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non tengo il fisico

19 Gen

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Non tengo il fisico per giocare alla politica.

l’idea di resistenza, aggiornata al 2010

14 Gen

La resistenza al potere si ottiene mediante i medesimi due meccanismi che nella società in rete costituiscono il potere: i programmi delle reti e le commutazioni tra reti.

Così, l’azione collettiva dei movimenti sociali, nelle loro svariate forme, mira a introdurre nuove istruzioni e nuovi codici nei programmi delle reti.

Per esempio, nuove istruzioni per le reti finanziarie globali significano che, in condizioni di estrema povertà, vada abbuonato il debito ad alcuni paesi, come richiesto e in parte ottenuto da Jubilee, il movimento internazionale per la cancellazione del debito.

Riprogrammazioni più radicali vengono da movimenti di resistenza che mirano ad alterare il principio fondamentale di una rete – o il Kernel del sistema operativo, se posso permettermi un parallelo con il linguaggio dell’informatica.

[..]

Il secondo meccanismo di resistenza consiste nel blocco dei commutatori di connessione tra reti, quelli che fanno sì che le reti siano controllate dal metaprogramma di valori [..] comprendono il blocco del collegamento in rete tra le grandi aziende e il sistema politico regolando il finanziamento della campagne elettorali o evidenziando l’incompabilità tra essere vicepresidente e continuare a ricevere compensi dalla propria azienda che che si è aggiudicata appalti militari.

[..]

Una minaccia più radicale ai commutatori riguarda l’infrastruttura materiale della società in rete: gli attacchi materiali e psicologici ai trasporti aerei, alle reti di computer, ai sistemi di informazione e alle reti di strutture da cui dipendono il sostentamento della società nel sistema altamente complesso ed interdipendente che caratterizza il mondo informazionale. La sfida del terrorismo è dichiarata esattamente su questa capacità di prendere a bersaglio commutatori materiali strategici in modo tale che la loro messa fuori uso, o la minaccia di una loro messa fuori uso, scompagini la vita quotidiana della gente e la costringa a vivere in uno stato d’emergenza.

[..]

La resistenza al potere programmato nelle reti si svolge anch’essa mediante e tramite le reti.

Anche queste sono reti di informazione alimentate da tecnologie di informazioni e comunicazione. Quello impropriamente etichettato come movimento antiglobalizzazione è una rete globale-locale organizzata e dibattuta su Internet, e strutturalmente collegata con le reti mediatiche.

Al Qaeda, e le sue organizzazioni correlate, è una rete composta da molteplici nodi, che hanno scarso coordinamento centrale e che mirano anch’essi alla commutazione con le reti mediatiche, attraverso le quali contano di spargere la paura tra gli infedeli e di infondere speranza tra le masse oppresse dei credenti.

[..]

Nella società in rete, il potere viene ridefinito, ma non scompare. Nè svaniscono le lotte sociali. Dominio e resistenza cambiano di carattere in base alla specifica struttura sociale da cui traggono origine e che modificano con la loro azione.

Il potere governa, i contropoteri lottano.

(Manuel Castells, Comunicazione e Potere, 2009)

il ribaltamento dell’opinione pubblica (1)

13 Gen

G.: andiamo a bere qualcosa di sinistra?

D.: no, sono del PD, io vado a giocare a pallone stasera.

l’EP del ballottaggio

3 Lug

1. La Roux – bulletproof

2. Florence and the Machine – rabbit heart (raise it up)

3. David Guetta feat. Kelly Rowland – when love takes over

4. Alborosie – Jah jah crown

5. Little boots – new in town

Oggi masterizzo il cd con la quindicina e lo porto ad EmiLab, chi vorrà lo masterizzerà al volo :)

non aggiorno il blog da 10 giorni, ma per lei ne vale la pena

25 Mar

Ovvero, tutto ciò che solo la destra non sarà mai: dialogo.

fai una foto all’Italia (parte 1)

19 Feb

Silvio Berlusconi è preoccupato di non aver di fronte un’opposizione strutturata per quanto accade nel Pd dopo le dimissioni di Walter Veltroni? “No. Ormai è un’abitudine – risponde il Premier, a margine dell’incontro con il premier britannico Gordon Brown a Villa Madama – Sono 15 anni che sono in politica e mi sono confrontato con sette leader diversi, che sono andati a casa. Arriverà l’ottavo e credo non vorrà tradire la regola della sinistra“.

Berlusconi fa bene a dire queste cose, diciamoci la verità. Ha dimostrato a se stesso che può distruggere fisicamente qualsiasi avversario politico senza nemmeno dover fare chissà quale sforzo. Ha ucciso Illy, ha ucciso Soru. Con Emiliano, se mai Silvio dovesse valutarlo pericoloso, sarà più complessa. Perchè troverebbe qui un sindaco che, forse paraculandolo, forse no, gli ha già detto che Bari gli vuole bene e perciò gli vuol bene pure lui.

Ha ucciso i politici e ha dato una mano con il PD.

E’ bastato flirtare con Veltroni per far coniare il neologismo Veltrusconismo e iniziare con la sequela dei sospetti. L’atteggiamento riformista, sensato in assoluto, inopportuno in Italia, visto e considerato che dall’altra parte si gioca una partita diversa, smaccatamente diversa, ha aumentato la teoria del sospetto.

Quando il PD ha palesemente rinunciato a scegliere una propria strada di assolutismo politico (fottersene di Berlusconi: perchè non farlo? E’ un atteggiamento che, a mio avviso, lo avrebbe mandato in paranoia), terrorizzata dai sondaggi, dal dipietrismo, dalle ansie di prestazioni, ha deciso di rinunciare a una possibile chiave di lettura di se stessa. Pur non accorgendosene.

“La ragione per cui credo che Veltroni abbia fallito la sua missione è quella di non essersi mai risolto a essere o carne o pesce“. Lo ha dichiarato Antonio Di Pietro a Omnibus su La7. “Un giorno sembrava volesse fare opposizione con me -ha continuato il leader dell’Idv- il giorno dopo faceva le moine a Berlusconi. In politica bisogna fare una scelta di campo, non è che si può stare con due piedi in una scarpa”.

E’ così. Nè carne nè pesce. Nè socialisti nè cattolici. Nè pro nè contro. Nè arte nè parte. Non c’è modo migliore per perdere consensi, nella vita e nella politica. La perdita dell’identità: un succedaneo della morte.

E’ ancora presto per dirlo, ma anche l’occasione irripetibile che ogni crisi genere, ovvero il bisogno di trovare delle soluzioni nuove, sta per essere persa. Veltroni è palesemente il capro espiatorio. D’Alema e Bersani tacciono. Non se l’aspettavano. Ora devono rispondere a 12 milioni di elettori.

O si prendono la leadership, o non rientrano mai più in politica.

La scissione? “Non so… Qualche rumour l’ho sentito… Diciamo che se devo scegliere tra la conquista di un profilo netto, per il Pd, e una costante ambiguità, punto sulla prima opzione. A costo di perdere qualche componente”. Lo dice Sergio Chiamparino in un’intervista a ‘L’Espresso’ a proposito di una eventuale scissione nel Pd. Secondo il sindaco di Torino è meglio dunque correre il rischio di perdere qualcuno per strada pur di mettere in campo un progetto più definito e superare l’attuale ‘correntismo straccione‘.

Tutti lo sanno, nessuno lo dice. Non si può stare tutti insieme. Qualcuno dovrà sbaraccare, dovrà lasciare a qualcun’altro il logo, le idee, il progetto.

Il PD non dovrà morire, ma dovrà decidere se diventare un partito socialista o la democrazia cristiana. E l’altra parte della medaglia dovrà diventare cosa rossa o UDC. Lealmente, senza sbattere la porta, senza paura.

Ripeto: siamo in crisi, non c’è momento migliore per essere serenamente propositivi. Per guardare al futuro.

avanti, senza guardare

19 Gen

Usare l’attualità come bilancio di una settimana non mi era mai capitato. Ma sarebbe stupido non farlo.

Vi scrivo da una scrivania che è stata la mia seconda (forse prima) casa in questi ultimi sei mesi, che mi ha visto evolvermi da un buon esperto di comunicazione online ad aspirante stratega di campagna elettorale, da ultimo arrivato di Proforma  a uomo di Proforma a tutti gli effetti, da sconosciuto a un po’ meno sconosciuto, da lavoratore a lavoratorissimo.

Vi scrivo, forse, per l’ultima volta da questa postazione. Perchè io potrei anche prendere per buona la teoria che fra sei mesi il posto per me è qui, ma tutti sanno come vanno queste cose.

Può andare tutto splendidamente, possiamo vincere le elezioni di 15 punti e io posso diventare una sorta di guru del mondo giovanile. E allora, chissà che fine farò.

Possiamo vincere di due punti e allora avremo fatto “solo” il nostro dovere, con la città in bilico e il rischio di ricadere da un momento all’altro nel passato.

Possiamo perdere di due punti e ritrovarci così, semplicemente disoccupati.

Possiamo perdere di quindici punti e aver chiuso per sempre con questo mondo.

Mi piacerebbe credere che per me ci sarà sempre un posto, ma non è così. Il mondo ha troppe variabili, e sarei stupido se non ci pensassi.

Ed è per questo che, quando ho letto un sms del mio compagno di avventure, quando lui, come me (ma moltiplicato per 9) lasciava la sua scrivania senza nessuna garanzia sul fatto che quel posto sia per sempre lì ad aspettarlo, ho pensato che oggi, 19 gennaio 2009, stiamo vivendo un passaggio fondamentale, un punto di non ritorno.

Abbiamo deciso di gettarci così, senza rete sotto, senza sicurezze. Abbiamo solo un contratto da 6 mesi davanti agli occhi, nessuna garanzia, un muro di lavoro e un fottìo di responsabilità.

Facciamo quello che abbiamo sempre voluto fare, ma il rischio è alto, altissimo. E forse nemmeno ce ne siamo accorti. Perchè, per fortuna, prendiamo sempre tutto con una buona dose di incoscienza. Quella che non ha la stragrande maggioranza di chi ci guarda e talvolta ci invidia.

Sia perchè stiamo dove stiamo, sia perchè non riuscirebbe a fare scelte per passione, ma solo per calcolo.

Ecco, questa è stata la settimana appena finita. L’ultima (forse) settimana a Proforma. E’ stata questo. E’ stata anche questo.

Ma è stata, sopratutto, una settimana in cui ci siamo dimostrati, io e doppia emme, che possiamo essere perfetti quando vogliamo. Cioè sempre.

Senza reti, senza paracadute. Così si vive.

Avanti, non indietro. Se penso che è questo lo slogan di Michele (www.micheleemiliano.it), penso che si è scelto i collaboratori giusti.

striscia di gas

7 Gen

Mi avevano detto (avevo letto su un manuale di sociologia politica durante la tesi) che da qualche anno si era affermata una nuova dottrina economica, il cosiddetto neoliberismo.

Il neoliberismo si poggia sul concetto di globalizzazione, che rendendo debolissimi i confini territoriali tra mercati estende teoricamente all’infinito il potenziale esprimibile da qualsiasi realtà produttiva. Di fatto, qualsiasi azienda può vendere qualsiasi prodotto in qualsiasi parte del mondo.

Il neoliberismo ha quindi trasformato la globalizzazione in globalismo: da fenomeno a dottrina, da movente del cambiamento a metodologia di controllo e gestione. Il globalismo è di fatto una teoria macroeconomica che sottolinea, a ragione, il ribaltamento di uno storico rapporto tra politica ed economia.

Se prima del globalismo la politica controllava l’economia, con l’avvento del globalismo e del neoliberismo è l’economia a influenzare in modo deciso e decisivo le politiche dei singoli Stati così come i rapporti tra paesi.

Orbene, sono ben lieto di annunciarvi che finalmente siamo ritornati alle buone, vecchie, sane abitudini: oggi regna la politica.

Ora si inizia una guerra per vincere le elezioni. Non so come ci si possa sentire con dei razzi puntati tutti i giorni sul proprio culo, quindi non mi esprimo in modo definitivo sulla guerra nella striscia di Gaza. Di sicuro, a chi vi dice che Israele ha attaccato per autodifendersi, potete rispondere con le parole di Barak (non Obama, ma il ministro della difesa israeliano):

“l’esercito è stato addestrato per un anno e mezzo.”

Insomma, non proprio una ritorsione improvvisata. E così, la divina TzipiLivni, politica sensazionale e per cui nutro profondo rispetto ed ammirazione, ha preso un brutto scivolone almeno dal punto di vista morale, dato che i sondaggi la vedevano in svantaggio contro suo avversario alle prossime elezioni (il falco, guerrafondaio Netanyahu) e così ha dovuto attaccare e far morti per non perdere il consenso.

Se pensate che dietro le “scaramucce” (l’Europa al freddo) tra Russia ed Ucraina ci siano i soldi, vi sbagliate alla grande. E’ che l’Ucraina è ancora divisa tra chi tende ad Occidente e chi invece ha nostalgia della casa madre, la quale ha sicuramente nostalgia di Kiev e prova a tenerla stretta a sè, anche troppo. La guerra fredda si gioca anche con il gas.

Per non parlare dello Stato che salva le banche, lo Stato che paga 300 milioni di euro a nome proprio per salvare una compagnia aerea privata, e poi con un magheggio riesce a far pagare quella cifra ai cittadini (tecnicamente: fare il ricchione con il culo degli altri).

Insomma, ora mi sento meglio. Ora che l’economia non c’entra più niente con la politica.