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Uno di maggio #1

1 Mag

Non fa niente, vado a lavorare anche se è primo Maggio, basta che non arrivano troppi pazienti in reparto.

 

(Caterina Moramarco, cioè mia madre, al lavoro in ospedale dalle 6 di questa mattina)

Festivalquotes #ijf #9

28 Apr

Le parole che utilizzano i giornalisti formano l’opinione pubblica. Perciò sono importantissime.

 

(Laith Mushtaq)

Fotografia del 27 aprile 2012 – Giornalisti e lettori, le mie cinque domande per domani

27 Apr

Cercherò di emozionarmi solo all’ultimo momento e fino a oggi pomeriggio sono riuscito a non sentire la pressione, ma adesso ci siamo.

Domani pomeriggio (Perugia, Teatro Pavone, Festival Internazionale del Giornalismo, ore 18.30) modererò un confronto tra Beppe Severgnini, Vittorio Zucconi e Maria Laura Rodotà sul rapporto tra i giornalisti e i loro lettori più fedeli ai tempi di Internet.

Ho raccolto un po’ di stimoli parlando con i miei compagni di viaggio e su Internet.

Ora voglio provare a mettere nero su bianco le cinque questioni che voglio approfondire, nella speranza di ascoltare il vostro parere. Ho scelto questioni che potessero essere oggetto di una risposta da parte sia dei protagonisti del dibattito che del pubblico. E domani, infatti, chiederò di rispondere non solo agli ospiti ma anche agli spettatori in Teatro e a tutti quelli che seguiranno l’evento sui social media, perché la bellezza del dibattito sta proprio nelle nuove forme di interazione possibili tra giornalisti e lettori.

Ecco le domande:

1. Com’è cambiata la vostra giornata-tipo di lavoro con la diffusione dei social media e delle forme di comunicazione dialogica?

2. Come definireste i vostri lettori più affezionati? La parola ‘lettori’ spiega sempre bene la relazione tra voi e loro?

3. Avete mai cambiato o addirittura rovesciato un vostro articolo dopo il commento di un vostro lettore?

4. Dan Gillmor, un giornalista americano, ha scritto in un suo libro: “Spesso i lettori ne sanno più di me”. Siete d’accordo e se sì, questo vi aiuta o vi mette in difficoltà?

5. La gestione dei rapporti con i lettori e la community può essere considerato un vero e proprio lavoro o un vantaggio competitivo per un giornalista?

 

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24 Apr

Non è abbastanza fare dei passi che un giorno ci porteranno ad uno scopo; ogni passo deve essere lui stesso uno scopo, nello stesso tempo in cui ci porta avanti.

 

(Johann Wolfgnang von Goethe)

Tieni duro.

24 Apr

Non arrendetevi mai, mai e mai.

 

(Winston Churchill)

Il ditino non basta

22 Apr

Troverei altrettanto volgare diventare un’autorità nella contestazione della società che divenirlo in questa stessa società.

 

(Guy Debord)

Salto in alto

21 Apr

Non saprai mai cos’è abbastanza, se non sai cos’è più che abbastanza.

 

(William Blake)

In piedi, per terra, in piedi, per terra

20 Apr

Posso imparare a insegnare meglio. Ma solo a forza di tentativi ed errori. La vita è tutta dolorosi tentativi ed errori.
[…]

Io ho questo demone che vorrebbe vedermi scappare urlando se fossi sul punto di cedere, di fallire. Vuol farmi pensare di essere tanto brava da dover essere perfetta. O niente. Al contrario, io sono qualcosa: una persona che si stanca, che deve combattere la timidezza, che ha moltissimi problemi nell’affrontare il prossimo con disinvoltura.

Se supererò quest’anno ricacciando il demone a calci quando spunta fuori, rendendomi conto che sarò stanca dopo una giornata di lavoro e dopo aver corretto tesine e che è una stanchezza naturale, non qualcosa di cui farneticare nel panico, sarò in grado di guadagnare un centimetro alla volta nella vita, invece di scappare a gambe levate appena fa un po’ male.

 

(Sylvia Path)

La libertà di parola non è gratis

20 Apr

Ma ognuno di noi, in una certa misura, è ormai direttore responsabile di quella microcentrale di news che è se stesso.

 

(Michele Serra)

Fotografia del 18 aprile 2012 – Dieci minuti tutti per me

18 Apr

Il primo contenuto della giornata di stamattina è stato un aggiornamento di stato scritto via cellulare da Facebook e Twitter mentre ero seduto sul cesso.

Mi lamentavo del fatto che non sto riuscendo a scrivere più niente. Cioè, sto scrivendo come non mai, ma non sui miei spazi. Scrivo per lavoro, non scrivo per piacere. Sui social media ho ridotto l’attività al minimo, su Twitter ci sto poco (e questo poco non basta per esserci), su Facebook un po’ di più ma spesso mi attardo in discussioni odiose, più nei toni che nei contenuti. Niente blog sul Fatto, niente analisi su Valigia Blu. Devo scrivere un’analisi serissima su Lady Gaga da mesi e non ci riesco.

Oggi, però, sono andato a fare lezione all’Università di Bari. La mia università. Nella mia città, che testardamente provo a non lasciare. Ospite del professor Mininni, il mio professore. Ossia chi ha creduto nel mio progetto di tesi, me l’ha fatto fare, mi ha lasciato libero di sperimentare. Mi ha insegnato l’amore per la lingua italiana (che però maltratto ancora troppo) e la passione per il metodo scientifico.

Allora ho deciso che, cascasse il mondo, oggi scrivo. Mi prendo dieci minuti tutti per me e per il mio blog personale.

Ho fatto un seminario di due ore a una ventina di studenti e dottorandi. In un’aula dove ho seguito lezioni e ho anche dato esami. Il professore mi ha presentato dicendo pubblicamente una cosa che non sapevo, e cioè che molti docenti, oltre a lui mi avrebbero permesso di fare la tesi con loro, perché di me apprezzavano lo spirito critico, ossia quel lato del mio carattere che oggi tendo quasi a non sopportare più ma che evidentemente ha un senso, lo ha avuto e lo avrà. Ma io ho deciso di fare la tesi con lui, e lui ne è stato orgoglioso.

Ho iniziato a parlare delle cose di cui parlo con più facilità. Coda lunga, saggezza della folla, la moschea di Sucate, il referendum del 2011, il surplus cognitivo, il muro caduto dopo 500 anni tra chi scrive e chi legge e di noi che non ci siamo ancora resi conto della portata storica di questo cambiamento.

Il professore, nel frattempo, prendeva appunti. Un sacco di appunti. Più di quelli che io prendevo a lezione, di sicuro. Un altro piccolo insegnamento. Non perdere mai l’umiltà. Ogni persona può insegnarti qualcosa. Le storie personali, soprattutto, sono sempre portatrici di esperienza e di riflessione.

Alla fine le domande. E poi ancora lui, il Prof, a dire una cosa per cui se non fossi stato davanti a un pubblico avrei tranquillamente potuto piangere.

“La soddisfazione più grande per un docente è vedere un suo allievo che lo supera”.

Penso di non averlo ancora superato. E forse non lo supererò mai. Però penso che il fatto che lui possa percepire una cosa così grande mi dice che devo continuare così. Con tutti i miei difetti. E con l’unico pregio che mi riconosco: il lavorare con costanza e disciplina.

Non penso di essere migliore di molte delle persone che questa mattina hanno detto che chi la pensa come me sull’Italia (o si resta o non cambierà mai nulla, e nessuno è riuscito ancora a convincermi del contrario) ha il culo parato e ha un sacco di soldi. Penso solo di avere quella costanza e quella disciplina che mi tiene col culo attaccato alla sedia dodici ore al giorno, almeno cinque giorni la settimana, e che non mi fa staccare per 24 ore consecutive da ottobre. Non ho nessun talento particolare, nessuna abilità, nessuna capacità creativa che possa effettivamente spiccare. Ho solo costanza e disciplina.

Se lavorassi sette, otto ore al giorno come fanno tutti o se lavorassi solo in cambio di denaro come fanno quasi tutti, non sarei qui a scrivere questo post e a raccontarvi del significato di questa giornata indimenticabile. Per fortuna sono solo un ciuccio di fatica, come si dice dalle mie parti.

I dieci minuti sono passati. Sono diventati dodici. Ho già parlato troppo bene di me attraverso il riflesso delle parole altrui. La felicità è volgare. Secchio d’acqua gelata in testa. Andiamo avanti. Mando una mail al prof con questo post. Speriamo che la parola ‘cesso’ al primo capoverso non lo indispettisca.

p.s. ah, dimenticavo. Oggi col Prof abbiamo parlato di ‘Dottorato’. Sono quasi sicuro che l’anno prossimo cambieranno pezzi significativi della mia vita professionale. Cambieranno troppe cose. Sono cambiato troppo io. La parola ‘Dottorato’ è ancora una parola meravigliosa per me. Perché penso a quanto si è sbattuto mio padre per diventare professore ad Agraria. E a tutti quelli che si sbattono per due lire, e forse neanche quelle, sperando che questo lavoro serva a tutti noi. Forse non farò mai un dottorato. Così come forse non diventerò mai uno psicologo iscritto all’albo. Però è bello pensare che tra le tante strade che potrei prendere, c’è anche questa.

p.p.s. ecco, adesso devo mandare il post pure a mio padre. Sperando che non mi dica che scrivere analisi su Lady Gaga è una cazzata. I minuti nel frattempo sono diventati 17. Altro che costanza e disciplina, sono proprio un fancazzista.