Archivio | Le cose mie RSS feed for this section

I 20 migliori singoli del 2017, secondo me – posizioni dalle 10 alla 1

31 Dic

Classifica sindacabilissima.
Criterio di elezione: solo brani usciti come singoli nel 2017.

Non valgono dunque brani usciti prima e diventati famosi nell’anno in corso, così come non valgono brani più belli dei singoli ma non usciti come singoli.

Il 24 dicembre ho pubblicato la prima puntata (con le posizioni dalla 20 alla 11) sempre sul mio blog personale. Lo trovate qui.

Ho anche creato una playlist Spotify per l’occasione.

10. Four Tet – Planet

 

9. Lucy Rose – I Can’t Change It All

 

8. Lorde – Green Light

 

7. Maggie Rogers – On+Off

 

6. Cigarettes After Sex – Apocalypse

 

5. Drake – Signs

 

4. Future – Mask Off (Kendrick Lamar remix)

 

3. The XX – Hold On (Jamie XX remix)

 

2. St. Vincent – New York

 

1. London Grammar – Hell To The Liars

I 20 migliori singoli del 2017, secondo me – posizioni dalle 20 alla 11

24 Dic

Classifica sindacabilissima.
Criterio di elezione: solo brani usciti come singoli nel 2017.

Non valgono dunque brani usciti prima e diventati famosi nell’anno in corso, così come non valgono brani più belli dei singoli ma non usciti come singoli.

Il 31 dicembre pubblicherò la seconda puntata (con le posizioni dalla 10 alla 1) sempre sul mio blog personale. La trovate qui.

Ho anche creato una playlist Spotify per l’occasione.

 

20. George Fitzgerald – Burns

 

19. Charlotte Gainsbourg – Ring-a-Ring O’Roses

 

18. Daphni – Face to Face

 

17. Sampha – (No One Knows Me) Like The Piano

16. Laura Marling – Wild Fire


15. Fatima Yamaha – Araya


14. Sigrid – Strangers


13. Jorja Smith – Teenage Fantasy


12. Wolf Alice – Don’t Delete The Kisses


11. Kendrick Lamar – LOVE

Fotografia del 16 dicembre 2017 – La riscoperta della parola ‘fine’

16 Dic

Oggi ho fatto l’ultima docenza della prima parte della mia vita, prima di fermarmi per un po’. Ho girato una pagina bella grande, e dico questo non solo per la maturazione di questa decisione professionale. Tante sensazioni, incontri, parole di questi giorni mi hanno dato la sensazione complessiva che un capitolo si chiudesse davanti ai miei occhi.

Torno a casa stanco ma soprattutto sereno.
E torno a casa con un altro insegnamento, che mi stupisce: ho imparato a rivalutare la parola “fine”. Secondo me gli esseri umani hanno generalmente un rapporto poco sereno con questo lemma. La fine di solito non si desidera, a meno che non sia associata a qualcosa di negativo. Quindi o è negativa la fine, o è negativo il motivo per cui la desideri. La parola “inizio” porta con sé quasi sempre un ottimismo maggiore: l’idea di una scoperta; la possibilità, in ogni caso, di tornare indietro sui propri passi se le cose dovessero andare male o diversamente da quanto prospettato, la possibilità di costruire le proprie strade con la sola immaginazione, la curiosità dell’inesplorato, l’adrenalina del nuovo o dell’inatteso.

Questo ritorno a casa mi insegna che però può valere esattamente al contrario: metto la parola fine a una pagina favolosa della mia vita. Potrebbe essere stata anche la migliore di sempre, chissà (quando confido questa sensazione ai miei pochi amici, spesso non ci credono. Eppure…). Metto la parola fine a cose che, tutto sommato, sapevo fare bene, che mi davano soddisfazioni e che forse le davano anche ai miei compagni di avventura. Forse metto la parola fine proprio per questo motivo: perché lasciare nel momento giusto, cioè quando non è troppo tardi, è meraviglioso, e io spero di averci preso.

È una fine senza dolore. E non c’è alcun inizio da progettare. Almeno per ora. Ho imparato anche questo: la fine non è sempre triste, un nuovo inizio non è sempre indispensabile. È così bello e liberatorio lasciare un foglio bianco, ogni tanto…

Fotografia del 23 novembre 2017 – Un anno un po’ sabbatico

26 Nov

Le principali decisioni della mia vita recente sono state prese svegliandomi al mattino, scoprendo che nella notte è stato spinto un interruttore nel cervello e che lo switch mi ha sbalzato da un’altra parte.
È stato così anche ieri.
Mi sono svegliato e ho deciso che mi prendo (almeno) un anno sabbatico all’insegnamento. Chiudo con le ultime due docenze già fissate (una domattina) nel 2017, poi mi fermo. Per un tempo indefinito.
Le ragioni in verità sono molte, alcune nobili e altre meno; alcune condivisibili e altre meno.

Provando a fare la sintesi più sincera e completa insieme, va più o meno così. Insegno ininterrottamente da 7 anni, insegno una disciplina sfuggente come la comunicazione politica, se non studio invecchio e tanto invecchio in ogni caso (se c’è un limite di mandato per i politici magari è giusto che ci sia un limite di mandato anche per noialtri. Ogni tanto penso a questo paradosso).

Oggi sento il bisogno di imparare più che di insegnare, di scrivere più che di parlare, di interagire più che di girare con le slide. Sento il bisogno di assomigliare alle parole che uso, e la verità è che non sempre ciò che insegni è facile da applicare: la cosa è ancora più faticosa se sei contemporaneranamente potenziale oggetto e potenziale soggetto di ciò che insegni, se sei lo studiante e lo studiato insieme.

Sento anche il bisogno di spazzare il campo dall’ipocrisia (uno dei miei principali avversari del periodo, insieme alla retorica) e quindi è opportuno dire che posso smettere di insegnare anche perché adesso (finalmente! Forse!) me lo posso permettere.
Mi piacerebbe tenere solo una cattedra universitaria, magari ancora a Perugia o dove servo. Per stare coi ventenni, e per difendere il curriculum. Poi basta.

Mi piacerà continuare a girare l’Italia ma senza lezioni. Solo per confrontarmi. Dibattiti, tavole rotonde, presentazioni di libri o simili, Aperidino o simili, sessioni di domande senza rete.
Tutto il resto va via fino a quando non mi sentirò di nuovo pronto. Se mai mi risentirò pronto.

Chiudo semplicemente ringraziando le migliaia di persone che mi hanno dedicato del tempo (e in tanti casi, anche il loro denaro) in questi sette anni. Mi sono divertito, ho dato il massimo; mi fermo prima di diventare banale, mi fermo per migliorare ancora.
(Post scritto sorseggiando Nikka, il mio whisky preferito, al caffè San Marco di Trieste, nella città dei caffè di Joyce e Svevo. A scanso di equivoci: sono sceso coi pantaloni della tuta)

Non voglio fare prediche

23 Nov

Non ho niente da insegnare, e non voglio fare prediche. L’unica cosa che so è che voglio scrivere più che posso, e con la maggior accuratezza possibile.

(Raymond Carver)

Meglio dalla periferia

11 Ott

La realtà si vede meglio dalla periferia che dal centro.

(Papa Francesco)

Un piacere primordiale nel silenzio

6 Lug

Non c’è parola più certa di un’altra.
S’impara a tacere con gli anni,
anche se sembra che parliamo.
Si nasce senza parole
e con tutte le parole distrutte ce ne andiamo.
E tuttavia,
nonostante vivere significhi ammutolire,
esiste un piacere primordiale nel silenzio,
che giustifica tutti i silenzi.

(Roberto Juarroz)

Spettinare un sistema

27 Giu

Ci sono molti modi per spettinare un sistema: disobbedire, sottrarsi, dire la verità.

(Chiara Centamori)

Fotografia del 31 maggio 2017 – Ne riparliamo a settembre

31 Mag

Oggi ho mandato la prima mail in cui mi pongo interrogativi quasi esistenziali (cose di lavoro, niente di serio) che possono avere risposta solo con l’estate.
Una settimana fa ho mandato una mail in cui mi chiedevo cosa potessi fare di utile per un’attività che si svolgerà nel 2019.

Quando succedono queste cose vuol dire che la mia testa ha scollinato, che sono già con i piedi dentro l’estate.

E l’estate per me vuol dire da sempre una cosa sola: pensare. Farsi delle domande. Cercare delle risposte. Andare al mare e riflettere su cose difficili mentre sto entrando in acqua. Quest’anno ho scollinato prima, anche grazie alla scelta di non fare campagne elettorali (non so se abbiamo fatto bene o male, vi do un segnale debole: un sacco di gente mi ha detto ‘hai la faccia rilassata’).

Per tutte queste ragioni il mio bilancio di fine stagione, quest’anno, arriva due mesi prima delle vacanze, un po’ come la mia Sampdoria che si è salvata troppo in anticipo. So già cosa scriverei fra due mesi, quindi lo scrivo ora. E fra due mesi magari scriverò qualcosa di più intelligente.

Non è stato un anno semplice, devo dire la verità. E dovevo aspettarmelo. Avevo pianificato almeno un anno di silenziosa e faticosa transizione. L’ho voluto, lo sto avendo. Le transizioni silenziose sono faticose, certe volte sono faticose per davvero. “Citte e camine”, si dice a Bari. Zitto e pedala, si direbbe altrove. Stare in quarta fila è giusto ma non sempre è divertente, specie per chi è abituato al palco. Le transizioni sono faticose soprattutto perché sono lunghe. Lente. Le transizioni non sono propriamente fisiologiche per uno che di mestiere corre, si mangia le parole, deve fare una fatica immensa per andare piano.

Mi sono imposto un movimento anaerobico, che va contro l’istinto, contro ciò che i muscoli mi dicono di fare. Ma penso di aver fatto bene ad ascoltare il me razionale che diceva di non ascoltare il me irrazionale (ammesso che esista). Rifiatare era necessario. Dovevo mettere fieno in cascina. Devo finire dei percorsi di consolidamento prima di tutto economico per liberare RAM nel cervello. Spaccare la legna.

Dobbiamo, io e il gruppo di persone con cui condivido le mie giornate lavorative, capire se il nostro processo di crescita è corretto, è acerbo, se stiamo andando nella direzione giusta. Ascoltare. Ascoltarsi.

Voglio emanciparmi, non so neanche bene da cosa, quello rimane l’obiettivo principale. Ma ho capito che la libertà è sorella della disciplina, anche se un’invitante letteratura ti direbbe il contrario. Sudare.

La transizione durerà ancora un anno almeno. Io devo finire il mio percorso, noi dobbiamo continuare a pedalare. Ma nel frattempo il mio cervello sta uscendo dall’anno dell’autopurgatorio e mi sta chiedendo uno scatto in avanti. Mi sta chiedendo di avere già le idee chiare in vista dell’estate del 2018. Mi sta chiedendo di passare il prossimo anno più o meno con la stessa incoscienza che hai quando sei al quinto liceo.

Ecco la novità principale tra l’estate che verrà e le precedenti. Ho chiuso gli ultimi 4-5 anni a dire a me stesso: fa’ che l’anno prossimo sia come quello che è appena finito. Non voglio di più. Continua così. Al massimo riposati. Quest’anno è diverso. Quest’anno è come quando lessi l’autobiografia di Hitchens in pieno agosto. Quest’anno devo capire cosa posso fare in più (lato positivo) o cosa mi manca (lato negativo).

Voglio capire cosa mi farebbe sentire ancora più realizzato.
Voglio capire a chi e a cosa potrei essere utile.
Voglio capire come spendere il mio poco tempo libero. Se è giusto cazzeggiare ancora di più perché lavoro già troppo, o se ha senso svegliarsi alle 5 di mattina per scrivere, o fare delle rinunce di tempo libero per qualcosa a cui tengo e che ho messo da parte, o se ha senso ricominciare a bere il caffè, se ha senso ricominciare a viaggiare come quando ero fuori di casa 100 giorni l’anno (no, quest’ultima direi di no).
Voglio capire se devo fare benissimo poche cose o se farne bene un po’ di più.
Voglio capire dove voglio essere fra 10 anni.
Voglio capire se la libertà è dove la sto cercando io, o se mi sono perso, o se sto proprio sbagliando strada.

Sto leggendo di più.
Sto pensando di più.
Sono meno sicuro delle mie cose.
Riconosco i segnali che il mio cervello fin troppo produttivo mi sta lanciando.

Non ho uno schema di lavoro fisso – infatti il titolo del post dice appunto che mi do del tempo per venirne a capo.

Ma mai come in quest’estate: se pensate di volermi dare dei consigli, o dei cazziatoni, o dei punti di vista, è il momento di farlo.
Se pensate di volermi coinvolgere in qualcosa che preveda un contributo intellettuale (su quello fisico sono abbastanza deficitario), che possa dare un valore aggiunto a chi lo propone e che mi possa far divertire, superate l’idea di “tanto Dino è sempre impegnato” e bussate alla porta.
Se pensate che ci sia qualcosa di nuovo su cui spremere le meningi, mi metto volentieri alla prova.

Per tutto il resto provo a venirne a capo da solo. Con i libri, con il silenzio. Con la solitudine. Con la notte, la mia migliore amica.

p.s. ripensandoci c’è una novità grande, una conquista se volete, che separa luglio 2016 da luglio 2017: ho imparato a vivere alla giornata. Ho imparato a svegliarmi alle 6.45 ogni mattina senza avere uno spartito pronto. Senza sapere cosa succederà, cosa mangerò, chi vedrò, quando partirò. Ho imparato a farlo perché il mondo attorno a me va tutto così. Sembra l’unica regola di vita possibile. Bene, ora che ho imparato sono ancora più certo di quello che pensavo prima: ora che lo so fare, non vedo l’ora di poter fare a meno di vivere alla giornata. Le transizioni servono anche a questo: ad avere la forza per poter volare. Un giorno.

Non diventare cinico

18 Apr

La mia lotta adesso è non diventare cinico. Uno è moralista da giovane, poi diventa disilluso, infine rischia di diventare cinico.

(Michele Serra)