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Ieri e oggi

2 Mar

Nel 2000 chiesi all’assemblea dell’Onu se il mondo avesse imparato la lezione di Auschwitz. La risposta, ieri e oggi, è no. Come spiegare altrimenti Cambogia, Bosnia, Ruanda, Kosovo, Sudan e Siria?

(Elie Wiesel)

Javier

10 Ago

Javier Zanetti è una figurina che ogni padre metterebbe in mano al proprio figlio come un santino, a prescindere dal campanile del tifo: gioca come lui, comportati come lui. Il capitano nerazzurro è da anni una stella polare indicata ai giovani che si incamminano nello sport. La sua lezione più preziosa è la dignitosa accettazione della sconfitta e l’orgoglioso sforzo per ripartire. Una lezione straordinariamente moderna oggi che ai ragazzi si insegna altro: che la sconfitta è la spia del fallimento, da evitare in tutti i modi, e non un passaggio naturale e istruttivo per migliorarsi.

(Luigi Garlando)

Fotografia del 29 ottobre 2012 – sette minuti di lezione

29 Ott

Non mi era mai capitato di rivedermi durante una lezione. Eccoci qua.

Irrilevanza

22 Ott

Hai fatto del tuo meglio e hai fallito. La lezione è: non provare mai.

 

(Homer Simpson)

Fotografia dell’8 luglio 2012 – Ventiquattro

8 Lug

Sono contento.

Ho avuto paura, come è giusto che fosse. Non avevo mai fatto più di cinque ore di lezione nello stesso giorno, più di dieci ore di lezione in tutto. Poi un paio di mesi fa mi è arrivata una telefonata che portava semplicemente una nuova opportunità di lavoro, ma soprattutto l’obbligo di riposizionare i miei standard verso l’alto.

Da cinque a otto: sono le ore di lezione in un giorno solo. Da dieci a ventiquattro: sono le ore di lezione complessive da preparare.

Mi sento ancora dalla parte degli studenti e spero di starci per più tempo possibile. Mi sono laureato quattro anni fa, ho completato il master tre mesi dopo. E quando mi hanno chiesto di parlare per l’equivalente di un giorno intero di ore, il mio primo pensiero è andato a tutti quei professori, relatori di convegni, formatori che allungano il brodo. Io non voglio essere come loro, è una forma di rispetto verso chi mi ascolta.

Proprio per questo sono stato inquieto fino a quando non ho messo in fila le oltre 600 slide, i 15 video di Ted, le case histories. Fino a quando non ho chiuso i moduli inediti, fatti apposta per questa occasione, o i moduli aggiornati perché le lezioni dell’anno scorso sono già vecchie, in certi casi. Quando oggi mi sono ritrovato a dover mettere da parte un video perché non ci stavo dentro con i tempi ho sorriso. Ce l’avevo fatta.

È stata faticosa, soprattutto per i poveri studenti che mi hanno dovuto ascoltare per otto ore con 38 gradi due settimane fa, e per bei 16 con 32-34 gradi questo weekend. Studenti che domani hanno l’esame finale del master e che probabilmente avrebbero preferito restare a casa a studiare o, più semplicemente, andare a mare come i tanti nostri amici di Facebook, che nel frattempo (e giustamente) pubblicano i loro momenti di gioia domenicale.

È stata la mia ultima docenza della stagione 2011-2012, salvo imponderabili novità: ora ho un dibattito alla settimana fino a fine mese, poi sarà agosto, poi si ricomincerà ancora più forte, perché le cose da fare sono sempre tante.

Superare una sfida che mi aveva fatto preoccupare è il modo migliore per chiudere la stagione.

E adesso vado al concerto dei Justice.

Fotografia del 18 aprile 2012 – Dieci minuti tutti per me

18 Apr

Il primo contenuto della giornata di stamattina è stato un aggiornamento di stato scritto via cellulare da Facebook e Twitter mentre ero seduto sul cesso.

Mi lamentavo del fatto che non sto riuscendo a scrivere più niente. Cioè, sto scrivendo come non mai, ma non sui miei spazi. Scrivo per lavoro, non scrivo per piacere. Sui social media ho ridotto l’attività al minimo, su Twitter ci sto poco (e questo poco non basta per esserci), su Facebook un po’ di più ma spesso mi attardo in discussioni odiose, più nei toni che nei contenuti. Niente blog sul Fatto, niente analisi su Valigia Blu. Devo scrivere un’analisi serissima su Lady Gaga da mesi e non ci riesco.

Oggi, però, sono andato a fare lezione all’Università di Bari. La mia università. Nella mia città, che testardamente provo a non lasciare. Ospite del professor Mininni, il mio professore. Ossia chi ha creduto nel mio progetto di tesi, me l’ha fatto fare, mi ha lasciato libero di sperimentare. Mi ha insegnato l’amore per la lingua italiana (che però maltratto ancora troppo) e la passione per il metodo scientifico.

Allora ho deciso che, cascasse il mondo, oggi scrivo. Mi prendo dieci minuti tutti per me e per il mio blog personale.

Ho fatto un seminario di due ore a una ventina di studenti e dottorandi. In un’aula dove ho seguito lezioni e ho anche dato esami. Il professore mi ha presentato dicendo pubblicamente una cosa che non sapevo, e cioè che molti docenti, oltre a lui mi avrebbero permesso di fare la tesi con loro, perché di me apprezzavano lo spirito critico, ossia quel lato del mio carattere che oggi tendo quasi a non sopportare più ma che evidentemente ha un senso, lo ha avuto e lo avrà. Ma io ho deciso di fare la tesi con lui, e lui ne è stato orgoglioso.

Ho iniziato a parlare delle cose di cui parlo con più facilità. Coda lunga, saggezza della folla, la moschea di Sucate, il referendum del 2011, il surplus cognitivo, il muro caduto dopo 500 anni tra chi scrive e chi legge e di noi che non ci siamo ancora resi conto della portata storica di questo cambiamento.

Il professore, nel frattempo, prendeva appunti. Un sacco di appunti. Più di quelli che io prendevo a lezione, di sicuro. Un altro piccolo insegnamento. Non perdere mai l’umiltà. Ogni persona può insegnarti qualcosa. Le storie personali, soprattutto, sono sempre portatrici di esperienza e di riflessione.

Alla fine le domande. E poi ancora lui, il Prof, a dire una cosa per cui se non fossi stato davanti a un pubblico avrei tranquillamente potuto piangere.

“La soddisfazione più grande per un docente è vedere un suo allievo che lo supera”.

Penso di non averlo ancora superato. E forse non lo supererò mai. Però penso che il fatto che lui possa percepire una cosa così grande mi dice che devo continuare così. Con tutti i miei difetti. E con l’unico pregio che mi riconosco: il lavorare con costanza e disciplina.

Non penso di essere migliore di molte delle persone che questa mattina hanno detto che chi la pensa come me sull’Italia (o si resta o non cambierà mai nulla, e nessuno è riuscito ancora a convincermi del contrario) ha il culo parato e ha un sacco di soldi. Penso solo di avere quella costanza e quella disciplina che mi tiene col culo attaccato alla sedia dodici ore al giorno, almeno cinque giorni la settimana, e che non mi fa staccare per 24 ore consecutive da ottobre. Non ho nessun talento particolare, nessuna abilità, nessuna capacità creativa che possa effettivamente spiccare. Ho solo costanza e disciplina.

Se lavorassi sette, otto ore al giorno come fanno tutti o se lavorassi solo in cambio di denaro come fanno quasi tutti, non sarei qui a scrivere questo post e a raccontarvi del significato di questa giornata indimenticabile. Per fortuna sono solo un ciuccio di fatica, come si dice dalle mie parti.

I dieci minuti sono passati. Sono diventati dodici. Ho già parlato troppo bene di me attraverso il riflesso delle parole altrui. La felicità è volgare. Secchio d’acqua gelata in testa. Andiamo avanti. Mando una mail al prof con questo post. Speriamo che la parola ‘cesso’ al primo capoverso non lo indispettisca.

p.s. ah, dimenticavo. Oggi col Prof abbiamo parlato di ‘Dottorato’. Sono quasi sicuro che l’anno prossimo cambieranno pezzi significativi della mia vita professionale. Cambieranno troppe cose. Sono cambiato troppo io. La parola ‘Dottorato’ è ancora una parola meravigliosa per me. Perché penso a quanto si è sbattuto mio padre per diventare professore ad Agraria. E a tutti quelli che si sbattono per due lire, e forse neanche quelle, sperando che questo lavoro serva a tutti noi. Forse non farò mai un dottorato. Così come forse non diventerò mai uno psicologo iscritto all’albo. Però è bello pensare che tra le tante strade che potrei prendere, c’è anche questa.

p.p.s. ecco, adesso devo mandare il post pure a mio padre. Sperando che non mi dica che scrivere analisi su Lady Gaga è una cazzata. I minuti nel frattempo sono diventati 17. Altro che costanza e disciplina, sono proprio un fancazzista.

 

 

Testa o croce

3 Feb

Devi scegliere. O fai politica o fai comunicazione politica.

 

(Michele Emiliano)