teoriche, pratiche, che nessuno mi riconoscerà mai.

Perchè io faccio politica da 30 anni

Perchè tu non hai esperienza

Perchè Emiliano, alla fine, è del PD e ti vuole fottere

Dite pure, fate pure, non avete ancora capito che questo gruppo nasce per bastarsi. Lavora per stare insieme. E basta.

Chiudo questo sfogo romantico rivolgendomi a tutti quelli che, ogni giorno, decidono di lasciare Bari perchè qui non c’è un cazzo da fare, non c’è lavoro, non ci sono prospettive.

E adesso cosa dite? E’ colpa di Bari, o della vostra incapacità di mettervi in gioco?

p.s. ok tutto, ok Bari rivoluzionata da un colpo di testa. Ma in questo momento la mia serata andrà meglio a causa di un SMS. Rassicurante. Scusatemi se ogni tanto uso il blog per farmi i cazzi miei.