La libertà non consiste nell’avere un buon padrone, ma nel non averne affatto.
(Cicerone)
(Cicerone)
(Silvio Berlusconi, 4 aprile 2006)
(Ludovico Ariosto)
(Karl Marx)
(Georg Simmel)
(Cetto La Qualunque)
(Karima el Mahroug, in arte Ruby)
(Dante Alighieri)
Sono un grande sostenitore della causa della bionda cantante inglese. L’album d’esordio, “Lights”, ha ricevuto giudizi assai contrastanti. C’è che riteneva che l’iperproduzione di Starsmith avesse restituito un lavoro di plastica, senz’anima, e chi invece ha apprezzato un folk elettronico molto venato di pop e carico di talento (la scuola di pensiero che gli ha assegnato un Brit Award). Nel dubbio, Ellie Goulding prende un supermegaclassico di Elton John, così standard da essere pericolosissimo, canta senza effetti e senza fronzoli e mette il punto esclamativo. Al 99,9%, la canzone di questo inverno.
La Francia è Daft Punk, la Francia è David Guetta, la Francia è Justice, la Francia è Etienne de Crecy, la Francia è Bob Sinclar, la Francia è Martin Solveig. Negli ultimi dieci anni i cugini transalpini hanno messo su una squadra danzereccia invidiabile e hanno sostanzialmente soppiantato la scuola italiana che negli anni ’90 faceva scuola in tutto il mondo. Il trucco è sempre lo stesso, farsi contaminarsi: chi dalla techno, chi dall’house, chi dal repertorio anni ’70, chi dal pop come in questo brano di Solveig, prodotto da Sinclar, ambientato a Roland Garros, cantato con Dragonette. Allez.
È in grandissima forma. Molto probabilmente non vi piacerà, non è quello degli esordi, è diventato commerciale, si è montato la testa. Non mi interessa. Fibra è un’espressione positiva dell’Italia. Paracula, ipercritica, che usa i soldi e le multinazionali per far passare un messaggio distruttivo verso quel sistema (e non ne è né schiavo né complice). Lo dimostra, se ce ne fosse bisogno, il video di “Tranne Te”, secondo singolo da “Controcultura”. Dati sull’economia musicale e sugli effetti della Rete sull’industria culturale sparati come se fossimo su Wired. Molto probabilmente non vi piacerà, ma abbiate il suo coraggio.
Questo brano non è per nulla nuovo. Gira da più di sei mesi, e non invecchia mai. Un tormentone di uno che se intende, Armand van Helden, che si trasforma in paperotto ed evoca la regina della musica americana (e vanta innumerevoli tentativi di imitazione: cercate “Duck Sauce – Barbara D’Urso” su Youtube) come feticcio. Il successo di questi brani ben al di là del limite del trash è testimoniato dalla presenza di questo brano, a tutto volume, nelle automobili 50, quelle che puoi guidare anche senza patente (perché la patente, forse non ce l’hai più).
Lo chiamavano il “filone”. Cee-Lo Green, vecchia volpe del soul americano, caduto nell’anonimato ma salvato da Re Mida Danger Mouse nel progetto Gnarls Barkley e protagonista di un piccolo classico contemporaneo con l’acuto di “Crazy”, torna in auge e sforna un album che è chiaramente un piccolo esperimento in laboratorio. Il primo singolo, con le sue infinite declinazioni (quella clean si chiama “Forget You”, per gli americani delicati di stomaco), è primo in tutto il mondo. Fra tre mesi non ce ne ricorderemo, ma tant’è.