Intelligent Dance Music

9 Mar

Squarepusher – my red hot car

Perchè il porno non tira più (la mia sul 2.0, per Coolclub)

1 Mar

Semplice: il porno non tira più perché c’è YouPorn.

In realtà questa sacrosanta analisi è solo l’evidenza di un fenomeno dalla complessità inimmaginabile, soprattutto per chi la determina, ovvero gli utenti della rete, gli stakanovisti di Facebook, i taggatori a tradimento. Ogni click, ogni scelta, ogni “mi piace”, ogni commento, ogni link (la vera moneta di scambio della nostra era) determina una trasmissione di autorevolezza. Se 10 persone inseriscono un link sul proprio blog, sarà più facile trovarlo su Google, che vive proprio di questo principio. Se tra quelle 10 persone c’è un opinion leader, una persona ritenuta autorevole dall’opinione pubblica, quel link assumerà un peso ben più grande.

Sarà dunque più autorevole. Questo continuo e solo apparentemente disordinato scambiarsi l’autorevolezza, il determinare socialmente il valore di un pensiero, di un prodotto, di un bene e di un servizio su Internet ridisegna il mondo  e manda al tappeto ogni teoria di marketing consolidata. Negli Stati Uniti questo meccanismo è stato analizzato e reso teoria economica che pian piano sta diventando paradigma anche per i pochissimi addetti ai lavori italiani (se ve lo racconto, un motivo ci sarà): è la teoria della “Coda Lunga” (illustrata in un libro omonimo anche nel nostro paese – il sito ufficiale è http://www.longtail.com), scritta nel 2004 da Chris Anderson, direttore di Wired, mensile su “persone e tecnologie che stanno cambiando il mondo”, così come cita il roboante sito italiano (www.wired.it),  che lancia la versione italiana di questa bibbia degli smanettoni. Secondo questa teoria, adatta a spiegare soprattutto l’utilizzo di beni immateriali sulla Rete, sono gli utenti a stabilire se un prodotto è buono, e a determinare il successo dei mercati di qualsiasi forma e dimensione.

Se fino a 5 anni fa dovevo spendere una fortuna per un manga giapponese, adesso posso spulciare tra siti e forum nipponici e andare a pescare ciò che preferisco. Il mercato si trasforma da promotore di “hit”, in cui pochi prodotti adeguatamente drogati da una strategia di distribuzione e comunicazione giungono al consumatore che deve scegliere tra poche alternative,  a promotore di nicchie, in cui esistono milioni di micromercati che prima dell’avvento di Internet e del web 2.0 non avevano ragione di esistere perché non avevano un’economia sostenibile e che adesso, a causa del costo nullo dell’interazione produttore-consumatore (una dicotomia oramai superata: oggi si parla di prosumer, perché tutti pubblichiamo video su Youtube, oltre a guardarli) producono guadagni minimi ma costanti per chi produce e gratificazione massima per chi consuma, perché può scegliere esattamente ciò che vuole.

La teoria della coda lunga trova proprio in questo la sua massima ispirazione, poichè dimostra che le economie generate dai milioni di nicchie è superiore da quelle generate da poche hit milionarie. Di conseguenza, un mondo senza hit non solo è migliore, ma è anche più redditizio.

A questa rivoluzione nemmeno troppo silenziosa non si sono rivelati pronti due corporazioni su tutte: quella musicale, e quella, appunto, del porno. Superato (con Youtube, Myspace, YouPorn) il sottile confine tra la legalità e l’illegalità nella fruizione di brani e di donnine accalorate, e mandato a quel paese il senso di colpa, l’utente della Rete può impunemente scegliere ciò che davvero preferisce, e farlo a costo zero. Non esistono più motivazioni reali per l’acquisto di questo genere di beni. Le grandi multinazionali sono corse ai ripari con video e canali “ufficiali” di altissima qualità, studiati a tavolino, che tentano di imitare la gioiosa autodeterminazione degli utenti con risultati ancora tutti da dimostrare. E così su Youtube vediamo più video musicali, e su Youporn più spezzoni di film porno e meno casalinghe alle prese con l’idraulico.

Il prossimo salto concettuale? Difficile, difficilissimo: pensare ai beni immateriali non più come un prodotto, ma come un servizio. Il brano non è più un’espressione artistica, ma una componente di un immaginario fatto di merchandising, concerti, storie, relazioni con i fan.

E qui mi fermo, perché so che rischio il linciaggio. Al prossimo numero.

SIA – dalle origini ai giorni nostri

1 Mar

SIA vs. Different Gear = Drink to get drunk (2001)

Zero 7 + SIA = Destiny (2001)

Zero 7+ SIA = Distractions (2004)

Sia vs. Mylo = Breathe me (2006)

Dammi una spinta – marzo

1 Mar

Joe Barbieri – Fammi tremare i polsi: “waglione” di Pino Daniele, napoletano anche lui, nuova proposta a Sanremo 15 anni fa, produttore dei Kantango (i Gotan Project del Vomero) e di Patrizia Laquidara. E ora, finalmente Joe Barbieri. Dopo 5 anni di silenzio ha fulminato il pubblico jazz con il primo singolo tratto da “Maison Maravilha”, album in cui spicca la collaborazione della cubana Omara Portuondo, che lo accompagnerà in concerti in tutto il mondo. Vai e torna vincitore.

Royksopp – Happy up here: il primo caso di autoplagio della storia della musica? In verità molti artisti hanno fatto successo con la ripetizione della stessa soluzione ritmica, con i soliti due o tre accordi è stata costruita la storia del punk. Ma qui non si riesce a capire se è comodità o genio. I Royksopp, duo norvegese pronto a dare alle stampe la coppia di album Junior (2009)-Senior (2010), partono questo ipotetico percorso di invecchiamento andando a ripescare dal loro primo singolo, quella “Eple” che fece impazzire gli addetti ai lavori prima che l’orso Leno chiarisse definitivamente le loro intenzioni: conquistare il mondo, non solo la pista da ballo.

The pains of being pure at heart – Everything with you: direttamente dal 1969, I “tormenti di essere puri di cuore”, dopo un ep autoprodotto nel 2007 e una gavetta decisamente inusuale, visti i tempi (“sei bravo? Fai un brano, vendi poco e ti bruciamo”), trovano un etichetta anglosassone disposta a scommettere su di loro, newyorchesi nudi e crudi. Speriamo che la gavetta abbia portato bene e che i tempi lunghi, come il vino buono, dicano bene. Una piccola primizia noise-pop che pur tradendo un’eredità gigantesca rispetto ai suoni di 40 anni fa, merita di essere inserita nel novero delle novità.

Beirut – Nantes: non è una partita di coppa UEFA, è solo una singolare coincidenza tra il nome del collettivo guidato dall’americano di Santa Fè Zach Condon che, accompagnato da 9 strumentisti, sta realizzando lavori sensazionali. Da un nome libanese a una canzone dedicata alla città atlantica della Francia. Volendo sforzarsi di trovare dei motivi, potremmo pensare ad Amelie, ma in realtà qui c’è qualcosa in più. C’è la fusione di suoni antichi e nuovi, c’è un sapore rètro e contemporaneamente la profonda attualità multiculturale impersonata da un kletzmer-pop israelo-americano che dovrebbe appartenere ad “Avanti Pop”. Ma ci tocca aspettare tempi migliori.

Sia – soon we’ll be found: nella categoria “inspiegabilmente sottovalutati” non può non apparire l’australiana Sia Furler, nota al grande (?) pubblico per essere stata la cantante degli Zero 7 dei tempi migliori, quelli di “Destiny”. Al secondo album solista gioca l’asso con un brano semplice e abbastanza di maniera, che però le permette di far partire l’ugola. A scanso di equivoci, di quelli equivoci, purtroppo tipici della musica contemporanea, che impediscono alle voci dei gruppi vicini all’elettronica di avere un’identità musicale propria e riconosciuta.

Avanti Pop – marzo

28 Feb

Planet Funk – Lemonade: torna il collettivo tutto napoletano guidato da Alex Neri, torna un suono che oramai è facilmente riconoscibile al primo ascolto, torna uno di quei progetti tutti italiani che è riuscito a sfondare, quasi più all’estero che nel nostro paese. Dove spesso, se canti in inglese, non sei una bandiera della nostra musica. Torna Dan Black alla voce. E torna dopo il grandissimo successo con il primo album dei Planet (“Who Said” vi dice niente?) e una discutibile carriera solista, in una sorta di parabola del figliol prodigo in chiave musicale. Un brano onesto, che non dice nulla di particolarmente nuovo, che però si fa ascoltare con immenso piacere.

Kings of Leon – Use Somebody: a pochi mesi dall’esordio di questa rubrica, abbiamo già la prima citazione doppia. I KOL erano già stati inseriti in “Avanti Pop” con la loro “Sex on fire”. Ma con il loro secondo singolo appaiono ancora più bravi ad incarnare il gioco che è alla base di questa rassegna mensile. Un gruppo rock, senza dubbio alcuno, capace di toccare le corde di qualsiasi tipo di pubblico con un pezzo che, pur essendo assolutamente orecchiabile, non tradisce le origini della band della famiglia Followill (tre fratelli, un cugino, originari del Tennessee). Inserite “Use somebody” in quella categoria trasversale dei cossidetti “inni da stadio”.

Jem – it’s amazing: dopo averla ascoltata più volte e aver deciso di inserirla nella cinquina del mese, ho scoperto che questa piccola perla fa parte della colonna sonora del film di “Sex and the city”. Per quanto possa essere pop, c’è sempre qualcuno che mi frega. La 34enne gallese, quasi carneade nel nostro paese, è invece piuttosto citata anche all’estero, ma più come chicca da sigla televisiva (i sospetti aumentano) che da cantante pop-folk-new-wave-chipiùneha. Anche da noi qualcuno la ricorda, per un singolo del 2004, “They”, anch’esso glorificato da quelle quattro o cinque serie televisive. Ok, è la cantante dei jingle.

Prodigy – Omen: chiariamo: sono tornati quelli del 1994. Che vi piaccia o no. Hanno realizzato un album assurdo, discutibile, che vi lascerà senza parole. Si chiama “Invaders must die”, ripropone la terna magica Liam-Keith-Maxim, ospita Dave Grohl, annulla ogni voce e punta tutto sul suono. Le classifiche europee apprezzano. Qui c’è molta poca orecchiabilità mainstream, di pop c’è sicuramente una storia fatta di eccessi e talento infinito che, in qualche modo, trasfigurando e tradendo se stesso, riesce a tornare e sfondare.

Kid Cudi vs. Crookers – Day’n’nite: il pezzo di Kid Cudi è già vecchio di un anno. Non sarà di questo che parlerò, ma del solito duo milanese, snobbato in patria, esaltato all’estero, di cui ho già parlato su precedenti numeri di Coolclub. Da Milano, fanno musica “ignorante”, suoni grezzi, sporchi, poco raffinati, poco chic. Un anno fa un loro dj set costava meno di 3000€, ora bisogna pagare 6 volte tanto. Sono arrivati secondi come vendite in Inghilterra, proprio con questo pezzo (chi ne parla? Nessuno), le radio continuano a spingere. E un po’ come i Planet Funk, ci chiediamo perché questa è ancora ritenuta musica italiana di serie B. Vista, poi, la qualità di quella di serie A. Perché Sanremo è Sanremo.

Fai una foto all’Italia (terza parte – lo Stato Pontificio)

23 Feb

(liberamente tratti dal penultimo numero di Internazionale)

Con le vecchie foto di Eluana, Berlusconi ha fatto politica, assumendo il ruolo di salvatore della bella fanciulla. [..] Forse, ha commentato sarcasticamente il premier, la famiglia Englaro è stanca di occuparsi della figlia. Ha anche detto che Eluana era così viva che avrebbe potuto portare a termine la gravidanza. Nessuno statista direbbe cose del genere.

Birgit Schonau, Die Zeit

Benedetto XVI e Silvio Berlusconi sono distanti mille miglia l’uno dall’altro. Il primo è un teologo reazionario, l’altro un buffone con un debole per le battute volgari che da trent’anni somministra ai telespettatori italiani una dose quotidiana di ragazze seminude e fa il galletto perfino ai vertici internazionali. Non hanno niente in comune, a parte la convinzione di essere al di sopra della legge.

Michael Braun, Die Tageszeitung

Vi risulta che Sacconi abbia mai mandato i suoi ispettori in Puglia per indagare sul destino dei 119 polacchi scomparsi durante la raccolta dei pomodori? No, perchè il sacrificio di quelle vite non si presta al populismo e anche perchè il Vaticano non ha richiesto nessun intervento.

Gerhard Mumelter, articolo speciale per Internazionale.

Fai una foto all’Italia (seconda parte – Sanremo)

23 Feb

Voi vi chiederete cosa ci faccio alle 23.28 da solo in ufficio. Perchè sto ancora qui a smenare, a rompervi i coglioni per scrivere due o tre cazzate in croce.

Lo faccio perchè ve lo aspettate, voi là fuori, due o tre lettori che siete rimasti. E lo faccio perchè mi diverte.

Non so più se questi post possano ancora essere definiti bilanci della settimana, me ne servirebbe uno al giorno. Ma, in verità, non me ne vorrete, dedico gran parte delle mie energie ad altro. Scritti compresi. Però mi diverto ancora, ed eccomi qua, a perdermi in fesserie quando mamma e papà pagherebbero per vedere loro figlio tornare a casa senza il sospetto che venga pagato a un costo/ora inferiore ai peggior call center di Bangkok.

In ogni caso, mi ritrovo a isolare un momento che, su tutti, possa rappresentare una specie di sintesi, di catarsi, di momento di riflessione ancora vergine e ancora condivisibile perchè non ancora andato a male.
Ebbene sì, sono le 23.31 di un merdoso lunedì di febbraio, sono qui da 15 ore e 10 minuti, e vi devo parlare di Sanremo.

Amici al primo posto, omofobia strisciante al secondo, voto popolar-campano-lostereotipovelorisparmiomaèquellochepenso al terzo.

Faccio fatica a pensare che l’associazione Maria de Filippi – Marco Carta fosse casuale. Partiamo dal presupposto che, proprio quest’anno, è cambiata la formula con cui è stato eletto il vincitore. Marco Carta è rotto al televoto, è nato televotato. Chi lo ha seguito fino alla kermesse avrà continuato a lasciare euri a destra e a manca per onorare la meravigliosa formula, di Carfagnana memoria, per cui puoi diventare famoso, bravo, stimato in 2 o 3 passi, sfatando il mito della crisi e ribaltando semioticamente l’idea che l’Italia non sia una società meritocratica ammazzando il merito nello stesso suo ribaltamento. Una trovata delle più meglio.

Prendendo per buona l’ipotesi televòtica, diciamo che il cavallo di Carta è stato un po’ drogato. Chi guarda Amici guarda Maria leccata da un cavallo, quello che ha ripassato la bionda chioma con un unguento (Maria, sia ben chiaro, sei la numero 1, vali 5 o 6 leader, aspiranti leader, aspirati leader delle Sinistre, anche se ai miei amici di sinistra non lo posso dire chè pensano che sono fascista), la guarda mostrare un polpaccino qualche giorno dopo aver dichiarato “vorrei finire la mia carriera in Rai”, come fosse normale saltare dal pubblico al privato, dal privato al pubblico, a Raiset, questo neologismo che parla d’Italia molto più di profonde dissertazioni sulla formazione dell’opinione pubblica.

E vota Carta, perchè vota quest’Italia di Cartari. Che ci salva dal peccato e dal senso di colpa, che rimanda gli appuntamenti con la realtà, che si droga, così come il televoto spinto da una testimonial. E’ come se chiedessero quale scarpa preferite in uno show con Tiger Woods che sorride e ammicca. Voglio vedervi a dire “Adidas!”

Ancor più preoccupante è il secondo posto: perchè è partita l’ondata di “ma dai, ma che ci hai trovato di scandaloso nel testo di Povia?”

Ma il titolo, porca puttana!!

Avessero detto “a Luca piacevano gli uomini”, uno può intuire non so, una confusione, un ravvedimento, una moda, un trend. Ma cazzo, se dici che Luca era gay, se Luca aveva (ha: essere omosessuali non è una moda, è un tratto dell’essere) una connotazione identitaria forte, e questa connotazione identitaria viene smarrita, allora tu banalizzi. Fai pensare addirittura alla possibilità che si possa cambiare l’identità. Altro che Gay, qua siam transgender.

Scherzi a parte, io non ci sto a qualcuno che direbbe “Luca era gay” così come direbbe “Luca era biondo”. E chi tollera, è oramai privo di midollo.

Al terzo posto Sal Da Vinci. Più forte degli Afterhours, che evidentemente pagano un pubblico non particolarmente propenso allo psicodramma (nessuno di noi, immagino, abbia avuto voglia di spendere un solo euro per salvarli. Da questo punto di vista siamo inferiori, siamo snob, siamo di sinistra), più forte di certe malelingue che vorrebbero interi call center convogliare voti popolari acquistati sotto forma di pacchetto per poi far partire 10000 SMS in contemporanea. A prova di giudizio del popolo.

Vince il popolo a Sanremo. Nel frattempo, qualche genio mette in dubbio le primarie. Se le aboliscono, le farà Berlusconi. Per eleggere se stesso.

E ci saremo giocati l’ennesima carta. Con la c minuscola.

(23.44 – ero ispirato davvero)

Rolling Roccia

23 Feb

L’incredibile ritorno dei Prodigy

21 Feb

Il brano è presente nel nuovo album. Quindi è ufficiale.

fai una foto all’Italia (parte 1)

19 Feb

Silvio Berlusconi è preoccupato di non aver di fronte un’opposizione strutturata per quanto accade nel Pd dopo le dimissioni di Walter Veltroni? “No. Ormai è un’abitudine – risponde il Premier, a margine dell’incontro con il premier britannico Gordon Brown a Villa Madama – Sono 15 anni che sono in politica e mi sono confrontato con sette leader diversi, che sono andati a casa. Arriverà l’ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra“.

Berlusconi fa bene a dire queste cose, diciamoci la verità. Ha dimostrato a se stesso che può distruggere fisicamente qualsiasi avversario politico senza nemmeno dover fare chissà quale sforzo. Ha ucciso Illy, ha ucciso Soru. Con Emiliano, se mai Silvio dovesse valutarlo pericoloso, sarà più complessa. Perchè troverebbe qui un sindaco che, forse paraculandolo, forse no, gli ha già detto che Bari gli vuole bene e perciò gli vuol bene pure lui.

Ha ucciso i politici e ha dato una mano con il PD.

E’ bastato flirtare con Veltroni per far coniare il neologismo Veltrusconismo e iniziare con la sequela dei sospetti. L’atteggiamento riformista, sensato in assoluto, inopportuno in Italia, visto e considerato che dall’altra parte si gioca una partita diversa, smaccatamente diversa, ha aumentato la teoria del sospetto.

Quando il PD ha palesemente rinunciato a scegliere una propria strada di assolutismo politico (fottersene di Berlusconi: perchè non farlo? E’ un atteggiamento che, a mio avviso, lo avrebbe mandato in paranoia), terrorizzata dai sondaggi, dal dipietrismo, dalle ansie di prestazioni, ha deciso di rinunciare a una possibile chiave di lettura di se stessa. Pur non accorgendosene.

“La ragione per cui credo che Veltroni abbia fallito la sua missione è quella di non essersi mai risolto a essere o carne o pesce“. Lo ha dichiarato Antonio Di Pietro a Omnibus su La7. “Un giorno sembrava volesse fare opposizione con me -ha continuato il leader dell’Idv- il giorno dopo faceva le moine a Berlusconi. In politica bisogna fare una scelta di campo, non è che si può stare con due piedi in una scarpa”.

E’ così. Nè carne nè pesce. Nè socialisti nè cattolici. Nè pro nè contro. Nè arte nè parte. Non c’è modo migliore per perdere consensi, nella vita e nella politica. La perdita dell’identità: un succedaneo della morte.

E’ ancora presto per dirlo, ma anche l’occasione irripetibile che ogni crisi genere, ovvero il bisogno di trovare delle soluzioni nuove, sta per essere persa. Veltroni è palesemente il capro espiatorio. D’Alema e Bersani tacciono. Non se l’aspettavano. Ora devono rispondere a 12 milioni di elettori.

O si prendono la leadership, o non rientrano mai più in politica.

La scissione? “Non so… Qualche rumour l’ho sentito… Diciamo che se devo scegliere tra la conquista di un profilo netto, per il Pd, e una costante ambiguità, punto sulla prima opzione. A costo di perdere qualche componente”. Lo dice Sergio Chiamparino in un’intervista a ‘L’Espresso’ a proposito di una eventuale scissione nel Pd. Secondo il sindaco di Torino è meglio dunque correre il rischio di perdere qualcuno per strada pur di mettere in campo un progetto più definito e superare l’attuale ‘correntismo straccione‘.

Tutti lo sanno, nessuno lo dice. Non si può stare tutti insieme. Qualcuno dovrà sbaraccare, dovrà lasciare a qualcun’altro il logo, le idee, il progetto.

Il PD non dovrà morire, ma dovrà decidere se diventare un partito socialista o la democrazia cristiana. E l’altra parte della medaglia dovrà diventare cosa rossa o UDC. Lealmente, senza sbattere la porta, senza paura.

Ripeto: siamo in crisi, non c’è momento migliore per essere serenamente propositivi. Per guardare al futuro.