Archivio | Bilancio della settimana RSS feed for this section

Fai una foto all’Italia (seconda parte – Sanremo)

23 Feb

Voi vi chiederete cosa ci faccio alle 23.28 da solo in ufficio. Perchè sto ancora qui a smenare, a rompervi i coglioni per scrivere due o tre cazzate in croce.

Lo faccio perchè ve lo aspettate, voi là fuori, due o tre lettori che siete rimasti. E lo faccio perchè mi diverte.

Non so più se questi post possano ancora essere definiti bilanci della settimana, me ne servirebbe uno al giorno. Ma, in verità, non me ne vorrete, dedico gran parte delle mie energie ad altro. Scritti compresi. Però mi diverto ancora, ed eccomi qua, a perdermi in fesserie quando mamma e papà pagherebbero per vedere loro figlio tornare a casa senza il sospetto che venga pagato a un costo/ora inferiore ai peggior call center di Bangkok.

In ogni caso, mi ritrovo a isolare un momento che, su tutti, possa rappresentare una specie di sintesi, di catarsi, di momento di riflessione ancora vergine e ancora condivisibile perchè non ancora andato a male.
Ebbene sì, sono le 23.31 di un merdoso lunedì di febbraio, sono qui da 15 ore e 10 minuti, e vi devo parlare di Sanremo.

Amici al primo posto, omofobia strisciante al secondo, voto popolar-campano-lostereotipovelorisparmiomaèquellochepenso al terzo.

Faccio fatica a pensare che l’associazione Maria de Filippi – Marco Carta fosse casuale. Partiamo dal presupposto che, proprio quest’anno, è cambiata la formula con cui è stato eletto il vincitore. Marco Carta è rotto al televoto, è nato televotato. Chi lo ha seguito fino alla kermesse avrà continuato a lasciare euri a destra e a manca per onorare la meravigliosa formula, di Carfagnana memoria, per cui puoi diventare famoso, bravo, stimato in 2 o 3 passi, sfatando il mito della crisi e ribaltando semioticamente l’idea che l’Italia non sia una società meritocratica ammazzando il merito nello stesso suo ribaltamento. Una trovata delle più meglio.

Prendendo per buona l’ipotesi televòtica, diciamo che il cavallo di Carta è stato un po’ drogato. Chi guarda Amici guarda Maria leccata da un cavallo, quello che ha ripassato la bionda chioma con un unguento (Maria, sia ben chiaro, sei la numero 1, vali 5 o 6 leader, aspiranti leader, aspirati leader delle Sinistre, anche se ai miei amici di sinistra non lo posso dire chè pensano che sono fascista), la guarda mostrare un polpaccino qualche giorno dopo aver dichiarato “vorrei finire la mia carriera in Rai”, come fosse normale saltare dal pubblico al privato, dal privato al pubblico, a Raiset, questo neologismo che parla d’Italia molto più di profonde dissertazioni sulla formazione dell’opinione pubblica.

E vota Carta, perchè vota quest’Italia di Cartari. Che ci salva dal peccato e dal senso di colpa, che rimanda gli appuntamenti con la realtà, che si droga, così come il televoto spinto da una testimonial. E’ come se chiedessero quale scarpa preferite in uno show con Tiger Woods che sorride e ammicca. Voglio vedervi a dire “Adidas!”

Ancor più preoccupante è il secondo posto: perchè è partita l’ondata di “ma dai, ma che ci hai trovato di scandaloso nel testo di Povia?”

Ma il titolo, porca puttana!!

Avessero detto “a Luca piacevano gli uomini”, uno può intuire non so, una confusione, un ravvedimento, una moda, un trend. Ma cazzo, se dici che Luca era gay, se Luca aveva (ha: essere omosessuali non è una moda, è un tratto dell’essere) una connotazione identitaria forte, e questa connotazione identitaria viene smarrita, allora tu banalizzi. Fai pensare addirittura alla possibilità che si possa cambiare l’identità. Altro che Gay, qua siam transgender.

Scherzi a parte, io non ci sto a qualcuno che direbbe “Luca era gay” così come direbbe “Luca era biondo”. E chi tollera, è oramai privo di midollo.

Al terzo posto Sal Da Vinci. Più forte degli Afterhours, che evidentemente pagano un pubblico non particolarmente propenso allo psicodramma (nessuno di noi, immagino, abbia avuto voglia di spendere un solo euro per salvarli. Da questo punto di vista siamo inferiori, siamo snob, siamo di sinistra), più forte di certe malelingue che vorrebbero interi call center convogliare voti popolari acquistati sotto forma di pacchetto per poi far partire 10000 SMS in contemporanea. A prova di giudizio del popolo.

Vince il popolo a Sanremo. Nel frattempo, qualche genio mette in dubbio le primarie. Se le aboliscono, le farà Berlusconi. Per eleggere se stesso.

E ci saremo giocati l’ennesima carta. Con la c minuscola.

(23.44 – ero ispirato davvero)

dipendente, indipendente, interdipendente

16 Feb

Dipendente:

che dipende, che è soggetto ad altri

Indipendente:

che non dipende da altri, autonomo; che non è soggetto a vincoli di alcun genere

Interdipendente:

si dice di fatti o fenomeni che dipendono reciprocamente l’uno dall’altro

Applicate queste categorie del pensiero alle relazioni personali, provo a delineare scenari.

Due o più persone vivono in un regime di dipendenza quando esiste una subalternità. Questa subalternità può essere vissuta in due modi da chi è in posizione di forza. Ignorandola, esacerbando questa dipendenza e rendendola distruttiva. Oppure può essere vissuta provando ad invertire la tendenza, cercando, da posizione di forza, di farsi carico della persona incapace di esprimere una propria autonomia relazionale e tentando di portarlo in una situazione di maggiore autonomia, rischiando anche di perdere qualcosa in termini di controllo e potere.

Due o più persone vivono in un regime di indipendenza quando non esiste alcuna subalternità. Le persone non sentono un reale bisogno di condivisione, al massimo si trovano in situazioni di reciproca convenienza. La spinta all’indipendenza può denotare una fortissima capacità di autogestione o, al contrario, un’incapacità di stabilire relazioni genuine. L’indipendenza può essere una chimera con cui difendersi dallo stare bene, dal mettersi in gioco.

Dopo 24 e 11 mesi di indipendenza quasi cieca, mi sono reso conto che il miglior modello è l’interdipendenza.

Due o più persone interdipendenti vivono in un regime di mutuo coordinamento. Condividono aspettative, paure, ansie, emozioni. L’errato movimento di uno di loro comporta l’errato movimento dell’altro. Questo accresce le comuni e reciproche responsabilità, che tutte le parti possono (devono) esercitare in serenità e nella piena consapevolezza del proprio ruolo. L’interdipendenza assomiglia più all’indipendenza che alla dipendenza, è però qualcosa di più evoluto. E’ scegliere di diventare più della somma delle parti.

E’ la base dei sentimenti assoluti.

E’ la base dell’amore. E dell’amicizia. Se non appartenete a questa categoria e pensate di essere innamorati o di avere amici, siete fuori strada.

Nella mia modestissima opinione.

E quindi, nella mia modestissima opinione, nasco oggi.

99, 100, 101

10 Feb

Oggi (avantieri, sai com’è, le bozze) è la giornata dei numeri.

I multipli di due e la storia che li ha regolati e regalati appartiene a doppia emme, che se la terrà per se a meno che non abbia voglia di condividerla.

Ma in realtà sta emergendo una nuova storia.

Ogni giorno succede qualcosa, ogni giorno sembra racchiudere al suo interno un mese di emozioni.

E insomma, sto bilancio della settimana scorsa scritto di martedì mattina mi viene strano. Dato che in una giornata e mezzo di vita succede qualunque cosa. Dato che già ci sarebbero altri 7 post da scrivere. Per tutto quello che ho visto, vissuto, elaborato. Per i sorrisi, per i denti stretti, per gli esami dati e quelli che non finiscono mai. Per i complimenti travestiti da cazziatoni. O qualcosa del genere.

Provando a tirare le fila su quello che volevo scrivere prima che la bozza fosse interrotta, posso dire che sono riuscito, finalmente e di forza, a dividere lavoro e vita privata. Me ne sono accorto quando non ho potuto che rispondere “sì” alla domanda:

“devi aiutare uno che ti sta sui coglioni, non merita la tua stima, non ci lavoreresti mai insieme, ma ha l’idea giusta per migliorare la città?”

Sì che lo devi aiutare. Non è un lavoro facile, non lo possono fare tutti. Molti non ce la farebbero. La fatica è proprio tenere le sfere divise. Di non dire “io non ci sto se ci sta lui”. Questo non aiuta la nostra idea, non ci tira fuori dall’inedia.

Il dovere è dividere, discernere e non confondere mai quello che è giusto e di quello che ci piace. Quello che va bene sulla scrivania dell’ufficio e quello che va bene solo con la saracinesca abbassata.

Sta storia dei 100 va velocissimo. Molti sono diffidenti per principio. Molti cercheranno la verginità politica dove la politica non c’è. Molti vogliono solo salire sul treno in corsa e sfruttare il nostro lavoro, mesi di elaborazioni, giorni di rinunce, ore di discussioni. Ci verrebbe di di dire no a chi, chiaramente, viene a noi con queste intenzioni.

Ma non ce lo possiamo permettere. Saremmo settari, elitari, gelosi, stronzi (citazioni libere degli ultimi giorni).

E’ questa la sfida. La sfida è tirare il meglio da tutti. Tirare il meglio da questa città. E mantenersi saldi. Come mai nella vita.

Non siamo qua per dire “tu sì e tu no”.

(anche se a volte, quanta voglia avremmo di farlo…)

il massimo non è sufficiente

2 Feb

Sto per iniziare una nuova settimana di superlavoro. Affascinante, ma sempre superlavoro è.

Riuscirò a battere il record di settimana scorsa? Supererò le 65 ore settimanali?

Chissà.

Di sicuro è strano lavorare così tanto e sentirsi come se non si è fatto ancora tutto. Chiaramente non può essere colpa di una singola persona se non si è puntuali su tutte le scadenze di una campagna elettorale. Certe scadenze, tra l’altro, vengono fisiologicamente ignorate perchè divengono meno cruciali. Eppure, non basta.

Evidentemente non basta il massimo. E’ un po’ il tema della settimana, declinato su tutti gli aspetti della mia vita.

Mi viene chiesto di più, a voce o indirettamente. Viene chiesto di più al cuore ed al cervello. A volte è una richiesta legittima, altre volte inspiegabile. Ora sta a me.

Come ci si comporta quando senti di aver dato tutto, e scopri che non è sufficiente?

Negli ultimi anni ho deciso di cambiare radicalmente impostazione di vita. L’unico modo per essere sereno e psicologicamente più solido è dare il massimo. Il 110%.

L’unica fonte di azioni che possiamo gestire è la nostra persona. E se ci riusciamo è già un mezzo miracolo, vista la quantità e la qualità di soggetti che, in modo sempre crescente, affiorano nella mia vita sotto forma di bandiere sferzate dal vento.

Nella testa delle persone non posso entrare, per quanto sia comodo cavalcare un certo clichè di “Dino psicologo”, “Dino che analizza”. Solo perchè ascolto, e il più delle volte tento di farmi carico dei problemi altrui. Se la gente che sta bene non prova a prendersi un po’ di marroni, chi lo deve fare? Se tutti stanno male, come ci si aiuta a vicenda?

Ma, aldilà del mio naso, esistono le altre persone. E le mie azioni si trasformano in “semplici” comportamenti da interpretare. Non posso, non voglio cambiare gli schemi mentali di chi mi sta vicino. Ancora di meno, di chi non mi conosce. Se la gente non coglie, fraintende, io non ci potrò comunque fare niente.

E, pensavo, se io do il massimo e gli altri non se ne accorgono, cazzi loro.

Pensavo, e penso ancora. Ma sarebbe miope fermarsi a questa prima, seppur corretta, analisi.

E allora, cosa si fa quando il mondo ti chiede più del tuo massimo?

Si può abdicare. Un passo indietro, una reazione scomposta. Alzare bandiera bianca, far franare il cervello e non rialzarsi più.

Si possono ignorare le richieste dell’esterno. Si possono fare confronti, per uscirne spesso vincitori. E quindi, ritrovare la tranquillità nel confronto, nella comparazione.

Oppure, si può ringraziare chi ti chiede ancora di più. Perchè poi scopri che, se solo diventi un po’ più furbo, quel “più del massimo” è già nelle tue corde.

Lo devi solo far vedere.

Antropologia, ergonomia, autonomia

25 Gen

Antropologia

disciplina che studia l’uomo nei suoi aspetti fisico-organici e razziali (antropologia fisica) o, in stretta correlazione con le scienze umane, le caratteristiche culturali dei vari gruppi (antropologia culturale) | antropologia criminale, scienza medica che studia i tratti somatici e le anomalie fisiche e psichiche che caratterizzano i criminali | antropologia filosofica, studio e descrizione dei tratti essenziali che definiscono la vita e il comportamento umano.

Da martedì mattina ho un nuovo lavoro. Potrei dire che ho una nuova versione di un lavoro che avevo già iniziato circa 3 mesi fa, ma non sarebbe vero. La differenza è qualitativa, oltre che quantitativa.

Mi sono, ci siamo trasferiti in un nuovo palazzo, in un nuovo ufficio, tutto nostro; in un piano di uno stabile, tutto nostro. Le chiavi, la saracinesca, le luci, il pc, il caffè portato da Gino il barista, i fogli attaccati ai muri. Tutto è diverso.

Nella prima settimana del nuovo vecchio lavoro, la cosa che mi ha più affascinato è la formalizzazione di uno status. Sì, sono un capo ora. I rapporti umani con i miei colleghi (ah, che cacata definirli così: ma è vero, sono colleghi), seppur vincolati da rapporti di stima e in alcuni casi di amicizia, dovranno essere ora regolati (anche) da ragionamenti verticali. Io dico, loro fanno. Io delego, loro eseguono.

A dirlo, a scriverlo, a rileggerlo, mi fa paura. Cazzo, ho 24 anni. Non so manco se so starci, in un gruppo di lavoro. Se lo so creare, un gruppo di lavoro. E qua invece mi devo sbrigare a imparare a fare il capo. A fare il leader, che è molto più difficile. Non a caso, la psicologia del lavoro si interroga da decenni su chi è un buon leader, se leader si nasce e si diventa, se capo e leader sono la stessa cosa.

Ecco, io sono felicissimo dei miei studi, ma in questo caso mi regalano solo paranoie supplementari.

Non basta guidare un gruppo, nel nostro caso. Bisogna saper capire le persone, le loro emozioni, diffidenze, paure, stanchezze, bisogni. Sapere quando puoi lasciarli tranquilli e quando, proprio no, bisogna essere impopolari, cattivi. Come una medicina necessaria.

Bisogna essere bravi capi, ma mai dimenticare che qua ci sono dei rapporti personali, dei legami profondi, che valgono di più, molto di più, del lavoro. Difficile, difficilissimo.

Ergonomia

scienza che studia il rapporto uomo-macchina-ambiente per ottenere il migliore mutuo adattamento.

Il nostro nuovo ufficio è abbastanza costipato. Questo è l’unico difetto. E’ in fondo alla struttura, ancora in divenire. Ci sono tavoloni vecchi che aspettano di essere fatti volare. Per il resto è tutto molto bello.

Ho una scrivania grande e già disordinata, e non poteva essere diversamente. Il pc è veloce, forse anche più veloce di quello da cui vi sto scrivendo. Ho messo Skype per le conference call, ho tutto quello che serve. Fra un po’ arriva il server e così sembreremo un gruppo davvero figo, che mette i propri documenti in condivisione e se li passa da una parte all’altra. Ogni luogo ha una sua storia, e credo che lì riuscirò a lavorare molto bene.

Ho Lino di fronte, Gettone è un po’ il libero, Vittorio e Gemma di là. A pensare che siamo un laboratorio di ricerca, quasi mi vien da sorridere.

Autonomia:

1 il governarsi da sé, sulla base di leggi proprie, liberamente sancite: l’autonomia dei popoli, degli stati ‘ (filos.) in Kant, capacità della ragione di darsi da sé stessa la legge morale (si contrappone a eteronomia) | (dir.) facoltà di autogoverno riconosciuta dallo stato agli enti amministrativi territoriali (regioni, province, comuni) in materie di interesse specifico delle comunità amministrate
2 indipendenza, libertà di pensare, d’agire
3 tendenza politica di estrema sinistra, sorta in Italia negli anni ’70, che negava radicalmente le istituzioni politico-sociali tradizionali:
l’area di autonomia
4 detto di macchine, motori, mezzi di trasporto, la durata di funzionamento (o la distanza da loro percorribile) senza essere riforniti d’energia, di carburante o di combustibile:
l’autonomia di volo di un aeroplano.

Devo aprire anche la saracinesca. Non è oliata, è durissima. Ogni volta che ci provo ho paura che mi venga un’ernia. Dovrei anche mettere quella lastra di ferro anti-pioggia, fondamentale visto che il centro connessione, da quanto ci ha detto lu tecnicu (è di San Vito dei Normanni, non sono io che sono razzista),  è sensibile all’umidità.

Sì, siamo un gruppo di lavoro coi reumatismi.

Però, vuoi mettere. Apri quando vuoi, chiudi quando vuoi, mangi quando vuoi, vai in pausa caffè quando vuoi. E quanto vuoi. Gli orari li fai tu, i tempi anche. Il luogo dove stare pure. E’ casa tua, più casa tua di casa tua. Puoi passare l’intera giornata a lavorare con la tua donna, se non ti fissano riunioni. Manca solo qualche sgamo di quelli che piacciono a me.  Ma anche in quel caso, “il capo sono io”.

E proprio per questo, posso fare una figura di merda ancora più gloriosa. Non vedo l’ora.

avanti, senza guardare

19 Gen

Usare l’attualità come bilancio di una settimana non mi era mai capitato. Ma sarebbe stupido non farlo.

Vi scrivo da una scrivania che è stata la mia seconda (forse prima) casa in questi ultimi sei mesi, che mi ha visto evolvermi da un buon esperto di comunicazione online ad aspirante stratega di campagna elettorale, da ultimo arrivato di Proforma  a uomo di Proforma a tutti gli effetti, da sconosciuto a un po’ meno sconosciuto, da lavoratore a lavoratorissimo.

Vi scrivo, forse, per l’ultima volta da questa postazione. Perchè io potrei anche prendere per buona la teoria che fra sei mesi il posto per me è qui, ma tutti sanno come vanno queste cose.

Può andare tutto splendidamente, possiamo vincere le elezioni di 15 punti e io posso diventare una sorta di guru del mondo giovanile. E allora, chissà che fine farò.

Possiamo vincere di due punti e allora avremo fatto “solo” il nostro dovere, con la città in bilico e il rischio di ricadere da un momento all’altro nel passato.

Possiamo perdere di due punti e ritrovarci così, semplicemente disoccupati.

Possiamo perdere di quindici punti e aver chiuso per sempre con questo mondo.

Mi piacerebbe credere che per me ci sarà sempre un posto, ma non è così. Il mondo ha troppe variabili, e sarei stupido se non ci pensassi.

Ed è per questo che, quando ho letto un sms del mio compagno di avventure, quando lui, come me (ma moltiplicato per 9) lasciava la sua scrivania senza nessuna garanzia sul fatto che quel posto sia per sempre lì ad aspettarlo, ho pensato che oggi, 19 gennaio 2009, stiamo vivendo un passaggio fondamentale, un punto di non ritorno.

Abbiamo deciso di gettarci così, senza rete sotto, senza sicurezze. Abbiamo solo un contratto da 6 mesi davanti agli occhi, nessuna garanzia, un muro di lavoro e un fottìo di responsabilità.

Facciamo quello che abbiamo sempre voluto fare, ma il rischio è alto, altissimo. E forse nemmeno ce ne siamo accorti. Perchè, per fortuna, prendiamo sempre tutto con una buona dose di incoscienza. Quella che non ha la stragrande maggioranza di chi ci guarda e talvolta ci invidia.

Sia perchè stiamo dove stiamo, sia perchè non riuscirebbe a fare scelte per passione, ma solo per calcolo.

Ecco, questa è stata la settimana appena finita. L’ultima (forse) settimana a Proforma. E’ stata questo. E’ stata anche questo.

Ma è stata, sopratutto, una settimana in cui ci siamo dimostrati, io e doppia emme, che possiamo essere perfetti quando vogliamo. Cioè sempre.

Senza reti, senza paracadute. Così si vive.

Avanti, non indietro. Se penso che è questo lo slogan di Michele (www.micheleemiliano.it), penso che si è scelto i collaboratori giusti.

dì no

11 Gen

Non griderò per imporre le mie ragioni

Non metterò più la passione davanti alla tutela di me stesso

Non avrò bisogno di dare schiaffi per imporre le mie ragioni

Non guiderò gruppi di gente meno motivata di me

Non dovrò tenere nessuno per i polsi

Non arricchirò più nessuno con le mie idee

Non alternerò i ti amo alle mazzate

Non avrò paura delle responsabilità, ma non mi assumerò quelle degli altri

Non avrò bisogno di fare del male per farmi del bene

Non mi farò carico di nuove attività che non posso sviluppare nel migliore dei modi

Non lascerò nessuno per strada, sia in senso metaforico che in quello reale

Non ucciderò nessuna persona e nessun rapporto per cieca opportunità

Non sarò mai assente

Non sarò sempre presente

Non permetterò mai alla paura di avere la meglio.

sbilancio della settimana

5 Gen

Anno nuovo, vita nuova.

Mai motto fu tanto banale, mai motto fu tanto vero.

Ma non per ora, o meglio, non nelle apparenze.

Era dagli anni d’oro o presunti tali, quei magici 20, 21 anni in cui sembravo centro di un fitto intreccio di relazioni, amicizie, gruppi apparentemente solidissimi ma sistematicamente finiti a puttane (o sopravvissuti con improbabili remix e sempre lo stesso fuoriuscito: io) che non organizzavo 2 feste ed un poker a casa mia, in quella Valenzano che in certi tratti sembrava dietro l’angolo e poco dopo diventava eremo inespugnabile, quando c’erano case più vicine, spinelli più facili da chiudere e l’apparenza di isole felici, più felici della mia.

Ed è singolare che questo 2009 sia partito così, di fatto con gli ultimissimi strascichi di mondanità quando ho deciso, per quanto mi sia possibile (e non mi sarà possibile, forse mai, per il mestiere che faccio e ancor di più quelli che intendo fare) che proprio quella mondanità non mi appartiene nè mi diverte. Che, sarà perchè esco sempre, così spesso che è quasi diventato un quarto lavoro, oggi, 5 gennaio, pre-befana e pre-ventiquattrorediferie, sto troppo bene a casa, in pigiama, con le mie cose, per poter anche solo immaginare che lì fuori c’è qualcosa di meglio.

Sarà che sto invecchiando, ma mai come in questo periodo è la casa il mio luogo elettivo. In casa c’è tutto quello di cui ho bisogno. Ci sono gli amici, se si vuole. C’è la tua donna, e c’è di più perchè i tuoi partono e non immaginano (?) cosa succede quando partono. Ci sono feste, vino a terra pulito alla meglio, resti di super-alcolici (“mamma, invito 10 persone per una cena, non faremo tardi”), di salumi e formaggi, patatine a gogò, cani, gatti, birre grandi e piccole, Sky, il poker, il letto a orari indefiniti, la pappa pronta, il cane ed il gatto, la Playstation e la Wii.

E sopratutto c’è una dimensione più pura, più calma, più serena, più lenta. Più mia.

Così come un improvviso movimento delle mani contro una parete. Un movimento che parla nel silenzio.

bilancio pre-bilancio

29 Dic

A due giorni dalla fine del 2008 sarà difficile (e forse inutile) tenere lontano questo post da quello con cui proverò a mettere un punto sull’anno che si sta per chiudere.

Ancora una volta, una settimana densa. Densissima.

Iniziata con la festa di Proforma, non meno di 1000 persone, “una festa strepitosa” (citazione congiunta dei signori Cube-Demodè; non ditelo a nessuno);

proseguita con gocce di mondanità qua e là, con il 24 a pranzo da Nino a Barivecchia a base di panino e birra familiare. Una tradizione tutta barese che ho vissuto per la prima volta;

con la cena di Natale in cui, per la prima volta, i commensali alludono ai nipotini e mamma e papà si girano per indagare sui movimenti dei miei zigomi. Ora vai a capire se è legato a doppia emme, se sono io che sembro diverso per i fatti miei, o se più semplicemente sto per fare 25 anni e sentirmi ancora un adolescente non rimanderà nè la loro voglia di vedermi cresciuto nè l’appuntamento con l’anagrafe;

vincendo l’unica texana a cui ho partecipato (devo recuperare: per fortuna che oramai a poker si gioca tutto l’anno);

andando a vedermi un festival che avrei potuto contribuire ad organizzare, se solo ce la facessi a turarmi tutti i fori disponibili. Andando a farlo senza rabbia, senza invidia, ma consapevole che quella non è più la mia partita, la mia storia, il mio mondo. Per ora.

Ed è così che ci avviciniamo al 2009, coi concerti. Doveva essere l’anno della musica e così è stato.

Ed è stato chiuso con il botto, per certi versi. Ci avviciniamo al 2009, l’anno che in tempi non sospetti avevo definito “del self-marketing”. Dicitura oscura, per non dire brutta.
Diciamo che sarà l’anno della pazienza, della calma, del graduale disinvestimento su alcuni fronti che sono morti nella mia testa, talvolta del ritiro a vita privata. Sarà l’anno della valorizzazione del mio tempo.

Ma (anche) di questo, ne parliamo meglio fra due giorni circa.

Rallentare non è solo una promessa mancata

22 Dic

Sono mesi che affronto il tema di me che devo mordere il freno, alzare il piede dall’acceleratore, dare più valore al mio tempo, tornare a essere un ragazzo di 24 anni, andare in vacanza, fare tardi la sera, coltivare le sue passioni più o meno sane, più o meno importanti, più o meno condivise e condivisibili.

Ora ce l’ho fatta, finalmente, a trasformare i buoni propositi in realtà.

Ho lasciato la conduzione di Basette. E’ stata una settimana durissima da questo punto di vista. Dire che io non ci sto più vuol dire ammettere che il progetto iniziale non è mai esploso.

Vuol dire che un leader (?) di un gruppo ammette di non essere stato in grado di crearlo, quel gruppo. Da un punto di vista emotivo, di identità, più che pratico (il programma è piaciuto, è stato confermato, lo abbiamo sempre portato a casa.  1 ora e mezza al giorno di diretta per 2 mesi e mezzo, senza che nessuno di noi ricevesse un euro. Questo è un dato di fatto).

Vuol dire che in certi passaggi si è sentito tradito. Che è stato valutato come persona e non come professionista. E questo non si fa, quando si lavora tutti assieme per un presunto scopo comune.

Ho lasciato temporaneamente, perchè non riesco a non sperare  che le  cose migliorino, si evolvano.  Ma ho lasciato, perchè penso che solo così si possa migliorare. Tutti, senza di me, con il potere ed il controllo in mano.

Sto imparando ad avere pazienza, e non quella (in certi casi) straordinaria foga di fare tutto ciò che mi piace. Perchè è solo così, ragionando, riflettendo, negandosi a volte,  che si acquista valore. Si vive meglio, e si fa meglio tutto.

Perchè in fondo so fare discretamente due cose: pensare e scrivere.

Ed entrambe le cose non riescono bene senza riposo, senza calma, senza un clima favorevole attorno a me.

Sarà il mondo a stabilire se una mia parola ha un valore: che sia commerciale, simbolico o profetico, poco importa.

Sarà il mondo a stabilire se qualcuno ha bisogno delle mie idee per far crescere un progetto.

Non sarò io a dirmi pronto, perchè forse non è sempre vero. Anzi: quando sbaglio, sono sempre contento.

Le ferie natalizie sono forse più ferie di quello che speravo. E ho deciso che saranno ferie verie. Non me ne frega niente se non viaggerò, se dovrò aspettare ancora 6 mesi (non potevo immaginare che forse, addirittura, potevo partire). Approfitterò per riposare. Per fare gesti semplici. Per godermi tutto, ogni singola gioia.

Per tutti quelli che pensano che io sia un buon compagno di viaggio, vi dò un consiglio: riposatevi, riposiamoci tutti.

Dal 2 gennaio, scatta l’anno più importante delle nostre vite. E dopo il 2008 strepitoso che ho vissuto, non posso che essere pronto a fare il definitivo salto di qualità.

Ma sempre senza strafare.