Chi controlla il passato controlla il futuro.
(George Orwell)
(Clive Staples Lewis)
Oggi (sabato 9 giugno) ho assistito a una scena incredibile sul Frecciargento Trenitalia 9355 (carrozza sei, seconda classe) con partenza da Roma alle 14.45 e arrivo a Bari alle 18.48.
Qualche minuto prima della partenza del treno e con i viaggiatori impegnati a sistemarsi nelle carrozze appare un uomo con una cesta di vimini e una grande busta di plastica. Non ha alcuna targhetta di riconoscimento, a differenza degli addetti alla pulizia del treno.
“Panini! Birre! Coca acqua caffè!”
Di fronte a me c’è un ragazzo americano con uno zaino da trekking. La sua compagna di viaggio si è allontanata per qualche minuto. Il venditore, dopo aver rapidamente superato gli altri posti a sedere, lo punta. Prende una birra e la piazza sul braccio del ragazzo, il quale allibito alza gli occhi. Capisce che deve dare una risposta alla domanda implicita: “compri questa birra?”. Dopo qualche secondo, il ragazzo accetta. Il tempo di chiedere il prezzo e il venditore piazza la seconda birra sul tavolino. Lo sguardo del ragazzo è sempre più perplesso.
Quanto costano? Sette euro. “Una quattro euro, due sette euro”. Il prezzo non è proprio dei più popolari. La birra, tra l’altro, proviene da un noto hard discount tedesco. Il ricarico
Il ragazzo accetta. In fondo è in vacanza, e non è detto che negli Stati Uniti il prezzo sia troppo migliore a parità di condizioni. Paga con una dieci euro. Ma non gli arrivano tre euro di resto. Il venditore, infatti, estrae una Pepsi dalla busta e gliela mette sul tavolo insieme a una moneta da un euro. Dello scontrino, inutile dirlo, neanche l’ombra.
Assisto alla scena incredulo. Tutto accade in non più di trenta secondi. Mosso dal senso di colpa per non aver fatto nulla per evitare un comportamento truffaldino, decido di scrivere questo post di getto.
Gli italiani si vantano, spesso a ragione, della loro capacità di accoglienza. Il turismo è una delle poche leve su cui il nostro Paese può puntare per uscire dalla crisi. Scene simili, in questo senso, sono sconfortanti. Trattare un turista straniero (ma in fondo sarebbe lo stesso con un turista italiano o con qualsiasi altro cittadino) come una specie di slot-machine non è proprio il modo più lungimirante per invogliarlo a ritornare qui, o a dire ai suoi amici che vale la pena di visitare l’Italia. Farlo all’interno di un mezzo pubblico, e senza che nessuno impedisca a una persona (più o meno autorizzata) di farlo violando la legge è un messaggio chiaro e deprimente che arriva ai viaggiatori.
Dopo un’ora il venditore ripassa. Si ferma di nuovo davanti ai turisti americani. Gli piazza la birra sul tavolino. Questa volta il prezzo scende: tre euro. Non accettano, e prima che il venditore vada via sono obbligati a rimettere la birra nella cesta per smettere di essere importunati.
A quel punto gli chiedo: “Ma tu lavori per Trenitalia?”. Mi dice di sì. Gli chiedo un tesserino di riconoscimento, mi dice che sarebbe andato a prenderlo e sarebbe tornato. Mentre va via insisto: “Ma se lavori per Trenitalia perché non fai lo scontrino?” A quel punto si avvicina al mio orecchio e inizia a farfugliare in dialetto che non si può fare, che c’è la crisi, che altrimenti non guadagnerebbe. Dopo qualche secondo si dilegua.
Pochi minuti dopo ci fermiamo per la prima volta, a Caserta. Il venditore scende dal treno.
A questo punto mi piacerebbe sapere se quella persona lavorava per Trenitalia oppure se è un abusivo. E nel secondo caso mi piacerebbe sapere se ha pagato il biglietto per viaggiare oppure no. Il controllore è passato a verificare i nostri biglietti, quindi potrò certamente avere una risposta chiara a questa domanda.
(Marc Augè)
(Eleanor Roosevelt)
(Guido Anselmi)
Il primo contenuto della giornata di stamattina è stato un aggiornamento di stato scritto via cellulare da Facebook e Twitter mentre ero seduto sul cesso.
Mi lamentavo del fatto che non sto riuscendo a scrivere più niente. Cioè, sto scrivendo come non mai, ma non sui miei spazi. Scrivo per lavoro, non scrivo per piacere. Sui social media ho ridotto l’attività al minimo, su Twitter ci sto poco (e questo poco non basta per esserci), su Facebook un po’ di più ma spesso mi attardo in discussioni odiose, più nei toni che nei contenuti. Niente blog sul Fatto, niente analisi su Valigia Blu. Devo scrivere un’analisi serissima su Lady Gaga da mesi e non ci riesco.
Oggi, però, sono andato a fare lezione all’Università di Bari. La mia università. Nella mia città, che testardamente provo a non lasciare. Ospite del professor Mininni, il mio professore. Ossia chi ha creduto nel mio progetto di tesi, me l’ha fatto fare, mi ha lasciato libero di sperimentare. Mi ha insegnato l’amore per la lingua italiana (che però maltratto ancora troppo) e la passione per il metodo scientifico.
Allora ho deciso che, cascasse il mondo, oggi scrivo. Mi prendo dieci minuti tutti per me e per il mio blog personale.
Ho fatto un seminario di due ore a una ventina di studenti e dottorandi. In un’aula dove ho seguito lezioni e ho anche dato esami. Il professore mi ha presentato dicendo pubblicamente una cosa che non sapevo, e cioè che molti docenti, oltre a lui mi avrebbero permesso di fare la tesi con loro, perché di me apprezzavano lo spirito critico, ossia quel lato del mio carattere che oggi tendo quasi a non sopportare più ma che evidentemente ha un senso, lo ha avuto e lo avrà. Ma io ho deciso di fare la tesi con lui, e lui ne è stato orgoglioso.
Ho iniziato a parlare delle cose di cui parlo con più facilità. Coda lunga, saggezza della folla, la moschea di Sucate, il referendum del 2011, il surplus cognitivo, il muro caduto dopo 500 anni tra chi scrive e chi legge e di noi che non ci siamo ancora resi conto della portata storica di questo cambiamento.
Il professore, nel frattempo, prendeva appunti. Un sacco di appunti. Più di quelli che io prendevo a lezione, di sicuro. Un altro piccolo insegnamento. Non perdere mai l’umiltà. Ogni persona può insegnarti qualcosa. Le storie personali, soprattutto, sono sempre portatrici di esperienza e di riflessione.
Alla fine le domande. E poi ancora lui, il Prof, a dire una cosa per cui se non fossi stato davanti a un pubblico avrei tranquillamente potuto piangere.
“La soddisfazione più grande per un docente è vedere un suo allievo che lo supera”.
Penso di non averlo ancora superato. E forse non lo supererò mai. Però penso che il fatto che lui possa percepire una cosa così grande mi dice che devo continuare così. Con tutti i miei difetti. E con l’unico pregio che mi riconosco: il lavorare con costanza e disciplina.
Non penso di essere migliore di molte delle persone che questa mattina hanno detto che chi la pensa come me sull’Italia (o si resta o non cambierà mai nulla, e nessuno è riuscito ancora a convincermi del contrario) ha il culo parato e ha un sacco di soldi. Penso solo di avere quella costanza e quella disciplina che mi tiene col culo attaccato alla sedia dodici ore al giorno, almeno cinque giorni la settimana, e che non mi fa staccare per 24 ore consecutive da ottobre. Non ho nessun talento particolare, nessuna abilità, nessuna capacità creativa che possa effettivamente spiccare. Ho solo costanza e disciplina.
Se lavorassi sette, otto ore al giorno come fanno tutti o se lavorassi solo in cambio di denaro come fanno quasi tutti, non sarei qui a scrivere questo post e a raccontarvi del significato di questa giornata indimenticabile. Per fortuna sono solo un ciuccio di fatica, come si dice dalle mie parti.
I dieci minuti sono passati. Sono diventati dodici. Ho già parlato troppo bene di me attraverso il riflesso delle parole altrui. La felicità è volgare. Secchio d’acqua gelata in testa. Andiamo avanti. Mando una mail al prof con questo post. Speriamo che la parola ‘cesso’ al primo capoverso non lo indispettisca.
p.s. ah, dimenticavo. Oggi col Prof abbiamo parlato di ‘Dottorato’. Sono quasi sicuro che l’anno prossimo cambieranno pezzi significativi della mia vita professionale. Cambieranno troppe cose. Sono cambiato troppo io. La parola ‘Dottorato’ è ancora una parola meravigliosa per me. Perché penso a quanto si è sbattuto mio padre per diventare professore ad Agraria. E a tutti quelli che si sbattono per due lire, e forse neanche quelle, sperando che questo lavoro serva a tutti noi. Forse non farò mai un dottorato. Così come forse non diventerò mai uno psicologo iscritto all’albo. Però è bello pensare che tra le tante strade che potrei prendere, c’è anche questa.
p.p.s. ecco, adesso devo mandare il post pure a mio padre. Sperando che non mi dica che scrivere analisi su Lady Gaga è una cazzata. I minuti nel frattempo sono diventati 17. Altro che costanza e disciplina, sono proprio un fancazzista.
(Erica Jong)
(Enzo Letizia, segretario nazionale funzionari di polizia)
(Giacomo Ulivi, partigiano assassinato nella Piazza Grande di Modena il 10 novembre 1944)