Il miglior modo per predire il futuro è inventarlo.
(Alan Kay)
(Alan Kay)
Non sembro felice.
Stanno provando a levarci anche il Natale, a buttarlo in caciara.
So che sto scrivendo a un pubblico, ma prima di tutto parlo con Te, con la persona che più di tante altre ha a cuore il valore di questa festa e che soffre nel vedere la corsa al regalo, al consumismo, al lavaggio collettivo del senso di colpa.
Alla tradizione post-fordista e pre-psicotica del Dicembre occidentale, quest’anno si aggiunge anche una sorta di catarsi al negativo.
Attorno a noi vedo un altro delirio, quello dell’attualità. E penso.
Penso che dovrei iniziare a preoccuparmi, perché, volendo banalizzare, “ci stanno togliendo tutto”. Le energie, la voglia di aiutare gli altri, il futuro, la coscienza, la decisione. Anche le illusioni.
Tutto.
E’ vero, forse ci stanno togliendo tutto, ci stanno dicendo di farci i cazzi nostri, di essere individualisti. E ce lo stanno dicendo in tanti. I politici, i nostri simili, i genitori, i professori, gli amici, i nemici.
Tutti ci dicono tutto. Non si capisce più niente.
E invece lo sono.
Nella pratica, invece, quella catarsi negativa è energia che si libera, che finalmente confluisce e va nel posto dove deve stare.
Ci stiamo riappropriando di una dimensione nostra, solo nostra. Ci stiamo impegnando nella costruzione di una casa, di un focolare, di un progetto.
Sto imparando a dire no. A farmi rispettare, e quindi a rispettare te. A riconoscere la cattiveria, e a dividerla dal resto dei sentimenti umani.
Sto scoprendo quanto piccolo e fragile io possa essere.
Nello svalutare il prossimo, lo sto rivalutando. Nello scoprire quanto merda è, capisco anche che è furbo molto più di me.
E’ vero, forse ci stanno togliendo tutto. Ma ci stanno togliendo le cose inutili. Quelle zavorre che ci portavamo addosso, che ci appesantivano il cammino in cambio di un’illusione di inattaccabilità.
Ora sono nudo, bagnato, debole. Rischio. Ma se sono attaccato, ora posso correre. Non perdo tempo in cose stupide. Riuscirò ad imparare a godermi il sole, il vento, la noia. Sentimenti umani e splendidi, che temevo di non saper più riconoscere.
Non ci sarà mai più un anno così, perché questo ha avuto elementi irripetibili.
E se questo finale potrebbe essere l’inizio della fine di mondi paralleli, a noi così vicini quanto irrimediabilmente in allontanamento, a me puzza tanto di miracolo finale, che lo completa e lo consegna alla nostra, meravigliosa, storia.
È passato un anno da Nero su bianco Natale 2008. Avevamo parlato ognuno della propria percezione di questa festività, di questo periodo, di questo stato dell’anima.
Ora è cambiato tutto. Tu puoi parlare del mio Natale, io posso parlare del tuo e siamo certi di non sbagliare, conosciamo esattamente i sentimenti che non appartengono a noi stessi ma al Noi nell’altro.
Parafrasando il tema della puntata natalizia di Cose dell’altro mondo (si, perché quest’anno Noi abbiamo un progetto nostro, un microfono e due cuffie) nel 2009 la terra è stata piatta: nessun grande evento nel mondo, nessuno sconvolgimento, nessuna scoperta, niente di eclatante ed emozionante che coinvolgesse almeno un quinto degli abitanti di questo pianeta.
Quest’anno passato la terra ci è sembrata, piuttosto, Italiacentrica, Baricentrica magari.
Una sfida enorme, l’appuntamento elettorale. La tua, la vostra determinazione. La mia passionalità sempre di traverso. La vittoria, la tua soddisfazione, quella di tutti. E poi
i successi personali, i successi del gruppo, i giornali, le interviste, le foto, i servizi tv, gli opinion leaders, gli opinion makers, le pizze e i caffè, le cene e i concerti, le offerte di lavoro, le scelte importanti, gli esami che non finiscono mai, il mare, le ore in macchina, i concerti, il mare, gli amici che contano. Il successo.
Nel bilancio dei sentimenti e delle sensazioni, non si sa perché, ci siamo scambiati il ruolo. Io mi porto dentro cartoline meravigliose, colorate e che profumano di pizza ben cotta. Tu insegnamenti per il futuro.
La magia che tu chiami miracolo è che insieme abbiamo raccolto il meglio da quest’anno, persino da questi giorni di inculate e indecisioni, smentite e proclami. Indifferenti, stiano tranquilli ai piani alti, non lo saremo mai, al massimo diventeremo più prudenti. Sicuramente più forti.
I mattoncini crescono in numero e un cartone animato ci canta che non importa quello che vuoi, ma ciò di cui hai bisogno. Buon Natale, qualsiasi cosa sia, Signor D.
Non c’è più fila davanti a Vuitton e ne sono intristita.
(recupererò tutte le classifiche e le top five, promesso. Recupererò anche questo blog, promesso. Non è possibile che non scriva per due mesi, non mi fa bene)
Se qualcuno pensa di conoscermi, prenda questo tema come prova di verifica.
Quando si parla di tumori, in un dialogo ad esempio,
nasce quasi sempre una contesa tra gli interlocutori:
“io sono più salutista”, “io li prevengo meglio”,
“il fumo non fa male quanto lo fa la tua pessima alimentazione”.
Lo ammetto: molto spesso anche io vengo tirato dentro.
L’unica cosa di cui sono scontento è la pessima qualità della conversazione e del fatto che i malati stessi stanno chiusi in ospedale,
i parenti molto spesso si fanno spessi e non ne vogliono parlare.
Le riviste specializzate sono contraddittorie: pubblicitarie. Se invece chiedo ad un dottore, mi consiglia di mangiare molta frutta fresca.
Mi bastava mi diceste: “non si può ancora sapere”.
Magari sul momento qualcuno avrà da dire, si potranno risentire, ma la cosa a me non interesserebbe visto che la realtà è questa: non si torna dalla morte. Posso dirlo senza che qualcuno mi sbatta in faccia il paradiso delle torte.
Posso parlare senza dover mettere in ordine dei pixel?
Il fatto che io non abiti in città non vuol dire che sottointendo che la mia scelta diventi un esempio, una necessità per gli altri.
Per farti un esempio, sappi che io ho la necessità di vedere il cielo intero, di sentire tutte quante le direzioni del vento, di poter aprire la porta e raggiungere un bosco di notte quelle poche volte in cui faccio fatica a prender sonno.
Ho bisogno di vedere i flussi di acqua corrente,
Posso pensare agli alberi, ma non per alienarmi come gli autistici o combattervi come i pastori di alberi, bensì per un altro motivo, che sia il residuo della mia percentuale di vita o salvezza sotto i ferri di un medico
e questa ve la spiego: se ho il 70% di probabilità di guarire da una malattia che, tra parantesi, non ho ancora contratto, faccio in modo che il restante 30% venga speso facendo passeggiate nel bosco visto che da morto di certo non avrò possibilità.
È una questione di esperienze: la comprensione, intendo. Se guardi la Via Lattea la vedi lontana, ti senti all’esterno, ma è solo perché le distanze tra sistema e sistema non ti consentono la percezione del dentro. È la tua galassia.
È un esempio che non capisci perché abiti in mezzo agli edifici. Il cielo di notte lo vedi arancione. Non dico “trasferisciti”, ma considera i limiti della tua ricerca di aggregazione. In città io ci vengo spesso, resto poco e quando torno corro perché non sopporto il rapporto con l’ambiente, non per il pollice verde o la coscienza ecologica: è solo che sento la mancanza di animali e piante.
Mi tocca simularle diventando silenzioso, argenteo come le betulle oppure schivo e violento come un tasso.
Frusto il mal di testa come i rami di un salice. Come un istrice: non avvicinarti.
Non lavarti le mani quando tocchi la terra, l’erba, piuttosto quando tocchi la maniglia di un cesso pubblico profumato di limone o di vaniglia.
I miei profili preferiti mi accompagnano: le colline. Sono tutte cose che puoi benissimo capire.
Nel frattempo
(speriamo che il titolo del post non lo rovini)
Sono appena tornato a casa dopo la mia unica settimana di vacanza negli ultimi 18 mesi. E me la devo far bastare per un altro bel po’ di tempo. Per quanto sia oramai sicuro e determinato nel voler staccare la spina più volte, anche per poco tempo, durante il rutilante accavallarsi di emozioni quotidiane.
Domattina alle 8 la sveglia suonerà e non avrà particolare ritegno nei miei confronti, così come ci si deve attendere da una sveglia che sia professionale nel fare il suo mestiere. E io sarò pronto, sbadiglione, a inforcare gli occhiali e riprendere a marciare con il messaggio di buongiorno al mio amore, il caffè freddo, la rassegna stampa giornaliera, Via Fanelli in macchina.
Ma i punti di contatto finiscono qui.
Inizia una nuova pagina della mia vita, sicuramente più vicina a quelle che sono le mie corde, le mie professionalità. La inizio con l’ottimismo, forse irrealistico, di chi è sereno, quasi divertito all’idea di ricominciare con un fottìo di sfide diverse. Con l’ottimismo sicuramente irrealistico di chi è convinto di lavorare di meno o comunque in modo meno stressante. E di divertirsi ancora di più di quanto il suo mestiere e la sua vita da privilegiato mi abbiano già consentito.
Ma prima di ricominciare a ballare sento il dovere di dedicare il mio spazio pubblico a Maruzza. La chiamerò sempre per esteso, senza diminutivi nè orpelli, perchè è giusto che lei entri definitivamente nell’immaginario di tutti i miei lettori e conoscenti. Anche se (e ne sono convinto, Maruzza un po’ meno) ritengo che lei sia ampiamente entrata nell’immaginario di tutti, e che tutti non riescono più a immaginare Dino senza Maruzza.
Sento di doverle dire in pubblico determinate cose. Inizialmente ero un po’ titubante, pensavo fosse una bambinata, avanspettacolo. Continuo a pensare che la vita privata debba essere tale, come mi suggerisce l’aggettivo che la connota. Proprio per questo, Maruzza (e ora ti do del tu), spero che ti possa godere ogni parola di ciò che scrivo e che tu possa immaginare i miei occhi mentre guardano ciò che la testa riferisce alle mani.
Amore mio,
sono consapevole di non essere un fidanzato normale. Quando stai con una persona di 25 anni ti aspetti il ragazzo che ti porti fuori tutte le sere, che non debba uscire dall’ufficio dopo le 19 ogni volta, che non abbia riunioni notturne, che possa essere reperibile quasi sempre anche per fare shopping, che non ti debba obbligare a prendere un automobile o i mezzi pubblici perchè sia possibile vedersi, che non utilizzi quel poco tempo libero che ha per andare a giocare a pallone. Ti aspetti una persona potenzialmente sempre pronta per un’uscita a 2. Per portarti sul mare, a cena in posti sconosciuti, a prendere l’aperitivo anche prima di pranzo, anche senza preavviso, anche senza stare lì a trattare sulla mezzora in più o in meno di lavoro da strappare o di sonno da perdere.
Sono consapevole di non avere ritmi facili, di caricarmi di responsabilità più di quanto forse ne dovrei (e vorresti), ma allo stesso tempo sai quanto mi piaccia il mio lavoro e sai anche che quando lavoro penso sempre a una casa, a una veranda, a un cane, a un bambino. E che penso ai soldi sono in quest’ottica. Perchè a me piace lavorare per idee, per ideali, non per carriera. E so che questo ti piace molto di me.
So perfettamente che tu non riesci a goderti questi pensieri, i sogni che condividiamo, perchè pensi che io abbia già fatto questi discorsi alle mie ex. In alcuni casi è successo davvero: ho immaginato i nomi dei bambini, ho detto “ti amo”. L’ho fatto, come tutti quelli che prima di amare la donna della propria vita hanno amato e basta. O meglio, si erano illusi di essere innamorati (illusi, sì. Altrimenti le storie non sarebbero finite).
So con altrettanta certezza che qualsiasi traccia del mio passato ti ha fatto male e ti fa male ancora. Perchè le vecchie compilation nel porta-cd? Perchè i vecchi peluche in camera mia? Perchè la gente che ti sta in giro continua a parlare di persone con cui sono andato a letto? Perchè compilation in cui ci sono canzoni che hai già usato per altre?
Sono queste le domande che ti poni. E io ti rispondo che certe cose succedono perchè il passato non conta più, non emoziona più, la sua vista non mi cambia le giornate, il suo suono non mi conduce a loro. Perchè non c’è suono. E se ci fosse, mi porterebbe a te. Non ho sentito il bisogno di fare epurazioni di feticci perchè il mio passato era silenzioso. Nè piacevole nè doloroso. Era passato. E’ passato. Non esiste più. Senza che ci sia bisogno di fare rimozioni massicce per completare l’opera. Anche la musica, l’aspetto su cui sono più colpevole, non ha più lo stesso suono. Ogni cosa che ho fatto per te ha un senso logico, un significato, non era un collage ma un progetto. Una cosa viva, pulsante, che ti avrei potuto raccontare come fosse una storia, una fiaba.
E questo accade perchè le cose sono diverse, sono diverse da quasi un anno, oramai.
Sono diverse per tanti motivi. Alcuni sono evidenti ai più, altri risiedono nelle pieghe delle nostre parole, in quei momenti in cui torno ad essere un fidanzato normale (e non sono pochi, fidati). So di doverti molto, perchè hai sfidato le difficoltà della tua vita per essermi vicino e so anche di averti fatto soffrire semplicemente esistendo, senza volontà, solo perchè la mia vita è fatta in questa maniera, perchè mi può succedere di dover fare riunioni improvvisate con il Sindaco sul bagnasciuga di Rosa Marina nel nostro ultimo giorno di vacanza mentre tu hai fame e proprio non hai voglia di pranzare da sola.
So in cosa sono in debito, e so cosa ti ho dato. Non voglio più meriti e meno colpe di quelle che ho. Ma non voglio nemmeno meno meriti e più colpe.
Questo sono io. Dritto o storto. Quel bagnasciuga che oggi hai odiato può darti la speranza che i nostri sogni possano avverarsi, e che questo possa essere possibile ancora prima di quanto tu avresti potuto desiderare per te.
Perchè ora non devo sognare nel vuoto, ora posso lavorare sulle fondamenta. E questa è una cosa nuova. Meravigliosa, diresti tu. Ed è un aspetto che divide noi dal resto del mondo, e te dal mio passato. Il fatto che i nostri sogni non sono solo rituali obbligati di due persone che stanno insieme e che non possono che cadere sui clichè delle coppie che stanno insieme per un po’ di tempo, ma progetti che hanno solidissimi motivi per essere veri.
Amore mio, qui è tutto diverso. E migliore.
E’ la frase dell’estate. Incomprensibile.
Sarà che non mi piace l’estate, che non mi è mai piaciuta l’estate, una stagione di enorme caldo, di riposo collettivo telecomandato e di apparente sospensione delle leggi morali, umane, civiche, gastriche.
Sarà che l’estate mi è sempre sembrato il momento in cui masse informi di persone (specie i miei coetanei) sfogavano tutto quello che le rigidità dell’inverno non avevano fanno sfogare loro.
Sarà che mi piace partire fuori stagione.
Sarà che mi piace lavorare mentre gli altri dormono, cazzeggiano, si divertono.
Sarà che il mondo è in crisi, l’Italia è in crisi e che in teoria non ci sarebbe nè il tempo nè i soldi nè il senso per spegnere tutto. A meno che non sia la crisi stessa a mandarti in vacanza. Ma quella, si sa, non è vacanza, è riposo forzato.
Proprio non capisco. Non capisco perchè ci si debba fermare tutti, e tutti insieme. Non capisco perchè chi è messo peggio degli altri (meno possibilità, meno soldi, meno età, meno esperienza) non debba sfruttare l’estate per recuperare quel gap. Per mettersi a lavorare. Per ragionare. Per costruire. E andare in vacanza ad ottobre, novembre, dicembre, mentre tutti sgomitano per arrivare in ufficio, mentre le città assumono le sembianze di città e non di parco divertimenti per turisti.E invece si sgomita ora, per seguire il flusso, per non spezzare le consuetudini, vero e grande freno al progresso (noi italiani, in questo, siamo particolarmente all’avanguardia).
Si parla tanto di partenze intelligenti, ma perchè siamo così stupidi nel gestire il nostro tempo, noi stessi?
Detto questo, dato che tutti mi vogliono risentire a settembre, io sorrido, saluto, me ne vado. Vado a mare, come tutti. Vado in vacanza, meno di tutti, ma spero più pienamente, regalandomi qualche immagine indelebile.
Ne ho bisogno come mai ne ho avuto in vita mia. La distanza tra energia fisica e mentale è giunta a livelli insostenibili, e in effetti saranno 2 anni circa che non mi fermo per davvero. Ho bisogno di dormire, di farmi delle botte da 12 ore, delle giornate da 20. In cui saluto, sbadiglio, pranzo, ceno, mi lavo i denti, e dormo. In continuazione.
Anche io ho bisogno di vacanza, se non lo ammettessi il mio ragionamento cadrebbe malamente nella categoria “fondamentalista”. Ma ne ho bisogno adesso perchè mi sono distrutto prima, non perchè è luglio, non perchè è agosto, non perchè è estate.
Ma non cambio vita, non spengo il cervello. Mi porto i libri dietro, insieme alle riviste minchione. Leggo Internazionale e il calcio-mercato. Lavoricchio, studiacchio, vivacchio, sbevucchio, mangiucchio. Distruggo la lingua italiana, se continuo con queste parole senza senso.
Non mollo di un centimetro. Va bene a tutti. Tanto voi non vi offendete, prima di settembre non avete intenzione di mettervi a parlare di cose serie.
Premessa: è un periodo rivoluzionario della nostra vita di baresi, di giovani, di italiani, di cittadini del mondo. O almeno, io ne fiuto l’aria.
Se siete d’accordo con la premessa, mi permetto di riportarvi integralmente un estratto dal libro di Clay Shirky, “uno per uno, tutti per tutti” – http://www.ibs.it/code/9788875781248/shirky-clay/per-uno-tutti.
L’autoconsapevolezza e l’autodifesa dei professionisti, qualità così preziose normalmente , diventano uno svantaggio nei periodi di grandi rivoluzioni, perchè i professionisti tendono a preoccuparsi di ciò che li minaccia. Nella maggior parte dei casi, tali minacce si estendono alla società: nessuno desidererebbe un abbassamento degli standard per diventare chirurgo o pilota.
Ma in alcuni casi il cambiamento che minaccia una professione va a beneficio della società, esattamente com’è accaduto con la stampa: anche in queste situazioni, tuttavia, i professionisti impostano una strategia di risposta più sull’autodifesa che sul progresso. E quel che era nato come servizio diventa un handicap.
La maggior parte delle organizzazioni è convinta di avere molta più libertà di azione e capacità di cambiare il futuro di quelle di cui in realtà dispone; poste di fronte a un sistema che cambia in modi che non possono controllare sono colte dall’ansia, anche se il cambiamento è un beneficio per l’intera società.
Perciò, quando vi sentite ostacolati senza motivo, vuol dire che state andando bene. Continuate, senza pietà :)
Ho aperto il tuo cartoncino d’auguri in cui vengo dipinto come un Paperino che esce da una torta con un numero imponente e suggestivo, 25.
E ho letto qualcosa di cui avevo bisogno.
Quelle parole parlano di futuro. E io ho molto bisogno di proiettarmi oltre.
Sai quanta fatica io possa fare a scriverti questa cosa pubblicamente, non sono tipo da grandi romanticherie pubbliche, sono un po’ pudìco e un po’ stronzo. E un bel po’ orso.
Anche per questo, anche per mettermi nelle condizioni di sfidare i miei limiti,
Angus e Julia Stone – Just a boy
Con permesso, torno a scrivere in privato.
Mi chiedevo come fosse possibile che i due attori più bravi, affascinanti, ammirati, pagati, richiesti d’Italia fossero depressi. Depressione clinica, non quella con cui ora siamo abituati a confrontarci, quella del “che hai oggi?” “Sono depresso”.
Quando sei depresso le tue relazioni umane più prossime sono fottute. Non hai l’energia per alzarti dal letto, non hai sentimenti, non riesci a farti coinvolgere da nulla.
E’ una roba durissima. E più la durezza è chiara, più la depressione è profonda, più la storia di Gassman e Tognazzi non mi quadrava.
Bè, io non sarò mai nemmeno il 5% di Gassman e Tognazzi, ma credo che dopo questa settimana sia evidente a tutti che EmiLab è un fatto molto grosso, forse più di quanto noi stessi abbiamo consapevolezza. Lo dico perchè c’è gente che viene a studiarci, a conoscerci. Gente di successo, gente che non ha bisogno di noi per avere una vita di successo.
Ma che evidentemente ha fiutato qualcosa. L’alba di una nuova classe dirigente, una buona idea organizzativa, un uso scientifico dei social network, nuove leve politiche, qualcuno a cui vendere (illudersi di vendere, meglio), qualcosa.
Così come Emilab, sale la mia popolarità (non ho detto stima, ho detto popolarità). Sempre più persone ci conoscono, sanno che io sono Dino Amenduni, sanno che ho quelle idee, quegli orari di lavoro, quelle abitudini alimentari, quella pizza. Che sono simpatico, antipatico, disponibile, un clamoroso stronzo, un arrivista e un sognatore. Uno sottopagato, uno con lo stipendio altissimo, uno che fa politica, uno che non è politico, un professionista, un inesperto. Un comunista, un fascista, uno figo, uno sfigato.
La popolarità (e non necessariamente la stima) è un indicatore di successo. Ecco, Dino Amenduni sta avendo successo nelle cose che fa. Come Tognazzi e Gassman, che forse avevano più stima addosso rispetto a me. Ancora più stima. Ma che non li ha salvati dalla depressione.
Perchè erano depressi? Semplice, perchè il successo, la popolarità, la stima, hanno svuotato la loro identità. Non potevano più essere Ugo e Vittorio, erano l’attore Ugo Tognazzi e l’attore Vittorio Gassman. Vivi finchè attori.
Poi, a casa loro, nel loro letto, si saranno sentiti nullità. Nessuno. Incapaci di aver prodotto una relazione umana pura. Consapevoli che tutti coloro che interagivano con loro non interagivano con la persona, ma con l’etichetta.
Questa scoperta mi cambierà la vita. Perchè ci sarà un livello di successo che non mi supererà mai, perchè il potere, la gloria, i soldi non mi rovineranno il cervello e la vita.
Perchè preferirò una vita modesta, senza eccessi, senza fretta, senza prendere tutto, senza mangiarmi il tempo che ho. Preferirò prendermi cura delle poche persone che se lo meritano. Proverò ad essere un bravo fidanzato, a prendermi cura di Maru. Cercherò di essere un amico affidabile, un collega di lavoro non assetato di status.
Titolo alternativo: bi-lancio della settimana
E sì, perchè lo scorso appuntamento settimanale l’ho saltato. L’ho saltato perchè mi sono ritrovato al martedì; ancora dovevo parlare della settimana precedente ed ero già infognato con la successiva.
O forse perchè gli ultimi 14 giorni dovevano essere vissuti come un blocco unico.
Passi da essere messo in mezzo su un forum perchè qualcuno, non si sa bene perchè, se per farsi bello (e contemporaneamente, perchè no, mostrare la sua cattiveria), o per ingenuità, rischia di mettere a repentaglio carriera mia e rapporti altrui, ad aver commosso tante persone, solo con un’idea e con il feroce lavoro quotidiano perchè sia vera, tangibile.
Passi dall’essere oggetto di scherno da parte di chi, probabilmente, non ha avuto quello che pensava di meritare e allora è meglio dare del venduto a chi, invece, prova a farcela senza lamentarsi del successo altrui nè biasimando l’insuccesso, a trovare di colpo il senso di tante tue scelte, in generale dei bivi presi, delle strade lasciate, di alcuni no inspiegabili solo apparentemente.
In ogni caso ho messo su il vaccino rapidamente. Quando parlano di te senza conoscerti, bene o male, poco importa, ti rendi conto che in ogni caso salirai sul cazzo a qualcuno senza motivo, o la gente ti vorrà bene (?), sempre senza motivo. E allorà converrà imparare a fottersene molto rapidamente, seppur con il massimo rispetto di tutte le opinioni dissenzienti dalla propria. E mi sono buttato a capofitto sul Giorno.
Non ce lo leverà chi vuole utilizzarlo per tornaconto politico proprio. Chissà quanti diranno che “Emilab l’ho inventato io”. Chissà quanti, invece, mi attribuiranno il ruolo che ho.
Non ce lo leverà chi proverà a metterci dentro beghe personali, o come trampolino per attaccare Emiliano.
Non ce lo toglierà chi vorrebbe essere con noi, ma forse voleva essere chiamato in carta bollata, quando basterebbe presentarsi qua con un filo di umiltà, e sarebbe accolto come un re. Perchè qua stiamo facendo il bene di Bari, prima che il bene di Dino.
Nessuno potrà minimizzare le emozioni di tutti quelli che hanno deciso che a Bari bisogna dare una possibilità, in culo a chi dice che falliremo, che senza un consigliere comunale non siamo nessuno, che alla fine falliremo la battaglia della rappresentanza.
Chi parla senza sapere non merita molto tempo da parte di chi prova a voler bene proprio a quelle persone che parlano senza sapere.
La cosa più complicata, ve lo garantisco, è posare il giocattolo e lasciarlo a chi ne è ora proprietario. Smettere di fare il “boss” (qui c’è una campagna elettorale da vincere, mi perdonerete se per tre mesi mi preoccuperò anche di questo) e imparare a fidarsi ciecamente di chi ci ha messo l’entusiasmo, la testa, il cuore.
Di chi sembrava pronto, ma pronto da sempre. Di chi si aspettava una chiamata, ma senza tessere di partito, senza promesse, senza sognare senza basi. Perchè di quel mondo siamo stanchi un po’ tutti. Di quel mondo in cui la gente ti chiama quasi sempre perchè ha qualcosa da venderti, un favore da chiederti, una solitudine, spesso celata male e celata con rabbia e ansia, da placare.
Ora viene il difficile perchè abbiamo 149 aspettative individuali da intrecciare, da soddisfare. Paure da lenire. Emozioni da condividere, lavoro di gruppo da fare, denti da stringere e da far stringere, cattiverie da schivare, invidie da interpretare, ammirazione smodata da gestire.
Ora viene il difficile perchè ora il futuro non ha un nome e un cognome sicuro, non ha tappe prefissate (se non quelle dei singoli obiettivi da raggiungere). Ora, come non mai, il futuro siamo noi. E questa non è retorica, perchè qui ci sono delle fottute basi metodologiche, teoriche, pratiche, che nessuno mi riconoscerà mai.
Perchè io faccio politica da 30 anni
Perchè tu non hai esperienza
Perchè Emiliano, alla fine, è del PD e ti vuole fottere
Dite pure, fate pure, non avete ancora capito che questo gruppo nasce per bastarsi. Lavora per stare insieme. E basta.
Chiudo questo sfogo romantico rivolgendomi a tutti quelli che, ogni giorno, decidono di lasciare Bari perchè qui non c’è un cazzo da fare, non c’è lavoro, non ci sono prospettive.
E adesso cosa dite? E’ colpa di Bari, o della vostra incapacità di mettervi in gioco?
p.s. ok tutto, ok Bari rivoluzionata da un colpo di testa. Ma in questo momento la mia serata andrà meglio a causa di un SMS. Rassicurante. Scusatemi se ogni tanto uso il blog per farmi i cazzi miei.