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Il leaderismo sta finendo? (articolo per il Corriere del Mezzogiorno)

3 Mar

La Primavera Pugliese è finita? Esiste un popolo di centrosinistra? E se esiste, dov’è? Che fa? Cosa vuole? Sono domande davvero interessanti ma che non raccontano ciò che accade ogni giorno nelle vite dei cittadini, degli elettori. Sono domane preziose e prestigiose, ma che rimangono confinate all’interno delle elite della politica. Non riguardano le persone che la sinistra (per come storicamente si racconta) intende rappresentare, ma fanno parte di un ragionamento piuttosto statico sui modi e gli stili del governare. Se restiamo fermi a queste domande, dimostriamo di non (voler) conoscere le persone a cui ci rivogliamo.

Immaginatevi in un bar, in una piazza, in un’agenzia per il lavoro interinale. La Primavera pugliese è finita? Ti guarderebbero come se fossi un alieno. E farebbero bene. Esiste un popolo di centrosinistra? Se esistesse, bisognerebbe preoccuparsi di saper rispondere alle loro domande, più che farle.

Proviamo a cambiare il paradigma di partenza: Emiliano e Vendola sono stati amministratori meritevoli? Bari e la Puglia sono posti migliori dove vivere rispetto a sette, otto anni fa? Meglio loro o i loro predecessori? Meglio questa sinistra o quella nazionale? Meglio la coppia Emiliano-Vendola o quella Berlusconi-Fitto?

Senza buon governo i politici crollano. Soprattutto se sono politici di sinistra in una terra di destra. Tutte le analisi successive sono, per l’appunto, un corollario, seppur nobilissimo.

Un ragionamento su come migliorare la qualità della vita democratica della Regione non può che partire da un’analisi serena di ciò che ha funzionato e di ciò che invece, non funziona e continua a non funzionare. Rimuovere selettivamente uno dei due aspetti (il buono e il cattivo) vuol dire ricadere nel solito vecchio difetto della politica ‘tifata’ che in Italia ha spesso coinciso con l’antiberlusconismo (come l’antiemilianismo e l’antivendolismo su scala locale).

Per questo ritengo utile partire da qualche indicatore oggettivo. Cito due dati che per me rappresentano una buona mappa per una migliore comprensione della politica in Italia oggi: la fiducia nei partiti è al 4% (sondaggio Demos, gennaio 2012); la fiducia in Mario Monti è al 60% (sondaggio Ipsos, febbraio 2012).

Come interpretare questi numeri? In primo luogo gli italiani ritengono che l’attuale organizzazione partitica, a prescindere dalla sua effettiva efficacia, sia inaffidabile. Non ho mai creduto che si possa fare politica senza organizzazione. Allo stesso tempo ciò non può più essere l’alibi con cui i partiti autogiustificano la loro fissità e rimandano all’infinito le proprie riforme interne. L’inaffidabilità nasce dal convincimento che la partecipazione nei partiti sia inutile: i luoghi della decisione non sono i circoli e le assemblee pubbliche, i decisori non sono gli iscritti. Anche il sacro paradigma ‘una testa un voto’, l’essenza della democrazia, affonda sotto i colpi dei congressi parzialmente truccati e dei ‘signori delle tessere’ sempre esistiti e sempre, gravemente, tollerati, soprattutto al momento della composizione delle liste.

La naturale conseguenza è il convincimento che in fondo sia più utile rispondere a un commento sulla pagina Facebook di Emiliano, o mandare una mail agli staff dei politici per ottenere ascolto e risposte politiche, attività a cui i partiti hanno mostrato un progressivo disinteresse nel tempo. Meglio affidarsi all’ascolto casuale del leader in seguito a un’azione di comunicazione poco impegnativa che perdere ore a parlare di azioni e scelte che poi non trovano mai alcuna conseguenza nei fatti.

Per queste ragioni non bisogna dare il leaderismo per spacciato. È certamente finito il modello del ‘ghe pensi mi’, quello delle promesse senza controprove, quello della comunicazione senza politica. Ma l’uomo solo al comando, quello preparato, che prende decisioni (dopo aver ascoltato) e si assume le responsabilità per ciò che dice e fa, piace e piace molto. Monti, con il suo stile di governo capace di mandare in soffitta un altro alibi storico della politica, ossia che la politica che prende ‘decisioni impopolari’ perde certamente consenso, lo dimostra.

Il leaderismo non ha spazio se esistono luoghi della partecipazione che funzionano, dunque chi ritiene che le leadership ingombranti facciano male alla politica dovrebbe occuparsi di dare una risposta a chi oggi vuole partecipare anche in forme meno impegnative. Più che prendersela con i leader, dovrebbe fare domande a chi ha lasciato loro tutto quello spazio. La domanda di partecipazione è molto cresciuta rispetto al passato (al referendum hanno partecipato cinque milioni di nuovi ‘attivisti leggeri’, secondo una ricerca Demos di giugno 2011), ma ha nuove regole e nuove liturgie che i partiti non soddisfano più. Chi vuole la democrazia la deve pretendere e ricostruire nei partiti, rendendo sensata prima la loro esistenza e poi riattivandone la vita interna. Chi vuole ridare fiducia alla politica deve mostrare che ad azione segue reazione, che a partecipazione segue decisione, che a voto segue scelta, che a Primarie segue candidato condiviso e che a malefatta segue punizione. Senza capacità di autoregolazione, ogni essere vivente muore.

(articolo pubblicato sul Corriere del Mezzogiorno, 3 marzo 2012)

10 consigli per una buona campagna elettorale

27 Giu

Post originale: http://dariosalvelli.com/2011/06/campaign-manager-consigli-fare-buona-campagna-elettorale

1. Non cambiare improvvisamente il profilo del candidato con scelte artificiali, pur se teoricamente giuste dal punto di vista comunicativo: un politico è una persona, non un detersivo (vedere la strategia autolesionista della Moratti 2.0 del ballottaggio, passata improvvisamente dai viaggi in città con le auto coi vetri oscurati a Foursquare).
2. Iniziare la campagna molti mesi prima delle elezioni: ogni processo complesso richiede mesi di impegno quotidiano per entrare a regime. – Esempio: la campagna elettorale di Emiliano (Bari, sindaco di centrosinistra riconfermatosi nel 2009) iniziata un anno prima con i sondaggi che lo davano 9 punti indietro, Emiliano vince al ballottaggio mentre la provincia di Bari, nella stessa tornata, passa al centro-destra al primo turno (era del centro-sinistra).
3. Definire con chiarezza ruoli e responsabilità, senza essere eccessivamente rigidi e burocratici ma disegnando una mappa organizzativa chiara per tutte le persone che partecipano alla campagna.
4. Realizzare il maggior numero possibile di strumenti di comunicazione, buone pratiche e suggerimenti organizzativi, mettendoli a disposizione dei cittadini che devono poterli reperire in modo facile e gratuito. – Esempio: il sito realizzato durante la campagna elettorale delle Regionali in Puglia del 2010, “Tarocca il manifesto” (ora inattivo). Lo realizzammo noi, ma in incognito, permettevamo agli utenti di taroccare i manifesti dei tre candidati. La nostra considerazione è che la campagna più taroccabile fosse quella di Nichi perché utilizzavamo le poesie, ma che il tarocco generasse un meccanismo virale che, anche in caso di ‘adbusting negativo’, ci favoriva perché faceva propagare l’impianto della campagna.
5. Leggere tutti i contributi che provengono dai cittadini, dagli elettori e dagli utenti: c’è qualcuno ne sa più di noi su qualsiasi argomento e potrebbe essere collegato a Internet, pronto ad aiutarci.
6. Delegare i principali processi di comunicazione e organizzazione ai volontari e ai sostenitori: centralizzare questi processi è un costo (economico, di risorse umane e di tempo) inutile. – Esempio: L’evento realizzato da sostenitori di Pisapia (e poi anche dal comitato elettorale) coi musicisti, Milano Libera Tutti.
7. Usare un tono più leggero per dire le cose più serie in modo tale da renderle più accessibili all’elettorato (leggero non vuol dire superficiale, piuttosto mi riferisco a modulare il tono, ricorrendo al registro dell’ironia e della satira)
8. Stimolare processi generativi (generatore di manifesti, hashtag, campagne e contest video) affinchè la campagna sia creata da tutti, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. (Pisapia è stato bravo a utilizzare l’entusiasmo spontaneo della Rete e a trasformarlo, successivamente, in pezzi ufficiali di campagna elettorale). – Esempio: sul recupero ufficiale della campagna di Pisapia, la trasformazione di alcuni #morattiquotes in materiali ufficiali di campagna elettorale. Attraverso un sondaggio su Facebook il comitato elettorale ha chiesto agli utenti quali fossero le 8 quote più divertenti e le ha piazzate su t-shirt pro-Pisapia.
9. Seguire l’avversario ovunque, con telecamere e qualcuno che prenda appunti. Seguirlo anche sui mezzi tradizionali e sui nuovi media per poter adattare la strategia e la tattica elettorale in qualsiasi momento.
10. Ricordarsi sempre che quanto più si è innovativi, democratici, “giovani” e 2.0 in campagna elettorale, tanto più queste caratteristiche dovranno far parte dello stile di governo: un elettorato motivato è anche esigente ed è facile da deludere. (questa è una dinamica che parzialmente abbiamo visto negli USA con Obama e che vedremo nei prossimi anni in Italia) – Esempio: nel caso di Obama, che è l’unico misurabile, è nato l’ObamaMeter che misura il grado di fedeltà dell’azione amministrativa di Obama rispetto al programma e alle promesse fatte.

Il pranzo del lunedì

11 Apr

Ma oggi che giorno è? Venerdì o giovedì?

 

(Michele Emiliano)

Reazioni isteriche

11 Mar

L’ignoranza è meno lontana dalla verità del pregiudizio.

 

(Denis Diderot)

Dodici ore

8 Set

Michele, ma Dino lavora 12 ore al giorno per Proforma!

(Giovanni Sasso, rivolgendosi a Michele Emiliano)

gli insospettabili

3 Mar

Questa volta voto Nichi.

Me lo dice Sergio Magliocchi, che sul suo FB dichiara: “visto che la destra si comporta in questo modo, forse facciamo un pensierino a sinistra“.

Sergio mi ha autorizzato alla pubblicazione della conversazione, a condizione che io dicessi anche che la sua idea sull’uomo Simeone Di Cagno Abbrescia non è cambiata.