top five, da oggi su questi schermi

11 Mag

(così aggiorno il post almeno una volta alla settimana, in attesa che ci tirino fuori da sto limbo)

Florence and the Machine – rabbit heart (raise it up)

Gossip – Heavy cross

Basement Jaxx – raindrops

Roni Size – new forms

Calibro 35 – l’appuntamento

Dammi una spinta – maggio

2 Mag

Oi Va Voi – everytime: band inglese, origini israeliane, terzo disco auto-prodotto (ed etichetta discografica propria, un dato interessante per una band policulturale sin dalla sua ragione sociale), video girato da due ragazzi polacchi. KT Tunstall, cantante della prima ora, si è oramai messa in proprio. “Everytime” è forse il brano più radio-friendly di questo collettivo che prova a fare il grande salto di qualità. E noi, nel nostro piccolo, diamo la spinta.


Bjork – Nattura: pazza Islanda. Crisi economica profondissima, un primo ministro omosessuale, un rapporto tra abitanti (300mila) e qualità della produzione musicale che non ha eguali nel mondo. I loro abitanti ritengono che la loro terra sia la più bella del mondo. Bellissima. Così tanto che ai primi segnali di crisi ambientale i Sigùr Ros hanno chiamato Bjork e hanno deciso di realizzare un documentario per raccontare i rischi del riscaldamento globale e dell’inquinamento. E’ seguita una spaventosa produzione artistica. Ed è spuntato questo brano fuori di testa. Collaborazione di Thom Yorke, remix di Switch. Pazza Islanda.


Camera Obscura – French Navy: una piccola gemma di questa band scozzese che ha all’attivo 13 anni di età e nessun brano degno di nota. Ora sono spuntati sulle pagine dei giornali inglesi con il quarto album, “My Maudlin Career” che sembra fatto apposta per colmare quel vuoto che i Belle and Sebastian, scozzesi anche loro, hanno forse lasciato nel cuore dei fans. A noi non resta che fare un percorso a ritroso e scoprire questa band che, proprio come i più famosi cloni, riesce a creare atmosfere dolci e sognanti in un posto come la Scozia, che ispira tutt’altri immaginari al sapore di luppolo. Chissà, forse le cose da qualche parte si ricongiungono.


Bombay Bicycle Club – Always like this: cercando disperatamente informazioni su Internet su questa band che può stare simpatica anche solo per il suo nome, finisco su Google Maps e scopro che il Club della Bicicletta di Bombay esiste veramente. Dopo essermi fermato a sorridere, continuo a cercare e scopro che dopo 4 anni di vita, questo quartetto londinese si concederà l’ebbrezza del primo album. Ed era anche ora: “Always like this” è a prova di testa che si muove in tutte le sale da ballo e gli uffici in cui proverete a farla suonare.


Marmaduke duke – Rubber Lover
: sono un duo di rock concettuale, dicono. La definizione è forse più concettuale dell’etichetta, quindi preferisco concentrarmi su questo esperimento. Scozzesi come i Camera Obscura, solari come loro (si infittisce il mistero sullo speciale ingrediente che si può respirare nell’aria di Glasgow), sono già nella top ten inglese quindi la spintarella potrà apparire un po’ pleonastica. Al più è una succosa anticipazione di un successo che, ad occhio e croce, non andrà oltre questo singolo. Maledetto rock concettuale.

Avanti pop – maggio

2 Mag

Beyoncè – Halo: nessuno avrà il coraggio di ammetterlo e qualcuno penserà anche che sono impazzito: questa canzone è perfetta. Epica, drammatica, con un video da musical stile “Saranno Famosi”, con un ritornello in cui l’ennesima erede di Aretha Franklin si dimostra all’altezza dell’ennesimo paragone. Tre o quattro ottave tra la parte da gatta e quella da star. Di sti tempi, potrebbe anche diventare la canzone pop dell’anno. Qualcuno continuerà a pensare che sono impazzito. Saranno gli stessi che aspetteranno Beyoncè alla prova-concerto per un brano sì perfetto, ma difficilissimo.


Green Day – Know your enemy: primo singolo dall’ottavo album della band californiana (note a margine: 74 minuti, produttore Butch Vig, mr. Garbage ma sopratutto mr. Nevermind dei Nirvana). Niente di nuovo sotto al sole, né nel titolo né nelle intenzioni. In realtà questa traccia sembra fatta apposta per nascondere l’esplosività di “21th Century Breakdown”, accolto con tutti i crismi dalla stampa internazionale. Billie Joe è in grande forma, amici miei. Prepariamoci a una bella annata per la musica rock.


Calvin Harris – I’m not alone
: non ha mai brillato per stile. Anzi, Calvin Harris è proprio tamarro. E la perfida Albione gli da ragione. La tastierina da super-dj dance anni ’90 mixato con un bel po’ di eredità eighties è l’unica cosa davvero significativa di questo pezzo. Detto niente, però: l’intuizione è geniale, seppur ignorante. Non a caso è partita la caccia al remix, senza esclusione di colpi bassi. Calvin ha creato un mostro.


Franz Ferdinand – Womanizer: i concerti italiani hanno visto le prime improbabili cover di Britney Spears, che qualcuno con folle lucidità ha definito nuova icona punk. Forse la spiegazione è meno romantica: “Womanizer” è un divertissement gradito a molti musicisti perchè facile da replicare, montare e ricomporre. I Franz non fanno altro che replicare lo spartito con il loro incedere meravigliosamente nevrotico, con il loro marchio di fabbrica. E così, facile facile, giunge un brano che potrebbe anche diventare hit dell’estate.


Malika Ayane – Come foglie
: “ma allora come spieghi questa maledeeehta nostalgia?” La cantante che può vantare già più tentativi di imitazione, alcuni perfettamente riusciti, impreziosisce il suo inizio di carriera con una delle rarissime perle del Festival di Sanremo 2009. Testo di Giuliano Sangiorgi (Negroamaro), presenza scenica unica, somiglianze sempre più spiccate con Ornella Vanoni. Anche perché, pur se molto diverse nei lineamenti, l’aurea meneghina è spiccata. Basta ascoltare le vocali, la E in particolare.

Effetto Radiohead: il costo zero fa venir voglia di spendere

4 Apr

Il mondo indie ha un’occasione irripetibile. La coda lunga, ovvero quella teoria economica che spiega che nel mondo dei beni immateriali (Internet, in particolare), i costi di produzione e distribuzione di prodotti e servizi ha costi tendenti allo zero apre uno scenario ancora incompreso dal mercato discografico mondiale.
Non a caso, è stato un gruppo a consegnare il vaso di Pandora al mercato musicale. Non a caso, l’idea è cresciuta subito dopo la furibonda litigata tra Radiohead ed EMI che ha portato alla rescissione del contratto. Rimasti soli e con un album pronto tra le mani, hanno deciso di mettersi alla prova. E già che c’erano, hanno messo alla prova anche i nervi di molti amministratori delegati.
Hanno creato un sito internet, http://www.inrainbows.com, su cui hanno messo a disposizione il loro ultimo album. Tutti i brani, scaricabili legalmente. Il prezzo? Lo hanno fatto decidere agli utenti. Si poteva pagare  10, 20€, 70 centesimi, nulla. E’ stato l’utente a dare un peso all’intangibile. Si è tornati al rapporto diretto tra musicisti e appassionati. Chi ha deciso di pagare ha messo i soldini nelle tasche dei Radiohead, e solo a loro. Nessun’azienda che produce cd, nessuna casa discografica, nessuno spazio pubblicitario, nessun volantino. Ma soprattutto, il quartetto di Oxford ha deciso di non farsi proteggere da nessuna macchina pubblicitaria.
Quanto hanno raccolto? 2,75€ ad album. Un settimo del prezzo di un cd. Un disastro? Affatto. La vendita di un cd musicale porta in media 2,3€ nelle casse degli artisti. 17€ e 70 centesimi arricchiscono aziende in cui il compratore non aveva deciso di investire. I Radiohead hanno quindi inventato un’operazione economica per loro stessi e per i loro fan. E il rapporto fiduciario è cresciuto. E la prossima volta, chissà, la musica dei Radiohead avrà un valore ancora maggiore.
E gli italiani? Truffatori, scaricatori a tradimento su eMule, consumatori a scrocco? Il primo mercato mondiale. 800mila € spesi. Il motivo? Di sicuro, non è solo una questione di smisurata ammirazione per Thom Yorke.
L’Italia è un mercato dove la qualità premia, ma premia anche la relazione personale.

L’Italia ha espresso il suo verdetto su come deve essere il mercato musicale. Le case discografiche sono avvisate. E l’avviso è semplice: i gruppi possono sfondare senza il bisogno dell’aiuto di nessuno.

dammi una spinta – aprile

4 Apr

La Roux – in for the kill (Skream rmx) : era il 2 gennaio 2009 e NME già si affrettava nel parlare di sicura prossima star raccontando di La Roux, duo composto da Elly Jackson e Ben Langmaid, il quale ha gentilmente prestato il palco a Skream, uno dei 3 o 4 carbonari che hanno messo su il dubstep, l’unico elemento di discontinuità che la musica mondiale ha saputo proporre a se stessa negli ultimi 2 anni. La Roux continua a non entrare nemmeno nella top 10 in Inghilterra, in Italia sarà molto difficile sentirla, ma qui c’era chi ci aveva visto giusto: qui sforiamo il capolavoro postmoderno.


Bjork feat. Antony and the Johnsons – dull flame of desire (modeselektor rmx): non è tanto la trasformazione di Bjork, l’ennesima, per certi versi anche meno estrema di alcune sue invenzioni indigene (e quando dico indigene dico indigene: ve lo ricordate il video di “Triumph of the Heart? Baciava il suo gatto dopo che un pub di Reykjavik si scatenava una jam session), quanto la trasfigurazione di Antony, uno dei pochissimi artisti che può vantare la personalità necessaria per mettersi a duettare con sua maestà. Il remix, molto meno elegante dei padroni di casa rende questo improbabile duetto ancora più etereo, ancora più eclettico, ancora più incredibilmente ipnotico. Ed ancora più improbabile.


Royksopp feat. Robyn – The girl and the robot: il mese prossimo denunciammo il primo caso di autoplagio proprio da queste righe, proprio al posto due di questa rubrica. Oggi dobbiamo denunciare l’autoplagio di chi scrive, perché non era mai capitato di citare gli stessi artisti per due mesi consecutivi. Ma i Royksopp hanno deciso di boicottare il primo singolo e partire con il battage sfruttando furbamente la collaborazione con Robyn, un fattore aggiunto per raggiungere il successo, almeno da Berlino in su. Il pezzo è sinceramente meno bello del precedente “Happy up Here” ma è ruffiano all’impossibile. E allora diamo una spinta ai norvegesi, anche se in questo caso forse non ne avevano tanto bisogno.


Yeah Yeah Yeahs – Zero: Karen O sembra Cyndi Lauper. Detto questo, e sapendo di averla sparata abbastanza grossa, ci ritroviamo davanti al pezzo più commerciale della band indie di New York. Di indie si fa sinceramente fatica a parlare in questo caso, a meno non si voglia ricercare una vena “à la Franz Ferdinand”, in cui la ricerca del suono più facile rappresenta più una sfida alla propria essenza che la ricerca della via comoda. Non sono passati poi tanti anni da quella bordata da 2 minuti e 3 secondi che era “Pin”, ma a parte l’enorme carisma della cantante non c’è nessun punto di contatto. E non per tutti è un male.


Agnese Manganaro – mille petali: e così abbiamo piazzato un salentino per rubrica. Qualcosa vorrà pur dire. Anche in questo caso giochiamo in casa, spudoratamente, ma si tratta semplicemente di seguire le intuizioni della Irma Records, di aprire gli occhi e le orecchie, di percepire che abbiamo un piccolo fenomeno in casa e che se ne stanno accorgendo gli addetti ai lavori. Almeno loro. Rendere una star Agnese è una questione di senso di responsabilità nei confronti di un pubblico che ha un disperato bisogno di grandissime voci italiane.

www.myspace.com/agnesemanganaro

avanti pop – aprile

4 Apr

Bat For Lashes – Daniel: Natasha Khan ha aperto I concerti dei Radiohead la scorsa estate. Moltissimi non sapevano nemmeno chi fossero i Bat for Lashes, e almeno altrettanti non lo sanno tuttora. Ma gli appassionati di musica un po’ sgamati avevano già fatto una buona associazione mentale e avevano intuito che Thom Yorke stava pontificando. Synth-pop in verità non troppo originale, ma sapientemente miscelato con un po’ di glocalismo: i suoni orientaleggianti non sono solo un orpello, ma il tributo che Natasha Khan, di etnia pashtun, fa a se stessa.


Melanie Fiona – Give it to me right: viene dal Canada, ha origini sudamericane. Non si sa molto altro: facendo una ricerca su Internet sulla sua biografia si trova veramente poco, e per’altro in Italiano, il che vuol dire che ha fatto successo solo da noi. Alla quarta pagina arriva la sua pagina Myspace. Cerco sul suo lettore musicale, e il singolo non c’è. Il mistero si infittisce. Scendo ancora, scopro che in Inghilterra suona in arene da 15000 persone. Continuo a scendere: ha vinto un premio reggae. Parte il player automatico, è bravissima. Continuo a non capire. Ecco. Ha firmato per la Motown. Hanno deciso di rinascere. E hanno scelto una splendida voce. Ma il marketing non è nelle loro corde.


Franz Ferdinand – No you girls: dopo “Ulysses” qualcuno si sarà sentito male e avrà scritto tanti messaggi su Myspace. E allora i Franz scelgono un secondo singolo rassicurante in un album che rassicurante non lo è affatto, tanta è la quantità di sperimentazione e di divertissement pop. Dicono che i loro concerti italiani siano stati belli, quanto sadicamente corti. Alex Kapranos scrive di cucina su Internazionale. I White Lies, che ora si fanno belli in Italia, sembrano poco più di una loro cover band: non pensate che siano tra i padroni del mondo musicale, seppur in perenne stato di understament?


Dente – vieni a vivere: è andato a “Deejay chiama Italia”. Fino all’apparizione radiofonica era nell’altra rubrica, quella che trovi se giri la pagina. Ma quando Linus decide c’è poco da fare, non c’è niente da suggerire: Il ragazzo ha sfondato. Ora è poco più di un dettaglio il fatto che ci abbia messo 33 anni per andare sulle radio nazionali. Lui che non ha mai avuto niente da invidiare a nessuno, lui che è schivo e per questo affascinante come molti altri nostri cantautori. Però scrivono molto meglio. Per fortuna (sua, e questa volta anche nostra) è stato incrociato da qualcuno che ha soldi da spendere e uffici stampa da scatenare. E per fortuna, sua, nostra e chi ci ha investito, Linus ha deciso.

Il Genio – non è possibile: noi di Coolclub continuiamo a mettere le bandiere sui nuovi territori conquistati da Alessandra e Gianluca. Nella nostra umilità un po’ nerd e un po’ snob, possiamo dire che siamo stati tra i primi a parlarne, che abbiamo esultato per “Pop Porno”, anche perché con quella canzone hanno fregato tutti. Ora scelgono un pezzo ancora più paraculo e quindi ancora più affascinante. Video a Milano, cavalcano tutti i clichè frettolosamente messi a punto per raccontare un fenomeno pop. E continuano a giocare con il mondo della musica.


#51 (dopo 10 giorni ho un motivo ancora migliore per scrivere qua)

25 Mar

Ho aperto il tuo cartoncino d’auguri in cui vengo dipinto come un Paperino che esce da una torta con un numero imponente e suggestivo, 25.

E ho letto qualcosa di cui avevo bisogno.

Quelle parole parlano di futuro. E io ho molto bisogno di proiettarmi oltre.

Sai quanta fatica io possa fare a scriverti questa cosa pubblicamente, non sono tipo da grandi romanticherie pubbliche, sono un po’ pudìco e un po’ stronzo. E un bel po’ orso.

Anche per questo, anche per mettermi nelle condizioni di sfidare i miei limiti,

grazie.

Angus e Julia Stone – Just a boy

Con permesso, torno a scrivere in privato.

non aggiorno il blog da 10 giorni, ma per lei ne vale la pena

25 Mar

Ovvero, tutto ciò che solo la destra non sarà mai: dialogo.

è successo

15 Mar

Ho scoperto tanto tempo fa che Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman soffrivano di depressione.

Questa scoperta mi ha cambiato la vita.

Mi chiedevo come fosse possibile che i due attori più bravi, affascinanti, ammirati, pagati, richiesti d’Italia fossero depressi. Depressione clinica, non quella con cui ora siamo abituati a confrontarci, quella del “che hai oggi?” “Sono depresso”.

Quando sei depresso le tue relazioni umane più prossime sono fottute. Non hai l’energia per alzarti dal letto, non hai sentimenti, non riesci a farti coinvolgere da nulla.

E’ una roba durissima. E più la durezza è chiara, più la depressione è profonda, più la storia di Gassman e Tognazzi non mi quadrava.

Bè, io non sarò mai nemmeno il 5% di Gassman e Tognazzi, ma credo che dopo questa settimana sia evidente a tutti che EmiLab è un fatto molto grosso, forse più di quanto noi stessi abbiamo consapevolezza. Lo dico perchè c’è gente che viene a studiarci, a conoscerci. Gente di successo, gente che non ha bisogno di noi per avere una vita di successo.

Ma che evidentemente ha fiutato qualcosa. L’alba di una nuova classe dirigente, una buona idea organizzativa, un uso scientifico dei social network, nuove leve politiche, qualcuno a cui vendere (illudersi di vendere, meglio), qualcosa.

Così come Emilab, sale la mia popolarità (non ho detto stima, ho detto popolarità). Sempre più persone ci conoscono, sanno che io sono Dino Amenduni, sanno che ho quelle idee, quegli orari di lavoro, quelle abitudini alimentari, quella pizza. Che sono simpatico, antipatico, disponibile, un clamoroso stronzo, un arrivista e un sognatore. Uno sottopagato, uno con lo stipendio altissimo, uno che fa politica, uno che non è politico, un professionista, un inesperto. Un comunista, un fascista, uno figo, uno sfigato.

La popolarità (e non necessariamente la stima) è un indicatore di successo. Ecco, Dino Amenduni sta avendo successo nelle cose che fa. Come Tognazzi e Gassman, che forse avevano più stima addosso rispetto a me. Ancora più stima. Ma che non li ha salvati dalla depressione.

Perchè erano depressi? Semplice, perchè il successo, la popolarità, la stima, hanno svuotato la loro identità. Non potevano più essere Ugo e Vittorio, erano l’attore Ugo Tognazzi e l’attore Vittorio Gassman. Vivi finchè attori.

Poi, a casa loro, nel loro letto, si saranno sentiti nullità. Nessuno. Incapaci di aver prodotto una relazione umana pura. Consapevoli che tutti coloro che interagivano con loro non interagivano con la persona, ma con l’etichetta.

Questa scoperta mi cambierà la vita. Perchè ci sarà un livello di successo che non mi supererà mai, perchè il potere, la gloria, i soldi non mi rovineranno il cervello e la vita.

Perchè preferirò una vita modesta, senza eccessi, senza fretta, senza prendere tutto, senza mangiarmi il tempo che ho. Preferirò prendermi cura delle poche persone che se lo meritano. Proverò ad essere un bravo fidanzato, a prendermi cura di Maru. Cercherò di essere un amico affidabile, un collega di lavoro non assetato di status.

Forse non esploderò mai.

Ma sarò felice.

sbilancio della settimana

9 Mar

Titolo alternativo: bi-lancio della settimana

E sì, perchè lo scorso appuntamento settimanale l’ho saltato. L’ho saltato perchè mi sono ritrovato al martedì; ancora dovevo parlare della settimana precedente ed ero già infognato con la successiva.

O forse perchè gli ultimi 14 giorni dovevano essere vissuti come un blocco unico.

Passi da essere messo in mezzo su un forum perchè qualcuno, non si sa bene perchè, se per farsi bello (e contemporaneamente, perchè no, mostrare la sua cattiveria), o per ingenuità, rischia di mettere a repentaglio carriera mia e rapporti altrui, ad aver commosso tante persone, solo con un’idea e con il feroce lavoro quotidiano perchè sia vera, tangibile.

Passi dall’essere oggetto di scherno da parte di chi, probabilmente, non ha avuto quello che pensava di meritare e allora è meglio dare del venduto a chi, invece, prova a farcela senza lamentarsi del successo altrui nè biasimando l’insuccesso, a trovare di colpo il senso di tante tue scelte, in generale dei bivi presi, delle strade lasciate, di alcuni no inspiegabili solo apparentemente.

In ogni caso ho messo su il vaccino rapidamente. Quando parlano di te senza conoscerti, bene o male, poco importa, ti rendi conto che in ogni caso salirai sul cazzo a qualcuno senza motivo, o la gente ti vorrà bene (?), sempre senza motivo. E allorà converrà imparare a fottersene molto rapidamente, seppur con il massimo rispetto di tutte le opinioni dissenzienti dalla propria. E mi sono buttato a capofitto sul Giorno.

Il 6 marzo non ce lo leva nessuno.

Non ce lo leverà chi vuole utilizzarlo per tornaconto politico proprio. Chissà quanti diranno che “Emilab l’ho inventato io”. Chissà quanti, invece, mi attribuiranno il ruolo che ho.

Non ce lo leverà chi proverà a metterci dentro beghe personali, o come trampolino per attaccare Emiliano.

Non ce lo toglierà chi vorrebbe essere con noi, ma forse voleva essere chiamato in carta bollata, quando basterebbe presentarsi qua con un filo di umiltà, e sarebbe accolto come un re. Perchè qua stiamo facendo il bene di Bari, prima che il bene di Dino.

Nessuno potrà minimizzare le emozioni di tutti quelli che hanno deciso che a Bari bisogna dare una possibilità, in culo a chi dice che falliremo, che senza un consigliere comunale non siamo nessuno, che alla fine falliremo la battaglia della rappresentanza.

Chi parla senza sapere non merita molto tempo da parte di chi prova a voler bene proprio a quelle persone che parlano senza sapere.

Ma ora viene il bello. Il difficile.

La cosa più complicata, ve lo garantisco, è posare il giocattolo e lasciarlo a chi ne è ora proprietario. Smettere di fare il “boss” (qui c’è una campagna elettorale da vincere, mi perdonerete se per tre mesi mi preoccuperò anche di questo) e imparare a fidarsi ciecamente di chi ci ha messo l’entusiasmo, la testa, il cuore.

Di chi sembrava pronto, ma pronto da sempre. Di chi si aspettava una chiamata, ma senza tessere di partito, senza promesse, senza sognare senza basi. Perchè di quel mondo siamo stanchi un po’ tutti. Di quel mondo in cui la gente ti chiama quasi sempre perchè ha qualcosa da venderti, un favore da chiederti, una solitudine, spesso celata male e celata con rabbia e ansia, da placare.

Ora viene il difficile perchè abbiamo 149 aspettative individuali da intrecciare, da soddisfare. Paure da lenire. Emozioni da condividere, lavoro di gruppo da fare, denti da stringere e da far stringere, cattiverie da schivare, invidie da interpretare, ammirazione smodata da gestire.

Ora viene il difficile perchè ora il futuro non ha un nome e un cognome sicuro, non ha tappe prefissate (se non quelle dei singoli obiettivi da raggiungere). Ora, come non mai, il futuro siamo noi. E questa non è retorica, perchè qui ci sono delle fottute basi metodologiche, teoriche, pratiche, che nessuno mi riconoscerà mai.

Perchè io faccio politica da 30 anni

Perchè tu non hai esperienza

Perchè Emiliano, alla fine, è del PD e ti vuole fottere

Dite pure, fate pure, non avete ancora capito che questo gruppo nasce per bastarsi. Lavora per stare insieme. E basta.

Chiudo questo sfogo romantico rivolgendomi a tutti quelli che, ogni giorno, decidono di lasciare Bari perchè qui non c’è un cazzo da fare, non c’è lavoro, non ci sono prospettive.

E adesso cosa dite? E’ colpa di Bari, o della vostra incapacità di mettervi in gioco?

p.s. ok tutto, ok Bari rivoluzionata da un colpo di testa. Ma in questo momento la mia serata andrà meglio a causa di un SMS. Rassicurante. Scusatemi se ogni tanto uso il blog per farmi i cazzi miei.